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I filopalestinesi e l’accusa alle giornaliste del New York Times in Israele: “Sono di parte”

La facciata del grattacielo dove si trova la redazione centrale del New York Times a New York (foto di Michael Nagle/Bloomberg/Getty Images)

La facciata del grattacielo dove si trova la redazione centrale del New York Times a New York (foto di Michael Nagle/Bloomberg/Getty Images)

«Sono ebrei». «Hanno figli che indossano la divisa militare israeliana». «Sono sposati con opinionisti filosionisti». E allora, proprio perché hanno queste «caratteristiche», «non devono occuparsi di Medio Oriente», «non devono scrivere» su quello che succede tra Israele e Palestina, tra Israele e Gaza, tra Israele e Libano, tra Israele e mondo arabo. Perché, ecco, «sono di parte».

Se c’è mestiere più contorto è quello del corrispondente dallo Stato ebraico per i quotidiani occidentali. Soprattutto se il tuo lavoro finisce sul New York Times, uno dei giornali più letti e prestigiosi al mondo. C’è un nutrito gruppo di cronisti palestinesi, di blogger arabi influenti, di siti web che non fanno altro che spulciare riga per riga quello che scrivi. Pronti – al minimo errore, alla prima parola percepita al di sopra le righe, alla prima frase che suoni vagamente contraria al mondo arabofono – ecco, pronti a puntare il dito e dire «ecco, vi abbiamo smascherati, siete tutti al servizio della propaganda sionista».

Il figlio di Isabel Kershner in divisa militare israeliana con i suoi commilitoni. La foto è stata postata su Facebook

Il figlio di Isabel Kershner in divisa militare israeliana con i suoi commilitoni. La foto è stata postata su Facebook

Altrimenti non avrebbe senso questa caccia alle streghe che si scatena puntualmente contro certi giornalisti stranieri mandati a occuparsi di faccende mediorientali. Altrimenti non si spiegherebbe la foto del figlio di Isabel Kershner, presa da Facebook e pubblicata da Mondoweiss – uno dei siti più letti tra i palestinesi e i filo palestinesi di tutto il mondo – in cui questo giovanotto è nella sua divisa verdognola dell’Idf, l’esercito israeliano, assieme ai suoi commilitoni.

Per dimostrare cosa? Per sostenere che, ecco, questa Kershner qui – quando scrive sul New York Times – forse non è così obiettiva. Insomma, chi si azzarderebbe a dire le cose come stanno, ragionano i filo palestinesi, «se ha un figlio che potrebbe essere mandato a morte sicura in qualche combattimento appena la mamma si mette a raccontare cose brutte sugl’israeliani?».

Isabel Kershner, giornalista, scrive per il New York Times da Gerusalemme

Isabel Kershner, giornalista, scrive per il New York Times da Gerusalemme

Le accuse, nemmeno tanto velate, sono però prese sul serio dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Perché la domanda – al di là degli aspetti di «colore» – è maledettamente seria: può un giornalista essere obiettivo se ha un minimo di legame con una delle due parti in causa? Sì, secondo il New York Times. Che però chiede ai suoi la massima trasparenza e di fare un passo indietro nel momenti in cui si presenta anche l’ombra del conflitto d’interessi.

Nel caso di Isabel Kershner, collaboratrice – non dipendente – del quotidiano americano, il putiferio è scoppiato quando quelli di Mondoweiss si sono ricordati di un libro uscito nel 2005 e firmato dal marito della giornalista, Hirsh Goodman (noto filoisraeliano). L’uomo scriveva di avere due figli, di 7 e 10 anni. Così, nell’anno 2014, e con la prole in perfetta salute, i blogger filo palestinesi hanno spulciato i social network fino a rintracciare il profilo del figlio, ora 20enne, della coppia Kershner-Goodman. Eccolo là il giovane, con la sua divisa.

Jodi Rudoren, capo dell'ufficio di corrispondenza del New York Times a Gerusalemme

Jodi Rudoren, capo dell’ufficio di corrispondenza del New York Times a Gerusalemme

Apriti cielo. E via con le accuse di parzialità. Lettere al New York Times. Domande alla diretta interessata. Che risponde. «Sì, è vero, ho un figlio di 20 anni che sta facendo il servizio militare obbligatorio come tutti i cittadini israeliani. L’altro, 17enne, è ancora al liceo». «Ma è vero che suo figlio ha combattuto nell’ultimo scontro a Gaza, l’estate scorsa?», chiedono ancora quelli di Mondoweiss. «Se ci fosse stata l’ombra del conflitto d’interessi ovviamente non avrei coperto un certo avvenimento», chiarisce Kershner. «Questa è la politica di tutti i corrispondenti del quotidiano, non solo qui, ma anche a Washington e Mosca».

Non contenti quelli di Mondoweiss scrivono a Joe Kahn e Michael Slackman, rispettivamente caporedattore e vice caporedattore degli Esteri per il New York Times. A rispondere è il numero uno della redazione. «Teniamo sempre conto dei legami personali e famigliari dei nostri giornalisti quando assegniamo loro un articolo», premette. «E questo avviene senza eccezioni. Ma chiediamo ai nostri reporter – a prescindere dal loro orientamento – di attenersi ai più alti standard di oggettività quando scrivono per noi». Per questo «nessun nostro corrispondente – durante la guerra a Gaza – ha scritto in conflitto d’interessi. Questo succederà anche in futuro».

Contenti della risposta? Mica tanto. Perché poi, nello stesso post, gli autori di Mondoweiss spostano l’attenzione verso Jodi Rudoren, capo dell’ufficio di corrispondenza sempre per il New York Times. «Ma la Rudoren ha figli ancora troppo piccoli per fare il servizio militare», scrivono quelli di Mondoweiss. E se non c’è quindi conflitto d’interesse in questo senso, il blog ricorda che anche lei – oltre al passaporto americano – è ebrea e israeliana.

© Leonard Berberi

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Da Eitan a Hadar, i volti dei 64 soldati israeliani uccisi a Gaza

Le lacrime durante i funerali ad Ashqelon di Jordan Bensemhoun, 22 anni, franco-israeliano ucciso a Gaza mentre combatteva nella Brigata Golani (foto di Tsafrir Abayov/Ap)

Le lacrime durante i funerali ad Ashqelon di Jordan Bensemhoun, 22 anni, franco-israeliano ucciso a Gaza mentre combatteva nella Brigata Golani (foto di Tsafrir Abayov/Ap)

Sessantaquattro lapidi. Sessantaquattro famiglie straziate. Sessantaquattro gruppi di amici in lutto. Passerà come l’estate – l’ennesima – in cui Israele e Hamas si son fatti la guerra, in cui Gerusalemme e Gaza si sono bombardati a vicenda, ciascuno con il proprio arsenale a disposizione. Ma è anche l’estate in cui migliaia di persone hanno perso la vita. E se nella Striscia la contabilità è messa in discussione da più quotidiani, nello Stato ebraico il contatore è più preciso.

Sono sessantaquattro i soldati israeliani deceduti nell’incursione via terra su Gaza la notte del 17 luglio. Il primo a venire ucciso è stato Eitan Barak, primo sergente della Brigata Nahal. Vent’anni, di Herzliya, è stato dichiarato morto al Barzilai Medical Center di Ashqelon il 18 luglio. Dopo di lui l’elenco s’è allungato giorno dopo giorno. Portandosi via due diciottenni, cinque diciannovenni, diciotto ventenni. L’ultima vittima è Hadar Goldin, 23 anni. Originario di Kfar Saba, ufficiale della Brigata Givati, è sparito nel pieno della prima tregua, il 1° agosto, nella Striscia. A decretare la sua morte, qualche giorno dopo, è stato il rabbino militare. Ma il suo corpo non è stato ancora trovato.

Nell’immagine qui sotto ho raccolto tutte le foto, i nomi e le età dei militari uccisi. Li ho elencati secondo il giorno in cui sono morti. Dal primo all’ultimo. Perché per capire la guerra – o provare almeno – bisogna guardare in faccia le sue vittime. E accorgersi che non ci sono più. Se non in queste istantanee. Nei loro profili Facebook che presto spariranno o diventeranno proprietà dei loro famigliari o vicini. E nei ricordi di genitori, fratelli, parenti e amici.

© Leonard Berberi

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Da Londra a Gerusalemme, ecco il volto (e la voce) dell’esercito israeliano

Peter Lerner, nato a Londra nel 1973, è il portavoce dell'esercito israeliano

Peter Lerner, nato a Londra nel 1973, è il portavoce dell’esercito israeliano

C’è chi pensa che il suo sia il peggior lavoro del momento. C’è chi lo accusa di nascondere con belle parole le malefatte dell’esercito del suo Paese. C’è chi ritiene che il suo compito sia interessante, ma impossibile. E chi, invece, per giorni se l’è ritrovato nella tv della propria casa. A raccontare – di giorno, di sera, di notte – cosa stava succedendo in Medio Oriente. A spiegare, a ribattere con il suo inglese impeccabile che no, le cose non stanno proprio le racconta Hamas o certa stampa araba.

Perché mentre tra Israele e Gaza si sparava con le armi, a pochi metri di distanza Peter Lerner – biondo, un po’ in carne, sempre impeccabile nella sua divisa militare – ecco questo signore era lì a combattere la guerra delle parole contro i palestinesi. Lui, da solo, o quasi, a rappresentare il punto di vista, le ragioni dello Stato ebraico.

Non è un caso se il settimanale americano Newsweek gli abbia dedicato un lungo articolo. Nato a Londra nel 1973, Peter Lerner è – forse – il protagonista mediatico di questo conflitto estivo sulla sponda sud-orientale del Mediterraneo. Uno che a dodici anni Lerner ha preso quel che c’era da prendere, ha lasciato il Regno Unito e s’è trasferito in Israele, dove ha fatto l’aliya nel 1985.

Lerner in diretta da Gerusalemme con Wolf Blitzer, volto storico della Cnn

Lerner in diretta da Gerusalemme con Wolf Blitzer, volto storico della Cnn

Da venti anni parte della comunicazione – militare e civile dello Stato ebraico – è passata dalla sua scrivania. Nel frattempo s’è laureato in Scienze politiche all’Università Bar-Ilan, ha partecipato a un bel po’ di corsi in giro per il mondo. Uno di questi l’ha portato in Italia, a San Remo, a un evento organizzato dall’Istituto internazionale di diritto umanitario. Sposato con un’avvocatessa, ha una figlia, vive a Ramat Gan, alla periferia di Tel Aviv, ha la passione per la corsa e – tra una crisi e l’altra – studia per laurearsi in Gestione e risoluzione dei conflitti.

Non è un caso se, dopo essere stato il portavoce dell’unità centrale dell’Idf, l’esercito israeliano, i vertici militari hanno deciso di farlo salire di livello. E di affidargli – da marzo 2014 – non solo l’ufficio stampa più delicato del mondo e il rapporto con i media stranieri, ma anche la supervisione della presenza online dell’Idf dal sito web ai social media, passando per i video, le foto e le infografiche.

«Il mio non è un lavoro facile, anzi. Ma penso sia comunque più facile di quello dei ragazzi che sono laggiù al fronte», ha raccontato a Matthew Kalman di Newsweek. «Mi alzo ogni giorno e mi chiedo: sono degno di rappresentare questi ragazzi?». Però, nonostante la fatica dell’incarico, «questo lavoro mi piace», continua. «Non è una carriera, è una vocazione. Lo faccio perché è importante».

Lerner circondato dai giornalisti - locali e stranieri - durante i giorni caldi dell'operazione militare sulla Striscia di Gaza

Lerner circondato dai giornalisti – locali e stranieri – durante i giorni caldi dell’operazione militare sulla Striscia di Gaza

Uno dei primi incarichi di Lerner è stato quando Israele si ritirò da buona parte della Cisgiordania dopo gli accordi di Oslo: è stato tra quelli che hanno organizzato la prima conferenza stampa che sanciva il passaggio di poteri all’Autorità palestinese. Uno dei momenti storici del Medio Oriente. Carichi di ottimismo. «Sembrava un momento in cui tutto procedeva per il verso giusto», ricorda lui. Poi, come accade ormai con precisione svizzera, le cose prendono la solita piega negativa. Arrivano i kamikaze. La Seconda Intifada. E Oslo viene sepolto sotto metri di detriti, polvere da sparo, proiettili, bottiglie incendiarie.

Ed eccoci a giugno 2014. Tre giovani israeliani vengono rapiti e uccisi da due palestinesi. La situazione precipita dopo giorno. E Lerner diventa il volto d’Israele. Forse più del premier Benjamin Netanyahu. Parla bene Lerner. Non si arrabbia. Cerca di spiegare, anche a quei giornalisti che vogliono provocarlo, come stanno le cose, almeno dal punto di vista israeliano. Ri-contestualizza i razzi di Hamas in ambito europeo o americano. «Cosa fareste voi – chiede spesso in diretta tv ai media occidentali – se qualcuno sparasse bombe contro di voi?».

Non piace a tutti Lerner. Tanti non gli perdonano quei tweet al veleno contro un attivista palestinese ucciso durante una manifestazione in Cisgiordania nel 2011. «Provo imbarazzo ogni volta che lo vedo in tv», dice sempre a Newsweek Dimi Reider, fondatore di +972, un sito di notizie su Israele e Palestina con forte orientamento a sinistra. «La sua tattica non è quella di parlare dei fatti. Lui offre una certa visione, un certo racconto. Non risponde alle domande, le evita. E mente anche sulle cose evidenti e sul dolore che è stato causato».

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Oron, Guy e l’ombra della «direttiva Hannibal»

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l'ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l’ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Ufficialmente sono morti in battaglia. Ufficiosamente sarebbero stati uccisi dai loro stessi compagni per un solo scopo: non lasciare ostaggi al nemico. Più passano i giorni e più si rafforzano le voci – che saranno sempre smentite – sul vero destino di Oron Shaul, 22 anni, e Guy Levy, 21, entrambi soldati dell’esercito dello Stato ebraico: il primo sergente nella Brigata Golani, il secondo sergente delle truppe armate combattenti.

Sarebbero due dei 37 militari «assassinati da Hamas» durante l’operazione “Margine protettivo” nella Striscia di Gaza. Ma più di qualcuno sostiene che Oron e Guy potrebbero essere stati vittime della «direttiva Hannibal». Non sarebbe la prima volta. È successo tra il 2008 e il 2009 durante l’operazione – sempre su Gaza – «Piombo fuso». E il 7 ottobre 2000 su addirittura tre persone. Ma la sua applicazione è sempre stata un argomento tabù per gl’israeliani da quando – dopo la cattura di due soldati in Libano nel 1986 – i vertici dell’esercito stilarono la direttiva. «Nel caso di un rapimento, la missione più importante diventa forzare il rilascio dei soldati rapiti da parte dei loro sequestratori, anche se ciò significa ferire e/o danneggiare i nostri soldati».

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

È successa la stessa cosa con Oron e Guy? Entrambi i giovani sarebbero caduti nelle mani dei miliziani palestinesi durante l’incursione nella Striscia. La vicenda di Gilad Shalit, rapito nel 2006 e rilasciato cinque anni dopo, dimostra che queste operazioni dal punto di vista di Hamas «funzionano»: per liberare il militare Gerusalemme ha dovuto a sua volta rimettere in libertà circa mille palestinesi.

Un duro colpo. Tanto che il quotidiano Haaretz aveva citato un comandante israeliano che si era così espresso: «Un nostro soldato non deve essere rapito in nessuna circostanza. Dobbiamo fare di tutto per evitare che questo accada: per questo viene loro imposto di sparare contro un gruppo di sequestratori, anche se questo potrebbe comportare l’uccisione del compagno. È una cosa che ogni militare capisce: non possono diventare un altro Gilad Shalit».

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Quello che è certo è che Oron Shaul si trovava nel carro armato insieme ad altri sei commilitoni il 20 luglio scorso. Una volta attaccati gli altri sei sono morti quasi subito. Oron sarebbe stato portato via, ferito, dai palestinesi. L’Idf, l’esercito israeliano, ha prima detto che Oron era morto insieme con gli altri. Poi Hamas ha annunciato in diretta tv di averlo rapito. Quindi l’Idf, diverse ore dopo, l’ha classificato come «ucciso, non identificato». Una descrizione che i militari dello Stato ebraico di solito non usano.

Soltanto cinque giorni dopo, alle 14.40, Raffi Peretz, rabbino militare capo, ha stabilito che Oron è morto. Anche se il corpo non c’è. Secondo la ricostruzione ufficiosa predominante contro Oron sarebbe scattata la «direttiva Hannibal»: quando il militare è caduto in mano ad Hamas l’aviazione israeliana avrebbe bombardato l’area dove sarebbe stato trattenuto: nell’incursione sarebbero morti i suoi sequestratori e lo stesso Oron.

Mentre veniva «stabilita» la morte di Oron Shaul, a Gaza veniva ucciso Guy Levy. Guy si trovava con i suoi commilitoni in uno dei tunnel illegali costruiti dai miliziani palestinesi. All’improvviso – da un ingresso nascosto – sarebbero spuntati due uomini di Hamas che avrebbero portato via Guy. Nella sparatoria, uno dei miliziani sarebbe stato ucciso subito, mentre l’altro avrebbe tentato di allontanarsi con il soldato israeliano. Non riuscendo a riprenderselo, l’area sarebbe stata bombardata – racconta il sito di notizie Nana – con un carro armato. Tutti morti. Compreso Guy Levy.

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Nissim e Max, soldati (soli) d’Israele sepolti come eroi

Nissim Sean Carmeli, nato in Texas, ucciso a Gaza domenica scorsa. Aveva 21 anni (foto da Facebook)

Nissim Sean Carmeli, nato in Texas, ucciso a Gaza domenica scorsa. Aveva 21 anni (foto da Facebook)

L’angoscia. La telefonata. Lo strazio. Il lungo viaggio. Una bara. E infine loro, decine di migliaia di persone. Tutte, o quasi, sconosciute. Eppure tutte lì per lo stesso motivo: per celebrare, per ringraziare – a loro volta – uno di cui hanno sentito parlare in tv o hanno letto sui siti o sui quotidiani.

Nissim Sean Carmeli aveva 21 anni. Era nato in Texas da papà israeliano. Nel 2009 Nissim aveva lasciato gli Usa e si era trasferito a Ra’anana, in Israele. S’è arruolato nell’esercito, è entrato a far parte della Brigata Golani. Uno «chaial boded», il soldato «solo», senza i parenti in Israele. Domenica scorsa è morto insieme con dodici commilitoni.

La bara di Nissim Sean Carmeli viene portata in mezzo a una folla di 22 mila person al cimitero di Haifa, nord di Israele

La bara di Nissim Sean Carmeli viene portata in mezzo a una folla di oltre 22 mila person al cimitero di Haifa, nord di Israele

E mentre i parenti si sono messi in viaggio dall’America profonda, le due sorelle Or e Gal – unici pezzi della famiglia rimasti in Israele – non hanno nascosto la paura di non riuscire a far arrivare al funerale almeno dieci uomini, il minimo religioso per recitare la preghiera per i morti, il «kaddish». Ma poi l’imprevisto. L’imprevedibile. Al Neve David Military Cemetery di Haifa, nel nord del Paese, di persone si sono presentate più di 22 mila. Arrivate lì da ogni parte dello Stato ebraico – compreso un gruppo di motociclisti – dopo un tam tam su Facebook e le app di messaggistica istantanea.

Max Steinberg, californiano, morto a 24 anni, domenica scorsa, a Gaza (foto da Instragram)

Max Steinberg, californiano, morto a 24 anni, domenica scorsa, a Gaza (foto da Instagram)

La scena si è ripetuta per un altro «chaial boded»: il sergente Max Steinberg, 24 anni. Della Brigata Golani pure lui. Ucciso pure lui a Gaza. Americano (della California) pure lui. Ma in Israele dal 2012. «Non ho paura per me, ho paura per te – ha detto Max al telefono alla mamma Evelyn, in quella che è stata l’ultima comunicazione con la famiglia –. Io sto bene, sto entrando dentro Gaza». Poi l’annuncio, nel cuore della notte: «Vostro figlio è stato ucciso». «Dite a mia mamma che le voglio bene», sono state le sue ultime parole.

Quindi il viaggio verso Gerusalemme di genitori e fratelli, al cimitero di Har Herzl. E quella folla, enorme, di oltre trentamila perfetti sconosciuti tutti lì per Max, il soldato «solo» con un funerale da star, arrivati dopo aver letto la notizia. «Mi ricorderò per sempre il tuo sorriso – ha detto un suo amico nella cerimonia funebre – e anche se ora piango, non posso fare a meno di ridere. Sei una leggenda ora. Anche se io ho perso un fratello e un amico».

I funerali al cimitero di Gerusalemme, mercoledì 23 luglio, di Max Steinberg. In prima fila, dietro alla bara, i famigliari più stretti (foto di Miriam Alster/Flash 90)

I funerali al cimitero di Gerusalemme, mercoledì 23 luglio, di Max Steinberg. In prima fila, dietro alla bara, i famigliari più stretti (foto di Miriam Alster/Flash 90)

E più passano le ore, più sale il bilancio dei soldati israeliani uccisi durante l’operazione «Margine protettivo» entrato al suo diciassettesimo giorno: 32 militari dell’Idf sono caduti in battaglia, a cui bisogna aggiungerne uno dato – contemporaneamente – per «disperso», «catturato da Hamas» e «morto».

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La solitudine di Netanyahu

Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele e leader del partito "Likud"

Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele e leader del partito “Likud”

L’occasione, dal punto di vista di Hamas, è storica: fare fuori, politicamente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Non a colpi di razzi. Non solo almeno. Ma dall’interno: con l’aiuto degli uomini di fiducia del primo ministro che negli ultimi giorni hanno preso le distanze da lui o, peggio, l’hanno apertamente attaccato. Non è un caso se proprio la formazione palestinese ha detto no, per ora, al piano di cessate il fuoco proposto dall’Egitto e accettato dallo Stato ebraico.

Sono giorni davvero difficili per Netanyahu. Da sempre considerato un «falco» della politica israeliana, ora – per paradosso – si sta rivelando l’uomo che non vuole far precipitare le cose. Ed è sempre meno appoggiato nella compagine governativa. Si rifiuta di mandare l’esercito a Gaza. Bolla come «rumore di fondo da non accogliere» le parole del suo (ormai ex) braccio destro Avigdor Lieberman: il ministro degli Esteri, infatti, ha proposto di invadere la Striscia «per farla finita una volta per tutte». Poi caccia dalla compagine di governo Danny Danon, viceministro della Difesa, uno degli uomini di punta del Likud, lo stesso partito del premier. Danon aveva pubblicamente criticato Netanyahu per aver accettato il piano egiziano per la tregua con Hamas: «La decisione del premier è uno schiaffo in faccia agl’israeliani», ha detto Danon.

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Il comunicato sul «licenziamento» la dice lunga sullo stato di agitazione a Gerusalemme. È delle 20.35 di martedì 15 luglio. E bisogna ricordarsela l’ora. «In un momento in cui il governo d’Israele e l’esercito sono nel mezzo di una campagna militare contro le organizzazioni terroristiche e proprio quando stanno facendo di tutto per garantire la sicurezza dello Stato ebraico e dei suoi cittadini, non è accettabile che il viceministro della Difesa attacchi il vertice del Paese proprio sulla gestione della situazione. Alla luce delle sue frasi – che esprimono una mancanza di fiducia nel governo e, personalmente, nel primo ministro, ci si sarebbero aspettate le sue dimissioni. Ma visto che questo non è successo, io (Netanyahu, ndr) ho deciso di allontanarlo dal suo incarico».

L'ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

L’ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

Danon resta parlamentare, sempre nelle file del Likud. E non si capisce se Netanyahu l’abbia cacciato davvero per le sue frasi o, perché, temeva che proprio Danon avrebbe potuto prendersi la fetta più oltranzista del partito. Fatto sta che la replica dell’ex viceministro non si è fatta attendere. Ed è stata altrettanto dura. Durissima. Parte da lontano. E arriva alle redazioni dei giornali alle 20.36. Un minuto dopo la lettera di Netanyahu.

«Il primo ministro è capitolato di fronte al presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, nel momento in cui ha accettato di rilasciare 78 assassini per riprendere i negoziati, quando non ha reagito in modo duro quando i nostri tre ragazzi sono stati uccisi brutalmente e quando stamattina (ieri, ndr) ha accettato il cessate il fuoco con Hamas, rendendo così Israele ancora più debole. Io non potrei accettare l’aria di sconfitta che ormai domina il governo e non tradirei mai i miei valori in cambio della poltrona».

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

La verità è che più passano le ore, più Hamas continua a lanciare razzi, più le sirene continuano a suonare in metà dello Stato ebraico, più la leadership di Netanyahu è messa in discussione dai ministri stessi. Oltre a Lieberman, oltre a Danon, ci sono altre figure di spicco che ormai sono contro le decisioni di Netanyahu. E fanno capire che l’uomo dovrebbe andarsene. Molto critici sono i ministri Yisrael Katz (Likud) e Uzi Landau (Israel Beitenu, il partito di Lieberman).

«Il messaggio che viene dato agl’israeliani dai loro ministri è questo: Netanyahu non sa quello che sta facendo», sintetizzano diversi analisti sui giornali locali e sulle emittenti tv da giorni impegnati con le dirette non stop. «Ma quando la situazione si sarà ristabilita, se si sarà ristabilita, il premier dovrebbe fare i conti una volta per tutte con Lieberman e il suo partito».

© Leonard Berberi

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I ragazzi uccisi e gli errori della polizia su quel telefonino tracciato per un’ora e mezza

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

Hanno festeggiato. Si sono congratulati nella loro lingua. Hanno sottolineato quel numero – tre – a indicare il «bottino» di quella sera. Il tutto mentre sui sedili posteriori dell’auto, una Hyundai bianca che avrebbero dato alle fiamme poco dopo, ecco, il tutto mentre a pochi centimetri giacevano i corpi di due sedicenni e un diciannovenne. Giovanissimi ebrei uccisi a sangue freddo con la radio ad alto volume e mentre in un telefonino dei poliziotti cercavano di capire costa stava succedendo.

Per quanto possa risultare incredibile è successo questo il 12 giugno alle 22.25 ora locale (le 21.25 in Italia). Non appena Gil-ad Shaar, uno dei sedicenni, ha chiamato il 100, il numero del pronto intervento. Aveva realizzato da poco che quell’auto non l’avrebbe mai portato dove voleva. Aveva appena capito che le cose si erano messe male. Per lui, per il suo amico e coetaneo Naftali Fraenkel. E per Eyal Yifrach, più grande, incrociato per caso sulla strada della morte.

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

Le autorità – messe sotto pressione dall’opinione pubblica – hanno diffuso l’audio integrale della telefonata alla polizia fatta da Gil-ad Shaar. Dura due minuti e nove secondi. Sono anche l’ultima testimonianza delle vite dei tre ebrei. Ecco la trascrizione della chiamata, così come registrato dai dispositivi della polizia.

Poliziotto: Pronto polizia, parla Udi…
Gil-ad: Sono stato rapito…
Poliziotto: Pronto?
Rapitore: Giù la testa! Giù la testa!
Poliziotto: Pronto?
Rapitore: Giù giù la testa! Giù!
Poliziotto: Pronto?

A questo punto si sentono i ragazzi piangere. Subito dopo alcuni colpi di pistola.

Poliziotto: Pronto?
Gil-ad: Ah… (urla di dolore)
Poliziotto: Pronto?

Dalla radio dell’auto il suono è messo ad alto volume. Intanto la chiamata viene inoltrata ai piani superiori della centrale di polizia. A occuparsene è un alto ufficiale donna

Ufficiale donna: Pronto? Rispondete al telefono! Dove siete adesso?

L’unica risposta che arriva è una raffica di colpi di pistola. Poi le parole dei rapitori

Rapitore (in arabo): Dio benedica le tue mani! Ne abbiamo portati via tre!

Quindi si mette a cantare e a esprimere la sua gioia. Alla centrale di polizia la cosa non viene approfondita più di tanto. L’alto ufficiale fa otto tentativi di chiamata al numero di Gil-ad. Le prime tre volte risulta occupato. Le altre cinque risponde la segreteria telefonica. Si pensa ad uno scherzo. Del resto l’audio non è molto buono.

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

Quello che si è scoperto però è che il telefonino di Gil-ad ha continuato a trasmettere il suo segnale ancora per un’ora e mezzo dopo che i tre sono stati uccisi. L’ultimo contatto risale alle 23.50 nei pressi del villaggio palestinese di Dura dov’è poi stata ritrovata bruciata la Hyundai, con targa israeliana, usata per il rapimento. Ma nonostante questo ai soldati impegnati nelle ricerche è stato detto di controllare l’area di un altro paesino, quello di Beit Fajar, dove in realtà non c’era nulla da vedere.

Analizzando proprio il segnale del telefonino di Gil-ad gli investigatori sono riusciti anche a tracciare una rotta. Dalla statale 60, dove i ragazzi hanno fatto l’autostop, la Hyundai s’è diretta verso ovest, la vera destinazione dei giovani ebrei. Ma poco dopo l’auto ha fatto un’inversione di 180 gradi. È a questo punto, alle 22.24 che Gil-ad e gli altri hanno capito di essere finiti nei guai. Un minuto dopo è partita la telefonata alla polizia. Ma intanto l’auto stava andando a forte velocità prima verso est, poi verso sud, verso Halhul, dove poi sono stati trovati i corpi.

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Alle 23.30, circa, i rapitori – dopo aver bruciato la Hyundai e aver caricato i corpi dei ragazzi in un altro veicolo – sono arrivati nel villaggio di Halhul. Da qui si sono diretti verso un appezzamento di terreno su una delle colline a tre chilometri di distanza dove hanno poi gettato i cadaveri tentando di coprirli.

Ma è soltanto venerdì scorso che un testimone, ritenuto attendibile, ha raccontato ai servizi segreti che i corpi erano stati sepolti vicino Halhul e non gettati in cave o pozzi o, peggio, bruciati. La ricerca non è stata comunque facile, proprio per la posizione del terreno. In quell’area – hanno commentato i poliziotti – è difficile se non impossibile che qualcuno abbia visto o sentito qualcosa. Una volta scoperti tre corpi, sabato scorso, sono partiti gli accertamenti. E il resto è storia nota.

© Leonard Berberi

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