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LA STORIA / Hassan, cameraman ufficiale di Ahmadinejad e informatore della Cia

Non ha avuto bisogno di parlare, Hassan Gol Khanban. Gli è bastato mostrare ore e ore di filmati su nastri mini-dv e vhs. E poi firmare il documento di piena collaborazione. Che inizierà soltanto quando sul suolo americano metteranno piede la moglie e i figli. «Ora al sicuro in Turchia, ma forse stanno già volando verso gli Stati Uniti».

Da Gerusalemme, parte attiva nella vicenda, assicurano – senza mezzi termini – che si tratta del più grande caso di successo dello spionaggio anti-iraniano negli ultimi decenni. Più degl’infiltrati che, una volta entrati dall’Azerbaigian, hanno eliminato – uno dopo l’altro – le figure chiave del programma nucleare di Teheran.

La storia è roccambolesca e stupefacente allo stesso tempo. Hassan Gol Khanban il primo ottobre scorso s’è presentato agli agenti Cia di New York e ha chiesto asilo politico. I servizi segreti iraniani l’hanno cercato per ore. Perché Hassan Gol Khanban è il cameraman personale del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. L’uomo che più gli è stato a fianco negli ultimi anni. E nella città americana seguiva gli appuntamenti del numero uno di Teheran durante il vertice Onu e tutta la spedizione, 140 uomini in tutto. Fino a quando ha deciso di chiudere con il passato.

Hassan Gol Khanban (nel tondo), l’operatore ufficiale di Ahmadinejad, a New York lo scorso 23 settembre. Una settimana prima di chiedere asilo politico agli Usa consegnando filmati e foto riservati (foto di Gary Krauss/Ap)

Ma quello che manca, in tutta questa storia, è il resto. Che, in questo caso, vuol dire tutto. Perché Hassan, un uomo sulla quarantina ed ex membro basiji (la polizia religiosa), s’è portato con sé decine di filmati, centinaia di foto. «Materiale sensibile». Di più: «vitale, per l’Intelligence di mezzo mondo». In quelle istantanee e in quei nastri ci sono le immagini dei laboratori e dei siti nucleari della Repubblica islamica. Tutto il materiale di cui hanno bisogno Israele e Usa per decidere se la «linea rossa» iraniana sul nucleare è stata superata oppure no.

In quelle videocassette – raccontano da Gerusalemme – ci sarebbero tutte le ultime visite ufficiali, e mai trasmesse nella tv di Stato, di Ahmadinejad e dell’ayatollah Ali Khamenei nei siti nucleari e le sedi delle Guardie rivoluzionarie del Paese. «Il più grande e aggiornato archivio sul cuore scientifico e militare del Paese», spiegano da Israele, «arrivato senza nessun intoppo perché nessuno ha mai pensato di controllare le due valigie del cameraman prima di partire per New York».

Tra il materiale ci sarebbero anche i laboratori che non sono mai stati fatti visionare agli osservatori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica di Vienna: «il complesso nucleare di Natanz, l’impianto di arricchimento nucleare di Farduz, la struttura militare di Teheran e il centro di ricerca di Amir-Abad». «In molti filmati si vedono scienziati ed esperti spiegare nel dettaglio i vari programmi di ricerca ad Ahmadinejad», raccontano estasiati da Gerusalemme. «La cosa è positiva per due motivi: da un lato ci fornisce prove evidenti su quello che hanno intenzione di fare gl’iraniani», spiegano. «Dall’altro, ci permette di inserire, catalogare e memorizzare nei nostri dispositivi di contro-spionaggio le singole voci dei vertici militari, così da individuarli subito ogni volta che intercettiamo le loro comunicazioni».

Hassan Gol Khanban insieme ai vertici militari iraniani (foto Agenzia Fars)

Dallo Stato ebraico spiegano anche che il primo «contatto» tra Cia e Hassan Gol Khanban sarebbe avvenuto esattamente un anno fa. E proprio quando l’operatore tv si trovava a New York per i lavori dell’Assemblea generale dell’Onu. È in quei giorni che sarebbe stato convinto dall’intelligence americana a passare dalla loro parte. In tutti questi mesi, dicono da Gerusalemme, il cameraman non avrebbe mai contattato la Cia. Né altri 007 occidentali presenti in Iran. Per non destare sospetti. «Gli americani hanno avuto, per un anno intero, un loro uomo di fianco ad Ahmadinejad e Khamenei», spiegano.

Poi la svolta. Agli inizi di settembre Hassan Gol Khanban chiede e ottiene – grazie al suo ruolo – un visto per la moglie e i figli per la Turchia. Motivo: visita ai parenti. Una volta che la famiglia ha toccato il suo turco, «e una volta che gli Usa li hanno presi in custodia», per Hassan è stato il momento di «finire il lavoro». Atterrato a New York, il 23 settembre, ha filmato per qualche giorno Ahmadinejad. Poi, quando tutti si erano rilassati alla fine del discorso all’Onu del presidente iraniano, l’operatore tv, l’ombra dell’uomo più potente della Repubblica islamica, ha lasciato la sua stanza al Warwick Hotel e s’è consegnato agli agenti statunitensi affiancato dall’avvocato Paul O’Dwyer. «Sono Hassan Gol Khanban, cittadino iraniano. Chiedo asilo politico agli Stati Uniti d’America». Dando così inizio alla più roccambolesca storia di spionaggio.

© Leonard Berberi

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ANALISI / Così l’Iran sta portando uomini e armi in Siria e Libano per affrontare Israele

Avevano considerato anche l’ipotesi più estrema: spedire i caccia a bombardare i tre aerei in volo. Bastava soltanto l’ok del premier Benjamin Netanyahu. Ma quell’ok non è mai arrivato. Nessuno poteva davvero giurare su cosa ci fosse dentro quei velivoli in quel preciso istante: armi o civili inermi? «Era la tipica situazione 51-49», racconta un giornalista israeliano che ha avuto informazioni di prima mano. «E comunque, anche se ci fossero stati solo militari e armi, Teheran avrebbe fatto passare la cosa come attentato d’Israele contro voli civili per infiammare il mondo islamico e scatenare la guerra».

La notizia è che ci sono due Boeing 747 – uno dell’Iran Air con numero EP-ICD, l’altro di Mahan Air con l’identificativo EP-MNE – e un altro aereo della Yas Air (altra compagnia iraniana) che da giorni viaggiano tra l’Iran e la Siria, sorvolando lo spazio aereo iracheno tra Mosul e Kirkuk e spesso spengono qualsiasi dispositivo di tracciamento. Quei tre aerei civili della Repubblica islamica da mesi non trasportano più passeggeri o turisti. Spediscono uomini dell’esercito dei pasdaran e munizioni per il regime siriano di Assad.

Una fase delle esercitazioni a sorpresa nel Golan da parte dell’esercito israeliano (foto Idf)

Fonti da Gerusalemme spiegano che il più attivo tra i velivoli, da ormai un anno, è quello della Yas Air. Si tratta di un Ilyshin IL-76TD con marchio EP-GOL. La sua base è lo scalo Mehrabad di Teheran. E ogni settimana, da ottobre 2011, compie almeno tre voli settimanali verso l’aeroporto di Aleppo. Trasporterebbe di tutto. Munizioni, in particolar modo, e granate.

Le fonti locali, in Iran, avevano raccontato tutto questo al Mossad già ad aprile. E il Mossad aveva deciso di monitorare la situazione. Scoprendo che, sì, con cadenza praticamente giornaliera in Siria arrivavano uomini delle Guardie rivoluzionarie di Teheran e decine di tonnellate di armi per rafforzare i lealisti di Damasco.

Due settimane fa la conferma delle agenzie d’intelligence europee – compresa quella italiana – sulla vera missione di quei tre bolidi dei cieli. Quindi il dossier riservato è piombato al Palazzo di Vetro, a New York, dove ora gl’israeliani vogliono discutere. E cercare di spingere l’Iran all’angolo.

«Gli iraniani hanno cambiato modus operandi», scrive il dossier. «I velivoli di Teheran volano praticamente ogni giorno verso la Siria trasportando uomini delle Guardie rivoluzionarie e decine di tonnellate di armi per rafforzare l’arsenale dell’esercito di Assad e combattere al meglio la milizia dei ribelli».

Una fase delle esercitazioni a sorpresa nel Golan da parte dell’esercito israeliano (foto Idf)

Le conclusioni europee sono le stesse del Mossad. Tranne che per gli obiettivi. Perché se nel Vecchio Continente pensano che il tentativo di Ahmadinejad sia quello di far durare il più possibile il regime siriano, a Gerusalemme sono convinti che il tutto serva soltanto a preparare l’offensiva ad Israele da più fronti. Uno di questi dovrebbe essere proprio la Siria. L’altro – ne sono convinti di analisti del Mossad – non potrà che essere il Libano. Del resto è stato Mohammed Ali Jafari, capo delle Guardie rivoluzionarie armate dell’Iran, a sostenere pubblicamente : «I nostri uomini stanno fornendo supporto logistico non-militare alla Siria e al Libano». Quelle parole sono state smentite, il giorno dopo, dal ministro degli Esteri di Teheran. Ma la smentita, secondo Gerusalemme, è stata soltanto una seconda conferma.

E mentre nel governo sta dando buoni frutti la minaccia del premier Netanyahu di sottoporre alla macchina della verità i funzionari e i ministri così da capire chi sia la gola profonda che fornisce notizie riservate ai giornalisti, l’esercito dello Stato ebraico questa settimana ha richiamato tutti i riservisti per una maxi-esercitazione militare non prevista nelle Alture del Golan. Guarda caso l’area da dove, secondo il Mossad, potrebbero tentare di attaccare iraniani, siriani e libanesi di Hezbollah. E guarda caso, la stessa area – con una delle stesse brigade, la famosa Golani – dove anche la scorsa settimana si erano addestrati centinaia d’israeliani con la divisa.

«È ovvio che l’Idf, l’esercito ebraico, sta cercando di tenere in forma i suoi uomini», hanno spiegato alcuni analisti ai giornali israeliani. Lasciando intendere che, se l’andazzo dovesse essere questo, una guerra con l’Iran diventerebbe inevitabile.

© Leonard Berberi

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“Netanyahu vuole attaccare l’Iran prima di novembre”. Ma nel partito del premier resiste il fronte del “no” alla guerra

«Ma quale primavera! Il governo israeliano vuole attaccare l’Iran prima delle elezioni americane!». Lunedì sera l’emittente tv israeliana Channel 10 ha mandato in fibrillazione un bel po’ di cancellerie. Abituate, ormai, all’idea che no, una guerra contro Teheran non ci sarà fino a febbraio-marzo 2013.

È bastato vedere in primo piano la faccia di Alon Ben-David, giornalista esperto di cose militari, per aspettarsi tutto tranne che notizie buone. E infatti. «Il primo ministro Benjamin Netanyahu è intenzionato ad attaccare l’Iran prima delle elezioni statunitensi del 6 novembre», ha detto Ben-David. E ha aggiunto, nel caso non fosse chiaro: «Mai prima d’ora Israele è stata così vicino alla guerra ai programmi nucleari della Repubblica islamica».

Come ricorda il quotidiano elettronico Times of Israel, «Ben-David è stato l’unico autorizzato a curiosare nelle forze aeree israeliane per vedere come ci si sta preparando all’attacco militare». E Ben-David non ha tradito le attese. «Dal punto di vista di Netanyahu le sanzioni non hanno funzionato e ogni giorno che passa avvicina l’ora X», ha detto durante l’edizione principale del tg.

Quanto all’incontro con il presidente Usa previsto a settembre, in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, Ben-David ha gelato tutti: «Non si sa nemmeno se ci sarà l’incontro», ha rivelato. E anche se un faccia a faccia ci sarà, continua l’analista, «dubito Obama sarà in grado di convincere Netanyahu a far ritardare l’attacco».

L’analista militare Alon Ben-David lunedì sera durante il tg di Channel 10

La guerra si avvicina. La guerra si allontana. L’elastico nucleare, in salsa mediorientale, continua ormai da settimane. Tanto che, secondo molti, i toni non sono più quelli di un conflitto, «ma di una telenovela». Telenovela che, però, a qualcuno non dispiace. «Più Netanyahu minaccia di attaccare l’Iran più in realtà questa guerra resta solo un’idea», spiega a Falafel Cafè un parlamentare del Likud, il partito del premier. «All’interno della nostra formazione non tutti seguono il ragionamento di Bibi: più di qualcuno – me compreso – non vuole avere sulla coscienza migliaia di vittime civili qui, nello Stato ebraico, e anche là, nella Repubblica islamica».

Il timore è anche un altro. «Bibi (Netanyahu, nda) mese dopo mese ha perso l’appoggio di molti Stati nostri alleati fino a qualche anno fa», continua il parlamentare del Likud. «Abbiamo perso la Turchia, abbiamo perso l’Egitto, la Giordania inizia ad avere problemi di stabilità e l’Arabia Saudita ci ha praticamente chiuso i corridoi aerei e navali». Quindi lo scenario successivo all’eventuale attacco all’Iran: «Basta una sola bomba su Teheran per incendiare tutto il Medio Oriente. Ci troveremmo a dover gestire più conflitti contemporaneamente e non ne siamo ancora in grado, checché ne dica Bibi». Poi, chiude il ragionamento, «ci sarebbe la questione – non meno importante – dei costi da sostenere per il conflitto su larga scala».

Già, i costi. Secondo l’analisi del gruppo di ricerca BDI-Coface la guerra potrebbe costare all’economia israeliana addirittura 167 miliardi di shekel, 42 miliardi di dollari. Ci sarebbero danni economici «diretti» (47 miliardi di shekel, pari al 5,4% del Pil del 2011). E danni «indiretti»: 24 miliardi di shekel all’anno, in un periodo previsto di recessione che va dai tre ai cinque anni. Per fare un confronto: la guerra in Libano nel 2006, durata 32 giorni, fece ridurre la crescita economica dello 0,5%. A cui si aggiunse un altro 1,3% del Pil utilizzato per ricostruire le infrastrutture danneggiate da Hezbollah. Ma nella guerra contro il Paese dei Cedri fu coinvolta soltanto la parte settentrionale, dove si produce il 20% della ricchezza nazionale. «In caso di attacco all’Iran – precisa lo studio – sarebbe coinvolta la parte d’Israele che realizza il 70% del Pil annuale».

© Leonard Berberi

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La vita è bella (in Israele) per nove abitanti su dieci

Malgrado il senso di isolamento e di accerchiamento. Malgrado le rivoluzioni arabe alle porte. Malgrado la minaccia iraniana. E malgrado le crisi con Egitto e Turchia. Ecco, malgrado tutto questo, lo Stato ebraico è «un posto dove è bello vivere». Parola d’israeliano. Anzi: d’israeliani. In cifre: l’88 per cento, secondo un sondaggio commissionato dallo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto nel Paese.

Il 67% dello stesso campione d’intervistati aggiunge anche di essere di buon umore, in questo momento. Il 74%, poi, si dice soddisfatto della propria situazione economica. Insomma, «indignados» o meno, in Israele si vive che è una meraviglia.

Per carità, non tutto è rose e fiori. Ci sono anche dichiarazioni negative. O meglio: avvisaglie di pessimismo. Tanto che lo stesso giornale ha evidenziato come le risposte date, prese nel loro complesso, siano un po’ schizofreniche. Quasi polarizzate.

Un esempio? Quasi la metà degl’intervistati (il 45%) teme che Israele, in quanto Stato ebraico, sia esposto a rischi esistenziali. Tradotto: rischia da un momento all’altro di essere cancellato dalla faccia della Terra. Per non parlare dei negoziati di Pace, ormai diventati «la telenovela politica e mediatica più lunga di sempre»: in questo caso, quasi due terzi degl’israeliani pensano che non si raggiungerà mai un accordo con i palestinesi.

Ecco, a proposito del tavolo di negoziati. Oggi lo Stato israeliano, per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu, ha accettato la richiesta del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) di riprendere al più presto le trattative con i palestinesi. E senza precondizioni. «Ora ci aspettiamo da Ramallah la nostra stessa disponibilità», ha aggiunto il premier. Anche se, a leggere tra le righe del comunicato poi letto su tutte le radio e le tv, qualche intoppo c’è già: «Israele ha alcune riserve che saranno avanzate nel corso delle trattative», scrive il documento. Certo, visti i tempi e gli uomini, tornare su uno stesso tavolo – un anno dopo i colloqui di Washington – sarebbe un bel passo in avanti.

Leonard Berberi

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Israele dà il via libera alla costruzione di 1.100 alloggi a Gerusalemme Est

Trecentosessantacinque giorni dopo non è cambiato nulla. Stessa scena, stessi protagonisti, stesse minacce e stesso esito: nessun tavolo di Pace, ma solo tante costruzioni. Già, le costruzioni. Il 28 settembre 2010, allo scadere dei dieci mesi di moratoria del governo israeliano, i coloni avevano ripreso a tirar su a colpi di calcestruzzo e mattoni centinaia di abitazioni in Cisgiordania. Fregandosene dei colloqui di Pace che di lì a poco sarebbero naufragati nella retorica mediorientale.

Un anno dopo, siamo esattamente allo stesso punto. Cambia solo il contesto internazionale: stavolta Ramallah ha chiesto all’Onu il riconoscimento dello Stato palestinese. Come finirà si vedrà. Ma tutt’intorno resta il solito copione dell’area: alle parole non seguono mai i fatti. Anzi.

E così, tanto per la cronaca, si è saputo che il ministero dell’Interno israeliano ha formalizzato oggi il via libera alla costruzione di 1.100 nuovi alloggi nell’insediamento ebraico di Gilo, un sobborgo di Gerusalemme Est, quindi oltre la linea verde del 1967 (nella foto sotto le nuove costruzioni). Ci troviamo nel bel mezzo dei territori rivendicati dai palestinesi. E questo di Gilo sarebbe solo uno dei tanti progetti che hanno lo scopo di rilanciare l’edilizia nella zona a maggioranza araba indicata da Abu Mazen quale capitale del futuro Stato palestinese.

Quella degl’insediamenti resta – secondo gli analisti – il vero problema dei negoziati israelo-palestinesi. L’esecutivo Netanyahu non sa come disfarsene dei trecentomila e passa di coloni. E non potrebbe nemmeno imporre l’allontanamento coatto visto che metà governo è legato agl’insediamenti e ci metterebbe mezzo secondo a far cadere il governo. L’autorità palestinese, invece, mette quello dei coloni al primo punto dell’agenda per raggiungere un accordo.

L’altra questione riguarda la Città Santa. Secondo il governo israeliano Gerusalemme Est (annessa unilateralmente a Israele nei primi anni ’80), è parte della capitale «unita, eterna e indivisibile» dello Stato ebraico. Secondo l’Autorità nazionale palestinese, essa è invece una porzione da restituire di quei territori occupati fin dalla guerra dei Sei Giorni del 1967.

Ed ecco che, nel bel mezzo del marasma diplomatico, arriva il via libera a costruire non solo in un territorio che i palestinesi considerano loro, ma anche in quella parte di città che, sempre secondo i palestinesi, sarà la capitale del nuovo Stato.

Leonard Berberi

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Checkpoint di Qalandiya. Ieri

Ieri c’è stata una battaglia. O, se volete, un assaggio di guerra. Con i soldati israeliani a rispondere alla violenza dei palestinesi. E questi ultimi a replicare, a modo loro, all'”invasione” dell’esercito dello Stato ebraico con un fitto lancio di sassi, con copertoni infuocati e botti di fine anno usati manco fossero granate.

Ieri, al checkpoint di Qalandiya, in Cisgiordania, centinaia di giovani palestinesi e decine di uomini dell’Idf si sono scontrati come non succedeva da tempo. Ringalluzziti, i primi, dalla richiesta all’Onu di riconoscere lo Stato di Palestina. Spaventati, i secondi, dall’escalation di violenza che rischia di esondare sul suolo ebraico.

In tutto questo c’è una scena, nel video che trovate sotto, che colpisce: quella che mostra il volto dipinto di Yasser Arafat che giganteggia sul lato palestinese del muro di separazione mentre “osserva” i soldati israeliani all’opera. Ieri, a Qalandiya, in Cisgiordania, è andata in scena la prova generale della Terza intifada. (leonard berberi)

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La solitudine di Israele

Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivato il chiarimento di Ankara: con Israele tagliamo i cordoni sì, ma solo quelli militari e diplomatici. Gli altri, quelli economici, restano così come sono. Del resto, chi è quel pazzo disposto di questi tempi a buttare al vento almeno quattro miliardi di interscambi commerciali all’anno?

E allora. Turchia e Israele ai ferri corti. Ormai è ufficiale. Del resto l’andazzo di Erdogan (foto sopra, a destra Netanyahu), sempre più leader islamico indiscutibile del Medio Oriente, è questo da mesi. A prescindere dagli incidente a bordo della nave Mavi Marmara dell’anno scorso al largo di Gaza. La nuova linea diplomatica di Ankara – stando ai bene informati – sarebbe stata decisa già nel 2009. Quando in un colloquio riservato il premier turco avrebbe fatto capire che gli equilibri dell’area sarebbero cambiati presto e che bisognava riposizionarsi nello scacchiere. «Israele non potrà godere più di tanto dell’appoggio americano, visto il declino della potenza», avrebbe detto Erdogan ad alcuni dei suoi. «L’Iran sarà sempre più debole a livello internazionale e le pressioni palestinesi per il riconoscimento di un vero e proprio Stato sui confini del 1967 usciranno dai confini locali». Certo non avrebbe previsto il crollo dell’Egitto, Erdogan. Ma avrebbe dato per certo una rivolta contro Assad in Siria.

Un premier turco lungimirante? Forse. Anche se i primi passi concreti sono arrivati solo in queste settimane. Recapitando un messaggio devastante per Israele: attenti, ora siete soli. E infatti a Tel Aviv come a Gerusalemme si parla soprattutto di questo: dell’isolamento. Politico, sì. Militare, soprattutto. Perché la Turchia non era solo un partner strategico. Era una pedina importante che permetteva di stare sicuri sia dal Libano (intendi: Hezbollah) che dalla Siria e dalla Striscia di Gaza (leggi: Hamas).

Gli analisti israeliani ritengono esagerate le reazioni di Tayyip Recep Erdogan dopo le mancate scuse dello Stato ebraico dolo il blitz sulla Freedom Flottiglia. «A meno che – è il ragionamento di alcuni di loro – questa delle scuse ufficiali non sia soltanto una… scusa». Un motivo per staccarsi da un alleato che, nell’area, è sempre più scomodo per i turchi. C’è poi chi, come Dan Margalit – ormai l’unico portavoce del premier israeliano sulla stampa – scrive sul quotidiano nazionalista free press “Israle ha-Yom” (Israele Oggi) che «Erdogan soffre della malattia mentale dell’antisemitismo». E ancora: «Il premier turco coltiva ambizioni neo-imperiali islamico-ottomane con lo scopo di conquistare il primato nel mondo arabo a spese di noi ebrei».

A livello ufficiale, dalle parti di Gerusalemme, la linea è solo una: «A Erdogan non si risponde». Poi, come sempre è successo in questo governo Netanyahu un po’ allo sbando in fatto di politica estera, ecco poi è successo che un ministro, Yisrael Katz (Trasporti), abbia detto – «a titolo personale» – che «le scuse per la questione della Flottiglia restano fuori discussione: la Turchia le lega a una revoca del blocco navale di Gaza che aprirebbe la porta ai traffici di armi di Hamas».

Certo, sostengono gli stessi analisti, Gerusalemme ha fatto la sua parte. La diplomazia «a trazione nazionalista» del premiere Benjamin Netanyahu «ha fallito in lungo e in largo», dice chi queste cose le segue da tempo. E alla fine il nome al centro, oltre a quello del premier, è sempre il solito: Avigdor Lieberman (dietro al premier, nella foto poco sopra). Il ministro degli Esteri, il responsabile delle relazioni con il resto del mondo, non ha mai nascosto il suo volto nazionalista. Che fosse con i musulmani o con gli ebrei. Gl’imbarazzi, ecco, non sono mancati nemmeno quelli. Il fatto è che dopo un po’ le cancellerie di stanza a Tel Aviv hanno smesso di chiamare lui, «Yvette» Lieberman. Qualche ambasciatore occidentale non ha più alzato la cornetta. Qualcun altro ha preferito parlarne direttamente con il premier.

Ora arriva la prova decisiva, quella del 20 settembre. Quando i vertici palestinesi si dovrebbero rivolgere all’Onu per chiedere il riconoscimento dei diritti di sovranità di uno Stato di Palestinese indipendente, con Gerusalemme Est capitale e con i confini esistenti prima della Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’Anp dice che avrà il sì di almeno 140 Paesi. Difficilmente il voto porterà subito alla creazione dell’autorità indipendente, ma è anche vero che sono numeri che ormai pesano. E che l’amministrazione Usa non è più in grado di ignorare. Soprattutto alla luce della crisi tra Israele e Turchia.

Non che il resto non conti nulla. Nel nuovo scenario – quello dell’isolamento politico-diplomatico israeliano – fanno ancora più paura i confini per nulla sicuri con l’Egitto lungo il Sinai, Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e quelle fazioni radicali che premono lungo il confine con la Siria, nell’Altura del Golan, in un Paese ormai allo sbando. La sindrome dell’accerchiamento – temuta, prospettata, studiata ed evitata per decenni – rischia di diventare qualcosa di più concreto. E i venti di guerra qualcosa di più di uno scenario da guerrafondai. Basta leggere le reazioni ufficiali del governo di Cipro (membro Ue): «Il nostro Paese farà di tutto per fermare la guerrafondaia Turchia». Li han chiamati proprio così, i turchi: «guerrafondai». Certo, la scusa ufficiale era la minaccia di Ankara di rivedere certi progetti di ricerca di risorse di gas naturale dopo la rottura con Israele. Ma il messaggio di fondo puntava chiaramente ad altro: a salvaguardare il fragile equilibrio dell’isola. E dell’area. Anche a costo di una spedizione militare. Trascinando così l’intera Europa. Che, a dire il vero, sembra dormire.

Leonard Berberi

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