attualità

Elezioni in Israele, le proiezioni e le possibili coalizioni

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Alla fine l’ago della bilancia potrebbe essere il nuovo entrato. Un po’ come accadde nell’altra tornata elettorale con «Yesh Atid» del giornalista-conduttore Yair Lapid. «Kulanu», la formazione creata poche settimane fa da Moshe Kahlon (ex ministro del premier uscente Benjamin Netanyahu) con i suoi 8 seggi – secondo la media degli ultimi sondaggi – rischia di decidere le sorti del futuro governo israeliano: è solo con loro, salvo grandi sommovimenti, che i due blocchi possono sperare di prendere almeno 61 seggi (su 120) per un nuovo governo.

A cinque giorni dalle elezioni del 17 marzo «Unione sionista», il blocco di centro-sinistra formato da laburisti e dal partito di Tzipi Livni si attesta attorno ai 24 seggi. Seguito dal «Likud» del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Terzi, con 13 deputati, «Focolare ebraico» di Naftali Bennett, le Liste arabe unite e «Yesh Atid» di Yair Lapid. Seggi anche per «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman (6), per gli ultrareligiosi dello «Shas» (7) e dello «United Torah Judaism» (6), per «Yahad», la formazione di Eli Yishai (ex «Shas», 4) e i comunisti di «Meretz» (5).

israel_poll_1Netanyahu resta il favorito per la formazione del nuovo esecutivo. Giocano, dalla sua parte, sia il campo politico di «Kulanu» (destra) che il fatto di dovere a che fare con realtà non molto distanti dalle idee di base del suo «Likud». Molto più complicata – e frastagliata – la situazione dall’altra parte. Dove il blocco di centro-sinistra («Unione sionista») secondo i seggi che gli assegnano i sondaggi dovrebbe formare una coalizione eterogenea composta da loro, «Yesh Atid» (centrista), le Liste arabe unite, «Meretz» (comunisti) e, appunto, «Kulanu».

Falafel Cafè ha preparato i due principali scenari se dovessero confermarsi i sondaggi. Scenari che, nel caso del blocco di centro-sinistra-arabi, risulta poco probabile. Sempre che non ci si comporti proprio come nel 2013: nessuna maggioranza e governo di grande coalizione. Ma questa è un’altra storia…

© Leonard Berberi

israel_poll_right_no_kulanuisrael_poll_left_center_arabs_no_kulanuisrael_poll_right_with_kulanuisrael_poll_left_center_arabs_with_kulanu

Annunci
Standard
politica

Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Se per Netanyahu la politica israeliana è un asilo nido

L'asilo nido della politica israeliana secondo il Likud. Da sinistra, in versione junior, i principali rivali di Netanyahu: Avigdor Lieberman (attuale ministro degli Esteri), Tzipi Livni (ex ministro della Giustizia), Yair Lapid (ex ministro delle Finanze), Naftali Bennett (ministro dell'Economia e dei Servizi religiosi) [fermo immagine da YouTube]

L’asilo nido della politica israeliana secondo il Likud. Da sinistra, in versione junior, i principali rivali di Netanyahu: Avigdor Lieberman (attuale ministro degli Esteri), Tzipi Livni (ex ministro della Giustizia), Yair Lapid (ex ministro delle Finanze), Naftali Bennett (ministro dell’Economia e dei Servizi religiosi) [fermo immagine da YouTube]

La politica israeliana? Un asilo nido. Parola di «Bibi». Di tempo ne manca ancora. Del resto si vota il 17 marzo. Cioè tra cinquanta giorni. Ma a seguire tv e giornali, siti web e profili social dei più grandi partiti per ora sembra esserci soltanto un partito: il Likud. Quello del premier uscente, Benjamin Netanyahu.

Non è un caso se proprio uno degli spot del partito di destra – il più visto, commentato e criticato – punti sull’affidabilità di «Bibi» (come viene chiamato il primo ministro Netanyahu) e sulla presunta infantilità di tutti gli altri leader, a partire da loro, Tzipi Livni e Yair Lapid, ex ministri della Giustizia e delle Finanze nell’esecutivo che volge al termine. Anche se è uno spot comparso «per errore» in Rete.

Bennett jr e Lapid jr litigano tra loro (fermo immagine da YouTube)

Bennett jr e Lapid jr litigano tra loro (fermo immagine da YouTube)

Il filmato si apre con questi bimbi che rumoreggiano in un asilo nido, sconquassano tutto e non stanno un attimo fermi. Non sono minori qualunque. Rappresentano, ciascuno, gli altri avversari. Quindi ecco Tzipi Livni junior, ma anche Yair Lapid con il suo ciuffo noto in ogni angolo d’Israele. Non mancano nemmeno i diretti concorrenti – quelli che a destra potrebbero drenare voti al Likud – e cioè Avigdor Lieberman e Naftali Bennett.

Poi compare «Bibi», camicia scura, sguardo serioso e l’aria di chi deve riportare la tranquillità. È il «Bibi» di oggi, mica in formato junior pure lui. «Bambini state calmi! Non possiamo fare nulla oggi – dice il primo ministro uscente – E tu Yvette (il nomignolo dato ad Avigdor Lieberman) non puoi tenere tutto per te ma devi condividere con gli altri».

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu nello spot del suo partito (fermo immagine da YouTube)

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu nello spot del suo partito (fermo immagine da YouTube)

Parole al vento. Perché la versione minorile di Yair Lapid (leader di Yesh Atid) dà fastidio a Naftali Bennett junior (della formazione La Casa ebraica): «Ahkh, ahkh, ahkh», si lamenta Bennett jr. «Sì, lo so, è un ahkh», concede Netanyahu, giocando su quel termine – «ahkh» – che in ebraico vuol dire «fratello». «Yair, smettila di giocarci così, lo stai rompendo», interviene «Bibi» poco dopo contro l’ex ministro delle Finanze.

Cambio di scena e i bimbi-leader stanno giocando al gioco della sedie. Yair e Naftali occupano lo stesso posto in due: «L’ho occupato io per primo, io, io, è mio» si dicono i due. «Basta litigare per il posto», sgrida ancora Netanyahu. «E tu Tzipi (Livni, leader dell’alleanza con i Laburisti) smettila di correre da un posto all’altro», attacca il primo ministro, evidenziando le ultime scelte politiche del suo ex ministro della Giustizia.

E insomma si va avanti così per alcuni secondi. E si vede pure – mica a caso – un piccolo Naftali Bennett che gioca con due carri armati. «Che perdita di tempo – chiude Netanyahu – non possiamo continuare con questo asilo nido. Per guidare un Paese serve un governo forte e stabile. Vota per il Likud per un cambio di passo.

Il promo, che secondo molti analisti colpisce al cuore della politica israeliana, è pero finito al centro delle polemiche da parte delle associazioni per i minori. Perché, accusa Yitzhak Kadman – direttore del Consiglio nazionale per l’infanzia – «la legge che regola le elezioni stabilisce che i giovanissimo che hanno meno di 15 anni non possono comparire negli spot elettorali». Per questo ha chiesto alla Commissione elettorale centrale di bloccarlo.

«Questo è uno dei tanti filmati che abbiamo preparato», replica – attraverso il sito Ynet – lo staff del Likud. «L’abbiamo sì preparato noi, ma non aveva ancora ricevuto l’ok per la messa in onda. Purtroppo, a causa di un errore tecnico, il video è stato pubblicato online».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Elezioni in Israele, il nuovo centrosinistra e un Paese diviso

Isaac Herzog, leader laburista, con Tzipi Livni, numero uno di Hatnuah, mercoledì 10 dicembre mentre annunciano l'accordo elettorale in vista delle elezioni del 17 marzo 2015 (foto Flash 90)

Isaac Herzog, leader laburista, con Tzipi Livni, numero uno di Hatnuah, mercoledì 10 dicembre mentre annunciano l’accordo elettorale in vista delle elezioni del 17 marzo 2015 (foto Flash 90)

«La carriera di Tzipi Livni: con 28 seggi non ha avuto nulla. Con 6 è diventata ministro. Con zero (secondo i sondaggi) premier. Impressionante». La frase – o meglio: il tweet – è di Dana Weiss, uno dei volti del telegiornale di Canale 2. E potrebbe essere pure la sintesi migliore sulle elezioni (anticipate) che si svolgeranno in Israele il 17 marzo 2015.

Ieri il partito laburista locale – ora all’opposizione – si è alleato con Hatnuah, la formazione centrista di Tzipi Livni, da poco ex ministro della Giustizia, cacciata dal premier Benjamin Netanyahu insieme con Yair Lapid, leader di Yesh Atid ed ex ministro delle Finanze. «È il momento di cambiare», ha detto Isaac Herzog, leader laburista, di fianco a Livni e davanti a uno striscione con la scritta «Insieme vinciamo». Di sicuro, almeno secondo i sondaggi, ci guadagnerebbe Livni: se corresse da sola non riuscirebbe ad avere nemmeno un seggio.

Le formazioni più votate secondo il sondaggio dell'Università di Tel Aviv: Labor-Hatnuah 22 seggi (su un totale di 120), Likud (Netanyahu) 20, Habayit Hayehud (Naftali Bennett) 15, Kulanu (Moshe Kahlon) 13, Yisrael Beitenu (Avigdor Lieberman) 11, Yesh Atid (Yair Lapid) 10 (fermo immagine da Canale 10)

Le formazioni più votate secondo il sondaggio dell’Università di Tel Aviv: Labor-Hatnuah 22 seggi (su un totale di 120), Likud (Netanyahu) 20, Habayit Hayehud (Naftali Bennett) 15, Kulanu (Moshe Kahlon) 13, Yisrael Beitenu (Avigdor Lieberman) 11, Yesh Atid (Yair Lapid) 10 (fermo immagine da Canale 10)

«Quando riceverò il mandato – ha continuato Herzog – io sarò primo ministro per i primi due anni e Tzipi Livni per la seconda metà della durata del mandato». «Il centro sionista si è sollevato contro i partiti dell’estrema destra», ha aggiunto l’ex numero uno della Giustizia.

A dare speranza alle due formazioni il sondaggio dell’Università di Tel Aviv per Canale 10. Dice quella rilevazione che un blocco di centrosinistra composto laburisti e Hatnuah avrebbe la meglio sul Likud, il partito di Netanyahu, per 22 seggi (su un totale di 120) a 20. Al terzo posto ci sarebbero gli ultranazionalisti di Naftali Bennett, capo di Habayit Hayehud e sostenitore degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Un risultato che, però, mostra ancora una volta l’incertezza su una possibile coalizione di governo. E che, a dirla tutta, per ora vede favorito più il premier uscente che il blocco di centrosinistra.

Le preferenze del sondaggio per gli altri partiti: a sinistra quelli religiosi, a destra quelli arabi (fermo immagine da Canale 10)

Le preferenze del sondaggio per gli altri partiti: i meno votati risulterebbero quelli arabo-israeliani (fermo immagine da Canale 10)

«L’accoppiata Livni-Herzog rappresentano il “dream team” di Abu Mazen (il presidente palestinese, nda)», hanno ironizzato i vertici del Likud. «Non ci sono dubbi su quello che ci si potrebbe aspettare da un governo di sinistra», a partire dalle «pericolose concessioni su Gerusalemme e in tutta la nostra madrepatria».

Ora tutti cercano di capire cosa farà Yair Lapid, il vero vincitore della tornata del 2013, arrivato secondo con un partito nato pochi mesi prima: correrà da solo o – come ritengono in molti – alla fine si unirà a laburisti e Hatnuah? In attesa di capirlo ha finalmente trovato un nome la formazione di Moshe Kahlon, ex dirigente del Likud ed ex ministro della Comunicazione molto amato per avere ridotto drasticamente le tariffe telefoniche in Israele e ora in forte ascesa. La sua nuova formazione si chiamerà «Kulanu» (Tutti noi) e secondo i sondaggi potrebbe guadagnare tra i 10 e i 13 seggi.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Le incognite del voto di marzo (e del futuro premier d’Israele)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa in cui annuncia la fine della maggioranza e chiede le elezioni anticipate (foto Reuters)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa in cui annuncia la fine della maggioranza e chiede le elezioni anticipate (foto Reuters)

L’ufficio del primo ministro d’Israele non è molto grande. A vederlo così – con una scrivania, una libreria, una tv a schermo piatto, tende chiare che coprono le finestre da cima a fondo e una lampada da tavolo – ha tutte le caratteristiche di un normale ufficio. E però è qui che vengono prese le decisioni più importanti per milioni di persone. Decisioni che, per dirla con molti analisti, «spesso sono di vita e di morte».

Per entrare nella stanza più «intima» del primo ministro d’Israele bisogna aprire due porte. La prima introduce a una stanzetta, una sorta di disimpegno. La seconda alla scrivania delle scelte storiche. Il premier Benjamin Netanyahu – nonostante le accuse di essere uno spendaccione – l’ha sempre voluto tenere così il suo studio: semplice. Perché è da lì che si fa vedere in tv alla nazione. È da lì che spiega a centinaia di migliaia di persone che cosa succederà nei giorni successivi.

Netanyahu durante la registrazione di un'intervista televisiva dal suo studio gli ultimi giorni di novembre scorso (foto da Facebook)

Netanyahu durante la registrazione di un’intervista televisiva dal suo studio gli ultimi giorni di novembre scorso (foto da Facebook)

Ma queste potrebbero essere le ultime settimane di Netanyahu là dentro. Il voto del 17 marzo 2015 – voto anticipato, dopo il collasso dell’esecutivo – rischia di chiudere la sua carriera politica. Anche se i sondaggi, per ora, danno il suo partito – di destra – al comando. Anche se le altre formazioni di destra uscirebbero ancora più rafforzate di prima. Perché quella del 17 marzo non sarà un’elezione. Sarà un referendum. Su Netanyahu. Il primo ministro che – per molti – ha difeso l’esistenza d’Israele. Per tanti altri ha seppellito qualsiasi tentativo di far la pace con i palestinesi.

Le incognite non mancano. Al netto dei sondaggi – che certo nel Paese hanno dimostrato abbastanza affidabilità – il premier dovrà vedersela con un quadro geopolitico cambiato. Sempre più nazioni – anche se in via simbolica – votano per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Gli Stati Uniti non nascondono l’insofferenza per l’attuale classe dirigente. L’Unione europea si prepara a cambiare registro diplomatico e a cercare di penalizzare ancora di più l’economia degli insediamenti. Il mondo arabo ribolle. La Siria è collassata. Gli estremisti dell’Isis minacciano la sicurezza d’Israele. In generale la vita quotidiana degli ebrei – in Medio Oriente, in Europa, negli Usa – è diventata più complicata. E questo, dietro la tendina del seggio elettorale potrebbe finire per fare la differenza.

Yair Lapid, ex conduttore di tg, ex ministro delle Finanze e leader di Yesh Atid a Gerusalemme lo scorso 2 dicembre subito dopo essere stato "licenziato" dal premier Netanyahu (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Yair Lapid, ex conduttore di tg, ex ministro delle Finanze e leader di Yesh Atid a Gerusalemme lo scorso 2 dicembre subito dopo essere stato “licenziato” dal premier Netanyahu (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

«La verità è che il prossimo primo ministro – chiunque esso sia – potrebbe trovarsi a dover ricoprire l’incarico più delicato e difficile della storia dello Stato d’Israele», commenta Eitan Haber sul quotidiano Yedioth Ahronoth. «La questione non riguarda più la tutela della vita dei cittadini israeliani contro il terrorismo. Il problema non sono più soltanto Hezbollah o Hamas. La questione più grande è l’aumento dell’onda islamica in quasi tutto il mondo, e sicuramente in Europa e Medio Oriente.

«Il premier Netanyahu ha ragione su una cosa: gl’israeliani si meritano un governo migliore», spiega Sima Kadmon, analista sempre per lo Yedioth Ahronoth, il giornale più venduto nel Paese. Ma è l’unica cosa che lei concede al primo ministro. Perché, continua, «la conferenza stampa in cui ha dichiarato il collasso del suo esecutivo è stata patetica. La lista della spesa con gli esempi delle presunte malefatte dei suoi due ministri dissidenti (Yair Lapid, ex capo delle Finanze, e Tzipi Livni, ex guida della Giustizia) è stata così ridicola che nessuno alla fine voleva ricordargli tutte le cose che ha fatto lui quand’era ministro contro il suo stesso premier, Ariel Sharon». «Il tipo di governo che Netanyahu ci sta offrendo – chiude Kadmon – è quello della destra estrema e degli ebrei ultraortodossi. Sono loro i suoi alleati naturali. Solo con loro lui si sente a casa».

Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni con Netanyahu, ora leader di un partito - che non ha ancora un nome - ma che secondo i sondaggi dovrebbe andare molto bene (foto Flash90)

Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni con Netanyahu, ora leader di un partito – che non ha ancora un nome – ma che secondo i sondaggi dovrebbe andare molto bene (foto Flash90)

La stampa si è molto divisa sulla crisi di governo e sull’annuncio delle elezioni anticipate. Ma nessuno, a questo punto, può negare che a livello politico sta succedendo quello che – storicamente – succede da vent’anni a questa parte: il blocco di destra torna compatto, quello di sinistra continua ad essere minoritario, mentre il centro è alla ricerca di un’identità. E intanto dialoga con la sinistra. Nella speranza di avere almeno 61 seggi (su 120) al parlamento.

In tutto questo – e tolte le incognite esterne – ce ne sono almeno cinque «interne». Incognite importanti. Che potrebbero spostare di qua o di là migliaia di voti. Per esempio: quanti voti «ruberà» a Netanyahu il partito (che non ha ancora un nome) di Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni proprio con Netanyahu? E Avigdor Lieberman, di destra anche lui con la sua Yisrael Beitenu e ministro degli Esteri, quanto riuscirà ad attirare l’elettorato di origine sovietica, visto che quella è anche la sua origine? E le formazioni ultrareligiose – quelle sedotte e abbandonate da Netanyahu nel 2013 – perdoneranno l’attuale primo ministro o gli diranno no a una possibile coalizione? E gli arabo-israeliani, un quinto della popolazione totale, andranno a votare in massa questa volta o diserteranno le urne come fanno da decenni? E la sicurezza – che va dal diritto d’esistere alla salvaguardia dei confini – quanto peserà al momento del voto?

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Quel voto su Israele “Stato della nazione ebraica”

Le bandiere d'Israele e, in mezzo, il simbolo della Knesset, il parlamento (foto di Nati Shohat/Flash90)

Le bandiere d’Israele e, in mezzo, il simbolo della Knesset, il parlamento (foto di Nati Shohat/Flash90)

Le bozze sono tre. Tutte sostengono che «Israele è lo Stato della Nazione ebraica». Tutte, fanno notare in tanti, «non scrivono nemmeno una volta la parola “eguaglianza”». E anche se le differenze sono poche, in alcuni casi risultano fondamentali. Ma soltanto una di quelle bozze (scarica e leggi qui), alla fine, sarà messa al voto. Ed è quella proposta dal primo ministro stesso. Che ha deciso così di decidere la caratteristica base di un Paese e pure di andare all’ultima battaglia contro pezzi del suo governo che da giorni non nascondono l’insoddisfazione nei confronti del premier.

Si apre oggi una settimana importante per Israele. Per l’esecutivo di Benjamin Netanyahu. E per il futuro del Medio Oriente. Perché alla Knesset, il parlamento, arriveranno tre bozze – tra cui appunto quella del premier – che prevedono di aggiornare le Leggi fondamentali (è uno degli Stati senza Costituzione scritta).

Da sinistra: Gilad Erdan (ministro dell'Interno), Yuval Steinitz (ministro dell'Intelligence), Benjamin Netanyahu (primo ministro), Avichai Mandelblit (segretario del Gabinetto) e Yehuda Weinstein (procuratore generale) durante la riunione di governo di ieri, domenica 23 novembre 2014.  (foto di Ohad Zweigenberg/Pool/Flash90)

Da sinistra: Gilad Erdan (ministro dell’Interno), Yuval Steinitz (ministro dell’Intelligence), Benjamin Netanyahu (primo ministro), Avichai Mandelblit (segretario del Gabinetto) e Yehuda Weinstein (procuratore generale) durante la riunione di governo di ieri, domenica 23 novembre 2014 (foto di Ohad Zweigenberg/Pool/Flash90)

Un passaggio che ha già diviso il governo. «Una legge cattiva, voterò contro», ha minacciato Yair Lapid, ministro delle Finanze, leader di Yesh Atid e principale oppositore di Netanyahu. «Oggi nemmeno Menachem Begin (storico leader della destra israeliana, nda) si troverebbe a suo agio nel Likud (il partito del primo ministro, nda)». «Quella bozza è inaccettabile», ha aggiunto Tzipi Livni, ministro della Giustizia e al vertice del partito HaTnua. «Sono disposta anche ad essere cacciata per il mio voto contrario», ha detto a Canale 2.

Ma lui, Netanyahu, va avanti. Guarda alle primarie del suo partito. Cerca di rassicurare la destra del Paese. E ribatte a Lapid e Livni spiegando che «il carattere democratico di Israele è ben saldo e radicato». Quando però gli hanno fatto notare che nella bozza si accentua il carattere ebraico del Paese, il primo ministro ha aggiunto: «Vengono espresse delle riserve crescenti su questo aspetto sia dall’interno che dall’estero, dalla minoranza araba (il 20% della popolazione, nda) e da diverse ong. Per questa ragione è più mai necessaria una legge che da un lato garantisce a tutti i cittadini – ebrei e non, in quanto individui – pieni diritti, ma dall’altro stabilisce che il carattere nazionale d’Israele sarà solo e soltanto ebraico».

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell'esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell’esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Ma cosa c’è scritto nella bozza sostenuta da Netanyahu? C’è scritto, subito all’inizio, che «il diritto all’auto-determinazione nazionale nello Stato d’Israele spetta soltanto al popolo ebraico». Ma stabilisce che è uno «Stato democratico, fondato sui principi di libertà, giustizia e pace, in accordo con la visione dei profeti israeliani».

E ancora. Viene stabilito che «la legge ebraica (quella religiosa, nda) servirà da ispirazione alla Knesset». Mentre le altre due bozze dei deputati Ze’ev Elkin (Likud), Yariv Levin (Likud) – Ayelet Shaked (Jewish Home) sono più «radicali»: prevedono che «la legge ebraica dovrà guidare sia il legislatore che i giudici», dando così più rilevanza alla religione.

Yariv Levin, deputato del Likud, il partito del premier Netanyahu e firmatario della bozza sulle nuove "Leggi fondamentali" d'Israele che prevedono una decisa virata verso l'ebraicità dello Stato (foto di Miriam Alster/Flash90)

Yariv Levin, deputato del Likud, il partito del premier Netanyahu e firmatario della bozza sulle nuove “Leggi fondamentali” d’Israele che prevedono una decisa virata verso l’ebraicità dello Stato (foto di Miriam Alster/Flash90)

Sulla lingua araba – considerata come «ufficiale» oggi – la bozza di Netanyahu non si pronuncia. Mentre quella di Elkin prevede di «declassarla» pur prevedendo una sua specificità. Altro capitolo è quello dei simboli. Nella versione di Netanyahu lo shabbat sarà stabilito come il giorno nazionale del riposo. E l’esecutivo lavorerà per rafforzare i suoi legami con le comunità ebraiche nel mondo. Soprattutto: per difendere i luoghi sacri entro i confini israeliani.

Mercoledì, dopodomani, la bozza arriverà in parlamento*. I 25 deputati «laici» di Yesh Atid e HaTnua (il governo ne ha 68 in tutto, la maggioranza è fissata a 61) dovranno decidere se votare contro o assentarsi. In ogni caso Netanyahu dovrà decidere se andare ancora avanti con loro o mandare tutti a elezioni anticipate.

© Leonard Berberi

*Aggiornamento delle 14.15 del 24 novembre 2014: Il voto è stato posticipato di una settimana. Netanyahu cerca di convincere ancora gli oppositori

Standard
attualità

Netanyahu in bilico e lo spettro delle elezioni anticipate

Yair Lapid, leader di "Yesh Atid" e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d'Israele e leader del "Likud" (foto Flash 90)

Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d’Israele e leader del “Likud” (foto Flash 90)

Domenica sera erano entrambi allo stadio di Haifa a seguire la sfida Israele – Bosnia, valida per Euro 2016. La partita l’hanno vinta i padroni di casa per tre a zero. Ma gli occhi dei giornalisti politici erano tutti verso quei due lì. Seduti a qualche metro di distanza. Il primo in una saletta vip con il figlio. Il secondo in mezzo ai tifosi, con cappello evidente e bandierina con la stella di Davide. I due – il premier Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze Yair Lapid – non si sono nemmeno degnati d’uno sguardo. D’un sorriso. D’una foto di fronte ai cronisti.

Perché il primo, Netanyahu, è dato dagli analisti ormai sulla via d’uscita. Il secondo, Lapid, colui che l’accompagnerà – nemmeno tanto con le buone – verso la pensione anticipata. Per questo i rapporti nella coalizione di governo sono ormai arrivati a questi livelli. Con Lapid che – scrive Haaretz – non parla da una settimana con gli esponenti del Likud, il partito di Netanyahu. Figurarsi contattare Netanyahu stesso. E con Netanyahu che da giorni fa capire, fa trapelare, fa intuire che Lapid ha messo in moto una manovra per farlo fuori dal governo. Dalla politica.

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Che qualcosa non andasse si era capito quando Lapid aveva dato buca a una serie di incontri con i responsabili economici del partito di Netanyahu. Incontri importanti, fissati per decidere i punti principali della nuova manovra finanziaria del Paese, ora che i conti hanno rallentato più del previsto. Ma da Yesh Atid respingono tutte le accuse e rilanciano: «Netanyahu deve smetterla di assecondare le posizioni più estreme del suo partito pur di vincere le primarie del Likud di gennaio».

Lo stallo è di difficile risoluzione. Perché secondo gli analisti Lapid non avrebbe i 61 deputati (su 120) per cacciare Netanyahu e formare un nuovo esecutivo. Ma allo stesso tempo Netanyahu non può cacciare Lapid altrimenti non avrebbe più la maggioranza alla Knesset, il parlamento.

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia (foto da Facebook)

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia (foto da Facebook)

La furia del premier si dovrebbe scagliare anche contro Tzipi Livni, ministro della Giustizia, delegata ufficiale d’Israele nei colloqui di pace (ora fermi) con i palestinesi e leader del partito Hatnuah. Ma per fare anche a meno di lei Netanyahu dovrebbe far entrare in coalizione tutti i partiti ultraortodossi ora all’opposizione. Risultato: un governo a forte, fortissima, trazione di estrema destra. Opzione praticabile. Se non fosse per il fatto – fa notare Haaretz – che uno dei «falchi» del governo, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu), odia i partiti religiosi.

Lo spettro delle elezioni anticipate – come auspica un altro partito ultrareligioso, lo Shas, se vogliono far fuori Netanyahu – sembra proprio alle porte. E diversi dirigenti del Likud le danno per scontate subito dopo le primarie di gennaio. Anche se il rischio – secondo il primo ministro – è che Yair Lapid faccia cadere il governo subito dopo l’ok alla manovra finanziaria.

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Se però Netanyahu non si è ancora espresso pubblicamente sul caos nel governo, ma ha fatto parlare i suoi, Lapid si è fatto vedere di fronte alle tre tv principali – Canale 1, Canale 2 e Canale 10 – e a tutte e tre ha detto la stessa cosa: non c’è nessun piano per rovesciare l’esecutivo, non ha nessuna intenzione di prendere il posto di Netanyahu o di andare al voto anticipato.

«Non penso abbiamo bisogno di un altro governo o i nuove elezioni», ha detto Lapid. «E non penso che qualcuno voglia queste cose. Non mi piacciono gli ultimatum, le minacce o le “linee rosse”. Non credo ne abbiamo bisogno», ha replicato a un articolo di Yedioth Ahronoth che invece parlava di un Lapid deciso a far fuori Netanyahu proprio a suon di ultimatum e «linee rosse». «Però se il primo ministro vuole andare urne allora si vada alle urne», ha chiarito Meir Cohen, collega di partito di Lapid e ministro per il Welfare.

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

A destabilizzare la coalizione è l’atteggiamento di Netanyahu nei confronti dei colloqui di pace con i palestinesi e delle sue politiche in Cisgiordania. Le formazioni di centro e di sinistra del suo governo attaccano il premier per aver fatto fallire i negoziati e per aver accentuato le tensioni con gli arabo israeliani invitandoli – pochi giorni fa – ad andare a vivere nell’Autorità palestinese se non si trovano bene nello Stato ebraico.

Una tensione che ha raggiunto ufficialmente il picco domenica quando Netanyahu ha deciso di scavalcare il ministro della Giustizia, Tzipi Livni: se Livni proponeva di mandare per la seconda volta in commissione Affari legislativi un disegno di legge molto contestato – quello che prevede l’ufficializzazione dell’ebraicità dello Stato d’Israele – Netanyahu ha stabilito che era finito il tempo della discussione: quel disegno di legge va discusso alla prossima riunione di governo così da essere votato direttamente in parlamento. Una mossa che preoccupa diverse cancellerie occidentali. A partire da quella americana.

© Leonard Berberi

Standard