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Bibi e Obama, così i due alleati si spiavano a vicenda

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) con il presidente americano Barack Obama nell’ncontro alla Casa Bianca, a Washington, il 9 novembre 2015 (foto di Haim Zach / Gpo)

In pubblico le strette di mano, qualche sorriso e più di uno screzio. In privato si spiavano a vicenda con un’intensità inaudita. Il primo registrando le conversazioni tra il premier con i suoi alti ufficiali, con i deputati del Congresso Usa e i leader dei più influenti gruppi ebraici americani nel tentativo di bloccare qualsiasi piano di sabotaggio. Il secondo facendo inseguire dai suoi 007 membri della Casa Bianca spediti in giro per il mondo a riannodare i fili della diplomazia con l’Iran e quindi spifferando tutto alla stampa internazionale.

C’è un nuovo imbarazzo diplomatico sull’asse Washington-Gerusalemme: il Wall Street Journal, citando attuali ed ex funzionari statunitensi, scrive che la National Security Agency ha intercettato per molto tempo Benjamin Netanyahu [link a pagamento], primo ministro d’Israele, nel tentativo di contrastare la campagna del leader mediorientale contro eventuali strette di mano con Teheran. Un timore, quello di Obama, fondato. Perché – come le intercettazioni dell’Nsa hanno poi confermato – diverse spie israeliane hanno in effetti registrato materiale importante, l’hanno consegnato a Gerusalemme che a sua volta l’ha fatto filtrare attraverso i giornali locali.

È a questo punto che la Nsa è entrata in gioco permettendo all’amministrazione Usa di infiltrarsi nei tentativi israeliani di spingere la maggioranza del Congresso americano a votare contro l’accordo sul nucleare della Repubblica islamica. Tra gli esponenti più attivi, in chiave anti-Obama e anti-Iran, il Wsj riporta il nome di Ron Dremer, ambasciatore d’Israele negli Stati Uniti. Il tutto dopo gennaio 2014, quando dopo lo scandalo Datagate – seguito alle rivelazioni di Edward Snowden – Obama promise che avrebbe interrotto qualsiasi atto di spionaggio nei confronti dei leader stranieri.

Cosa che effettivamente sarebbe successa – secondo il quotidiano americano – tranne che nei confronti di Netanyahu sul quale il capo della Casa Bianca avrebbe chiesto di «pedinarlo» nel timore che potesse nuocere alle trattative con Teheran.

© Leonard Berberi

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“Eretz Nehederet”, torna in tv lo show che non risparmia nessun politico israeliano

Il cast, al completo, di "Eretz Nehederet", lo show satirico israeliano di Canale 2 (foto via Facebook)

Il cast, al completo, di “Eretz Nehederet”, lo show satirico israeliano di Canale 2 (foto via Facebook)

Nel 2013, di fronte a una platea di giovani israeliani, il presidente americano Barack Obama all’improvviso smise di parlare. Dopo un attimo di silenzio disse: «Non c’è nulla di vero. Tra me e il premier Netanyahu in realtà va tutto bene. Volevamo soltanto offrire nuovo materiale agli autori di “Eretz Nehederet”».

Risate in sala. La consacrazione – definitiva – di uno show tv satirico in onda su Canale 2 che pochi giorni fa ha riaperto i battenti per la dodicesima edizione. E che nella sua prima puntata ha tenuto incollato 1,1 milioni di telespettatori e circa il 30% di share complessivo. In grado, senza tanti giri di parole, di spostare decine di migliaia di voti. Pure senza volerlo. Perché l’obiettivo è di prendere in giro tutti, non risparmiare nessuno, nemmeno la religione.

Il finto Benjamin Netanyahu mentre "marcia" con i volti dei leader europei, ricordando quella di Parigi dopo gli attacchi terroristici (fermo immagine da Canale 2 / Keshet)

Il finto Benjamin Netanyahu mentre “marcia” con i volti dei leader europei, ricordando quella di Parigi dopo gli attacchi terroristici (fermo immagine da Canale 2 / Keshet)

Una partenza col «botto» quella di «Eretz Nehederet», che in ebraico vuol dire «Un Paese meraviglioso». Protagonista, in passato, di leggendarie prese per i fondelli pure di certi nostri politici, a partire dall’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Una tappa, l’ultima, che ufficializza anche la campagna elettorale verso il voto del 17 marzo. Perché, sostengono molti israeliani, non c’è corsa politica senza la «benedizione», a modo suo, degli attori di «Eretz Nehederet».

Nel primo lunedì – giorno in cui va in onda – tutti i candidati leader sono stati inseriti nella saga di «Guerre Stellari». Allora ecco il finto Benjamin Netanyahu recitare la parte dell’imperatore del Male. Ecco Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri, nei panni di Darth Vader. E più in là l’accoppiata Isaac Herzog – Tzipi Livni (insieme nel blocco di centro-sinistra) impersonare, rispettivamente, Luke Skywalker e la principessa Leila. Con Herzog-Skywalker, preso in giro per la sua voce nasale, dipinto come una sorta di sfigato. Nulla a che fare con Netanyahu che, nella trasmissione, ricorda più in un ganassa.

Yair Lapid, Isaac Herzog e Tzipi Livni presi in giro durante la prima puntata di quest'anno della nuova stagione di "Eretz Nehederet" (fermo immagine da Canale 2 / Keshet)

Yair Lapid, Isaac Herzog e Tzipi Livni presi in giro durante la prima puntata di quest’anno della nuova stagione di “Eretz Nehederet” (fermo immagine da Canale 2 / Keshet)

C’è pure spazio per Yoda, che è rappresentato dal finto Shimon Peres, l’ex presidente d’Israele, 91 anni compiuti e uno dei volti del Paese. Ma quando gli altri protagonisti chiedono a Peres come vincere un’elezione lui sparisce: pur avendo fatto diverse volte il primo ministro, l’ex capo dello Stato non ha mai vinto un’elezione.

«Le guerre e le elezioni sono il carburante di uno spettacolo come questo: quello che non è un bene per il Paese lo è per “Eretz Nehederet”», dice all’Associated Press Roy Bar-Natan, attore comico che recita la parte di Isaac Herzog. «Lo show mette in evidenza due tipi di sentimenti: l’alienazione e il cinismo nei confronti della classe politica israeliana», aggiunge Meital Balmas-Cohen, docente alla Hebrew University che sulla trasmissione nel 2012 ha scritto uno studio.

«Noi cerchiamo di fare il nostro lavoro, in realtà: quello che poi la gente pensa quando ci vede è affare loro», spiega all’agenzia Reuters Muli Segev, produttore dello spettacolo. «Non lasciamo nessuno fuori dalle nostre prese in giro», precisa in seguito all’Ap. «Ma è ovvio che ci concentriamo soprattutto sui più potenti».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a destra) con il suo clone Mariano Idelman durante la trasmissione (foto da Facebook)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a destra) con il suo clone Mariano Idelman durante la trasmissione (foto da Facebook)

Per questo il primo ministro uscente, Benjamin Netanyahu, è l’obiettivo numero uno. Anche dopo il 16 aprile 2013, quando negli studi si presentò lui stesso, in persona, a prendersi in giro di fronte alle telecamere e a fare da spalla a Mariano Idelman, il comico che veste proprio i panni del premier. Altro «protagonista» delle battute è Avigdor Lieberman. Non solo per le sue origini russe, ma anche il suo atteggiamento da buttafuori delle discoteche (quale è stato, davvero, anni fa).

Ebrei ultaortodossi con le divise militari. Arabi oggetto di razzismo. Olocausto. Aggressioni sessuali. Attacchi terroristici. «Eretz Nehederet» non ha pudore. Non ha tabù. E poco si spaventa di chi guida il Paese. Tanto che, mentre Moshe Katsav – ex capo dello Stato – era sotto processo per violenza sessuale in trasmissione non si sono fatti scrupoli e l’hanno raffigurato mentre palpeggia le signorine. Stesso «trattamento» per Ehud Olmert, l’ex primo ministro, condannato per corruzione. Nella nuova stagione compare – quello vero – nella «wall of fame» di una fantomatica Scuola di governo e corruzione.

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“Netanyahu è un cagasotto” Scoppia la crisi Usa-Israele

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama alla Casa Bianca, durante l'ultima visita ufficiale di Netanyahu a Washington, lo scorso 1° ottobre (foto di Pablo Martinez Monsivais/Ap)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama alla Casa Bianca, durante l’ultima visita ufficiale di Netanyahu a Washington, lo scorso 1° ottobre (foto di Pablo Martinez Monsivais/Ap)

L’irritazione non l’hanno mai nascosta. Così come la diffidenza. E quel giudizio – nemmeno tanto lusinghiero – sulla sua effettiva capacità di guidare il Paese verso scelte difficili, ma radicali e importanti per il futuro dell’area. Però mai si erano spinti – almeno nei colloqui con i cronisti – a tanto. A dargli del «chickenshit», del cagasotto. A lui, un premier d’Israele. E invece è successo. Almeno a dare credito a un esplosivo pezzo di Jeffrey Goldberg pubblicato sul sito The Atlantic. E questo avvia ufficialmente le pratiche di divorzio tra Benjamin Netanyahu e Barack Obama.

«Netanyahu è un cagasotto», dice a Goldberg un alto funzionario della Casa Bianca. E sottolinea come ormai il leader israeliano sia arrivato a un «desiderio, al limite del patologico, di preservare la carriera». «La notizia buona è che Netanyahu ha paura delle guerre» e per questo – nonostante le tante minacce – non ha mai lanciato un missile contro l’Iran per fermare il programma nucleare.

E però, le cose positive – secondo il funzionario americano – finiscono qui. Prendiamo, per esempio, la questione israelo-palestinese. «Netanyahu non vuole fare nulla per arrivare a un accordo con i palestinesi o con gli Stati arabi sunniti. L’unica cosa che gli interessa è non essere sconfitto alle elezioni politiche». «Lui non è Yitzhak Rabin – continua l’esponente della Casa Bianca – non è Ariel Sharon e di certo non è Menachem Begin. Lui, Netanyahu, non ha le palle».

Il filmato dell’ultimo incontro pubblico, il 1° ottobre scorso

Se c’era bisogno di qualcosa per sancire l’inizio delle ostilità tra Netanyahu e Obama questa cosa è arrivata. E proprio poche ore dopo l’annuncio del premier israeliano della costruzione di mille nuovi alloggi nei quartieri ebraici di Gerusalemme Est, zona a maggioranza araba.

«Ma quella nell’articolo dell’Atlantic non è la visione dell’amministrazione Usa», spiega a The Hill Alistair Baskey, portavoce del Consiglio nazionale per la sicurezza americana. «Il primo ministro Netanyahu e il presidente hanno costruito una collaborazione effettiva, si sentono spesso e si consultano continuamente», getta acqua sul fuoco Baskey. «Il segretario di Stato John Kerry dirà personalmente a Netanyahu che quei commenti non riflettono la linea della Casa Bianca», aggiunge Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato. «M’insultino pure – ha replicato Netanyahu – a me interessa soltanto salvaguardare questo Paese».

Il dispiegamento statunitense invece di calmare la situazione l’ha ingarbugliata ancora di più. Soprattutto perché – come fanno notare molti giornalisti israeliani – tra amministrazione americana e governo israeliano sono anni che scorre solo veleno, che si registrano sgambetti e scortesie. Per non dire di peggio. E gli episodi non mancano.

Il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dentro l'Ufficio ovale della Casa Bianca (foto di Pete Souza/White House)

Il presidente Usa Barack Obama e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dentro l’Ufficio ovale della Casa Bianca (foto di Pete Souza/White House)

È il marzo 2010. Netanyahu è alla Casa Bianca con i suoi consiglieri più stretti. Da tempo stanno cercando di mettersi d’accordo con Obama sugli insediamenti. Il presidente americano cerca di strappare un congelamento alle nuove costruzioni. Netanyahu prende tempo. «Beh, sentite, vado nell’ala residenziale a cenare con Michelle e le figlie», dice a un certo punto – stizzito – Obama. «Sono ancora in giro, fammi sapere se ci sono novità». Obama se ne va. Pochi secondi dopo pure gli ospiti.

A maggio dello stesso anno, dopo aver scattato insieme le foto da mandare alla stampa dei due capi dentro la Casa Bianca, Netanyahu prima saluta, poi torna energico da Obama e lo rimprovera in malo modo per aver insistito a far accettare al governo israeliano non solo i confini del 1967 tra Stato ebraico e Cisgiordania, ma anche lo scambio di territori.

Pochi mesi dopo, nel novembre 2011, arriva il fuori onda al G20 di Cannes, in Francia, tra l’allora presidente Sarkozy e Obama. «Netanyahu è un bugiardo», dice Sarkozy pensando il microfono sia spento. «Ti sei stufato di lui? Pensa io che ho a che farci ogni giorno», replica Obama.

«Sai che c’è? Spero che John Kerry riesca a vincere ‘sto cavolo di Premio Nobel e ci lasci un po’ in pace», confessa il ministro israeliano della Difesa, Moshe Ya’alon, a un giornalista del quotidiano più venduto dello Stato ebraico, Yedioth Ahronoth, chiedendo di non trascrivere questa frase nell’intervista. Cosa che puntualmente è comparsa sul giornale. Era il gennaio 2014. Da lì il vuoto tra Usa e Israele – almeno a livello politico – s’è allargato ogni giorno di più.

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Il “giallo” della lite al telefono tra Obama e Netanyahu

Un fermo immagine del servizio di Canale 1, la tv di Stato israeliana, in cui vengono raccontati i dettagli di una telefonata tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu che però viene smentita da Washington e Gerusalemme (foto Canale 1)

Un fermo immagine del servizio di Canale 1, la tv di Stato israeliana, in cui vengono raccontati i dettagli di una telefonata tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu che però viene smentita da Washington e Gerusalemme (foto Canale 1)

Ci mancava soltanto il «giallo» della telefonata. E di una conversazione – vera, presunta, falsa – tra il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu dove il primo quasi intimerebbe al secondo di fermare qualsiasi ostilità, «soprattutto i raid aerei». E il secondo chiederebbe al primo chi garantisce per la sicurezza d’Israele. Quasi a confermare una distanza che da mesi va allargandosi tra i due Paesi, un tempo amici e ora quasi un fastidio l’uno per l’altro.

Il fatto è che lui, Oren Nahari, un veterano del giornalismo israeliano e firma di punta di Canale 1, la tv di Stato israeliana, conferma tutto: quella telefonata c’è stata. Quel quasi battibecco pure. «La trascrizione della conversazione mi è stata fornita da un alto funzionario statunitense». Mentre loro, gli uffici di Obama e Netanyahu smentiscono tutto. Definiscono il resoconto «completamente avulso dalla realtà». E stigmatizzano «qualsiasi pubblicazione di dettagli di un colloquio privato».

Il colloquio, secondo Nahari, sarebbe avvenuto il 27 luglio, domenica scorsa. Sarebbe durato circa 35 minuti – e ve n’è traccia anche nei comunicati ufficiali della Casa Bianca. Ma quello che il sito non fornisce sono le frasi, parola per parola. Esattamente quello che di cui sarebbe entrato in possesso il giornalista di Canale 1.

«Dopo i ringraziamenti di rito – racconta Nahari in diretta tv (sopra il servizio video) – la conversazione è diventata improvvisamente tesa e drammatica quando s’è iniziato a parlare degli sforzi per arrivare al cessate il fuoco e per far terminare l’operazione militare israeliana “Margine protettivo”». «Il presidente americano è stato scortese, rigido nelle sue posizioni e per nulla disposto ad ascoltare le rimostranze di Netanyahu. In alcuni momenti l’alto funzionario americano ha definito Obama “ostile”. Ecco una parte della presunta telefonata:

Obama: «Esigo che Israele accetti immediatamente il cessate il fuoco unilaterale e ponga termine a tutti gli attacchi, soprattutto a quelli aerei»

Netanyahu: «E cosa avrà in cambio Israele?»

Obama: «Credo che Hamas smetterà di sparare razzi: la calma in cambio della calma»

Netanyahu: «Ma Hamas ha violato tutte e cinque le tregue precedenti. Si tratta di un’organizzazione terroristica che ha come obiettivo la distruzione d’Israele»

Obama: «Ripeto: mi aspetto che Israele cessi in modo unilaterale tutte le operazioni militari. Le immagini della distruzione di Gaza allontanano il mondo dalle ragioni d’Israele»

Netanyahu: «Presidente, il piano del suo segretario John Kerry per un cessate il fuoco (piano che Israele ha respinto all’unanimità venerdì scorso, nda) era irrealistico e dava ad Hamas un vantaggio militare e politico non indifferente»

Obama: «Entro una settimana dalla fine delle operazioni militari d’Israele, Qatar e Turchia avvieranno i negoziati con Hamas sulla base dell’accordo del 2012 per il cessate il fuoco, compreso l’impegno del suo Paese a togliere l’assedio su Gaza»

Netanyahu: «Ma Turchia e Qatar sono i più grandi sostenitori di Hamas! Non possono essere considerati degli interlocutori obiettivi»

Obama: «Io mi fido di Turchia e Qatar. Israele non è nella posizione di scegliere i mediatori»

Netanyahu: «Così lascerete Hamas libero di lanciare ancora razzi e di usare i tunnel per altri attacchi terroristici contro Israele…»

Obama: «La palla ora è nel campo d’Israele. Dovete far finire tutte le operazioni militari».

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Insediamenti, in un anno le nuove costruzioni sono aumentate del 123,7%

Nuove costruzioni nell'insediamento di Har Homa (foto di Debbie Hill/Upi)

Nuove costruzioni nell’insediamento di Har Homa (foto di Debbie Hill/Upi)

Alla fine succede che, forse, avevano ragione i palestinesi. Per mesi sono andati avanti lamentandosi. Urlando. Bussando alla Casa Bianca. E denunciando. «Ma quale congelamento, i coloni in Cisgiordania costruiscono che è una meraviglia».

E loro, gl’israeliani, a smentire. A dire che no, non era vero nulla. Poi arriva l’Ufficio centrale israeliano di statistica. E smentisce le sue stesse autorità. Perché mentre il premier israeliano si preparava a incontrare a Washington il presidente statunitense Barack Obama, da Gerusalemme sfornavano un dossier niente male per le sorti dei negoziati di pace con i palestinesi.

Ecco, dice quel dossier, che nel 2013 le nuove abitazioni tirate su dai coloni sono aumentate – in un solo anno – del 123,7 per cento. Se nel 2012 erano 1.133, l’anno passato era stata toccata quota 2.534. Il tutto in un contesto, la Cisgiordania, dove ora vivono 350 mila persone con passaporto israeliano, pari al 4,4 per cento della popolazione totale dello Stato ebraico. Per fare un confronto: nello stesso periodo di riferimento le nuove abitazioni nella zona di Tel Aviv sono crollate del 19 per cento.

La cosa, a dire il vero, a Washington la sapevano già. Tanto che proprio il presidente Obama ha detto al giornalista di Bloomberg Jeffrey Goldberg che «negli ultimi due anni abbiamo assistito a una politica edilizia israeliana nella West Bank così aggressiva come non si vedeva da tempo».

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Obama a Netanyahu: pace ora o per Israele si mette male

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) e il presidente statunitense Barack Obama durante l'ultima visita alla Casa Bianca (foto di Jim Watson/Afp/Getty Images)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) e il presidente statunitense Barack Obama durante l’ultima visita alla Casa Bianca (foto di Jim Watson/Afp/Getty Images)

«Sia chiara una cosa: il tempo per voi sta scadendo. Se non vi decidete a firmare la pace con i palestinesi Israele avrà davanti un futuro cupo fatto di isolamento internazionale e minacce alla vostra democrazia a maggioranza ebraica».

La diplomazia, questa sconosciuta. Indaffarato a risolvere la «grana» ucraina, impegnato sul fronte interno a dare ulteriore impulso all’economia, il presidente statunitense Barack Obama ha deciso di affrontare a muso duro il premier israeliano Benjamin Netanyahu che oggi – lunedì 3 marzo – andrà a fargli visita alla Casa Bianca.

Il retroscena, con tanto di frasi, è stato raccontato da Jeffrey Goldberg, giornalista di Bloomberg, che ha intervistato Obama alla vigilia del vertice tra i due leader. Leader che non si sono mai amati. E che, anzi, negli ultimi mesi si tollerano a malapena. Ma ora il presidente statunitense ha deciso la linea della chiarezza.

L’inquilino della Casa Bianca è convinto che l’unico a poter dare un impulso a un processo di Pace in stallo nelle ultime settimane sia proprio Netanyahu. «Sei l’unico israeliano che ha la forza e la credibilità politica per guidare il popolo lontano dal precipizio», gli dirà Obama, secondo la versione di Goldberg. E per convincerlo pare che ricorrerà alla famosa frase del rabbino Hillel: «Se non ora, quando? E se non lei, signor primo ministro, chi?».

Centrale nucleare in Iran

Centrale nucleare in Iran

In realtà l’incontro non sarà così «unilaterale». Da Gerusalemme i bene informati spiegano che Netanyahu si presenterà al 1600 di Pennsylvania Avenue con un dossier voluminoso sugli «errori» dell’amministrazione Usa fatti negli ultimi mesi. Uno su tutti: sedersi al tavolo con l’Iran e cercare un accordo per fermare una politica nucleare «che Teheran – ne sono convinti nello Stato ebraico – non ha nessuna intenzione di abbandonare». Allo stesso tempo però, secondo l’analista della Cbs Dan Raviv, Obama chiederà a Netanyahu di smetterla con gli omicidi mirati, in territorio iraniano, degli scienziati del programma nucleare del regime islamico. Omicidi che Israele non ha mai né confermato, né smentito.

Insomma, sarà un faccia a faccia molto delicato. E salendo sull’aereo Netanyahu non ha nascosto quella che sarà la posizione di partenza dello Stato ebraico: «Negli ultimi anni Israele è stato sottoposto a diverse pressioni – ha detto ai cronisti –. Le abbiamo respinte, questo è quello che è stato e quello che sarà».

Se sulla Siria l’asse Washington-Gerusalemme ha funzionato, se la Casa Bianca ha assecondato Netanyahu e non è intervenuta militarmente contro il regime di Assad, ora Obama vuole presentare il conto al primo ministro israeliano. E chiarirgli una cosa: «Se tu, Netanyahu, non credi che un accordo di pace con i palestinesi sia la cosa giusta da fare per Israele, allora devi presentarmi un approccio alternativo». Approccio che, per ora, né a Washington, né a Gerusalemme hanno ancora individuato. E, forse, non c’è.

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“C’eravamo tanto amati”. Israele e Usa mai stati così lontani

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Mai stati così lontani. Mai stati così l’uno contro l’altro. E se non è rottura poco ci manca. Perché per chiudere una «relazione» durata decenni servono giorni, settimane. Forse mesi. Ma ormai è ufficiale: finché a Washington ci sarà Barack Obama Israele non intende fare nulla di più di quel che richiede il protocollo della diplomazia tra due Paesi che hanno semplici contatti. Tanto che, dice un diplomatico israeliano a Falafel Cafè, «in Medio Oriente siamo al liberi tutti: ognuno può fare quello che vuole».

A Gerusalemme sono furiosi. L’incontro a sorpresa previsto venerdì pomeriggio, 8 novembre, tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, secondo molti porterà alla firma della prima parte dell’accordo sul nucleare di Teheran. Il che si traduce in un alleggerimento delle sanzioni nei confronti del regime islamico. E quindi in una maggiore facilità nel portare dentro il Paese materiale potenzialmente pericoloso. Una mossa – peraltro non annunciata nemmeno agli esponenti dello Stato ebraico – che viene vista come la «pietra tombale» dei rapporti sull’asse Washington-Gerusalemme.

Sull’Iran la posizione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è da sempre quella: niente alleggerimento, andare avanti con le sanzioni, cercare di bloccare – con le buone o con le cattive – i progressi nucleari di Teheran. Chiusura totale, insomma. Del resto come potrebbe essere altrimenti, ha sempre detto Netanyahu a Obama, «con uno Stato che non solo ci vede come dei nemici, ma che progetta ed esalta la nostra distruzione? Fai attenzione perché stai facendo un errore storico».

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Nulla da fare. Il presidente americano, nel pieno ormai della seconda fase della sua dottrina, non intende retrocedere. Obama pensa che gli Usa ormai abbiano fatto la loro parte: basta quindi prendersi in carico i problemi del mondo, stop agli interventi – armati e umanitari – in aree di guerra. Washington guarda all’Estremo Oriente. Quello Medio sembra non rientrare più tra le aree strategiche.

A Gerusalemme se ne sono accorti. Hanno provato per un po’ a far cambiare idea all’amministrazione americana. Si sono anche seduti al tavolo con la controparte palestinese, dallo scorso luglio, per riprendere i negoziati di Pace e per risolvere – una volta per tutte – il conflitto che dura da decenni. Ma nulla da fare. Così il governo dello Stato ebraico, dopo una lunga consultazione con i vertici dell’Intelligence, ha preso atto che i tempi sono cambiati.

Il ragionamento che va per la maggiore tra i ministri dell’esecutivo Netanyahu è questo: gli Usa hanno ormai abbandonato il campo mediorientale. Israele è da solo. Da un lato è meno protetta, ma dall’altro ha mani libere sull’area. «Mani libere» che la sera del 30 ottobre hanno portato l’esercito a lanciare razzi contro un deposito militare di Latakia, in Siria. Il primo attacco da luglio. Il primo dopo la decisione di Assad di smaltire le armi chimiche.

Subito dopo – spiegano da Gerusalemme – è stato spiegato all’amministrazione americana quel che era appena successo in territorio siriano. Una notizia che non è per nulla piaciuta a Obama, da settimane impegnato a evitare a tutti i costi l’intervento armato contro Assad. Anche a costo di fare giravolte diplomatiche che non sono per nulla piaciute ad alcuni paesi arabi (vedi alla voce Arabia Saudita).

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d'Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d’Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Di qui la decisione di «rispondere» a questo gesto spifferando il tutto alla Cnn. Il gioco, per gli americani, è stato facile: è bastato un alto funzionario della Casa Bianca. La notizia s’è diffusa in tutto il mondo. E a Gerusalemme è stato una lunga serie di «sono scandalosi», «non ci si comporta così», «Obama a che gioco sta giocando?». «Gli Usa hanno fatto una cosa incredibile, impensabile», hanno raccontato esponenti del governo israeliano alla tv Canale 10. Mentre altri ancora hanno puntato direttamente il dito: «L’indiscrezione del nostro attacco è venuta direttamente dalla Casa Bianca», hanno raccontato altri a Canale 2.

E veniamo a queste ore. Con un’accelerazione improvvisa del tavolo sul nucleare e la rabbia d’Israele. Tanto che a Gerusalemme stanno pensando a come «rispondere» all’atteggiamento americano. I falchi del governo premono per far saltare i colloqui di Pace con i palestinesi. I vertici della sicurezza nazionale, invece, stanno convincendo il primo ministro a dare l’ok alla rivelazione – in via indiretta – di materiale top secret che potrebbe mettere gli americani in una posizione ancora più imbarazzante di quanto non siano già a causa dello scandalo Nsagate.

Un tempo amanti. Poi diventati marito e moglie. Ora in piena causa di separazione. E chissà quando, e se, arriverà il divorzio. Di certo non mancheranno i colpi bassi sia da Washington che da Gerusalemme. Per la gioia di Hezbollah. Di Assad. Dell’ayatollah Khamenei. E, ovviamente, di Putin.

© Leonard Berberi

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