attualità

Arrestati gli autori delle scritte antisemite allo Yad Vashem. Sono tre ebrei ultraortodossi

Le scritte sul muro dello Yad Vashem. “Hitler, grazie per l’Olocausto” dice una scritta (foto da Ynet)

Niente antisemiti. E nemmeno palestinesi in tenuta da naziskin. A scrivere con lo spray “Hitler, grazie per l’Olocausto” e “Se Hitler non fosse esistito gli Sionisti l’avrebbero inventato loro stessi”, ecco, a scrivere queste cose proprio lì, in un muro del museo Yad Vashem di Gerusalemme erano tre ebrei ultraortodossi.

I responsabili, di 18, 26 e 27 anni, risultano residenti a Gerusalemme e a Bnei Brak, la città haredi a pochi chilometri da Tel Aviv. Secondo la polizia, che li ha arrestati martedì, sono membri della setta di Neturei Karta, quelli – tanto per intenderci – che da un lato rifiutano lo Stato d’Israele e dall’altro vanno a stringer le mani agl’iraniani di Ahmadinejad.

I tre avrebbero pure ammesso le loro colpe e gli inquirenti sospettano che siano gli stessi responsabili dell’atto vandalico all’Ammunition Hill durante il Memorial Day e di gesti simili in altri memoriali nella valle del Giordano. Ma più degli arresti, Israele scopre – ancora una volta – di avere nemici dentro il territorio.

© L.B.

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cultura

Arriva sul web il documento biblico più antico del mondo

Il documento biblico più antico al mondo ora è un ebook che si può leggere tutto intero sul pc o sul tablet. Basta collegarsi sul sito http://dss.collections.imj.org.il/, sfogliare le pagine digitalizzate e godersi un testo – tradotto – che non ha eguali. Fino a oggi vengono proposti al pubblico i primi cinque rotoli: dove si trova anche quasi tutto il libro di Isaia (66 capitoli), riprodotto da uno scriba nel 125 prima di Cristo.

Dopo anni di lavoro i “Rotoli del Mar Morto”, il documento biblico più antico arrivato ai giorni nostri, sono da oggi consultabili sul web grazie al Museo Israel di Gerusalemme (dove sono conservati gli originali) e di Google, il grande motore di ricerca che ha provveduto a digitalizzare le pagine senza danneggiarle.

La stessa Google che nei mesi scorsi ha già immesso nel web l’archivio fotografico del Museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme. I rotoli è possibile non solo scorrerli, ma anche ingrandirli fino a mettere in luce particolari che non sarebbero visibili ad occhio nudo. All’interno di ciascun rotolo è anche possibile compiere ricerche per colonna, capitolo, o versetto. Il documento è tradotto in inglese. Basta cliccarci sopra a ogni blocco di testo e automaticamente comparirà la versione in una lingua per noi più conosciuta.

I Rotoli del Mar Morto furono scoperti nelle grotte di Qumran nel 1947. Nello stesso luogo dove duemila anni fa si era insediata una setta di religiosi ebrei. Sono testi che gli studiosi considerano un punto di riferimento importante per lo studio della evoluzione del pensiero monoteista.

Leonard Berberi

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attualità, tecnologia

E alla fine Street View arriva in Israele

E alla fine Street View arrivò in Israele. Le macchinine e i tricicli di Google dotati di fotocamere capaci di registrare immagini a 360 gradi da oggi sono in giro per le vie di Gerusalemme. Poi andranno a Tel Aviv e Jaffa, quindi ad Haifa, il Mar Morto, il cratere Ramon, Nazareth, Akko. Nel giro di pochi mesi anche Israele sarà sulla cartina di Google Maps. Ma il viaggio, nonostante i proclami, non sarà così facile.

Per dire: come si comporterà la macchinina per le vie del quartiere ultraortodosso di Mea Shearim? E come si avvicinerà a tutto il compound che riguarda il Parlamento, il palazzo del governo, il museo dello Yad Vashem e altri obiettivi sensibili? Per non parlare dei quartieri a est, quelli a maggioranza palestinese. Di risposte certe, non ne sono state date. È tutto un «rispetteremo la privacy», «faremo in modo da non urtare le sensibilità religiose e politiche di Gerusalemme», ecc.

Di certo, stando a chi questo servizio un po’ lo conosce, Street View rischia di essere preso a sassate una volta che gli ebrei ultraortodossi si accorgeranno di essere fotografati. Vai poi a spiegarglielo che i volti, ecco, quelli non si vedranno. E nemmeno le targhe delle auto. E nemmeno altre indicazioni «sensibili» per la religione e la sicurezza.

Un trionfante Nir Barkat (foto sopra), primo cittadino gerosolimitano, ha annunciato ieri – a ridosso delle antiche mura della città vecchia (e contestata) – che parte dalla «capitale d’Israele» il viaggio di Google. In sella al triciclo con la grande “G” ha detto che il servizio che sarà offerto al mondo «permetterà di incrementare i visitatori prima virtuali poi reali della città: i tesori di Gerusalemme saranno visti da chiunque».

I primi posti «coperti», nella Città Santa, saranno il mercato Mahane Yehuda e il quartiere di Ein Kerem. Si procederà a macchia di leopardo, cercando di consegnare al web il prima possibile le principali attrattività delle città – e delle località turistiche – coprendo poi le zone ancora non fotografate.

Con un occhio – grosso così – alla sicurezza. Perché la vera paura d’Israele, quella che ha bloccato il servizio Street View fino a ora, è quella di offrire ai terroristi islamici prove fotografiche, indicazioni stradali e localizzazione esatta dei punti sensibili del Paese. Non basterà quindi la semplice pecettatura di volti e altro. Google ha promesso che eliminerà tutte quelle scritte o simboli che potrebbero poi finire nei dossier dei miliziani estremisti, Hamas su tutti.

Leonard Berberi

[foto di Sebastian Scheiner / Ap – Per sapere la copertura di Street View nel mondo cliccare qui]

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attualità

E il database dell’Olocausto riunisce due cugini

Vivevano a un’ora di macchina di distanza. Dopo decenni di persecuzioni, campi di concentramento, espulsioni di massa, torture, viaggi attraverso l’Europa, avevano deciso di trascorrere i loro ultimi anni di vita in Israele. Lei, Liora Tamir, 65 anni, aveva preso una casa a Tel Aviv. Lui, Aryeh Shikler, 73, ad Haifa. (continua…)

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attualità

Lo Yad Vashem carica su YouTube tutti i video del processo ad Eichmann

Dimagrito, con le mani che gli tremano e lo sguardo senza più un barlume, l’uomo assiste al processo del secolo con un distacco alieno. Non un processo qualsiasi, quello. Ma il suo. E lui non è un imputato qualsiasi. È Adolf Eichmann, l’ingegnere, l’architetto dello sterminio degli ebrei durante il Nazionalsocialismo.

Dopo mesi di lavoro, il museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme ha reso pubblici tutti i nastri, tutte le registrazioni del processo Eichmann che si è svolto mezzo secolo fa in Israele. Duecento ore di filmato in bianco e nero sono ora disponibili su YouTube. Con i suoi primi piani che rimarranno nella Storia e un uomo che, pur colpevole per l’eccidio di sei milioni di ebrei, ha comunque tormentato le coscienze d’Israele sulla condanna da infliggergli.

«Questi filmati danno la possibilità alle nuove generazioni di vedere uno dei momenti più significativi della Storia dell’umanità», ha detto un portavoce dello Yad Vashem. E ha ricordato che questa operazione – costosa, ma anche importantissima – si inserisce in un progetto più ampio di conservazione digitale (quindi eterna) di tutto quello che è stato e ha rappresentato l’Olocausto.

Basti ricordare la pubblicazione di tutti i nomi e di tutte le foto delle vittime della Shoah e del canale video in farsi – sempre su YouTube – per spiegare agl’iraniani cos’è stato lo sterminio di massa. Per non parlare della pubblicazione, da parte dell’Archivio di Stato, di tutti i documenti cartacei scritti prima, durante e dopo il processo al gerarca nazista.

© Leonard Berberi


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Israele, arrivano i minatori cileni. Per loro feste, visite e l’incontro con Simon Peres

Dagl’inferi alla Terra Santa. Quattro mesi dopo, eccoli qui Josè Enriques e i suoi amici, i minatori cileni diventati famosi in tutto il mondo. Scendono da un volo “El Al” allo scalo internazionale “Ben Gurion” di Tel Aviv. Accolti da un clima più che primaverile salutano, fanno fotografie e filmini. Sorridono. Abbracciano il ministro del Turismo, Stas Misezhnkov, l’ambasciatore del Cile, Joaquin Montes, e l’amministratore delegato della compagnia aerea, Eliezer Shkedi.

Della comitiva intrappolata in fondo a una miniera cilena, ne sono arrivati trentuno su trentatré. E tutti con le proprie famiglie. Per una settimana gireranno Israele quasi fossero delle star o delle personalità politiche mondiali. Visiteranno i luoghi sacri (dell’Ebraismo), lo Yad Vashem e anche il presidente Simon Peres (ora in Spagna).

Perché proprio in Israele?, hanno chiesto i cronisti. «Questa è la culla delle religioni», hanno risposto i minatori. «Siamo qui per ringraziare Dio per averci salvati e per entrare in contatto con Gesù». E magari per farsi una vacanza gratis. Visto che, alla fine, le spese saranno sostenute – in tandem – dalla compagnia aerea e dal ministero del Turismo.

L.B.

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attualità

Shoah, lo Yad Vashem mette in rete le prime 130mila fotografie delle vittime dello sterminio

Yoss Horowicz in una foto del 1931 (Yad Vashem)

Yoss Horowicz è un ragazzo magrolino. Polacco di religione ebraica, il 10 ottobre del 1931 si fa fotografare in uno studio insieme alla sua uniforme militare. Ha lo sguardo di chi si aspetta tanto dal futuro. Poi l’umanità per qualche anno sparisce dalla faccia della Terra. E Yoss, insieme ai famigliari, prima verrà trasferito al ghetto di Lodz, il secondo più grande della Polonia (dopo quello di Varsavia). Poi morirà, trascorsi pochi mesi, sempre in Polonia, a due passi da casa sua, a Chelmno, in uno dei tanti campi di concentramento.

La storia di Yoss Horowicz ce la raccontano i documenti ufficiali compilati dal Museo Yad Vashem di Gerusalemme (qui potete cercare i nomi di quasi tutte le vittime). E ora, dopo anni di studi, ricerche e scoperte, quel ragazzo ha anche un volto. Grazie alla collaborazione con Google, su Internet sono state pubblicate le prime 130mila fotografie degli ebrei sterminati poi nei campi di concentramento nazisti (qui l’archivio fotografico).

Sono istantanee di vita normale, di giornate trascorse in compagnia, di passeggiate in campagna, di cerimonie ufficiali come le nozze o le feste religiose ebraiche. Immagini che ci restituiscono anche l’atmosfera dell’epoca. I costumi, gli usi, gli sguardi e gli stili di vita.

Poi venne il buio della ragione. Con i suoi Auschwitz e Birkenau, la sua “Soluzione finale” e i suoi sei milioni di ebrei uccisi con armi da fuoco, con il gas o lasciati morire di fame e di malattia. Le foto degli innocenti ammucchiati uno sopra l’altro sono patrimonio dell’identità di ognuno di noi. Ma lo Yad Vashem mostra anche altro di quei campi dell’orrore. Mostra i momenti di lavoro, mostra le foto-segnaletiche. E anche la performance di un’orchestra. Tutta composta di ebrei, tutti con l’abbigliamento a righe e con un direttore che, bacchetta in mano, cerca di rendere normale un luogo che di normale non ha proprio nulla. Nemmeno il respiro degli esseri umani.

© Leonard Berberi

L'orchestra ebraica del campo di concentramento di Auschwitz

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