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Quella “grosse koalition” palestinese che sta uccidendo i negoziati con gli israeliani

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Alzi la mano chi, a questo punto, ha capito qualcosa. Alzi la mano chi, sempre a questo punto, sa come andranno le cose. A.A.A. analisti di diplomazia internazionale cercasi. Possibilmente che ragionino fuori dagli schemi. Perché qui, gli schemi, sono saltati tutti. Un po’ come all’ottantesimo di una sfida di calcio. O meglio: di una finale di Champions League dove entrambe le formazioni sono sullo zero a zero. Dove i giocatori vanno dove li portano le gambe e il cuore, non più la testa, non più il capitano e l’allenatore. E con un arbitro che non sa più come contenere il nervosismo in campo ed evitare fallacci da cartellino rosso.

Il fatto è che si fa fatica, a questo punto – che è lo stesso punto di tutti i precedenti colloqui di pace naufragati – ecco, si fa fatica a trovare un senso al pasticciaccio mediorientale. Soprattutto se le notizie sono così contraddittorie da risultare, in alcuni casi, pura fantasia se sentiti, letti e pronunciati soltanto una settimana fa. Proviamo allora a fare una sintesi. Una sintesi per difetto. Ché ormai informazioni vere, analisi presunte, voci fasulle e testimonianze contraffatte stanno finendo tutte in un frullatore e quel che ne uscirà non lo sa nessuno. E, paradossalmente, l’unica cosa sicura è che qualcosa – al nord, al confine tra Israele e Libano – sta succedendo. Perché da alcune ore le due parti non nascondono un po’ di nervosismo.

Da sinistra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l'ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si stringono la mano in occasione dell'ennesimo tentativo di riavviare i colloqui di pace: è il settembre 2010 (foto Moshe Milner/GPO/Flash90)

Da sinistra: il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l’ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si stringono la mano in occasione dell’ennesimo tentativo di riavviare i colloqui di pace: è il settembre 2010 (foto Moshe Milner/GPO/Flash90)

E allora. Questa settimana Fatah – la fazione palestinese «moderata» che ha la maggioranza in Cisgiordania – ha annunciato uno «storico» accordo di riconciliazione con i fratelli-coltelli di Hamas, il blocco «oltranzista» che ha la maggioranza nella Striscia di Gaza. Accordo che prevede un nuovo governo palestinese entro cinque settimane. Elezioni come non se ne organizzano da qualche anno entro sei mesi dalla formazione del nuovo esecutivo. Insomma, una «grosse koalition» in salsa palestinese con, come ciliegina sulla torta, una tornata elettorale «libera e democratica».

Un accordo, quello tra Fatah e Hamas, che arriva dopo centinaia di morti tra le due fazioni, scontri armati senza sosta, condanne a morte di presunte spie del blocco avversario, divieti d’ingresso di esponenti politici opposti, giornali concorrenti vietati e accuse reciproche di far di tutto per danneggiare la causa palestinese. Un accordo, quello tra Fatah e Hamas, che ha sorpreso gli altri due protagonisti di questo triangolo politico: Israele e Usa.

E sono, loro malgrado, protagonisti di questa pacificazione anche lo Stato ebraico e Washington. Perché uno dei tre attori dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi – con la mediazione dell’amministrazione Obama – è Mahmoud Abbas. È il presidente palestinese. Ma è anche il numero uno, di fatto, di Fatah. Fatah che, appunto, questa settimana si è riunita con Hamas. Peccato che Hamas sia considerata dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu un’organizzazione terroristica. E venerdì, rivolgendosi al Paese, Netanyahu ha messo da parte la diplomazia. «Israele non tratta con i terroristi», ha spiegato il premier. Quindi ora nemmeno più con la metà «buona». Risultato: stop ai negoziati. Se ne riparlerà quando la situazione si sarà chiarita. Sempre se ciò avverrà.

Il presidente statunitense Barack Obama alla fine di una conferenza stampa dalla Casa Bianca lo scorso marzo (foto di Yuri Gripas/Afp/Getty Images)

Il presidente statunitense Barack Obama alla fine di una conferenza stampa dalla Casa Bianca lo scorso marzo (foto di Yuri Gripas/Afp/Getty Images)

Che la riunificazione non piaccia a molti lo dimostrano anche le parole di Barack Obama. Il presidente americano, come non capitava da anni, ha pronunciato parole in sintonia con il pensiero di Netanyahu. «Forse è venuto il momento che i negoziati si prendano una pausa», ha detto Obama. «Credo che a questo punto entrambe le parti debbano riflettere e vedere altre alternative», ha spiegato a Seul, in Corea del Sud, durante il suo tour asiatico.

«Il fatto che il presidente Abbas abbia deciso di riappacificarsi con Hamas non aiuta – ha continuato il leader democratico –. Ma questa è soltanto una delle tante scelte fatte da palestinesi e israeliani e che non servono per nulla a risolvere la crisi». Insomma, la colpa, secondo gli americani, è di entrambi. Da una parte hanno chiuso più di un occhio sulle nuove costruzioni negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Dall’altra hanno alzato troppo la posta in gioco e fatto scelte discutibili. «Ma questo non vuol dire che ci arrendiamo: i colloqui restano sul tavolo e noi stiamo lavorando per arrivare alla pace finale», si sono affrettati a chiarire dal Dipartimento di Stato.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Mashaal al Cairo, in Egitto, dopo un vertice nel febbraio 2012 (foto Amr Nabil/Ap)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Khaled Mashaal al Cairo, in Egitto, dopo un vertice nel febbraio 2012 (foto Amr Nabil/Ap)

Poi da Ramallah hanno chiamato il segretario di Stato Usa, John Kerry, il «regista» degli incontri mediorientali. «Il nuovo governo di unità nazionale formato da Fatah e Hamas riconoscerà lo Stato d’Israele, glielo prometto», ha detto una voce autorevole dalla Cisgiordania. Quella voce era di Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese. La stessa voce che, qualche settimana fa, ha tuonato: «Non riconoscerò mai Israele come Stato ebraico».

Il punto è proprio questo: Netanyahu dice che i colloqui non vanno avanti se i palestinesi non riconoscono lo Stato ebraico d’Israele. Abbas dice che riconoscerà lo Stato d’Israele, ma non quello ebraico. Mentre Hamas sostiene da sempre che non riconoscerà proprio lo Stato d’Israele. Di più: a Gaza promettono da anni di ridurre in cenere Tel Aviv.

Sullo sfondo resta la questione economica. Con il nuovo accordo Gerusalemme difficilmente girerà centinaia di milioni di euro ai palestinesi così come previsti dagli accordi fiscali tra le due parti. Il motivo? Sono soldi che andrebbero anche ad Hamas. Così come l’Europa forse avrà più di un imbarazzo a continuare con i fondi comunitari per l’Autorità nazionale palestinese. Anche se ora gl’israeliani, dopo un attimo di sorpresa, ne sono sempre più convinti: l’accordo Fatah-Hamas non durerà.

© Leonard Berberi

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Uri, Abed e l’«Operazione Ulisse»: storia della missione più spettacolare del Mossad

Il logo del Mossad

Il logo del Mossad

Poi succede che qualcuno bussa alla tua porta. E ti sconvolge la vita. Così, a cinquant’anni. Mentre sei lì a fare tutt’altro. A risolvere i problemi di tutti i giorni. Ecco, mentre sei lì con il tuo bel pezzo d’esistenza che se n’è andato, c’è ‘sto tizio – un giornalista israeliano – che fa domande. Tante domande. Chiede informazioni su tuo papà. Vuole sapere alcune cose. Anche troppe. Poi ti guarda negli occhi e dice: sapevi che tuo papà era una spia del Mossad? E ti anticipa che sta scrivendo un lungo articolo su questo. Ti spiega che anche tu facevi parte della missione. Che sei stato un prodotto di quella.

E allora scopri, in quel istante, che tuo papà Abed al-Hader non è chi è sempre stato. Che aveva pure un nome in codice: “Ladya”. E vieni a sapere anche di avere un fratello. Mai visto. Mai conosciuto. Forse incrociato qualche volta. Di sicuro mai immaginato. E ti accorgi anche che quella storia, tutta quella storia, tu l’hai vista soltanto in tv. In un telefilm, “The Americans”, trasmesso da poco e con questa coppia di spie russe che va negli Usa e vive come gli americani, ha una casa con il giardino, mangia i pancake, ma trasmette informazioni a Mosca, uccide, fa sparire persone e oggetti e prove.

È con un lungo racconto nell’inserto settimanale “7 Days” che lo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto d’Israele, squarcia il velo su uno dei segreti meglio custoditi dello Stato ebraico: l’«Operazione Ulisse». Né più, né meno la prima missione spettacolare del Mossad (un’altra è stata svelata nel 2011 qui): con nove agenti che hanno passato anni tra i palestinesi, vivendo come gli arabi. Sposandosi. Facendo figli. Diventando membri rispettati della comunità. Raccogliendo informazioni. Segnalando la nascita di Fatah. L’ascesa di Abu Jihad. E soprattutto di lui, Yasser Arafat.

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Operazione Ulisse

Abed-Uri se n’è andato da tempo. Ma dietro di sé ha lasciato una lunga scia di segreti, di affetti che ora vivono un trauma, di informazioni riservate. E due figli che solo adesso scoprono di essere fratellastri: uno nato in Palestina da donna musulmana e da qualche anno migrante all’estero. L’altro, Shai, venuto alla luce poco prima da una donna ebrea e ora un rispettato avvocato. E chissà se mai s’incontreranno i due. E chissà cosa si diranno. Ammesso che abbiano qualcosa da dirsi.

Il «Progetto Ulisse», quindi. Siamo nel 1950. Il Mossad – guidato da Isser Harel – sente aria di cambiamenti radicali tra i palestinesi. Ha bisogno di occhi e orecchie lì, tra gli arabi. Vuole capire che succede. Cosa si muove tra i leader. Così crea un’unità – Ulisse – con l’obiettivo di addestrare gli agenti a infiltrarsi nei campi profughi nella West Bank e nei Paesi vicini. Le reclute hanno tutti tra i 20 e i 30 anni. Sono ebrei sionisti immigrati di recente dai Paesi arabi. Parlano già la lingua. Conoscono molto bene gli usi e i costumi.

Una volta convinti a prendere parte alla missione «di priorità nazionale» tagliano qualsiasi legame con le loro famiglie. Quelle vere. Si trasferiscono in alcuni appartamenti a Jaffa. Vengono addestrati per un anno e mezzo. Imparano a usare le armi e gli esplosivi, a leggere il Corano. A realizzare sabotaggi. Ma anche a raccogliere informazioni. A comportarsi insomma come spie. Alla fine soltanto in nove superano tutti i test. E subito dopo vengono spediti tra le comunità arabo-israeliane. Due di loro, passando attraverso la Giordania, vengono pure picchiati dall’esercito israeliano appena arrivati a Umm al-Fahm. «Non potevamo fare niente, non potevamo bruciare la loro copertura», ha ricordato Sami Moriah, direttore dell’unità.

Sami Moriah, capo dell'unità "Ulisse" (foto d'archivio)

Sami Moriah, capo dell’unità “Ulisse” (foto d’archivio)

«Quelli erano tempi difficili: quando portavo le loro lettere alle famiglie, una delle madri mi scongiurava sempre di fargli vedere almeno una volta il figlio, anche da lontano. Ma non era possibile, questo avrebbe influito negativamente nel processo di formazione della nuova identità». E allora erano lacrime. E ancora lacrime. E pianti a non finire.

Nel 1959 sette agenti tornano a casa. La missione per loro è finita. Ma gli altri due – Abed al-Hader e «Isaac», ancora oggi sotto segreto – continuano. Vengono invitati a sposarsi. A fare figli. A rifarsi una vita. A mostrarsi come palestinesi fino al midollo e, soprattutto, avversari fino alla morte degl’israeliani. I due eseguono. Si guadagnano il rispetto, la stima e la fiducia dei leader locali. Ospitano a casa anche le prime riunioni di Fatah dove si discute addirittura di come eliminare Israele dalle mappe e come creare la Palestina. E così, agli inizi del 1964, il Mossad – grazie ai microfoni installati tra le mura domestiche – scopre non solo che c’è quest’organizzazione, ma che è anche guidata da Khalil al-Wazir (Abu Jihad) e Yasser Arafat (Abu Amar). Agli inizi due sconosciuti per gli 007 dello Stato ebraico. Poi diventati addirittura due obiettivi, da uccidere il prima possibile.

Quasi quindici anni dopo l’inizio della missione Abed al-Hader/Uri Yisraeli viene trasferito a Beirut. Anche lì qualcosa si sta muovendo. Nei sobborghi qualcuno sta pensando a un’organizzazione sciita anti-israeliana. È ancora presto, ma agli inizi degli anni Ottanta quell’idea diventerà Hezbollah. È la fine del 1964. Ma anche della copertura. L’agente entra nella sua stanza. Inizia a trasmettere informazioni. Quando viene scoperto dalla moglie a fare qualcosa di sospetto. Che fare? Continuare a mentire o dire la verità? Prevale la seconda opzione. «Non sono chi pensi», le dice. «Non sono un nazionalista palestinese. Sono un ebreo. E sono una spia del Mossad».

Fine della storia. L’inizio di un’altra. Forse.

© Leonard Berberi

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Hamas, Fatah e quelle domande sull’accordo ancora senza risposta

Passata la sbornia per lo storico accordo tra Fatah e Hamas, è giusto farsi – o meglio: fare – qualche domanda. Domande che, per ora, restano senza risposta. In attesa che quei fogli firmati al cospetto della nuova autorità egiziana si trasformino in atti concreti. E non nell’ennesimo tentativo di demolire le fondamenta uno dell’altro. (continua…)

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Tra campi profughi e ville di lusso ecco la prima maratona di Gaza

Dopo quella di New York, quella di Londra e quella di Milano, ecco la maratona di Gaza. Per la prima volta nella storia. Circa mille persone si sono messe a correre, giovedì 5 maggio, passando attraverso palazzi di lusso, hotel a cinque stelle, fattorie e campi profughi, strade linde e strisce di terra battuta. (continua…)

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Israele blocca i fondi per l’Anp dopo l’accordo Fatah-Hamas

L’accordo tra Hamas e Fatah accontenta tutti. Tranne loro, gl’israeliani. Che un po’ ci sono pure rimasti male. Perché dopo aver sostenuto per anni le posizioni riformiste di Fatah in chiave anti-Hamas, ora si ritrovano con il cerino mediorientale in mano. Mentre tutt’intorno l’area è in fiamme. (continua…)

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L’accusa di Hrw: in Palestina giornalisti picchiati e arrestati senza motivo

L’autorità palestinese ha più di un problema con la libertà d’informazione. E chi ci va di mezzo sono sempre loro: i giornalisti. Picchiati, messi dietro alle sbarre, minacciati. Solo perché stavano facendo il loro mestiere.

A lanciare un’accusa pesante all’Anp guidata da Mahmoud Abbas è l’ultimo dossier di Human Rights Watch. Che oltre a fare un’analisi degli ultimi mesi, elenca tutti i casi di violenza contro i cronisti palestinesi in Cisgiordania e Striscia di Gaza. (clicca qui per continuare a leggere)

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