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Le parole del segretario di Stato Usa e quelle speranze sui colloqui tra israeliani e palestinesi

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il sereno quando meno te l’aspetti. La luce che si accende quando ce n’è più bisogno. È presto per esultare. È ancora prematuro parlare di pace definitiva. Ma John Kerry, il segretario di Stato Usa e “arbitro” dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ieri ha detto poche parole, ma accolte con un sospiro di sollievo. Per non dire di più. Perché, ha rivelato Kerry per la prima volta, «le due parti si sono incontrate già sette volte».

«I negoziati ora stanno cercando di raggiungere un accordo definitivo, non provvisorio, sullo status di entrambe le realtà», ha detto Kerry. «Tutte le questioni sono sul tavolo: i confini, la sicurezza, la sorte dei rifugiati palestinesi, Gerusalemme, lo status finale della Cisgiordania. Siamo tutti d’accordo che i faccia a faccia vanno intensificati e che ora servirà ancora di più la presenza americana per facilitare il confronto».

Poi è andato a un incontro, a porte chiuse, dove erano arrivati i principali donatori dei palestinesi. Non ha detto nulla di più. Non ha risposto alle domande dei cronisti. Non ha spiegato le sue parole. Ma è chiaro che, in uno dei pochi momenti di aggiornamento sui colloqui – messi sotto chiave proprio dagli Usa – sembra che tra Gerusalemme e Ramallah le cose si siano messe proprio bene.

Lo dimostra anche la decisione dello Stato ebraico, ieri nella tarda serata, di alleggerire alcune delle restrizioni imposte sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Alla base proprio i negoziati che proseguono a passo spedito. Soprattutto: senza strappi. «Il nostro governo rilascerà ulteriori 5.000 permessi di lavoro per i palestinesi che vorranno lavorare in Israele», ha detto Yuval Steinitz, ministro delle Relazioni internazionali. Non solo. I punti d’ingresso di Allenby Bridge lavoreranno in fasce orarie più ampie e, soprattutto, «sarà permesso l’import nella Striscia di Gaza di materiali per l’edilizia».

Kerry ha fretta di chiudere. Obama cerca, a tutti i costi, un successo – storico – in Medio Oriente. L’Autorità palestinese aspetta quell’etichetta internazionale di “Stato della Palestina” che intere generazioni hanno immaginato, sognato, cercato, chiesto per anni. Israele chiede di poter svegliarsi, giorno dopo giorno, dovendo affrontare i problemi di un normale Paese, e non quelli di una nazione perennemente in guerra. Le prossime settimane saranno decisive: diranno se vedremo presto la Pace oppure se dovremo raccogliere le macerie – le ennesime – di colloqui avviati, esaltati e poi fatti saltare.

© Leonard Berberi

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Colloqui di pace, la solitudine del negoziatore Livni: “Troppi falchi dietro a Netanyahu”

«E alla pace con i palestinesi chi ci pensa?». La domanda proprio non se l’aspettava Tzipi Livni. Stava girando le bancarelle di Shuk Ha’Carmel, il mercato alimentare più grande di Tel Aviv. Le elezioni del 10 febbraio 2009 erano alle porte e lei, letti i sondaggi, doveva darsi assolutamente da fare per guadagnare ancora qualche voto. «Prima o poi qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di sedersi a un tavolo e parlare con Ramallah», continuò l’uomo. Livni non rispose. Abbozzò un sorriso. Ma non dimenticò.

Quell’anno la pupilla di Ariel Sharon vinse. Ma senza avere la maggioranza di seggi. Così il governo lo formò Benjamin Netanyahu, il secondo arrivato. Lo stesso che ora, nel 2013, le ha affidato il ministero della Giustizia. E soprattutto la nomina a capo della delegazione israeliana per i negoziati diretti con i palestinesi.

Tzipi Livni, 55 anni

Tzipi Livni, 55 anni

«È vero – confidò Livni ai suoi consiglieri politici – qui ci siamo tutti dimenticati della pace con i palestinesi. Prima o poi sarà la questione a travolgerci se non faremo nulla». Passarono i mesi. E anche gli anni. I colloqui di pace continuavano ad essere fermi dal 2008. E anche alle ultime elezioni la questione israelo-palestinese non fu affrontata da nessun partito. Nemmeno dai «comunisti» del partito Meretz.

Poi arrivò la chiamata da Washington. Nelle ultime settimane sono state rispolverate agende e telefoni diretti, consiglieri e diplomatici. Soprattutto: i lunghi incontri che finiscono a tarda sera. L’ultimo, ieri, s’è chiuso poco prima di mezzanotte. Bocche cucite. Nessuna dichiarazione pubblica. Zero strette di mano. Soltanto un tweet, di Mia Bengel, la portavoce di Tzipi Livni. «Il prossimo incontro ci sarà a breve», cinguetta Bengel. Senza dire quando, dove, come, con chi. E soprattutto: senza spiegare su cosa si sta discutendo.

È il nuovo corso della Storia? Lei, Livni, ne è convinta. E da giorni va dicendo ai suoi amici più intimi che sente un’enorme responsabilità sulle spalle. Un peso che vuole scrollarsi di dosso. «Quell’accordo deve essere assolutamente firmato, noi dobbiamo chiudere decenni di violenze e incomprensioni». Il ministro della Giustizia lo sa: se ci riuscisse questo la proietterebbe sicuramente nei libri di Storia di tutto il mondo. Per non parlare della sua carriera politica. Oggi e domani.

Non sarà facile. E questo Livni lo sa. Soprattutto perché nel governo suo, quello guidato da Netanyahu, «è pieno di falchi che non vedono l’ora di far saltare tutto e per questo mi stanno rendendo difficilissimo il lavoro». Parole che il capo dei negoziatori di Gerusalemme ha detto alla Radio israeliana. Ed è stata l’unica «rottura» del protocollo imposto dal segretario di Stato Usa, John Kerry, che ha speso un mese per convincere entrambe le parti non solo a tornare a parlarsi, ma anche a non rivelare nessun dettaglio degli incontri.

«Israele è chiamata a prendere delle decisioni drammatiche», ha continuato a diffondere nell’etere Livni, «perché l’obiettivo finale è quello di porre fine al conflitto con i palestinesi». E quando le hanno chiesto qualche informazione in più sui colloqui di ieri, il ministro della Giustizia non ha detto una parola in più: «più i negoziati stanno lontani dalla luce dei riflettori meglio è per tutti».

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat (il primo da sinistra) insieme al segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro della Giustizia israeliana Tzipi Livni lo scorso luglio a Washington per annunciare la ripresa ufficiale dei colloqui di pace (foto Ap)

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat (il primo da sinistra) insieme al segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro della Giustizia israeliana Tzipi Livni lo scorso luglio a Washington per annunciare la ripresa ufficiale dei colloqui di pace (foto Ap)

Nel 2008 i negoziati fallirono nel giro di poco tempo per due motivi: gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e la richiesta palestinese di avere un proprio Stato. E proprio i coloni sono stati al centro dei preparativi di questi mesi. Ramallah poneva come condizione base per la ripresa dei colloqui il congelamento delle nuove costruzioni israeliane nella West Bank. Diktat respinto da Netanyahu. Fino a quando John Kerry non mise d’accordo le parti su una soluzione più realizzabile nell’immediato: il rilascio di decine di palestinesi detenuti per aver ucciso civili e soldati israeliani in cambio di nuovi giri diplomatici tra Gerusalemme e Ramallah.

Ramallah che, oggi più di prima, è tornata a porre tra i punti principali dell’accordo la creazione dello Stato della Palestina. Richiesta che trova contrario almeno un partito al governo. «Non è un mistero – ha continuato Livni alla radio – che c’è una formazione che non condivide l’idea dell’esistenza di due Stati nell’area». Non ha fatto nomi. Ma il riferimento era a Naftali Bennett, capo del partito “Jewish Home Party”, ministro dell’Economia e alleato con una formazione di coloni.

Bennett non è l’unico a pensarla così. Decine di migliaia d’israeliani non vogliono lasciare pezzi della Cisgiordania e Gerusalemme Est. Soprattutto dopo aver mollato la Striscia di Gaza poi conquistata da Hamas che proprio da lì da anni tormenta lo Stato ebraico con missili e razzi e rapimenti. Cose che Livni sa, conosce, tiene in considerazione. Ma proprio quel «decisioni drammatiche» sembra voler preparare tutti gl’israeliani a quello che potrebbe – forse deve – succedere per stare tranquilli nella propria casa.

Cinquantacinque anni, Tzipora Malka Livni (vero nome di Tzipi) sa come destreggiarsi nella politica e nella diplomazia. Non a caso è stata anche ministro degli Esteri, durante il governo di Ehud Olmert. Seconda donna a ricoprire l’incarico dopo Golda Meir. Ma sa anche che, a differenza di Meir, oltre ai «falchi» del suo governo, oltre a quegl’israeliani che non vogliono nemmeno sedersi al tavolo con i palestinesi, oltre ai coloni da settimane sul piede di guerra con Gerusalemme, ecco, oltre a tutto questo, lei deve anche affrontare forse l’argomento più delicato di fronte agli ebrei ultraortodossi: l’essere una donna.

«È venuto il momento di prendere delle decisioni drammatiche», ha ripetuto ieri, quasi fosse un mantra. Consapevole, lei e milioni d’israeliani, che questi sono i mesi dell’«ora o mai più».

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“Pronto Recep, sono Bibi: ti chiedo scusa per la Flottilla”. Israele e Turchia fanno pace (grazie a Obama)

L'assalto dei commandos israeliani alla Mavi Marmara, il 31 maggio 2010 (foto Uriel Sinai/Epa)

L’assalto dei commandos israeliani alla Mavi Marmara, il 31 maggio 2010 (foto Uriel Sinai/Epa)

Le scuse. Tre anni dopo. Settimana più, settimana meno. Eppoi, certo, anche la promessa – congiunta – di ritornare amici. Come prima. Forse, più di prima.

In una mossa pianificata da tempo, ma attuata soltanto ora, e mentre in Israele stavano ancora ammirando le parole pronunciate ieri dal presidente Usa, ecco che proprio Obama decide di mettere il premier israeliano all’angolo. E quasi gli intima – raccontano – di prendere la cornetta e parlare con Recep Tayyip Erdogan. Il primo ministro di un Paese – la Turchia – con il quale lo Stato ebraico non ha avuto più rapporti da maggio 2010, da quando i soldati dell’esercito israeliano assaltarono la Mavi Marmara al largo di Gaza e uccisero 9 attivisti con il passaporto di Ankara, tutti filo-palestinesi (video sotto).

«Pronto Recep, sono Bibi. Chiedo scusa, a nome d’Israele, per tutti gli errori che potremmo aver commesso sulla nave e che hanno poi portato alla morte dei civili», gli ha detto il premier di Gerusalemme da un ufficio dell’aeroporto internazionale “Ben Gurion” di Tel Aviv. «Errori dettati dalle circostanze, non era nostra intenzione fare del male. Mi spiace che i rapporti tra i nostri due Paesi si siano così deteriorati da allora». Dall’altra parte del telefono – rivelano – ci sarebbe stato qualche secondo di silenzio. Chissà se più dettato dalla sorpresa o dalle conseguenze di quella chiamata. Poi, lo stesso Erdogan, avrebbe non solo accettato le scuse, ma anche detto sì a un ritorno ai rapporti di prima. A partire, dalle prossime settimane, dall’invio dei rispettivi ambasciatori. E dalla chiusura dell’inchiesta contro i soldati dell’Idf responsabili dell’assalto.

Bibi e Recep. Simili più di quanto si pensi. Tenaci e orgogliosi più di quel che fanno vedere. Era dal 2009 che i due non si parlavano. Anche se, per molti, il loro rapporto potrebbe essere l’unica chiave di svolta per risolvere molte questioni: l’Iran nuclearizzato, la Siria sull’orlo del collasso, il Libano instabile, la Striscia di Gaza sempre esposta agli estremismi, i colloqui di pace con l’Autorità nazionale palestinese. Sfide quasi impossibili. E questo, il presidente Obama, l’ha detto a entrambi i primi ministri, mentre il suo Air Force One scaldava i motori. Per questo il presidente Usa ha prima telefonato a Erdogan, spiegandogli di non essere da solo. Poi ha passato la cornetta a Netanyahu. Mettendo fine a una tensione che, dal punto di vista di Washington, danneggiava anche gli interessi americani.

La mossa, per quanto diplomaticamente un successo, si porta ora anche un bel po’ di incognite. Che dovranno, prima o poi, essere risolte. Come farà Erdogan a ripetere le sue posizioni degli ultimi tre anni contro Israele? Che rapporti avrà ora con i vertici di Hamas, un tempo sponsorizzati proprio dal primo ministro turco? Grattacapi, però, ce ne sono anche per Netanyahu. A partire dall’alleato più stretto, l’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, leader dell’Israel Beitenu con il quale la formazione di Bibi s’è presentata in ticket. «Le scuse di Netanyahu sono state un errore molto serio, così mette a repentaglio i nostri uomini dell’esercito», ha commentato a caldo Lieberman. Lo stesso Lieberman, fanno notare in molti, che proprio negli ultimi tre anni s’è alienato i rapporti con quasi tutti gli alleati più stretti. Usa e Turchia in primis.

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La radio militare: “Obama in Israele per dire a Netanyahu di non bombardare l’Iran”

Fermi tutti. Prima della guerra è tempo di far la pace con i vicini. Poi, magari, se proprio non si può far nulla, allora si potrà premere il tasto. E lanciare una guerra con quegli altri. Ma ora no. Non è il tempo più adatto per far deflagrare tutto.

«Ma Obama che viene a fare in Israele a marzo?», si sono chiesti in molti nello Stato ebraico. «A dire al premier Netanyahu di non bombardare l’Iran», ha risposto domenica la radio militare israeliana, fonte inesauribile di notizie e indiscrezioni, rivelazioni e anticipazioni. Proprio così: a fermare la mano militare di «Bibi». Che, di fronte alla platea delle Nazioni Unite – lo scorso autunno – disse chiaramente che per Israele la linea rossa temporale è la primavera 2013. Questa primavera.

Da settimane – secondo i bene informati – da Gerusalemme chiamano Washington. Da settimane lo staff di Netanyahu preme per una posizione chiara degli Usa su quello che stanno facendo nei laboratori nucleari di Teheran. Posizione che chiara non è. E che, anzi, negli ultimi giorni ha preso una svolta che gl’israeliani hanno definito «drammatica», con quel tentativo di Washington di iniziare addirittura un negoziato con l’Iran. Per far parlare i trattati e gli accordi, non le armi. Per ora da Teheran hanno risposto picche. E mai risposta fu bella proprio per Gerusalemme, da mesi ormai impegnata a cercare il momento per annichilire la minaccia nucleare del regime di Ahmadinejad.

Il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu nel cortile della Casa Bianca, dietro l'ufficio ovale, il 20 maggio 2011 (foto Avi Ohayon  / Government Press Office / Flash90)

Il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu nel cortile della Casa Bianca, dietro l’ufficio ovale, il 20 maggio 2011 (foto Avi Ohayon / Government Press Office / Flash90)

Obama in Israele, dicevamo. Il presidente rieletto non vuole «problemi» nel suo secondo mandato. Anzi. Vorrebbe proprio cercare di meritarsi il Nobel per la pace. «Il presidente americano teme che il primo ministro decida di attaccare Teheran proprio in queste settimane, agli inizi del suo secondo mandato», hanno detto fonti militari alla radio militare israeliana. A preoccupare il leader democratico è anche la nuova composizione del governo: Dan Meridor e Benny Begin, i due principali oppositori all’attacco all’Iran, non sono stati rieletti alle elezioni del 22 gennaio. Netanyahu ora non ha membri dell’esecutivo ostili all’offensiva.

A Gerusalemme, Obama – sempre secondo la radio militare israeliana – offrirà in cambio a Netanyahu l’assicurazione che «gli Usa non permetteranno che l’Iran si doti della bomba nucleare». «Obama ha deciso di presentarsi di persona nello Stato ebraico – ha sottolineato ancora la radio militare israeliana – per dire a Netanyahu, guardandolo negli occhi: “Non attaccare l’Iran. Lascia fare a me, se sarà necessario agiremo contro di loro, anche perché voi non avete la nostra dotazione militare».

In realtà non sarà così facile convincere Netanyahu. Ad allarmare Gerusalemme è anche la notizia – riportata dal Washington Post – che racconta dei tentativi iraniani e del movimento sciita libanese Hezbollah di creare un network di milizie in Siria per proteggere i loro interessi in caso che il regime di Assad perda il potere. Al quotidiano americano l’avrebbero confermato sia funzionari Usa che mediorientali. Si tratterebbe di milizie che ora combattono a fianco del regime contro i ribelli. Il “progetto” iraniano sarebbe quello di avere una forza affidabile a cui fare riferimento nel caso in cui la Siria, con il crollo di Assad, si ritrovi divisa.

Ma non c’è solo questo. Obama in Medio Oriente non atterra soltanto per fermare Israele sul regime degli ayatollah, ma anche per discutere sulla Siria e per riportare al tavolo dei negoziati lo Stato ebraico e l’Autorità nazionale palestinese. Secondo la radio militare israeliana con la mediazione della Giordania, Obama vorrebbe riportare al confronto il premier Netanyahu, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e il monarca di Amman, re Abdullah. «Forse il presidente americano si porterà un po’ troppe questioni fondamentali per l’area», commenta più di un analista. Che ora aspetta di vedere quali argomenti, alla fine del viaggio, saranno davvero affrontati e quali no.

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“Palestinian Airlines” torna a volare (dopo 7 anni)

Uno dei due Fokker della Palestinian Airlines

Certo, la flotta è piccina piccina: 4 aerei (due Fokker, un Boeing 727, un Airbus 320), poche hostess e pochissimi dipendenti. Niente a che vedere con i giganti dei cieli dei fratelli del Golfo Persico. Però. Però è un piccolo passo verso la normalizzazione della vita. E dei viaggi.

Poi, ovvio, c’è quel piccolo particolare di non poco conto: scali, da queste parti, non ce ne sono. E quel che c’era, lo Yasser Arafat International Airport di Gaza City, prima l’han distrutto le bombe degl’israeliani (nel 2001). Poi l’hanno cancellato del tutto gli stessi palestinesi. I quali, senza bitume per asfaltare le strade (materiale bloccato ai varchi proprio dagl’israeliani), han pensato bene di prendersi – pezzo dopo pezzo – l’intera pista di decollo/atterraggio. Vedere per credere. Così, oggi, non restano che le carcasse della hall dell’aeroporto e della torre di controllo. Più qualche rimasuglio di reticolato qua e là.

E comunque. A volte ritornano. Un po’ in sordina, a dire il vero. Ma comunque tornano. E, forse, è un segno di normalità. Perché il giorno dopo il primo decollo, il direttore generale Zeyad Albad ha annunciato che la «Palestinian Airlines» è tornata a volare. Sette anni dopo l’ultimo decollo, nel 2005. Diciassette anni dopo la creazione, fortemente voluta dall’Autorità nazionale palestinese. La base, ora, è in territorio egiziano, nello scalo di Al Arish, aperto proprio dopo la distruzione di quello di Gaza City. La prima destinazione è stata Amman, capitale della Giordania. Esattamente l’ultimo scalo servito prima dello stop. Il tutto grazie a un accordo tra l’Anp e le nuove autorità egiziane.

Quel che resta dell’aeroporto internazionale “Yasser Arafat” di Gaza

Albad ha spiegato che ci saranno due voli andata e ritorno settimanali con Amman per i viaggiatori che transitano per il terminal di frontiera di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, a circa 50 km da Al Arish. «Un decimo della distanza che erano costretti a percorrere per raggiungere gli aeroporti più vicini dell’Egitto», ci ha tenuto a precisare. Certo, non che Al Arish sia messa bene: nel 2011 i passeggeri totali sono stati 5.991, quasi la metà di quelli dell’anno prima.

Il direttore generale ha aggiunto che «avremo presto anche dei voli verso Gedda (Arabia Saudita), e pensiamo anche di allacciare dei contatti con la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti». Per il momento, però, piedi per terra. Il Boeing 727 e l’Airbus 320 restano in deposito. Voleranno soltanto i due Fokker. Velivoli vecchiotti e non sempre sicuri. «Ma abbiamo ancora pochi passeggeri, ci bastano gli aerei più piccoli», spiega Albad. Il realismo, prima di tutto. E le economie di scala. E l’analisi del mercato. Poi, si vedrà. Magari un giorno tutto diventerà più semplice. Più normale. Israele e Hamas, permettendo.

© Leonard Berberi

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Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

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Israele. In breve

Il presidente Shimon Peres visita Gilad Shalit
Il presidente d’Israele è andato lunedì 24 ottobre a Mitzpe Hila, il paesino al confine con il Libano, a salutare Gilad Shalit e i suoi famigliari. «Tu non hai proprio idea di quanto sia entusiasta di vederti qui, a casa tua, vivo e vegeto», sono state le prime parole del capo di Stato ultra-ottantenne al ragazzo di 25 anni. Peres ha cercato anche di incoraggiare il soldato: «Ora tutta la tua vita è davanti. Fatti forza e cerca di fare quello che non sei riuscito a fare negli ultimi anni». In mattinata, Gilad, s’è concesso una lunga corsa in bicicletta. Sorvegliato a distanza dalla polizia per evitare incontri spiacevoli o connazionali troppo entusiasti.

Lieberman: Abu Mazen è un ostacolo per i negoziati
A due giorni dalla ripresa di “colloqui di avvicinamento” fra israeliani e palestinesi, su iniziativa del Quartetto, il ministro degli esteri di Gerusalemme Avigdor Lieberman ha accusato il presidente dell’Anp Abu Mazen di rappresentare un ostacolo per la ripresa di negoziati. «Il vero ostacolo è lui», ha affermato Lieberman. «Chiunque venga al suo posto, sarà meglio. Ci dicono di continuo che Abu Mazen potrebbe ‘resituire le chiavi dell’Anp’. Allora che lo faccia, noi dobbiamo solo felicitarcene. Noi cerchiamo di mantenere la stabilità, mentre lui impedisce ogni soluzione negoziata fra noi e i palestinesi». Leader del partito di destra radicale Israel Beitenu, Lieberman ha ribadito di opporsi al congelamento dei progetti edili ebraici nei Territori, «e tanto più a Gerusalemme».

Israele-Egitto, intesa per scambio detenuti
Israele ed Egitto hanno raggiunto un accordo per uno scambio di detenuti. Lo rende noto l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu. L’Egitto accetta di liberare il cittadino israelo-americano Ilan Grapel mentre Israele rimetterà in libertà a sua volta 25 cittadini egiziani, fra cui tre minorenni. In un comunicato dell’ufficio di Netanyahu si legge che l’intesa è stata raggiunta grazie anche gli sforzi di mediazione prodigati dagli Stati Uniti, mediante la loro ambasciata al Cairo. Grapel, uno studente universitario di 27 anni, è stato arrestato mesi fa al Cairo dopo che i servizi segreti egiziani lo avevano sospettato di spionaggio. Israele ha sempre negato la fondatezza di tali sospetti. Ma nel clima di apertura creato nei giorni scorsi dallo scambio di prigionieri fra Israele e Hamas (attivamente mediato dall’Egitto) Israele ha accettato di liberare in cambio di Grapel 25 cittadini egiziani, fra cui tre minorenni. La loro identità non è stata rivelata ma a quanto pare si tratta di contrabbandieri.

Gerusalemme dona al Vaticano ulivo vecchio di 400 anni
Il Governo Israeliano e il Keren Kayemeth LeIsrael (Kkl) donano al Vaticano un albero di ulivo antico di 400 anni. La cerimonia di messa a dimora dell’ulivo centenario si terrà mercoledì nel viale degli Ulivi dei giardini vaticani. In occasione della sua ultima visita in Italia, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva promesso allo Stato Vaticano la donazione di un albero antico. Mantenendo così l’impegno, il Presidente Mondiale del KKL Efi Stenzler, ha avviato i preparativi necessari per il trattamento, l’imballaggio ed il trasporto del grande albero al Vaticano. L’ulivo centenario misura 2,20 metri di larghezza e 4 metri di altezza, ed è cresciuto sulle colline di Nazareth nella parte meridionale della Bassa Galilea, luogo sacro a caro alla cristianità.

(a cura di Leonard Berberi)

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