attualità

Urla, insulti, minacce: la visita da incubo di alcuni ebrei sulla Spianata delle moschee

Le lacrime di un bambino ultraortodosso e l'aggressione verbale dei palestinesi sulla Spianata delle moschee (foto YouTube/Falafel Cafè)

Le lacrime di due bambini ultraortodossi e l’aggressione di alcuni palestinesi sulla Spianata delle moschee (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Camminano quasi in fila. Grandi e piccoli. Muovono i passi in uno spazio che è un decimo di quello calpestabile. Da un lato hanno il muro. Dall’altro centinaia di uomini e donne – soprattutto donne – che urlano. E guardano in cagnesco. E sembrano lì lì sul punto di aggredire. Fisicamente, s’intende. «Andate via! Non è il vostro posto questo! Siete degli usurpatori! Dovete morire tutti!».

Inizia così il filmato di poco meno di sei minuti (in fondo al post) caricato su YouTube. Mostra – dal punto di vista degli aggrediti – quanto andato in scena sulla Spianata delle moschee. Il cuore di Gerusalemme. Il cuore dei problemi israelo-palestinesi.

Una palestinese urla contro una parte della comitiva di ebrei che aveva deciso di visitare la Spianata delle moschee (foto YouTube/Falafel Cafè)

Una palestinese urla contro una parte della comitiva di ebrei che aveva deciso di visitare la Spianata delle moschee (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il calendario segna mercoledì 23 aprile 2014. Un gruppo di israeliani ultraortodossi – arrivati dalla città haredim Bnei Brak, periferia di Tel Aviv, e alcuni quartieri religiosi di Gerusalemme – sta facendo il suo tour sulla Spianata delle moschee, dove si trova la cupola dorata della moschea di Al-Aqsa, luogo di preghiera per i musulmani. È una delle poche «finestre» in cui cristiani e, soprattutto, ebrei possono fare visite guidate sopra al Muro del pianto. Con tutti loro ci sono anche un paio di poliziotti, per motivi di sicurezza. Anche se, in tutti questi anni, non ce n’è quasi mai stato bisogno. Sì, certo, qualche parola grossa è volata tra palestinesi e israeliani. Ma mai quanto successo mercoledì scorso.

A un certo punto centinaia di palestinesi si radunano sulla Spianata. Formano quasi un cordone umano contro il gruppo di ultraortodossi. Partono urla. Insulti. Accenni di aggressione fisica. «Ci hanno lanciato anche una scarpa», racconta al sito di news Walla! uno dei presenti, Yisrael Fertig. L’associazione ebraica Haliba – quella che ha organizzato la gita culturale – riprende tutta la scena. E la scarpa, quella denunciata da Fertig, compare nel filmato. È al 55esimo secondo.

Nel tondo rosso la scarpa che viene lanciata - da un palestinese, secondo uno dei testimoni ultraortodossi - verso il gruppo di visitatori (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Nel tondo rosso la scarpa che viene lanciata – da un palestinese, secondo uno dei testimoni ultraortodossi – verso il gruppo di visitatori (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Intanto a dividere musulmani ed ebrei si aggiungono decide di agenti. La folla ostile aumenta di numero. A urlare e a creare tensione ora sono anche giovanissime velate e anziani signori. Qualche bambino ebreo piange. Un ultraortodosso accenna un minimo di reazione a quella cantilena d’insulti. «Allahu akbar! Allahu akbar!», urlano altri palestinesi in arabo. «Dio è grande! Dio è grande!».

Il gruppo viene poi scortato all’uscita. Con centinaia di palestinesi arrabbiati. «Ci hanno provocato. La loro sola presenza qui, nella moschea di Al-Aqsa, è una provocazione! Che vengono a fare qui?», hanno poi spiegato molti musulmani. «Ma quale provocazione: non abbiamo detto e fatto nulla di irrispettoso», hanno replicato alcuni dei visitatori aggrediti. Cosa sia successo davvero, cos’abbia scatenato quella violenza verbale forse non lo si saprà mai. Restano, quelle sì che sono una certezza, gli sguardi smarriti dei bambini. E le loro lacrime.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Cinque anni di riprese e decine di autorizzazioni: ecco il documentario su Gerusalemme

Tramonto su Gerusalemme in un fermo immagine della pellicola ad altissima definizione sulla città (foto Falafel Cafè / Jerusalem US LP)

Tramonto su Gerusalemme in un fermo immagine della pellicola ad altissima definizione sulla città (foto Falafel Cafè / Jerusalem US LP)

Più che sulla sceneggiatura, dicono gli autori, hanno dovuto faticare sui permessi. Imparando a destreggiarsi tra ostacoli burocratici, rivalità culturali e religiose, leader religiosi e vertici militari, esponenti politici e non. Per dire: fare le riprese aeree sulla Città vecchia – no-fly zone per eccellenza – ha richiesto il via libera delle forze armate israeliane. Un tipo di nulla osta che non veniva dato da almeno vent’anni.

Ma alla fine, dopo più di cinque anni di lavoro, eccolo, il risultato: 45 minuti di documentario, interamente girato con cineprese pensate per gli schermi Imax (quelli con la definizione più alta del mondo) e in uno dei posti più esclusivi, misteriosi e tormentati: Gerusalemme.

E proprio «Gerusalemme» è il titolo dell’opera distribuita dal National Geographic Entertainment (in fondo il trailer video) e narrata dall’attore inglese Benedict Cumberbatch. Le carrellate e le riprese mozzafiato ci accompagnano nella Città vecchia, al Muro del pianto, nella Via Dolorosa e nella Moschea di Al-Aqsa. I luoghi simbolo per ebrei, cristiani e musulmani. Sopra e nei sotterranei. Nei giorni normali e in quelli di festa. Tanto che, per esempio, per accedere in molti edifici è stato necessario convincere i leader religiosi.

E prima di accendere le cineprese, i produttori hanno comprato spazi sui giornali e in tv per spiegare ai gerosolimitani – in inglese, ebraico e arabo – che di lì a poco avrebbero visto strane attrezzature svolazzare ad altezza uomo. «Non c’è stata nemmeno una cosa davvero facile da fare», ha spiegato alla Jewish Telegraphic Agency Taran Davies, uno dei produttori del documentario. «Anche le normali riprese, quelle fatte semplicemente su un treppiede, sono state difficili da realizzare».

Un momento delle riprese del documentario "Gerusalemme" sul Muro del Pianto il giorno della Pasqua ebraica. Per realizzare questa scena è stato necessario chiedere chiedere sei permessi diversi tra loro (foto di Nicolas Ruel)

Un momento delle riprese del documentario “Gerusalemme” sul Muro del Pianto il giorno della Pasqua ebraica. Per realizzare questa scena è stato necessario chiedere chiedere sei permessi diversi tra loro (foto di Nicolas Ruel)

Tra le cose più ostiche, ricordano gli autori, le scene dall’alto sul Muro del pianto. Per installare la «giraffa» sopra alle teste di migliaia di pellegrini è stato necessario, tra le altre cose, avere l’autorizzazione delle sei autorità – politiche, militari e religiose – che hanno voce in capitolo sull’area.

E nemmeno sul fronte islamico le cose sono state poi così semplici. «Le maggiori difficoltà le abbiamo avute per fare le riprese all’interno della Spianata delle Moschee», fisicamente subito dopo il Muro del Pianto. «Abbiamo dovuto chiedere il permesso all’autorità musulmana che gestisce l’area, il ministero degli Affari religiosi in Giordania e le forze di sicurezza israeliane».

Perché un film su Gerusalemme? «Non per ragioni politiche o religiose – ha chiarito Daniel Ferguson, un altro dei produttori –, ma per ragioni culturali: vogliamo promuovere la comprensione e mettere in discussione le convinzioni di ebrei, musulmani e cristiani. Vogliamo offrire un altro punto di vista». E non è un caso, forse, che alle tre grandi religioni monoteiste, nel documentario, è stato dedicato lo stesso, identico tempo.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Ucciso in Cisgiordania famoso attore arabo-israeliano

È cambiato qualcosa in Cisgiordania. Qualcosa s’è rotto nel meccanismo che negli ultimi mesi – pieno di difetti com’era – aveva comunque garantito una certa tregua tra Israele e Palestina. Poi a un certo punto qualcuno decide di entrare in casa di coloni e uccide componenti di una stessa famiglia (padre, madre, tre figli piccolissimi). E qualcun altro decide, alla luce del giorno e in mezzo a una via affollata del campo profughi di Jenin, di fare fuori un altro mezzo israeliano.

Juliano Mer-Khamis, 52 anni, dice poco o nulla a chi vive fuori dal Medio Oriente. Ma nell’area faceva parte di quell’elenco di personaggi che rendeva la società palestinese meno conflittuale. E poteva farlo, lui. Un attore di teatro e di cinema nato dall’unione di un’israeliana, Arna Mer, e di un palestinese cristiano, Saliba Khamis.

La macchina insanguinata di Juliano Mer-Khamis dopo l'omicidio dell'attore arabo-israeliano a Jenin, in Cisgiordania (foto Afp)

A Jenin Mer-Khamis gestiva il «Teatro della Libertà». E proprio lì stava andando con la sua macchina. Ma appena sceso, alcuni uomini a volto coperto gli hanno sparato cinque colpi di pistola. Juliano è morto sul colpo e la salma è stata trasportata all’istituto di medicina legale Abu-Kabir.

L’omicidio ha scosso l’opinione pubblica palestinese. Mer-Khamis era uno di casa in Cisgiordania. Tant’è vero che aveva la residenza doppia: sia ad Haifa che a Jenin. «Troveremo i colpevoli e li puniremo in modo esemplare per questo delitto efferato», ha commentato il primo ministro palestinese Salam Fayyad. «Questo omicidio rappresenta una violazione palese dei valori della nostra gente».

Juliano Mer-Khamis era noto per aver interpretato diversi film israeliani e stranieri. E non aveva mai negato la sua partecipazione politica a favore della causa palestinese. Cinque anni fa aveva creato il «Teatro della Libertà» assieme all’ex leader della Brigata dei martiri di al Aqsa, Zakariya Zubeidi.

Il teatro era rivolto ai bambini del campo profughi di Jenin ed era diventato un importante centro culturale, così come era stato un analogo teatro gestito a Jenin dalla madre negli anni Ottanta. Khamis era stato minacciato più volte per la sua attività in città. Nel 2009, erano circolati nel campo profughi volantini che lo accusavano di essere una quinta colonna israeliana e promettevano di ridurlo al silenzio con le armi. E il teatro ha dovuto subire molti attacchi notturni. L’ultimo, sempre nel 2009, quando la porta principale è stata incendiata da ignoti.

In un’intervista di due anni fa al quotidiano online “Ynet”, Mer-Khamis aveva ammesso di avere paura di venire ucciso da estremisti. «Ma cosa posso farci? Non sono un uomo che fugge». Aveva ricordato il suo passato nei paracadutisti dell’esercito israeliano e faceva affidamento su questo – sulla preparazione fisica – per sopportare la paura e la morte.

Quando il giornalista gli aveva chiesto il perché dei volantini minacciosi, l’attore non aveva esitato a dare una risposta chiara: «Ci sono palestinesi che stanno impazzendo perché c’è un mezzo israeliano al vertice di uno dei più importanti progetti culturali della Cisgiordania. È ovvio che si tratta di razzismo ipocrita». E aveva poi concluso con una frase che, riletta oggi, ha un che di sinistro: «Sarebbe veramente spiacevole morire per colpa di un proiettile palestinese, dopo tutto questo lavoro nel campo profughi».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Gerusalemme, villa bin Laden vendesi (ma solo a Osama)

L'articolo pubblicato su Ma'ariv venerdì scorso (Falafel Cafè)

Villa bin Laden in vendita. In mezzo a Shuafat, nord di Gerusalemme, da tutti considerato un campo profughi, anche se è una normale cittadina. La notizia, pubblicata per prima dal quotidiano Ma’ariv nell’edizione di venerdì, scrive anche che il proprietario – l’avvocato arabo-israeliano Mueen Khouri – ha posto una unica condizione: la costruzione – ora disabitata – deve essere venduta solo a Osama bin Laden in persona, «ovunque egli sia».

«Voglio che sia Osama a comprarla – ha detto Khouri – perché un tempo apparteneva alla sua famiglia». Nel 1940, quando l’area era sotto la giurisdizione giordana, Mohammed bin Laden – il papà del terrorista più ricercato al mondo – decise di comprarsi questa villetta (due piani, 16 camere da letto, 10 bagni e circa 700 metri quadrati di giardino) a meno di sette chilometri di macchina dalla moschea di Al-Aqsa e del Muro del Pianto.

In uno dei due piani ci abitava il clan dei bin Laden. Nell’altro tutta la servitù. Osama, ancora lontano dai suoi propositi di morte e terrore, ci passò qualche mese nel 1960. Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), quando Shuafat e altre aree di Gerusalemme Est passarono sotto il controllo israeliano, la famiglia abbandonò la villa. Negli anni, prima che l’avvocato Khouri l’acquistasse nel 1994, l’edificio è stato usato per ospitare la rappresentanza diplomatica spagnola.

«Non mi fa paura e non mi crea problemi che Osama bin Laden sia considerato il terrorista più pericoloso», ha detto Khouri a Ma’ariv. «Sono convinto che il capo di Al-Qaeda sia solo vittima della mala-giustizia e che sia innocente».

Lui, Osama, non s’è ancora fatto avanti. Del resto sono anni che non si fa vivo. Ma Mueen Khouri spera di contattarlo. E magari, già che c’è, di offrirsi pure come avvocato difensore di fronte al mondo.

Leonard Berberi

Standard
cartoline

Postcards from Middle East / 62

Una donna palestinese prega al Monte del Tempio, di fronte alla moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, in occasione del giorno di preghiera per il Ramadan, il mese sacro musulmano. L'esercito israeliano ha allentato i controlli di sicurezza, consentendo l'ingresso nell'area a molti più palestinesi del solito (Mahfouz Abu Turk / Epa)

Standard
cartoline

Postcards from Middle East / 50

Due bambini arabi aspettano che finisca la preghiera religiosa del venerdì a Gerusalemme Est. Per scongiurare scontri e manifestazioni non autorizzati sono stati schierati decine di soldati dell'esercito israeliano. Il governo Netanyahu, inoltre, ha proibito agli uomini sotto i 40 anni di entrare nell'area della moschea di Al Aqsa per la celebrazione religiosa allo scopo di evitare potenziali incidenti (Oliver Weiken / Epa)

Standard
attualità, politica

Suicide Tv

Li prendono da piccoli. Li piazzano davanti alla tv. E li indottrinano. Con cartoni animati. Con musiche che spezzano il cuore. Con storie struggenti di bambini sotto le bombe. E con cartine tarocche. Dove tutto è Palestina. Anche dove si trovano Tel Aviv e Haifa, Eilat e Be’er Sheva. Figurarsi Gerusalemme. Poi quei piccoli crescono. Si scontrano con la realtà. Reagiscono. Ognuno a modo suo.

Propaganda mediatica, la chiamano. Ma Memri, The Middle East Media Research Institute non esita a chiamarlo con il suo nome: indottrinamento mediatico. Peggio: “spingono i piccoli a considerare seriamente il martirio in nome di Allah e del suicidio allo scopo di creare terrore”, dice a gran voce un altro centro studi, il Palestine Media Watch.

Il frame di un cartone animato palestinese

“La cartina della Palestina, quella dove c’è anche Israele, è la stessa usata dai gruppi terroristi islamici, dalle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa alla Jihad Islamica, passando per Hamas”, spiega Itamar Marcus, fondatore e direttore del Palestine Media Watch. Quella cartina della Grande Palestina è andata in onda su Patv, la tv ufficiale del Fatah, il partito al potere. Quello più moderato. In teoria.

Peggio va sull’emittente di Hamas, Al-Aqsa, dove un cartoon parla di Gaza come “innocente bambina”, che viveva in pace e che un giorno è stata distrutta dai soldati israeliani e dai loro carri armati. Con i genitori uccisi, le case distrutte e le nubi che oscurano il sole, l’unica scelta per la bambina-Gaza è reagire. Con i proiettili (alcuni secondi si trovano qui).

Standard