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Scontri, proteste e paura: tensione senza fine tra israeliani e palestinesi

Alcuni agenti israeliani con le pistole in mostra e un paio di colleghi mentre picchiano un palestinese che poco prima aveva lanciato pietre a Beit El, alla periferia di Ramallah, in Cisgiordania, il 7 ottobre 2015 (foto di Abbas Momani / Afp)

Alcuni agenti israeliani con le pistole in mostra e un paio di colleghi mentre picchiano un palestinese che poco prima aveva lanciato pietre a Beit El, alla periferia di Ramallah, in Cisgiordania, il 7 ottobre 2015 (foto di Abbas Momani / Afp)

Un sindaco che va in giro per la sua città armato di pistola semi-automatica trasformata in una carabinetta. L’immagine del nuovo volto d’Israele (e della Cisgiordania) sta forse nel video che la tv israeliana Canale 1 ha girato lunedì sera, 5 ottobre, in una via di Beit Hanina, quartiere a maggioranza araba della città contesa.

È qui che Nir Barkat, primo cittadino gerosolomitano, s’è presentato con l’arma – posseduta legalmente – salvo poi nasconderla in auto non appena ha visto la telecamera. «Non c’è nulla di male – ha fatto sapere il sindaco attraverso lo staff –, diversi attacchi palestinesi sono stati sventati da persone comuni ma armate». Ma Adnan Husseini, il numero uno dei palestinesi a Gerusalemme, ha bollato la presenza armata di Barkat «una dichiarazione di guerra».

Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme, lunedì 5 ottobre 2015 con un'arma in un quartiere della città (fermo immagine da Canale 1)

Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme, lunedì 5 ottobre 2015 con un’arma in un quartiere della città (fermo immagine da Canale 1)

Più passano le ore e più quella che molti chiamano «Intifada 3.0» si allarga. Gerusalemme non è più l’unico luogo dove ebrei e musulmani si menano e si accoltellano, si attaccano e si uccidono. Gli incidenti ora interessano parte della Cisgiordania e si avvicinano a Tel Aviv interessando Petah Tikva (video sotto), Kiryat Gat, Lod.

Le forze di polizia sono state mandate anche a presidiare alcune vie di Jaffa, a sud di Tel Aviv, per monitorare la situazione. Per questo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha deciso di cancellare all’ultimo una visita – molto attesa – in Germania e chiesto alla sua polizia di proibire l’accesso alla Spianata delle moschee, luogo dove pregano i musulmani, ai suoi ministri e ai deputati del parlamento.

Poliziotti nelle vie di Jaffa, alla periferia di Tel Aviv, martedì 6 ottobre 2015 (foto Tomer Neuberg / Flash90)

Poliziotti nelle vie di Jaffa, alla periferia di Tel Aviv, martedì 6 ottobre 2015 (foto Tomer Neuberg / Flash90)

In pochi giorni il bilancio è di quattro israeliani uccisi a coltellate – per strada, in auto, nelle vie di Gerusalemme – e cinque palestinesi (compresi i tre assalitori degl’israeliani) ammazzati. Nove morti, decine di feriti, una tensione che, a questo punto, né Netanyahu, né il presidente palestinese Abu Mazen sembrano in grado di fermare.

In Cisgiordania ci sono decine di scontri tra palestinesi e forze armate israeliane. Pietre, molotov, colpi di arma da fuoco, oggetti vari. Si lancia di tutto e si spara ovunque sotto l’occhio di macchine fotografiche e telecamere. Tanto che sta facendo il giro della Rete il filmato di agenti israeliani infiltrati tra i rivoltosi mentre picchiano con calci e pugni un palestinese che poco prima lanciava sassi.

L’intelligence israeliana intanto è in subbuglio per quello che potrebbe succedere venerdì 9 ottobre. Giorno di preghiera per i musulmani, ma anche giorno – temono gli 007 – che potrebbe dare il via libera alle violenze vere e proprie dei palestinesi contro gl’israeliani e, soprattutto, i coloni. Non è un caso se nelle ultime ore – secondo i bene informati – centinaia di militari sono stati inviati in Cisgiordania a rafforzare la sicurezza nei grandi insediamenti.

© Leonard Berberi

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La violenza continua e il timore dello stillicidio quotidiano

Un israeliano porta via un bimbo dalla scena del duplice omicidio nella città vecchia di Gerusalemme il 3 settembre 2015 (foto via Twitter)

Un israeliano porta via un bimbo dalla scena del duplice omicidio nella città vecchia di Gerusalemme il 3 ottobre 2015 (foto di Jonatan Sindel/Flash 90)

È il marzo 2011. La famiglia Fogel – papà Udi (36 anni), mamma Ruth (35) e i piccoli Yoav (11), Elad (4) e Hadas (3 mesi) – è stata uccisa poche ore prima dai cugini palestinesi Awad a Itamar, insediamento ebraico in Cisgiordania. È un massacro. Di quelli, per intenderci, che avrebbero scatenato un’offensiva militare in West Bank. Succede però poco o nulla. Anche se, nei tanti incontri con i vertici della sicurezza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sente, per la prima volta, le parole «Terza intifada». Uno scontro diretto, tra ebrei e musulmani, diverso dalle altre due intifade perché non concentrato in pochi giorni, ma diluito nel tempo. In pratica: uno stillicidio. Lento. Quotidiano. Un attacco di qua. Un’aggressione di là.

Poi ci pensa la Striscia di Gaza a distogliere l’attenzione. Ma quello stillicidio è continuato per mesi. Fino a crescere d’intensità. Fino ad arrivare all’ultimo, ennesimo massacro di sabato sera. Ma stavolta nella città vecchia di Gerusalemme, casa di circa 40 mila persone tra ebrei, musulmani, cristiani. Soprattutto: il cuore turistico-religioso d’Israele, ché è là dentro che si trovano il Muro del Pianto e la Moschea di Al Aqsa fino ad arrivare alla Via Dolorosa.

I poliziotti israeliani sul luogo del duplice omicidio, dentro la città vecchia di Gerusalemme, sabato 3 settembre 2015 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

I poliziotti israeliani sul luogo del duplice omicidio, dentro la città vecchia di Gerusalemme, sabato 3 ottobre 2015 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Nehemia Lavi, 41 anni, e Aharon Benet, 22, sono così finiti il 3 ottobre nella lunga lista delle vittime di uno scontro tra israeliani e palestinesi che ne ammazza pochi in un atto, ma tantissimi giorno dopo giorno. Sono stati accoltellati, proprio nella Gerusalemme vecchia, da un 19enne palestinese, Muhammad Shafeq Halabi, ucciso poi dalla polizia israeliana. Halabi è partito da al-Bire, villaggio vicino Ramallah, in Cisgiordania e s’è scagliato contro gli ultraortodossi. Tre morti, un ferito grave (la moglie di Benet, ricoverata in rianimazione) e il figlio di due anni di Benet, ferito leggermente.

Poi, nel cuore della notte – tra sabato e domenica – il terrore è ripiombato a Gerusalemme. Stavolta nei pressi della Porta di Damasco, uno degl’ingressi alla Città vecchia. Un quarantenne arabo si scaglia contro un ebreo 15enne. Lo accoltella. Poi viene ucciso dai poliziotti.

I due uomini uccisi nella città vecchia di Gerusalemme: Nehemia Lavi, 41 (a sinistra) di Gerusalemme, e Aharon Benet, 22 (destra) di Beitar Ilit

I due uomini uccisi nella città vecchia di Gerusalemme: Nehemia Lavi, 41 (a sinistra) di Gerusalemme, e Aharon Benet, 22 (destra) di Beitar Ilit

Il premier Netanyahu ha convocato i vertici della sicurezza appena atterrerà a Tel Aviv. Non ha nascosto l’irritazione per il fallimento della polizia nel prevenire le aggressioni. Soprattutto perché in meno di una settimana è la seconda azione contro gl’israeliani. Due giorni prima Naama ed Eitan Henkin sono stati trucidati, in auto e davanti ai tre figli, mentre tornavano a casa, tra gl’insediamenti di Itamar ed Elon Moreh, vicino al villaggio palestinese di Beit Furik, a due passi da Nablus.

Muhammad Shafeq Halabi, palestinese di 19 anni, presunto assassino dei due israeliani a Gerusalemme (foto da Facebook)

Muhammad Shafeq Halabi, palestinese di 19 anni, presunto assassino dei due israeliani a Gerusalemme (foto da Facebook)

E ora? L’ala dura del governo Netanyahu – che si regge su un solo voto di vantaggio in parlamento – preme per l’azione decisa in Cisgiordania. L’ala moderata resta in silenzio. L’opposizione denuncia che il primo ministro ha perso il controllo del territorio. Lui, Bibi Netanyahu, ha promesso una risposta dura. Dopo settimane in cui i consiglieri più stretti gli suggerivano di non esagerare. Perché in ballo c’era la possibilità di strappare qualcosa sull’accordo sul nucleare tra Usa e Iran, perché il fronte siriano preoccupa di più e perché, in questo momento, al di fuori d’Israele lo sopportano in pochi.

Ma Netanyahu sa benissimo che qualcosa dovrà pur farlo. Per placare l’ira dei suoi sostenitori negl’insediamenti. Per fermare qualsiasi ondata oltranzista in Israele e in Cisgiordania. Per evitare che oggi siano i coloni a uccidere arabi e domani gli arabi a trucidare ebrei e dopodomani gl’israeliani a massacrare gl’islamici. L’unica soluzione che, però, gli offrono i suoi consiglieri militari è la mano pesante in West Bank, ora che pure il presidente palestinese (uscente?), Mahmoud Abbas, alle Nazioni Unite ha di fatto dichiarato sepolti gli accordi di Oslo. Le prossime ore diranno chi l’avrà vinta: i falchi o le colombe. La sensazione è che, in questo momento, pure le colombe vogliono quel che vogliono i falchi.

© Leonard Berberi

AGGIORNAMENTO DELLE 4.45: Il presunto accoltellatore del 15enne israeliano sarebbe, secondo i media palestinesi, Fadi Aloon

CORREZIONE: Le didascalie delle prime due foto riportavano – per errore – la data del 3 settembre 2015. Ovviamente si tratta del 3 ottobre 2015

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Una crisi senza vincitori

Alcuni israeliani si rifugiano sotto a un ponte di Tel Aviv mentre le sirene annunciano l'arrivo di alcuni razzi sparati da Hamas (foto Tomer Neuberg/Flash90)

Alcuni israeliani si rifugiano sotto a un ponte di Tel Aviv mentre le sirene annunciano l’arrivo di alcuni razzi sparati da Hamas (foto Tomer Neuberg/Flash90)

E insomma rieccoci. All’ennesimo segmento della storia mediorientale con razzi e missili, vittime e paura, minacce e cinguettii. E moniti internazionali. E telefonate dei leader stranieri che cercano di capire cosa sta succedendo in questo pezzo di mondo dove la calma sembra ormai diventata la pausa pubblicitaria tra un reality (horror) show e l’altro. E su queste inquadrature tutte rivolte verso il cielo dove all’improvviso s’innestano sirene e strisce bianche che salgono verso l’alto e poi si dissolvono in una piccola nuvoletta.

E insomma rieccoci. Ci eravamo lasciati – si fa per dire – con quei tre giovani poveretti ebrei rapiti e uccisi subito in Cisgiordania. E quel loro quasi coetaneo, palestinese, preso come si sceglie un vitellino, torturato e infine bruciato vivo ché quello era l’unico modo – secondo gli autori – di vendicare la morte dei tre massacrati. E ora rieccoci qui. A scrivere l’ennesimo capitolo di un conflitto di cui si è perso il senso e l’inizio.

Quello che resta della casa di Taysir al-Batsh, il capo della polizia di Gaza, dopo il bombardamento israeliano (foto Hatem Moussa/Ap)

Quello che resta della casa di Taysir al-Batsh, il capo della polizia di Gaza, dopo il bombardamento israeliano (foto Hatem Moussa/Ap)

La verità – mentre dall’8 luglio a ieri almeno 900 razzi sono stati sparati da Gaza verso il suolo israeliano –, ecco, la verità è che in questo ennesimo paragrafo nessuno può vincere. E niente cambierà. Se non per quelli che muoiono. Per le loro famiglie. E per chi deve passare l’ennesima settimana col fiato in gola e una paura che non fa dormire e angoscia.

Israele non può permettersi di perdere il «referente» sulla Striscia. Conosce i vertici di Hamas. Sa dove vivono. Registra tutti i loro movimenti. Annota i loro piani. Ma se Hamas dovesse venire meno a Gaza andrebbero al potere i gruppi più radicali. E più imprevedibili. Dall’altra parte anche Hamas sa che non può vincerla questa ennesima «guerra». Non ne ha i mezzi. Non ha gli uomini. E, in fondo, non è il suo obiettivo politico.

Un vigile del fuoco di Gaza City vicino alle fiamme in un deposito delle Nazioni Unite dopo l'attacco israeliano (foto Mahmud Hams/Afp)

Un vigile del fuoco di Gaza City vicino alle fiamme in un deposito delle Nazioni Unite dopo l’attacco israeliano (foto Mahmud Hams/Afp)

Eppure si spara. Eppure si muore. E ai vertici ognuno ha i suoi di piani. Il premier israeliano Netanyahu deve tirare avanti ancora alcuni mesi con la sua coalizione di centro-destra che negli ultimi giorni s’è trasformata in una sorta di Armata Brancaleone con leader che quasi si strappano le vesti (e intanto strappano pezzi di accordi politico-elettorali). I leader di Hamas hanno un’altra urgenza: trovare soldi. Dall’Egitto sono mesi che non arriva quasi più nulla. Da Ramallah – la capitale designata del futuro Stato della Palestina – i fondi procedono a singhiozzo. Alla fine un territorio con almeno 1,7 milioni di persone bisogna pur gestirlo. Servono i contanti per pagare gli stipendi. E per far andare la «macchina».

Eppure si minaccia. Con Netanyahu che fa capire di essere pronto all’invasione via terra. Pur sapendo benissimo – lui, la sua coalizione, Israele e i palestinesi – che no, lo Stato ebraico non può spingersi a così tanto. Non ora almeno. Ma intanto mobilita «più di 30 mila riservisti» (secondo l’esercito israeliano) o «42 mila soldati» (secondo la tv locale Canale 2). Numeri che spaventano quelli di Hamas. Ma non quanto il rosso nelle sue casse pubbliche.

E insomma rieccoci. All’ennesimo segmento della storia mediorientale. In attesa del nuovo accordo che sancisca la fine delle ostilità. E delle foto con le strette di mano. E la soddisfazione dei «mediatori». E di quella domanda che aleggia, ma che nessuno – a questo punto e a questa latitudine – si pone più ormai: ma a che è servito tutto questo?

© Leonard Berberi

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L’esercito, il massacro, la politica e il coma: vita (e foto) di Ariel Sharon

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Tra le figure più controverse della politica israeliana, Ariel Sharon ha segnato profondamente la storia del Paese. Fu per decenni il volto duro di una politica ostile ai palestinesi per poi, inaspettatamente, cambiare rotta, decidendo il ritiro dalla Striscia di Gaza e fondando un partito di centro. Una parabola che fu bruscamente interrotta dal coma, dal quale non si riprese più.

DA GENERALE A MINISTRO – La storia politica di Sharon inizia quando si guadagna la fama come generale durante la guerra arabo-israeliana del 1973. Fu lui a guidare le forze israeliane lungo il Canale di Suez bloccando parte dell’esercito egiziano e capovolgendo in favore di Israele l’esito del conflitto. Guadagnata la fama, viene eletto quello stesso anno deputato nel Likud, il principale partito di centrodestra del Paese.

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

SABRA E SHATILA – Ministro dell’Agricoltura prima e della Difesa poi, è il protagonista dell’invasione del Libano del 1982, segnato dal massacro dei campi profughi palestinesi a opera delle milizie cristiane maronite, alle quali le forze isaeliane lasciarono mano libera. Da allora il nome di Sharon è stato sempre legato in particolare alla strage del campo di Sabra e Shatila, nel quale furono uccise centinaia o migliaia di persone, a seconda delle fonti. Per quella strage Sharon fu accusato di crimini di guerra ma il suo principale accusatore, Elie Hobeika, capo delle milizie maronite, fu ucciso in un attentato.

Durante l'offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell'esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar / Afp / Getty Images)

Durante l’offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell’esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar/Afp/Getty Images)

LA PASSEGGIATA NELLA SPIANATA DELLE MOSCHEE – Nel 2000 Sharon si distinse per un drammatico gesto dimostrativo, che innescò per reazione la seconda Intifada palestinese: il 28 settembre, accompagnato da un migliaio di militanti, entra nella Spianata delle moschee di Gerusalemme, luogo sacro ai musulmani e tradizionalmente controllato dai palestinesi.

Nel settembre del 2000, Sharon - scortato da centinaia di agenti e poliziotti - decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

Nel settembre del 2000, Sharon – scortato da centinaia di agenti e poliziotti – decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

LA CAMPAGNA CONTRO GLI ACCORDI DI OSLO – Fece una dura campagna contro gli accordi di Oslo del 1993 (quelli che portarono alla storica foto della stretta di mano tra il leader Olp Yasser Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin, tra le braccia del presidente Usa Bill Clinton), che prevedevano il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e affermavano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità nazionale palestinese.

IL CONFINO DI ARAFAT E LA COSTRUZIONE DEL MURO  Sharon vinse le elezioni nel 2001 e divenne primo ministro. Fu lui a confinare Arafat a Ramallah, città della Cisgiordania dalla quale il leader palestinese non potè più muoversi fino al ricovero a Parigi, dove morì. Sulla stessa morte di Arafat pesano tuttora sospetti di avvelenamento. E fu sempre Sharon a volere la costruzione del muro, una barriera che circondava tutta la Cisgiordania.

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l'appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l'allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l’appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l’allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

IL RITIRO DA GAZA – Nel 2003 però qualcosa cambiò. Sharon avviò il dialogo con Mahmoud Abbas (più noto col soprannome di Abu Mazen), primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese. In seguito annunciò l’intenzione di ritirare i soldati israeliani da Gaza, cosa che fece nel 2005, pur mantenendo il controllo del suo spazio aereo e dello specchio di mare antistante (ragione per la quale i movimenti filo-palestinesi la definiscono una «prigione a cielo aperto»).

E' il 2005: l'allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

E’ il 2005: l’allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

LA NASCITA DI KADIMA – Nello stesso anno Sharon lasciò il Likud per fondare un proprio partito moderato di centro, Kadima, in cui confluì anche Shimon Peres. Pochi mesi dopo però fu colpito da una grave emorragia cerebrale e andò in coma. Nel frattempo aveva vinto le elezioni ed era stato nominato nuovamente primo ministro. L’11 aprile 2006, visto il permanere del coma, fu destituito e sostituito da Ehud Olmert. (LaPresse)

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Se anche in Cisgiordania scoppia lo scandalo sui tesorieri di partito

Non è tempo di tesorieri. Vedi alla voce “Lusi” (Margherita). O “Belsito” (Lega Nord). E però, le grane sulla grana che sparisce o viene usata per altri scopi paiono non essere un’esclusiva italiana. Basta vedere cosa succede a Ramallah, in Cisgiordania, la “capitale” dell’Autorità nazionale palestinese. La quale ha da poco deciso di dire basta alla corruzione, al malaffare, ai soldi che arrivano-cambiano proprietario-ripartono verso lidi più dorati istituendo un’Agenzia di lotta al malcostume. Finendo, però, con il tirare in ballo chi ormai non balla da un pezzo, e però è sempre venerato come il Dio sceso in terra.

E allora. West Bank in subbuglio per l’annuncio di un’inchiesta che cerca di fare luce sulla sottrazione di milioni di dollari di fondi pubblici dell’Anp da parte di Mohammed Rashid, ex influente consigliere economico del presidente Yasser Arafat. Era lui il tesoriere effettivo di una montagna di soldi che, quand’era in vita l’uomo con la kefiah sempre attorno al collo, arrivavano da tutte le parti: mondo arabo, mondo asiatico, Italia e Francia e Spagna. Ecco, dicono le anticipazioni di quell’inchiesta che Rashid avrebbe preso milioni di dollari destinati all’infrastruttura disastrata palestinese per farsi i suoi investimenti personali in Giordania, Egitto, Emirati e Montenegro. Per questo l’Agenzia palestinese per la lotta alla corruzione ha chiesto a questi Paesi di congelare i conti correnti riconducibili all’ex consigliere di Arafat.

Mohammed Rashid durante un’intervista ad Al Arabiya

L’interessato, a dire il vero, in Cisgiordania non mette piede da un pezzo. Dal 2004, anno in cui il “caro leader” andò per altri lidi, periodo in cui la moglie Suah Arafat se ne scappò con la figlia e – dissero i maligni senza essere smentiti – con altri milioni di dollari e conti correnti e proprietà private sparse di qua e di là attorno al Mediterraneo. Ecco, Rashid. È comparso, guarda caso, pochi giorni fa, in tv. E ha detto delle cose che in molti non hanno capito, ma tutti hanno compreso il senso: più che parole in libertà erano vere e proprie minacce nei confronti di Abu Mazen, il numero uno dell’Anp. Minacce che prefiguravano la rivelazione di chissà quali retroscena sull’ascesa al trono palestinese proprio di Abu Mazen. «Attento a non commettere un enorme sbaglio», ha ammonito il tesoriere «made in Palestine».

Carriera folgorante quella di Rashid all’interno della formazione di Yasser. Origini curdo-irachene, giornalista, senza nemmeno un soldo, negli anni Novanta si unì alla causa palestinese diventando, in pochi mesi, prima l’esperto d’economia di Arafat, poi il consulente finanziario del gran capo e del suo entourage più stretto.

Il presidente dell’Anp, Abu Mazen

«Rashid è arrivato da noi con le tasche vuote e se n’è andato multimilionario», ha denunciato il capo dell’Agenzia per la lotta alla corruzione. «Sono convinto che le fortune e le attività di business del “curdo” sono fiorite grazie al denaro pubblico e alla distrazione di aiuti internazionali destinati al popolo palestinese». L’ha chiamato proprio così, il capo palestinese: il «curdo». Cosa che, da queste parti, suona come una presa di distanza. Di più: la cacciata definitiva dal clan.

Ecco, a proposito di clan. Secondo qualche giornalista arabo il vento contro la corruzione che ha preso a soffiare su Ramallah non è altro che l’inizio della resa dei conti «selettiva» all’interno della nomenclatura claustrofobica dell’Anp. Rashid è molto vicino a Mohammed Dahlan, l’ex responsabile a Gaza di Fatah (il partito creato da Arafat e preso in mano da Abu Mazen).

Dahlan, nei mesi scorsi, ha avuto la bella idea di affrontare a muso duro proprio Abu Mazen sulla gestione della Cisgiordania, sul rapporto – pessimo – con i “fratelli-coltelli” di Hamas che, intanto, s’eran presi la Striscia di Gaza, sui continui tira-e-molla con gl’israeliani sui colloqui di pace. E così aveva avuto gioco facile Abu Mazen a metter in giro la voce, poi rilanciata da tutti i giornali locali, di un tentato golpe di Dahlan contro gl’interessi palestinesi. A dimostrazione che non è nemmeno tempo di essere amici di tesorieri. In Italia come in Palestina.

© Leonard Berberi

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Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

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Israele. In breve

Il presidente Shimon Peres visita Gilad Shalit
Il presidente d’Israele è andato lunedì 24 ottobre a Mitzpe Hila, il paesino al confine con il Libano, a salutare Gilad Shalit e i suoi famigliari. «Tu non hai proprio idea di quanto sia entusiasta di vederti qui, a casa tua, vivo e vegeto», sono state le prime parole del capo di Stato ultra-ottantenne al ragazzo di 25 anni. Peres ha cercato anche di incoraggiare il soldato: «Ora tutta la tua vita è davanti. Fatti forza e cerca di fare quello che non sei riuscito a fare negli ultimi anni». In mattinata, Gilad, s’è concesso una lunga corsa in bicicletta. Sorvegliato a distanza dalla polizia per evitare incontri spiacevoli o connazionali troppo entusiasti.

Lieberman: Abu Mazen è un ostacolo per i negoziati
A due giorni dalla ripresa di “colloqui di avvicinamento” fra israeliani e palestinesi, su iniziativa del Quartetto, il ministro degli esteri di Gerusalemme Avigdor Lieberman ha accusato il presidente dell’Anp Abu Mazen di rappresentare un ostacolo per la ripresa di negoziati. «Il vero ostacolo è lui», ha affermato Lieberman. «Chiunque venga al suo posto, sarà meglio. Ci dicono di continuo che Abu Mazen potrebbe ‘resituire le chiavi dell’Anp’. Allora che lo faccia, noi dobbiamo solo felicitarcene. Noi cerchiamo di mantenere la stabilità, mentre lui impedisce ogni soluzione negoziata fra noi e i palestinesi». Leader del partito di destra radicale Israel Beitenu, Lieberman ha ribadito di opporsi al congelamento dei progetti edili ebraici nei Territori, «e tanto più a Gerusalemme».

Israele-Egitto, intesa per scambio detenuti
Israele ed Egitto hanno raggiunto un accordo per uno scambio di detenuti. Lo rende noto l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu. L’Egitto accetta di liberare il cittadino israelo-americano Ilan Grapel mentre Israele rimetterà in libertà a sua volta 25 cittadini egiziani, fra cui tre minorenni. In un comunicato dell’ufficio di Netanyahu si legge che l’intesa è stata raggiunta grazie anche gli sforzi di mediazione prodigati dagli Stati Uniti, mediante la loro ambasciata al Cairo. Grapel, uno studente universitario di 27 anni, è stato arrestato mesi fa al Cairo dopo che i servizi segreti egiziani lo avevano sospettato di spionaggio. Israele ha sempre negato la fondatezza di tali sospetti. Ma nel clima di apertura creato nei giorni scorsi dallo scambio di prigionieri fra Israele e Hamas (attivamente mediato dall’Egitto) Israele ha accettato di liberare in cambio di Grapel 25 cittadini egiziani, fra cui tre minorenni. La loro identità non è stata rivelata ma a quanto pare si tratta di contrabbandieri.

Gerusalemme dona al Vaticano ulivo vecchio di 400 anni
Il Governo Israeliano e il Keren Kayemeth LeIsrael (Kkl) donano al Vaticano un albero di ulivo antico di 400 anni. La cerimonia di messa a dimora dell’ulivo centenario si terrà mercoledì nel viale degli Ulivi dei giardini vaticani. In occasione della sua ultima visita in Italia, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva promesso allo Stato Vaticano la donazione di un albero antico. Mantenendo così l’impegno, il Presidente Mondiale del KKL Efi Stenzler, ha avviato i preparativi necessari per il trattamento, l’imballaggio ed il trasporto del grande albero al Vaticano. L’ulivo centenario misura 2,20 metri di larghezza e 4 metri di altezza, ed è cresciuto sulle colline di Nazareth nella parte meridionale della Bassa Galilea, luogo sacro a caro alla cristianità.

(a cura di Leonard Berberi)

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