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“C’eravamo tanto amati”. Israele e Usa mai stati così lontani

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Mai stati così lontani. Mai stati così l’uno contro l’altro. E se non è rottura poco ci manca. Perché per chiudere una «relazione» durata decenni servono giorni, settimane. Forse mesi. Ma ormai è ufficiale: finché a Washington ci sarà Barack Obama Israele non intende fare nulla di più di quel che richiede il protocollo della diplomazia tra due Paesi che hanno semplici contatti. Tanto che, dice un diplomatico israeliano a Falafel Cafè, «in Medio Oriente siamo al liberi tutti: ognuno può fare quello che vuole».

A Gerusalemme sono furiosi. L’incontro a sorpresa previsto venerdì pomeriggio, 8 novembre, tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, secondo molti porterà alla firma della prima parte dell’accordo sul nucleare di Teheran. Il che si traduce in un alleggerimento delle sanzioni nei confronti del regime islamico. E quindi in una maggiore facilità nel portare dentro il Paese materiale potenzialmente pericoloso. Una mossa – peraltro non annunciata nemmeno agli esponenti dello Stato ebraico – che viene vista come la «pietra tombale» dei rapporti sull’asse Washington-Gerusalemme.

Sull’Iran la posizione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è da sempre quella: niente alleggerimento, andare avanti con le sanzioni, cercare di bloccare – con le buone o con le cattive – i progressi nucleari di Teheran. Chiusura totale, insomma. Del resto come potrebbe essere altrimenti, ha sempre detto Netanyahu a Obama, «con uno Stato che non solo ci vede come dei nemici, ma che progetta ed esalta la nostra distruzione? Fai attenzione perché stai facendo un errore storico».

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Nulla da fare. Il presidente americano, nel pieno ormai della seconda fase della sua dottrina, non intende retrocedere. Obama pensa che gli Usa ormai abbiano fatto la loro parte: basta quindi prendersi in carico i problemi del mondo, stop agli interventi – armati e umanitari – in aree di guerra. Washington guarda all’Estremo Oriente. Quello Medio sembra non rientrare più tra le aree strategiche.

A Gerusalemme se ne sono accorti. Hanno provato per un po’ a far cambiare idea all’amministrazione americana. Si sono anche seduti al tavolo con la controparte palestinese, dallo scorso luglio, per riprendere i negoziati di Pace e per risolvere – una volta per tutte – il conflitto che dura da decenni. Ma nulla da fare. Così il governo dello Stato ebraico, dopo una lunga consultazione con i vertici dell’Intelligence, ha preso atto che i tempi sono cambiati.

Il ragionamento che va per la maggiore tra i ministri dell’esecutivo Netanyahu è questo: gli Usa hanno ormai abbandonato il campo mediorientale. Israele è da solo. Da un lato è meno protetta, ma dall’altro ha mani libere sull’area. «Mani libere» che la sera del 30 ottobre hanno portato l’esercito a lanciare razzi contro un deposito militare di Latakia, in Siria. Il primo attacco da luglio. Il primo dopo la decisione di Assad di smaltire le armi chimiche.

Subito dopo – spiegano da Gerusalemme – è stato spiegato all’amministrazione americana quel che era appena successo in territorio siriano. Una notizia che non è per nulla piaciuta a Obama, da settimane impegnato a evitare a tutti i costi l’intervento armato contro Assad. Anche a costo di fare giravolte diplomatiche che non sono per nulla piaciute ad alcuni paesi arabi (vedi alla voce Arabia Saudita).

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d'Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d’Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Di qui la decisione di «rispondere» a questo gesto spifferando il tutto alla Cnn. Il gioco, per gli americani, è stato facile: è bastato un alto funzionario della Casa Bianca. La notizia s’è diffusa in tutto il mondo. E a Gerusalemme è stato una lunga serie di «sono scandalosi», «non ci si comporta così», «Obama a che gioco sta giocando?». «Gli Usa hanno fatto una cosa incredibile, impensabile», hanno raccontato esponenti del governo israeliano alla tv Canale 10. Mentre altri ancora hanno puntato direttamente il dito: «L’indiscrezione del nostro attacco è venuta direttamente dalla Casa Bianca», hanno raccontato altri a Canale 2.

E veniamo a queste ore. Con un’accelerazione improvvisa del tavolo sul nucleare e la rabbia d’Israele. Tanto che a Gerusalemme stanno pensando a come «rispondere» all’atteggiamento americano. I falchi del governo premono per far saltare i colloqui di Pace con i palestinesi. I vertici della sicurezza nazionale, invece, stanno convincendo il primo ministro a dare l’ok alla rivelazione – in via indiretta – di materiale top secret che potrebbe mettere gli americani in una posizione ancora più imbarazzante di quanto non siano già a causa dello scandalo Nsagate.

Un tempo amanti. Poi diventati marito e moglie. Ora in piena causa di separazione. E chissà quando, e se, arriverà il divorzio. Di certo non mancheranno i colpi bassi sia da Washington che da Gerusalemme. Per la gioia di Hezbollah. Di Assad. Dell’ayatollah Khamenei. E, ovviamente, di Putin.

© Leonard Berberi

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Israele, l’allarme dell’esercito: il 40% della popolazione senza maschere antigas

Altro che politiche di lungo respiro. Qui, se le cose dovessero precipitare, si rischia di perdere quasi la metà della popolazione. Il dramma, sia chiaro, è ancora allo stato potenziale. Ma cosa potrebbe succedere se Hezbollah e l’Iran decidessero di attaccare Israele con armi chimiche o, peggio, con una bomba atomica?

«Sarebbe un disastro: il 40% della popolazione non potrebbe sopravvivere per la mancanza delle maschere antigas». A dirlo, con un tono più che preoccupato, è stato il tenente colonnello Lior Gabay, membro del Comando di difesa nazionale dello Stato ebraico. Chiamato a dire la sua alla commissione parlamentare degli Affari esteri e della difesa, Gabay non ha esitato a raccontare la situazione.

«Se le cose vanno avanti così, entro marzo dovremmo chiudere tutte le centraline di distribuzione dei kit con le maschere antigas perché non avremo più i soldi per comprare altre scorte», ha detto Gabay. «Con i fondi stanziati dal governo sono stati realizzati soltanto il 60% dei kit necessari ed è anche per questo che abbiamo dovuto interrompere la distribuzione delle maschere alla popolazione: non ce ne sono abbastanza».

Alla denuncia di Gabay ha fatto eco l’accusa di Zeev Belski, parlamentare di “Kadima”, il partito dell’ex premier Tzipi Livni. «Ci chiediamo perché il governo non abbia deciso di distribuire i kit prima alle popolazioni più esposte agli attacchi (quelle a nord e a nord-est, al confine con il Libano)», ha detto Belski.

Quella delle maschere antigas è diventato un problema prioritario da qualche settimana. E non solo per colpa delle tensioni con l’Iran. Di recente un alto funzionario del ministero della Difesa ha detto che il regime siriano di Assad potrebbe trasferire le armi sofisticate – comprese quelle chimiche – verso le basi libanesi di Hezbollah. E questi ultimi potrebbero anche pensare di usarle contro Israele. Del resto il passaggio di armamenti sulla linea Damasco-Beirut è una pratica consolidata ormai da anni.

Secondo alcune fonti d’intelligence occidentale, mai confermate, la Siria sarebbe il Paese con la più grande riserva al mondo di armi chimiche, tra cui alcuni degli agenti più letali, come il gas sarin e l’agente nervino VX (al bando dal 1993).  Armi di distruzioni di massa.

© Leonard Berberi

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L’italiana Micoperi, il metano e l’appalto da 100 milioni di euro

Toccherà a una società italiana risolvere i problemi di rifornimenti di metano d’Israele. Secondo il quotidiano economico-finanziario dello Stato ebraico «Globes», con ogni probabilità sarà la Micoperi Marine Contractors srl ad aggiudicarsi l’asta per la costruzione delle piattaforme per l’estrazione del gas naturale.

Il progetto tocca i 500 milioni di nuovi shekel (circa 100 milioni di euro) e dovrebbe iniziare a concretizzarsi a partire dalla fine del 2012 al largo di Hadera, nei pressi di Haifa, nel nord del Paese. Una volta finiti i lavori, il metano consentirà all’Ente israeliano dell’elettricità (Iec) di compensare in parte il deficit causato dai continui intoppi nel rifornimento di gas egiziano. In queste settimane, infatti, lo Iec sta ricorrendo al petrolio per soddisfare tutta la domanda di elettricità.

La Micoperi Marine Contractors srl ha la sede legale a Ravenna, il centro delle operazioni di base a Ortona, in provincia di Chieti, e due uffici distaccati in Egitto e Croazia. E si occupa, tra le altre cose, di costruzione, trasporto e installazione di strutture offshore, pontili e terminali marini. (l.b.)

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INCHIESTA / Gheddafi, la Russia e la Global Cst: l’accordo miliardario e la punizione all’Italia

Non è una sorpresa, per il governo israeliano, leggere in questi giorni di rapporti di lavoro tra il governo di Gheddafi e la Global Cst di Petah Tikva. Ma non sarebbe piaciuto, al ministero della Difesa – almeno a parole – scoprire che, forse, la società di Israel Ziv avrebbe violato le disposizioni nazionali in materia di sicurezza portando armi e uomini alla causa del Colonnello sanguinario di Tripoli.

Sì perché, per quanto la Global Cst si sia affrettata a smentire al governo Netanyahu qualsiasi coinvolgimento, l’esecutivo israeliano ha deciso di non diramare nessuna comunicazione. «Gerusalemme non crede alla versione della Global Cst, altrimenti l’avrebbe detto a tutti usando qualsiasi canale ufficiale», spiega la nostra fonte. «Qui le cose sono due: o Gerusalemme non sapeva, oppure sapeva, ma ha taciuto per motivi ben precisi».

Negli ambienti diplomatici occidentali – soprattutto europei – ha preso piede il sospetto che dietro alle violenze libiche si nasconda il coinvolgimento del governo israeliano. Il perché è molto semplice: «uno Stato con una rete di controllo così capillare non poteva non sapere quello che stava succedendo in Libia e come si stava muovendo una sua impresa, la Global Cst», sintetizza un alto funzionario italiano di ufficio a Bruxelles. «Quindi è evidente che Israele ha il suo zampino in questo affare».

Ma perché lo Stato ebraico dovrebbe dare una mano a un dittatore? La ragione sarebbe una soltanto, legata molto alle ultime evoluzioni in Nord Africa: «Israele non vuole che le formazioni politiche di ispirazione islamica si mettano insieme – dall’Egitto al Marocco – e diano vita a un network politico-religioso molto pericoloso per Gerusalemme», continua la fonte israeliana.

E allora qui torniamo alla Global Cst. Tra novembre 2010 e fine gennaio 2011 Israel Ziv avrebbe fatto una serie di viaggi in Egitto, Libia, Kenya, Guinea, Ciad, Mali, Senegal, Darfur. A fare cosa? «Semplice: a ingaggiare soldati. O meglio: mercenari, tra i 10mila e 50mila, da portare in Libia e dare una mano a Gheddafi», rivela la fonte. Un’operazione che sarebbe stata compiuta anche per salvare Mubarak, ma i para-militari sarebbero stati fermati – dopo aver passato illegalmente il confine egiziano – presso l’aeroporto Shark el-Owainat, in mezzo al deserto. Da lì, molti sarebbero stati arrestati. Altri, invece, respinti verso il Sudan. Da dove si sarebbero diretti quasi subito verso Tripoli.

Stando così le cose, la voce del giornalista dello “Yedioth Ahronoth” sarebbe confermata. Ma nell’affare che vede coinvolta una società di sicurezza e spionaggio israeliana ci sarebbero anche altre imprese, tutte dello stesso settore e tutte ingaggiate da Gheddafi per difendere il fortino. E per spartirsi una torta da 7 miliardi di dollari, tanto avrebbe messo a disposizione il raìs per non soccombere di fronte alle proteste del popolo. Nessuno è in grado di dire quali sarebbero le altre società. In certi ambienti si parla di un gruppo francese e di uno italiano. Ma sono solo voci.

I mercenari – armati con attrezzatura russa, americana, britannica e israeliana – sarebbero arrivati a Tripoli attraversando tutto il deserto a bordo delle jeep che poi si son viste nei filmati amatoriali. Alla fine del lavoro (cioè dopo la “liberazione” della Cirenaica), Gheddafi – secondo i bene informati – avrebbe promesso alle società di sicurezza privata, Global Cst in primis, non solo i compensi milionari. Ma anche (e soprattutto) altre due cose. Che, nel caso dell’azienda israeliana, si ripetono: la totale gestione della sicurezza degli impianti di petrolio e gas verso l’Italia e lo sfruttamento – a fini puramente commerciali – di una parte di questi. Israele, ora più che mai, ha bisogno di gas e petrolio. In cambio del via libera alle operazioni in terra libica, la Global Cst potrebbe diventare una sorta di ente energetico per lo Stato ebraico. Visto dall’Egitto non arriva quasi più nulla. E in questi giorni, Gerusalemme è costretta a elemosinare materia prima nientemeno che all’Autorità nazionale palestinese e dalla Giordania.

Qui bisognerebbe aprire un capitolo delicato per l’economia italiana: stando a chi dice di essere informato sugli accordi Gheddafi-Global Cst, una volta tornata la calma in Libia, il Colonnello sarebbe intenzionato ad annullare qualsiasi accordo con le aziende energetiche del nostro Paese, puntando a favorire i colossi russi. In cambio, Mosca si sarebbe impegnata a non votare nessuna opzione militare internazionale contro Tripoli. Per paradosso – e senza volerlo – Mosca e la Global Cst finiscono per avere una convergenza di interessi. Almeno in Libia.

Negli ultimi giorni, quando l’affaire Global Cst è scoppiato, nel quartier generale di Petah Tikva le bocche sono cucite. E non si trova conferma di quanto scritto da Al Jazeera, e cioè che l’autorizzazione a procedere in territorio libico sarebbe stata data, il 18 febbraio scorso, nientemeno che dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa, Ehud Barak, quello degli Esteri, Avigdor Lieberman, e il capo dell’intelligence militare Aviv Cochavi.

Ma nel rincorrersi di voci, l’unica certezza sembra essere una soltanto: il ruolo sempre più decisivo – in alcune parti del mondo – della società privata di sicurezza e intelligence Global Cst. E un futuro, per l’Italia, pieno di nubi. (fine)

© Leonard Berberi

GUARDA IL VIDEO PROMOZIONALE DELLA “GLOBAL CST”

Leggi la prima puntata: Fatti (e misfatti) dell’israeliana Global Cst: dalla Betancourt all’Ossezia

Leggi la seconda puntata: Vendita di armi e sicurezza degli impianti: la Global Cst in America Latina

Leggi la terza puntata: Controllo degli snodi energetici e delle miniere di bauxite: la Global Cst nel Caucaso e in Guinea

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