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Netanyahu in bilico e lo spettro delle elezioni anticipate

Yair Lapid, leader di "Yesh Atid" e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d'Israele e leader del "Likud" (foto Flash 90)

Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d’Israele e leader del “Likud” (foto Flash 90)

Domenica sera erano entrambi allo stadio di Haifa a seguire la sfida Israele – Bosnia, valida per Euro 2016. La partita l’hanno vinta i padroni di casa per tre a zero. Ma gli occhi dei giornalisti politici erano tutti verso quei due lì. Seduti a qualche metro di distanza. Il primo in una saletta vip con il figlio. Il secondo in mezzo ai tifosi, con cappello evidente e bandierina con la stella di Davide. I due – il premier Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze Yair Lapid – non si sono nemmeno degnati d’uno sguardo. D’un sorriso. D’una foto di fronte ai cronisti.

Perché il primo, Netanyahu, è dato dagli analisti ormai sulla via d’uscita. Il secondo, Lapid, colui che l’accompagnerà – nemmeno tanto con le buone – verso la pensione anticipata. Per questo i rapporti nella coalizione di governo sono ormai arrivati a questi livelli. Con Lapid che – scrive Haaretz – non parla da una settimana con gli esponenti del Likud, il partito di Netanyahu. Figurarsi contattare Netanyahu stesso. E con Netanyahu che da giorni fa capire, fa trapelare, fa intuire che Lapid ha messo in moto una manovra per farlo fuori dal governo. Dalla politica.

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Che qualcosa non andasse si era capito quando Lapid aveva dato buca a una serie di incontri con i responsabili economici del partito di Netanyahu. Incontri importanti, fissati per decidere i punti principali della nuova manovra finanziaria del Paese, ora che i conti hanno rallentato più del previsto. Ma da Yesh Atid respingono tutte le accuse e rilanciano: «Netanyahu deve smetterla di assecondare le posizioni più estreme del suo partito pur di vincere le primarie del Likud di gennaio».

Lo stallo è di difficile risoluzione. Perché secondo gli analisti Lapid non avrebbe i 61 deputati (su 120) per cacciare Netanyahu e formare un nuovo esecutivo. Ma allo stesso tempo Netanyahu non può cacciare Lapid altrimenti non avrebbe più la maggioranza alla Knesset, il parlamento.

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia (foto da Facebook)

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia (foto da Facebook)

La furia del premier si dovrebbe scagliare anche contro Tzipi Livni, ministro della Giustizia, delegata ufficiale d’Israele nei colloqui di pace (ora fermi) con i palestinesi e leader del partito Hatnuah. Ma per fare anche a meno di lei Netanyahu dovrebbe far entrare in coalizione tutti i partiti ultraortodossi ora all’opposizione. Risultato: un governo a forte, fortissima, trazione di estrema destra. Opzione praticabile. Se non fosse per il fatto – fa notare Haaretz – che uno dei «falchi» del governo, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu), odia i partiti religiosi.

Lo spettro delle elezioni anticipate – come auspica un altro partito ultrareligioso, lo Shas, se vogliono far fuori Netanyahu – sembra proprio alle porte. E diversi dirigenti del Likud le danno per scontate subito dopo le primarie di gennaio. Anche se il rischio – secondo il primo ministro – è che Yair Lapid faccia cadere il governo subito dopo l’ok alla manovra finanziaria.

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Se però Netanyahu non si è ancora espresso pubblicamente sul caos nel governo, ma ha fatto parlare i suoi, Lapid si è fatto vedere di fronte alle tre tv principali – Canale 1, Canale 2 e Canale 10 – e a tutte e tre ha detto la stessa cosa: non c’è nessun piano per rovesciare l’esecutivo, non ha nessuna intenzione di prendere il posto di Netanyahu o di andare al voto anticipato.

«Non penso abbiamo bisogno di un altro governo o i nuove elezioni», ha detto Lapid. «E non penso che qualcuno voglia queste cose. Non mi piacciono gli ultimatum, le minacce o le “linee rosse”. Non credo ne abbiamo bisogno», ha replicato a un articolo di Yedioth Ahronoth che invece parlava di un Lapid deciso a far fuori Netanyahu proprio a suon di ultimatum e «linee rosse». «Però se il primo ministro vuole andare urne allora si vada alle urne», ha chiarito Meir Cohen, collega di partito di Lapid e ministro per il Welfare.

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

A destabilizzare la coalizione è l’atteggiamento di Netanyahu nei confronti dei colloqui di pace con i palestinesi e delle sue politiche in Cisgiordania. Le formazioni di centro e di sinistra del suo governo attaccano il premier per aver fatto fallire i negoziati e per aver accentuato le tensioni con gli arabo israeliani invitandoli – pochi giorni fa – ad andare a vivere nell’Autorità palestinese se non si trovano bene nello Stato ebraico.

Una tensione che ha raggiunto ufficialmente il picco domenica quando Netanyahu ha deciso di scavalcare il ministro della Giustizia, Tzipi Livni: se Livni proponeva di mandare per la seconda volta in commissione Affari legislativi un disegno di legge molto contestato – quello che prevede l’ufficializzazione dell’ebraicità dello Stato d’Israele – Netanyahu ha stabilito che era finito il tempo della discussione: quel disegno di legge va discusso alla prossima riunione di governo così da essere votato direttamente in parlamento. Una mossa che preoccupa diverse cancellerie occidentali. A partire da quella americana.

© Leonard Berberi

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FOCUS / I raid israeliani, Hezbollah e le armi chimiche. Ecco cosa succede in Siria

Le macerie e la distruzione nell'area di Al Hama, alla periferia di Damasco. La foto è stata fornita dall'agenzia siriana di Stato Sana (via Epa)

Le macerie e la distruzione nell’area di Al Hama, alla periferia di Damasco. La foto è stata fornita dall’agenzia siriana di Stato Sana (via Epa)

Uno scenario così complicato, forse, non l’avevano immaginato nemmeno gli esperti. Tutto cambia. Tutto si muove. Tutto s’intreccia. E alla fine, la sensazione, è che un dato certo resiste per poche ore. Poi non ha più nessun valore.

È dura, negli ultimi giorni, riuscire a capire cosa stia davvero succedendo in Siria. Mancano gli uomini sul campo. Occhi affidabili che possano dare il quadro del Paese. Mancano anche certe informazioni satellitari. Di quelle, per intenderci, che sappiano almeno individuare chi – negli ultimi mesi – sta usando le armi chimiche. Chi, per essere più espliciti, sta disperdendo gas sarin su parte della popolazione siriana. Informazione, anche quest’ultima, che ieri – domenica sera – ha preso un’altra piega.

I DUE RAID NOTTURNI – E allora. Quello che è certo è che, dopo il doppio raid notturno dello scorso gennaio, per due sere consecutive – venerdì e sabato – l’esercito israeliano ha portato a termine due incursioni aeree contro edifici dell’esercito siriano e contro convogli carichi di missili a pochi passi dal palazzo presidenziale del presidente Bashar Assad a Damasco.

Gerusalemme non ha mai confermato i raid (nel video sotto quello di sabato sera, nda). Bisogna perciò affidarsi alle fonti. Agli esperti militari – israeliani, americani, britannici e francesi – che, tutti dietro richiesta di anonimato, rafforzino quello che da ore sospettano in molti. Tre sarebbero i fattori che avrebbero spinto lo Stato ebraico a intervenire direttamente in un conflitto dal quale per mesi hanno cercato di stare fuori.

L’OK USA, GLI IRANIANI E I MISSILI – Il primo: il consenso degli Usa a qualsiasi azione militare in grado di fermare il trasferimento di qualsiasi tipo di armamenti dalla Siria agli uomini di Hezbollah, in Libano. Il secondo fattore: la presenza massiccia di uomini attorno ai confini settentrionali d’Israele. Si tratterebbe di miliziani sciiti di Hezbollah (lungo l’asse con il Paese dei cedri) e, novità assoluta, di basiji, volontari iraniani addestrati a gestire le rivolte interne e quelle per le vie delle città. Secondo alcuni esperti militari israeliani negli ultimi mesi in Siria sarebbero arrivati almeno seimila basiji.

Il terzo fattore è quello che allarma di più: l’arrivo, da Teheran, dei Fateh-110, missili a lunga gittata da 500-600 chili, in grado di colpire Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Beersheva. Il carico sarebbe arrivato poco più di una settimana fa. Con destinazione finale i depositi di Hezbollah. Tutti motivi che spiegano – secondo i bene informati – anche il richiamo a sorpresa di migliaia di riservisti israeliani per un’esercitazione che non era stata prevista per il 5 maggio. Per ieri. Esercitazione che, in realtà, non c’è stata. Ma i soldati dell’Idf, quelli sì, ieri erano visibili lungo tutto il nord d’Israele.

LA MINACCIA DI DAMASCO – In mancanza di informazioni accurate e certe, Gerusalemme procede a piccoli passi. Israele sa che Assad sta attraversando un momento delicato: da queste settimane dipende l’esito della sua resistenza ai ribelli e alle ostilità di alcuni Paesi occidentali. Ma è questa incertezza di fondo che, dal punto di vista militare, porta più di qualcuno a temere una risposta scomposta di Damasco dopo i raid israeliani. Incertezza alimentata da Al-Mayadeen, tv vicina ad Hezbollah, che domenica pomeriggio – citando fondi siriane – ha spiegato che Assad avrebbe deciso di dispiegare batterie di missili orientate verso Israele e dato l’ok alla fazione palestinese di attaccare lo Stato ebraico dalle Alture del Golan.

Carla Del Ponte, membro della commissione d'inchiesta Onu sui crimini in Siria intervistata dalla tv della Svizzera italiana (foto RSI / Falafel Cafè)

Carla Del Ponte, membro della commissione d’inchiesta Onu sui crimini in Siria intervistata dalla tv della Svizzera italiana (foto RSI / Falafel Cafè)

LE POSSIBILITÀ DI UNA GUERRA SIRIA-ISRAELE – Verità o bluff? Gli analisti israeliani, per ora, restano prudenti. Spiegano – soprattutto ai microfoni della tv Canale 10 – che «le probabilità di una reazione siriana o addirittura di una guerra sono basse». Ma precisano anche che «più lo Stato ebraico continua con i raid sul Paese più aumentano i rischi di una replica siriana». Replica che potrebbe anche essere messa in pratica da Hezbollah o dall’Iran. Con il rischio, concreto, che altri Stati entrino nel giro di poche ore nel mattatoio siriano. Intanto per prudenza, l’esercito israeliano ha disposto la chiusura ai voli civili dello spazio aereo nel nord del Paese e su Haifa almeno fino a giovedì (la decisione è stata annullata lunedì 6 maggio, ndr). Decisione che ha costretto la compagnia aerea locale Arkia a sospendere i voli Eilat – Haifa di ieri.

L’INCHIESTA SUL GAS SARIN – A complicare ancora di più lo scenario mediorientale è l’intervista che l’ex procuratore capo del Tribunale penale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, ha rilasciato alla radio della Svizzera italiana. «Abbiamo le prove che ad utilizzare armi chimiche in Siria sono stati gli insorti e non gli uomini fedeli al regime di Bashar Assad», ha detto Del Ponte, membro della commissione Onu che sta indagando sui crimini di guerra commessi nel Paese.

«Stando alle testimonianze che abbiamo raccolto i ribelli hanno usato armi chimiche, facendo ricorso al gas sarin» ha aggiunto. E precisato che comunque «le indagini sono ben lungi dall’essere concluse. Le nostre inchieste dovranno essere ulteriormente approfondite, verificate e accertate attraverso nuove testimonianze ma, per quanto abbiamo potuto stabilire, al momento sono solo gli oppositori al regime ad aver usato il gas sarin». Se il risultato dovesse essere confermato, per Washington potrebbe significare il ripensamento della strategia politica e militare. Per i ribelli, invece, un esito in grado di fargli perdere qualsiasi appoggio internazionale.

© Leonard Berberi

Prima versione: lunedì 6 maggio, ore 00.54
Ultimo aggiornamento: lunedì 6 maggio, ore 03.35

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Quegli ebrei ultrareligiosi che si trasferiscono nelle città arabo-israeliane

C’è un preciso disegno, denunciano. Dicono pure che sia in atto da qualche anno. E, fanno capire, o si fa qualcosa o quello degl’insediamenti sarà soltanto un piccolissimo problema in confronto. «Dopo aver occupato la Cisgiordania, ora vogliono cacciare gli arabo-israeliani dallo Stato ebraico trasferendosi in massa nelle città miste». L’allarme l’ha lanciato Mohammad Darawshe, uno dei capi dell’«Abraham Fund Initiatives», l’organizzazione no profit che promuove la convivenza tra ebrei e arabi in Israele.

Dice Darawshe che negli ultimi anni diverse migliaia di ebrei ultraortodossi si sono trasferiti nelle zone periferiche – di Jaffa, Lod, Ramla, Acco – abitate dalla maggioranza araba dove hanno costruito quartieri e attività commerciali soltanto per loro, «minando così la pacifica convivenza che va avanti da tempo». «Lo Stato deve fare qualcosa, non può fare preferenze etniche, altrimenti viola i principi della democrazia», ha sottolineato Darawshe.

Quasi un quinto della popolazione israeliana è araba. La maggior parte vive in città e villaggi a maggioranza araba, tranne qualche eccezione, come Haifa, terza città dello Stato ebraico. Mentre di là, oltre il muro di separazione, in Cisgiordania, nei decenni oltre 300 mila coloni si sono insediati su terre che – da un punto di vista della Comunità internazionale – non appartengono a Israele.

L’attivista Aharon Attias posa davanti al cantiere della città di Lod – tra Tel Aviv e Gerusalemme – dove saranno costruiti i palazzi che ospiteranno soltanto gli israeliani di religione ebraica (foto Ariel Schalit/Ap)

Ma quello che in molti stanno chiamando la «colonizzazione interna» d’Israele allarma ancora di più. «Le modalità di insediamento nello Stato ebraico sono le stesse di quelle che hanno animato e animano le colonie in Cisgiordania», denuncia l’organizzazione no profit. «Per gli stessi coloni la Linea Verde non c’è, quella terra è tutta Israele».

L’Associated Press, in un lungo articolo, rivela che a dare una mano agli ebrei ultraortodossi a costruire case e strutture nelle città israeliane a maggioranza araba è una delle organizzazioni più potenti, l’Israel Land Fund, che si occupa di dare tutto il supporto economico e logistico necessario con l’obiettivo di «assicurare che la terra d’Israele resti nelle mani del popolo ebraico per sempre».

«Grazie al nostro fondo abbiamo portato 50 mila famiglie a Jaffa», ha detto Arieh King, il direttore dell’Israel Land Fund. Jaffa è la città a maggioranza araba che fa parte di Tel Aviv. «Ci sono luoghi in Jaffa dove si sono insediati il Movimento islamico e altri gruppi», ha aggiunto King. «La gente aveva paura di sventolare la nostra bandiera nazionale per paura di qualche reazione araba. Ma ora, grazie a noi, gli ebrei si sentono decisamente più al sicuro».

Un’israeliana passeggia davanti a un cantiere edile che sta costruendo edifici soltanto per ebrei nella città di Lod (foto Ariel Schalit/Ap)

Il fondo non si ferma qui. Ora sta cercando investitori per realizzare un progetto da 16 milioni dollari per costruire condomini e alberghi nell’area portuale di Acco. Ma quell’area di Acco, fanno sapere gli arabi, è patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Non la pensa così il mega-cartellone che compare all’ingresso dell’area interessata: «Come sempre, le ricompense finanziarie sono nulla in confronto ai benefici spirituali e ideologici che deriverebbero dal sapere che il progetto avrà un impatto enorme per far sì che Acco resti una città ebraica».

A proposito di Acco (San Giovanni d’Acri). Qui ci vivono in 50 mila: sette su dieci sono ebrei, il restante è arabo. Nonostante le differenze numeriche hanno vissuto per decenni in tranquillità. Ma per molti l’equilibrio è compromesso con l’arrivo delle nuove famiglie ultraortodosse. «I nuovi arrivati non capiscono la mentalità di ebrei e arabi che convivono qui da anni in santa pace», ha denunciato Adham Jamal, vice-sindaco di Acco il cui primo cittadino è ebreo.

Un processo simile sta avendo luogo anche a Lod, a metà tra Tel Aviv e Gerusalemme, dove l’Associated Press ha sentito un po’ di residenti. Quelli ebrei ultraortodossi parlano di lotta per non lasciare la città in mano agli arabi. Questi ultimi descrivono i «coloni di nuova generazione» come un «cancro che non si riesce più a estirpare».

 © Leonard Berberi

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