attualità

Quella “grosse koalition” palestinese che sta uccidendo i negoziati con gli israeliani

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Alzi la mano chi, a questo punto, ha capito qualcosa. Alzi la mano chi, sempre a questo punto, sa come andranno le cose. A.A.A. analisti di diplomazia internazionale cercasi. Possibilmente che ragionino fuori dagli schemi. Perché qui, gli schemi, sono saltati tutti. Un po’ come all’ottantesimo di una sfida di calcio. O meglio: di una finale di Champions League dove entrambe le formazioni sono sullo zero a zero. Dove i giocatori vanno dove li portano le gambe e il cuore, non più la testa, non più il capitano e l’allenatore. E con un arbitro che non sa più come contenere il nervosismo in campo ed evitare fallacci da cartellino rosso.

Il fatto è che si fa fatica, a questo punto – che è lo stesso punto di tutti i precedenti colloqui di pace naufragati – ecco, si fa fatica a trovare un senso al pasticciaccio mediorientale. Soprattutto se le notizie sono così contraddittorie da risultare, in alcuni casi, pura fantasia se sentiti, letti e pronunciati soltanto una settimana fa. Proviamo allora a fare una sintesi. Una sintesi per difetto. Ché ormai informazioni vere, analisi presunte, voci fasulle e testimonianze contraffatte stanno finendo tutte in un frullatore e quel che ne uscirà non lo sa nessuno. E, paradossalmente, l’unica cosa sicura è che qualcosa – al nord, al confine tra Israele e Libano – sta succedendo. Perché da alcune ore le due parti non nascondono un po’ di nervosismo.

Da sinistra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l'ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si stringono la mano in occasione dell'ennesimo tentativo di riavviare i colloqui di pace: è il settembre 2010 (foto Moshe Milner/GPO/Flash90)

Da sinistra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si stringono la mano in occasione dell’ennesimo tentativo di riavviare i colloqui di pace: è il settembre 2010 (foto Moshe Milner/GPO/Flash90)

E allora. Questa settimana Fatah – la fazione palestinese «moderata» che ha la maggioranza in Cisgiordania – ha annunciato uno «storico» accordo di riconciliazione con i fratelli-coltelli di Hamas, il blocco «oltranzista» che ha la maggioranza nella Striscia di Gaza. Accordo che prevede un nuovo governo palestinese entro cinque settimane. Elezioni come non se ne organizzano da qualche anno entro sei mesi dalla formazione del nuovo esecutivo. Insomma, una «grosse koalition» in salsa palestinese con, come ciliegina sulla torta, una tornata elettorale «libera e democratica».

Un accordo, quello tra Fatah e Hamas, che arriva dopo centinaia di morti tra le due fazioni, scontri armati senza sosta, condanne a morte di presunte spie del blocco avversario, divieti d’ingresso di esponenti politici opposti, giornali concorrenti vietati e accuse reciproche di far di tutto per danneggiare la causa palestinese. Un accordo, quello tra Fatah e Hamas, che ha sorpreso gli altri due protagonisti di questo triangolo politico: Israele e Usa.

E sono, loro malgrado, protagonisti di questa pacificazione anche lo Stato ebraico e Washington. Perché uno dei tre attori dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi – con la mediazione dell’amministrazione Obama – è Mahmoud Abbas. È il presidente palestinese. Ma è anche il numero uno, di fatto, di Fatah. Fatah che, appunto, questa settimana si è riunita con Hamas. Peccato che Hamas sia considerata dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu un’organizzazione terroristica. E venerdì, rivolgendosi al Paese, Netanyahu ha messo da parte la diplomazia. «Israele non tratta con i terroristi», ha spiegato il premier. Quindi ora nemmeno più con la metà «buona». Risultato: stop ai negoziati. Se ne riparlerà quando la situazione si sarà chiarita. Sempre se ciò avverrà.

Il presidente statunitense Barack Obama alla fine di una conferenza stampa dalla Casa Bianca lo scorso marzo (foto di Yuri Gripas/Afp/Getty Images)

Il presidente statunitense Barack Obama alla fine di una conferenza stampa dalla Casa Bianca lo scorso marzo (foto di Yuri Gripas/Afp/Getty Images)

Che la riunificazione non piaccia a molti lo dimostrano anche le parole di Barack Obama. Il presidente americano, come non capitava da anni, ha pronunciato parole in sintonia con il pensiero di Netanyahu. «Forse è venuto il momento che i negoziati si prendano una pausa», ha detto Obama. «Credo che a questo punto entrambe le parti debbano riflettere e vedere altre alternative», ha spiegato a Seul, in Corea del Sud, durante il suo tour asiatico.

«Il fatto che il presidente Abbas abbia deciso di riappacificarsi con Hamas non aiuta – ha continuato il leader democratico –. Ma questa è soltanto una delle tante scelte fatte da palestinesi e israeliani e che non servono per nulla a risolvere la crisi». Insomma, la colpa, secondo gli americani, è di entrambi. Da una parte hanno chiuso più di un occhio sulle nuove costruzioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Dall’altra hanno alzato troppo la posta in gioco e fatto scelte discutibili. «Ma questo non vuol dire che ci arrendiamo: i colloqui restano sul tavolo e noi stiamo lavorando per arrivare alla pace finale», si sono affrettati a chiarire dal Dipartimento di Stato.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Mashaal al Cairo, in Egitto, dopo un vertice nel febbraio 2012 (foto Amr Nabil/Ap)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Mashaal al Cairo, in Egitto, dopo un vertice nel febbraio 2012 (foto Amr Nabil/Ap)

Poi da Ramallah hanno chiamato il segretario di Stato Usa, John Kerry, il «regista» degli incontri mediorientali. «Il nuovo governo di unità nazionale formato da Fatah e Hamas riconoscerà lo Stato d’Israele, glielo prometto», ha detto una voce autorevole dalla Cisgiordania. Quella voce era di Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese. La stessa voce che, qualche settimana fa, ha tuonato: «Non riconoscerò mai Israele come Stato ebraico».

Il punto è proprio questo: Netanyahu dice che i colloqui non vanno avanti se i palestinesi non riconoscono lo Stato ebraico d’Israele. Abbas dice che riconoscerà lo Stato d’Israele, ma non quello ebraico. Mentre Hamas sostiene da sempre che non riconoscerà proprio lo Stato d’Israele. Di più: a Gaza promettono da anni di ridurre in cenere Tel Aviv.

Sullo sfondo resta la questione economica. Con il nuovo accordo Gerusalemme difficilmente girerà centinaia di milioni di euro ai palestinesi così come previsti dagli accordi fiscali tra le due parti. Il motivo? Sono soldi che andrebbero anche ad Hamas. Così come l’Europa forse avrà più di un imbarazzo a continuare con i fondi comunitari per l’Autorità nazionale palestinese. Anche se ora gl’israeliani, dopo un attimo di sorpresa, ne sono sempre più convinti: l’accordo Fatah-Hamas non durerà.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Negoziati, Israele verso il sì alla bozza di Kerry. Ecco i sei punti del piano di pace coi palestinesi

Il segretario di Stato Usa John Kerry (il secondo da sinistra), nel tavolo con il capo dei negoziatori israeliani Tzipi Livni (di fronte) e il capo della delegazione palestinese Saeb Erekat (foto di Craig Ruttle/Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry (il secondo da sinistra), nel tavolo con il capo dei negoziatori israeliani Tzipi Livni (di fronte) e il capo della delegazione palestinese Saeb Erekat (foto di Craig Ruttle/Ap)

«Noi ci siamo, noi ci stiamo. Diciamo ok, andiamo avanti con la bozza di Kerry. Ma i palestinesi? Sono d’accordo?». Sono ore delicate. A Gerusalemme e a Ramallah. Ma anche a Washington. Perché, a meno di colpi di scena dell’ultimo momento, per la prima volta lo Stato d’Israele dovrebbe dire «sì» al piano del segretario di Stato Usa, John Kerry. A spiegarlo è la tv israeliana Canale 2 e nessuna smentita o precisazione è arrivata dal governo. L’unica incertezza, per il premier Benjamin Netanyahu, è la tenuta della maggioranza. Il ministro dell’Economia e del commercio, Naftali Bennett, da giorni si dice contrario ad alcuni punti della bozza di accordo. E minaccia di lasciare l’esecutivo, portandosi via i parlamentari del suo partito, Jewish Home Party.

Resta ora da capire cosa farà l’Autorità palestinese. Da giorni voci e indiscrezioni convergono sul fatto che il presidente Mahmoud Abbas sarebbe contrario. Uno, in particolare, il punto delicato: il riconoscimento dello Stato ebraico d’Israele. Secondo Abbas non c’è bisogno. Mentre Saeb Erekat, capo dei negoziatori palestinesi, si dice apertamente contrario. «Quando voi dite che dobbiamo “accettare Israele come uno Stato ebraico”, voi ci state chiedendo di cambiare la storia: i miei antenati hanno vissuto in questa regione 5.500 anni prima che Joshua Bin-Nun venisse e incendiasse la mia città natale Gerico», ha detto Erekat in un panel a Monaco di Baviera davanti a centinaia di persone e soprattutto davanti alla controparte israeliana, Tzipi Livni.

John Kerry (a sinistra) insieme a Martin Indyk, inviato speciale americano per i negoziati israelo-palestinesi all'aeroporto "Ben Gurion" di Tel Aviv lo scorso 5 gennaio (fotp Brendan Smialowski/Pool/Ap)

John Kerry (a sinistra) insieme con Martin Indyk, inviato speciale americano per i negoziati israelo-palestinesi all’aeroporto “Ben Gurion” di Tel Aviv lo scorso 5 gennaio (fotp Brendan Smialowski/Pool/Ap)

Insomma le incertezze – sei mesi dopo l’avvio dei colloqui di Pace dopo anni di stallo – restano ancora molte. Per ora si fanno un po’ più chiare le finalità della bozza di accordo tra le due parti. Un piano che poggia su sei punti.

Il primo: riconoscimento reciproco. Gl’israeliani ammettono l’esistenza dello Stato palestinese. I palestinesi di quello israeliano. O meglio: quello ebraico d’Israele.

Il secondo: sicurezza. Le due parti, quando e se l’accordo sarà firmato, acconsentiranno alla creazione di una zona «cuscinetto» lungo il confine tra il futuro Stato palestinese e la Giordania. Un’area di sicurezza che prevede la costruzione di una lunga barriera, l’installazione di sensori e il controllo aereo attraverso i droni.

Il terzo: scambio di territori. Si dovrebbe tornare ai confini pre-1967. La bozza prevede poi che il 75-80 per cento dei coloni lasci la Cisgiordania per trasferirsi nello Stato ebraico. Il tutto con un indennizzo sia per gli ebrei che decideranno di spostarsi, sia per i rifugiati palestinesi che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi dal 1948 in poi. Su questo punto, però, secondo fonti americane, ci sarebbe anche una postilla: i coloni potrebbero essere lasciati liberi di restare nei loro insediamenti, ma dovranno accettare la sovranità palestinese.

Il Muro del Pianto e, sopra, la Spianata delle Moschee di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Il Muro del Pianto e, sopra, la Spianata delle Moschee di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo per Falafel Cafè)

Il quarto: lo status di Gerusalemme. Per ora, nella bozza viene menzionata in modo molto vago e di fatto dovrebbe portare – in caso di firma degli accordi – a una sorta di «congelamento» della sua situazione. Negli ultimi mesi, nonostante le pressioni di John Kerry, le due parti non sono riuscite a trovare un punto in comune.

Il quinto: la situazione dei rifugiati palestinesi. Riceveranno un indennizzo (come spiegato nel terzo punto), ma non potranno chiedere di ritornare nei villaggi dove hanno vissuti padri, nonni e antenati e ora in pieno territorio israeliano

Il sesto: fine di tutti i conflitti e di tutte le richieste da entrambe le parti. La firma degli accordi di Pace prevede che tra i due Paesi si riparta da zero. Né Gerusalemme, né Ramallah potranno avanzare pretese, richieste, così come non potranno chiedere altri risarcimenti per quello che è successo fino a ora.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Le parole del segretario di Stato Usa e quelle speranze sui colloqui tra israeliani e palestinesi

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il sereno quando meno te l’aspetti. La luce che si accende quando ce n’è più bisogno. È presto per esultare. È ancora prematuro parlare di pace definitiva. Ma John Kerry, il segretario di Stato Usa e “arbitro” dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ieri ha detto poche parole, ma accolte con un sospiro di sollievo. Per non dire di più. Perché, ha rivelato Kerry per la prima volta, «le due parti si sono incontrate già sette volte».

«I negoziati ora stanno cercando di raggiungere un accordo definitivo, non provvisorio, sullo status di entrambe le realtà», ha detto Kerry. «Tutte le questioni sono sul tavolo: i confini, la sicurezza, la sorte dei rifugiati palestinesi, Gerusalemme, lo status finale della Cisgiordania. Siamo tutti d’accordo che i faccia a faccia vanno intensificati e che ora servirà ancora di più la presenza americana per facilitare il confronto».

Poi è andato a un incontro, a porte chiuse, dove erano arrivati i principali donatori dei palestinesi. Non ha detto nulla di più. Non ha risposto alle domande dei cronisti. Non ha spiegato le sue parole. Ma è chiaro che, in uno dei pochi momenti di aggiornamento sui colloqui – messi sotto chiave proprio dagli Usa – sembra che tra Gerusalemme e Ramallah le cose si siano messe proprio bene.

Lo dimostra anche la decisione dello Stato ebraico, ieri nella tarda serata, di alleggerire alcune delle restrizioni imposte sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Alla base proprio i negoziati che proseguono a passo spedito. Soprattutto: senza strappi. «Il nostro governo rilascerà ulteriori 5.000 permessi di lavoro per i palestinesi che vorranno lavorare in Israele», ha detto Yuval Steinitz, ministro delle Relazioni internazionali. Non solo. I punti d’ingresso di Allenby Bridge lavoreranno in fasce orarie più ampie e, soprattutto, «sarà permesso l’import nella Striscia di Gaza di materiali per l’edilizia».

Kerry ha fretta di chiudere. Obama cerca, a tutti i costi, un successo – storico – in Medio Oriente. L’Autorità palestinese aspetta quell’etichetta internazionale di “Stato della Palestina” che intere generazioni hanno immaginato, sognato, cercato, chiesto per anni. Israele chiede di poter svegliarsi, giorno dopo giorno, dovendo affrontare i problemi di un normale Paese, e non quelli di una nazione perennemente in guerra. Le prossime settimane saranno decisive: diranno se vedremo presto la Pace oppure se dovremo raccogliere le macerie – le ennesime – di colloqui avviati, esaltati e poi fatti saltare.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

La vita è bella (in Israele) per nove abitanti su dieci

Malgrado il senso di isolamento e di accerchiamento. Malgrado le rivoluzioni arabe alle porte. Malgrado la minaccia iraniana. E malgrado le crisi con Egitto e Turchia. Ecco, malgrado tutto questo, lo Stato ebraico è «un posto dove è bello vivere». Parola d’israeliano. Anzi: d’israeliani. In cifre: l’88 per cento, secondo un sondaggio commissionato dallo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto nel Paese.

Il 67% dello stesso campione d’intervistati aggiunge anche di essere di buon umore, in questo momento. Il 74%, poi, si dice soddisfatto della propria situazione economica. Insomma, «indignados» o meno, in Israele si vive che è una meraviglia.

Per carità, non tutto è rose e fiori. Ci sono anche dichiarazioni negative. O meglio: avvisaglie di pessimismo. Tanto che lo stesso giornale ha evidenziato come le risposte date, prese nel loro complesso, siano un po’ schizofreniche. Quasi polarizzate.

Un esempio? Quasi la metà degl’intervistati (il 45%) teme che Israele, in quanto Stato ebraico, sia esposto a rischi esistenziali. Tradotto: rischia da un momento all’altro di essere cancellato dalla faccia della Terra. Per non parlare dei negoziati di Pace, ormai diventati «la telenovela politica e mediatica più lunga di sempre»: in questo caso, quasi due terzi degl’israeliani pensano che non si raggiungerà mai un accordo con i palestinesi.

Ecco, a proposito del tavolo di negoziati. Oggi lo Stato israeliano, per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu, ha accettato la richiesta del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) di riprendere al più presto le trattative con i palestinesi. E senza precondizioni. «Ora ci aspettiamo da Ramallah la nostra stessa disponibilità», ha aggiunto il premier. Anche se, a leggere tra le righe del comunicato poi letto su tutte le radio e le tv, qualche intoppo c’è già: «Israele ha alcune riserve che saranno avanzate nel corso delle trattative», scrive il documento. Certo, visti i tempi e gli uomini, tornare su uno stesso tavolo – un anno dopo i colloqui di Washington – sarebbe un bel passo in avanti.

Leonard Berberi

Standard
attualità

Israele dà il via libera alla costruzione di 1.100 alloggi a Gerusalemme Est

Trecentosessantacinque giorni dopo non è cambiato nulla. Stessa scena, stessi protagonisti, stesse minacce e stesso esito: nessun tavolo di Pace, ma solo tante costruzioni. Già, le costruzioni. Il 28 settembre 2010, allo scadere dei dieci mesi di moratoria del governo israeliano, i coloni avevano ripreso a tirar su a colpi di calcestruzzo e mattoni centinaia di abitazioni in Cisgiordania. Fregandosene dei colloqui di Pace che di lì a poco sarebbero naufragati nella retorica mediorientale.

Un anno dopo, siamo esattamente allo stesso punto. Cambia solo il contesto internazionale: stavolta Ramallah ha chiesto all’Onu il riconoscimento dello Stato palestinese. Come finirà si vedrà. Ma tutt’intorno resta il solito copione dell’area: alle parole non seguono mai i fatti. Anzi.

E così, tanto per la cronaca, si è saputo che il ministero dell’Interno israeliano ha formalizzato oggi il via libera alla costruzione di 1.100 nuovi alloggi nell’insediamento ebraico di Gilo, un sobborgo di Gerusalemme Est, quindi oltre la linea verde del 1967 (nella foto sotto le nuove costruzioni). Ci troviamo nel bel mezzo dei territori rivendicati dai palestinesi. E questo di Gilo sarebbe solo uno dei tanti progetti che hanno lo scopo di rilanciare l’edilizia nella zona a maggioranza araba indicata da Abu Mazen quale capitale del futuro Stato palestinese.

Quella degl’insediamenti resta – secondo gli analisti – il vero problema dei negoziati israelo-palestinesi. L’esecutivo Netanyahu non sa come disfarsene dei trecentomila e passa di coloni. E non potrebbe nemmeno imporre l’allontanamento coatto visto che metà governo è legato agl’insediamenti e ci metterebbe mezzo secondo a far cadere il governo. L’autorità palestinese, invece, mette quello dei coloni al primo punto dell’agenda per raggiungere un accordo.

L’altra questione riguarda la Città Santa. Secondo il governo israeliano Gerusalemme Est (annessa unilateralmente a Israele nei primi anni ’80), è parte della capitale «unita, eterna e indivisibile» dello Stato ebraico. Secondo l’Autorità nazionale palestinese, essa è invece una porzione da restituire di quei territori occupati fin dalla guerra dei Sei Giorni del 1967.

Ed ecco che, nel bel mezzo del marasma diplomatico, arriva il via libera a costruire non solo in un territorio che i palestinesi considerano loro, ma anche in quella parte di città che, sempre secondo i palestinesi, sarà la capitale del nuovo Stato.

Leonard Berberi

Standard
attualità

Dopo gli artisti, anche i professori boicottano Ariel

Il centro universitario della Samaria di Ariel (foto di Meir Fartush)

«Noi, laggiù, non ci andremo mai». Primo, «perché non è territorio israeliano». Secondo, «perché non possiamo fare lezione in luoghi che hanno tutto l’interesse a far fallire il tavolo delle trattative con i palestinesi».

La lettera dei Centocinquanta, come l’hanno chiamata in tanti, sta tutta in poche righe. È stata scritta e firmata da centinaia di docenti israeliani per dire no alle lezioni accademiche al centro universitario della Samaria, nell’insediamento di Ariel. Alcune settimane dopo l’analoga iniziativa di attori e registi israeliani.

«Non prenderemo parte all’attività accademica per nessuna ragione», hanno scritto i firmatari. «Ariel non è sotto amministrazione israeliana e per questo nessuno ci obbliga ad andare lì», continua la lettera. E ancora: «La nostra coscienza e la nostra responsabilità nei confronti del pubblico ci obbligano a stare fermi, soprattutto in questo momento delicato per i colloqui di Pace che, gl’insediamenti, evidentemente vogliono far fallire».

Molto contrariato il professore Rivka Carmi, alla guida della conferenza dei rettori israeliani. «Il boicottaggio delle istituzioni accademiche avrà gravi ripercussioni sulla libertà d’insegnamento», ha replicato ai Centocinquanta. Anche perché, è il ragionamento del docente, «l’attività universitaria non dovrebbe avere nessun legame politico o ideologico».

Leonard Berberi

Standard
attualità

Colloqui di pace, Netanyahu: “Gli Usa hanno rifiutato un’altra moratoria”

Ma allora chi è che dice il vero? E chi il falso? In una girandola di voci, dichiarazioni, smentite, affermazioni, pubbliche ammissioni la verità – sul processo di pace tra israeliani e palestinesi – pare stia diventando un gioco da investigatori, più che una manifestazione delle intenzioni politiche delle parti in causa.

Succede che, nella sua prima dichiarazione per il 2011, il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia smentito – senza lasciar spazio ad altre interpretazioni – l’amministrazione americana guidata dal presidente Obama. E proprio sull’argomento chiave del tavolo dei negoziati: la moratoria sui nuovi insediamenti.

«Noi avevamo proposto agli Usa l’estensione del blocco sulle nuove costruzioni in Cisgiordania, ma all’ultimo minuto l’amministrazione americana ha deciso di non andare in questa direzione», ha dichiarato stamattina Netanyahu di fronte alla Commissione parlamentare per gli affari esteri e la difesa. «Obama ha preferito discutere subito le questioni fondamentali dei negoziati», ha aggiunto ancora il premier.

Tzipi Livni, leader del partito più votato alle ultime elezioni del 2009 (ma all’opposizione), non ha nascosto la sua sorpresa. E mentre i giornalisti correvano a dettare le prime sorprendenti parole di Netanyahu sull’impasse mediorientale, lui, il primo ministro, aggiungeva altro. «Noi abbiamo mantenuto la parola: abbiamo bloccato per nove mesi qualsiasi nuova costruzione da parte dei coloni nella West Bank. E quando la moratoria è scaduta, abbiamo proposto un ulteriore blocco di tre mesi, anche se questo andava contro i nostri interessi».

Il primo ministro Netanyahu di fronte alla Commissione parlamentare per gli affari esteri e la difesa (foto Ap)

Quindi il momento della telefonata con Obama: «Ho detto al presidente americano che potevo portare la nuova moratoria di novanta giorni al consiglio di ministri», ha rivelato Netanyahu, «ma poi gli americani mi hanno detto di abbandonare la questione perché un nuovo congelamento avrebbe bloccato la situazione e avrebbe portato i palestinesi a chiedere altri congelamenti». Un’analisi, quest’ultima, che il primo ministro israeliano ha detto di aver sottoscritto.

A chi gli ha chiesto il tipo di approccio con l’Autorità nazionale palestinese nel tavolo dei negoziati, Netanyahu ha tagliato corto ricordando ai presenti che «è da un congresso del Likud del 1995 che parlo apertamente di stato palestinese».

Dall’amministrazione americana non è ancora arrivata una replica. Ma è un fatto noto che negli ultimi giorni Washington non ha nascosto il fastidio nei confronti del trio Netanyahu-Barak-Lieberman sulla questione israelo-palestinese. E queste dichiarazioni di Bibi rischiano solo di allontanare ancora di più i due paesi.

Quanto ai colloqui di pace, i primi inviati americano dovrebbero arrivare in Israele a metà gennaio. Sarà in quei giorni che si farà il punto sulla situazione dei negoziati.

© Leonard Berberi

Standard