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Il matrimonio dello scandalo e l’allarme sul tentativo di destabilizzare Israele

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L’istantanea dei balli e dei canti a Gerusalemme in cui si celebra la morte della famiglia palestinese (fermo immagine da Canale 10)

Il proprietario lo ha ammesso al quotidiano Yedioth Ahronoth: «Non è una novità. Ogni mese qui in decine di matrimoni si canta e si balla contro i palestinesi e ci si esalta per la loro morte. E la polizia ne è al corrente». Ma quel che il proprietario non poteva prevedere è la reazione, dai livelli più alti del Paese, insieme di sdegno e di orrore. Tanto che c’è chi parla, apertamente, di «tentativo di destabilizzare lo Stato d’Israele», di «cacciare il premier Netanyahu per mettere al suo posto un estremista di destra».

Non si è spenta la polemica, due giorni dopo la messa in onda sulla tv Canale 10, sul filmato – girato durante un matrimonio a Gerusalemme – che mostra gli invitati ebrei ultraortodossi mentre festeggiano per il rogo di luglio a Duma, un villaggio in Cisgiordania, in cui è stata uccisa una famiglia palestinese, compreso un bambino di 18 mesi, Ali Dawabsheh. Gli ospiti – decine di giovani, dal momento che i più anziani se n’erano andati – si vedono cantare e ballare brandendo ora un fucile (vero), ora dei coltelli (veri), ora pugnalando una foto in cui c’è proprio il piccolo Ali. L’istantanea passa di mano in mano poi viene distrutta. A un certo punto sembra di intravvedere pure una molotov, o qualcosa di simile.

La polizia israeliana ha annunciato di avere aperto un’indagine sul caso. La classe politica non è rimasta in silenzio, dal presidente Reuven Rivlin al primo ministro Benjamin Netanyahu. Non è rimasto in silenzio nemmeno Naftali Bennett, ministro dell’Educazione e leader del partito nazionalista religioso «Casa Ebraica», favorevole alla colonizzazione: «Questi sono terroristi il cui obiettivo è distruggere lo Stato d’Israele», ha scritto sulla pagina Facebook.

«Le immagini scioccanti che sono state trasmesse mostrano la vera faccia di un gruppo che costituisce un pericolo per la società israeliana e per la sicurezza di Israele – ha detto Netanyahu – ed evidenziano quanto sia importante per la nostra salvaguardia che lo Shin Bet sia forte». Il premier ha così voluto difendere i metodi usati dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, con alcuni degli arrestati in relazione all’attacco di Duma, in Cisgiordania. Attacco che le autorità hanno bollato come «terrorismo ebraico», mentre gli avvocati dei giovani sotto accusa – tutti estremisti religiosi – hanno accusato gli agenti dello Shin Bet di aver torturato i loro clienti per estorcere confessioni. Negli ultimi giorni diversi ragazzi hanno inscenato le presunte torture proprio davanti alla sede dello Shin Bet, costringendo l’agenzia a respingere – per ben due volte in poche ore, cosa mai successa – ogni accusa nei loro confronti.

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Le foto della casa a Duma, villaggio palestinese, dove è stata uccisa la famiglia Dawabsheh, compreso il figlio più piccolo, Ali, 18 mesi. L’altro figlio è in riabilitazione in Israele (foto Reuters)

A preoccupare i vertici del Paese non è il video. Ma – come spiegano diversi esperti – «il numero sempre più alto di giovani e giovanissimi, tutti dell’estrema destra religiosa, diventati così radicali nelle loro idee e nelle loro azioni che sono ormai disposti anche a uccidere, a passare il resto della loro vita in prigione e addirittura anche a sacrificare la loro esistenza solo per rivendicare un pezzo di terra o potere in Cisgiordania e a Gerusalemme Est». Una generazione che potrebbe sfornare anche il futuro Yigal Amir, l’estremista di destra che nel 1995 uccise a Tel Aviv il primo ministro Yitzhak Rabin.

Una generazione le cui idee, accusano, avrebbe le sue ramificazioni anche nel governo. Canale 2, la più seguita tv privata d’Israele, ha infatti raccontato di un messaggio particolare inviato via WhatsApp da Uri Ariel: «La sezione ebraica dello Shin Bet (quella che si occupa dell’estremismo nazionalista, nda) deve essere chiusa. Prima succede meglio è per tutti». Solo che Uri Ariel non è uno qualsiasi, ma il ministro dell’Agricoltura del governo Netanyahu e il collega di partito di Naftali Bennett.

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La protesta a Tel Aviv di alcuni estremisti religiosi contro lo Shin Bet, la sicurezza interna d’Israele, accusata di aver torturato gli arrestati per l’attacco incendiario a Duma (foto di Tomer Neuberg / Flash90)

Parole alle quali lo Shin Bet ha voluto replicare in modo esplicito. E netto. Come mai era successo e forse mai succederà. «C’è un tentativo, da parte delle organizzazioni terroristiche, di stravolgere lo Stato per stabilire una sorta di monarchia la cui prima azione sarebbe quella di cacciare dal Paese tutti i non ebrei», recita il comunicato. «L’obiettivo è quello di danneggiare le minoranze presenti nel territorio, di rovinare le relazioni diplomatiche tra Israele e il resto del mondo».

© Leonard Berberi

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Quei blocchi di cemento armato e la fine della «normalità»

Un ebreo ultraortodosso camminate di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti dei palestinesi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Un ebreo ultraortodosso cammina di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti degli arabi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Che poi la storia ormai ha iniziato a ripiegarsi. A ripetersi. Non importa se in grande o in piccolo. Perché la certezza da quelle parti, in Medio Oriente, è che prima o poi tutto torna. Tutto si replica. In un copione ormai stanco, fatto di strappi in avanti, di balzi all’indietro, di speranze che s’infiammano e di pessimismo che soffia subito dopo, non appena s’è girato l’angolo. Non appena all’orizzonte un proiettile s’infila in un corpo o una granata piomba in casa nel bel mezzo della cena.

E così vedere i social network riempirsi di foto di blocchi di cemento che vengono posizionati alle fermate del tram di Gerusalemme o dei bus che portano qua e là in Cisgiordania, tra gl’insediamenti, ecco, vedere queste istantanee – scattate con telefonini e tablet e macchine fotografiche – non fanno altro che aumentare la fila, già lunga, degli scoraggiati. Di chi per anni ha creduto, ha combattuto, ha sacrificato la vita in nome della Pace tra i due popoli, della concordia – o almeno del minimo esistenziale che prende il nome di tranquillità – e che ora deve fermarsi, trattenere il respiro, aspettare che il polverone emotivo e informativo si disperda, per cercare di capire se è ancora rimasto qualcosa a cui aggrapparsi, un briciolo di speranza oppure mollare tutto. Dedicarsi ad altro. Magari a convincere i simili che non c’è proprio nulla da fare.

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Dopo le auto e i furgoni guidati da arabi o palestinesi e lanciati a folle velocità questi giorni contro le fermate dei mezzi pubblici dove si trovano soprattutto ebrei e israeliani, con quei blocchi di cemento le pensiline sono diventate presìdi militari. Degli arroccamenti che ricordano quelli usati nelle linee di confine lungo il Golan e la frontiera con il Libano per difendersi al meglio. Piccoli muri che corrono di fianco al Muro. E proprio mentre di qua, in Europa, celebriamo la caduta della nostra barriera, crollata un quarto di secolo fa.

Ma quei blocchi di cemento segnano anche il ritorno di un incubo, quello che per anni – a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila – ha fatto versare fiumi di sangue e lacrime, costretto migliaia di genitori dello Stato ebraico a mandare i figli a scuola, la stessa scuola, in bus separati perché se un kamikaze dovesse farsi esplodere in uno dei mezzi dove si trova uno dei pargoli, almeno si salva l’altro.

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l'attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l’attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Una soluzione ingombrante, questi blocchi di oggi. Un pugno in faccia. Una mazzata all’ottimismo. In fondo in fondo un’idea provvisoria, in attesa che s’inventino la fermata a prova di auto e di bomba. Perché quelle pensiline arriveranno prima o poi. Nel frattempo ci sono questi ammassi di cemento. Quadrati. Parallelepipedi. Grandi. Medi. Posizionati in modo da non far passare alcun tipo di veicolo. Anche se, ne sono convinti molti israeliani, gli arabi s’inventeranno le moto-kamikaze. E allora bisognerà rendere gli accessi ancora più stretti. E la ferita ancora più evidente. E la divisione ancora più profonda.

La verità è che da qualche anno – nonostante qualche incidente – molti abitanti dello Stato ebraico s’erano convinti che un po’ di normalità fosse entrata nella loro vita. I controlli s’erano allentati. Accedere ai centri commerciali era sì vincolato al passaggio veloce di un metal detector, però era diventato quasi un residuato del (recente) passato. E i militari – israeliani e palestinesi – s’erano fatti via via più distesi, più rassicuranti.

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Poi è successo qualcosa negli ultimi mesi. L’area è ritornata a un clima da seconda intifada. I giovani – tutti i giovani – sono diventati all’improvviso delle vittime da sacrificare all’altare dell’estremismo. Non più il futuro, ma semplici oggetti da rapire, da bruciare. Simboli degli agguati e delle vendette agli agguati. Argomenti per risposte militari. Proiettili e razzi con cui far fuori altri adolescenti ancora, altri adulti, altri innocenti trascinati nel vortice della violenza da classi dirigenti non sempre all’altezza dei loro popoli.

E ora eccoci qui. Con la polizia israeliana che da qualche ora chiede ai suoi connazionali di stare alla larga dai villaggi arabi. Non dai paesini della Cisgiordania. Ma dai centri abitati che si trovano all’interno dello Stato ebraico: al Nord (vicino Haifa e verso il Golan), al Centro (tra Tel Aviv e Gerusalemme), al Sud. Con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che – pressato dalla destra del suo partito, messo in discussione dalle formazioni estremiste e criticato dai connazionali – invita gli arabo-israeliani, il 20% della popolazione, a fare le valigie e ad andare a trasferirsi in Cisgiordania, dai palestinesi, se non gli piace la vita nello Stato ebraico. E intanto accusa Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, gli chiede di smetterla di incendiare l’area e di diffondere bugie.

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

E Abbas che – ormai tolte le spoglie della colomba – replica su tutto. Accusa Netanyahu di terrorismo e genocidio. Minaccia fuoco e fiamme. Invita i palestinesi a difendere la Spianata delle Moschee, nel cuore di Gerusalemme (vedi il video sotto con il discorso di ieri, 11 novembre). A non permettere – parole testuali – che «gl’israeliani la contamino» e che gli ebrei preghino «altrimenti si rischia una guerra religiosa globale». Poi annuncia che il mausoleo di Yasser Arafat sarà spostato proprio a Gerusalemme.

Soffiano venti di guerra in Medio Oriente. Ancora una volta. E la sensazione – almeno a registrare il silenzio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea – ecco, la sensazione è che stavolta anche i più ottimisti abbiano perso la voce. Le speranze. E, forse, anche la voglia.

© Leonard Berberi

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La preghiera interreligiosa e le speranze sui colloqui di pace

Il presidente israeliano Simon Peres saluta papa Francesco il 26 maggio scorso durante la visita del Pontefice nella residenza ufficiale del capo di Stato (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Il presidente israeliano Simon Peres saluta papa Francesco il 26 maggio scorso durante la visita del Pontefice nella residenza ufficiale del capo di Stato (foto Yonatan Sindel/Flash90)

La speranza, forse l’ultima, è ancora su di loro. Gli «anziani». Duecentoquarantasei anni in tre. Ma più giovani, e giovanili, di molti cinquantenni. E quarantenni. Perché, pensano in molti, se si aspettano le nuove generazioni si rischiano soltanto perdite di tempi e facili illusioni. E incomprensioni. E morti. E decenni di tensioni.

Domenica 8 giugno il presidente israeliano Simon Peres, quello palestinese Mahmoud Abbas e papa Francesco si vedranno in Vaticano. Ufficialmente per pregare. Loro, di tre religioni diverse. Uno cattolico. L’altro ebreo. Il terzo musulmano. Ufficiosamente per riportare in vita un processo di pace che si è arenato nelle scorse settimane senza un perché. O, a sentire gl’israeliani, con un unico perché: la riunificazione di Fatah con la fazione estremista di Hamas.

Il presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas dà il benvenuto a papa Francesco il 25 maggio a Betlemme, in Cisgiordania (foto Andrew Medichini/Pool)

Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas dà il benvenuto a papa Francesco il 25 maggio a Betlemme, in Cisgiordania (foto Andrew Medichini/Pool)

Nessuno s’illude, però. Quello di domenica sarà sì un appuntamento storico, ma difficilmente cambierà le cose in Medio Oriente. Intanto è già qualcosa. Soprattutto se, da quelle parti, arriveranno in diretta le immagini di questi tre vecchietti che pregano. E con loro anche tre leader religiosi, uno in rappresentanza di ogni religione: un sacerdote, un rabbino e un imam.

La cerimonia – fa sapere l’ufficio stampa di Peres, vicino al termine del mandato presidenziale – si svolgerà in una località non religiosa. Nessun simbolo di questo o quel credo. Ma ci saranno le letture dei rispettivi testi sacri: il Nuovo Testamento, il Tanach e il Corano. Poi tutti a casa dopo qualche ora. Nella speranza che la saggezza degli anziani serva a qualcosa.

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Urla, insulti, minacce: la visita da incubo di alcuni ebrei sulla Spianata delle moschee

Le lacrime di un bambino ultraortodosso e l'aggressione verbale dei palestinesi sulla Spianata delle moschee (foto YouTube/Falafel Cafè)

Le lacrime di due bambini ultraortodossi e l’aggressione di alcuni palestinesi sulla Spianata delle moschee (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Camminano quasi in fila. Grandi e piccoli. Muovono i passi in uno spazio che è un decimo di quello calpestabile. Da un lato hanno il muro. Dall’altro centinaia di uomini e donne – soprattutto donne – che urlano. E guardano in cagnesco. E sembrano lì lì sul punto di aggredire. Fisicamente, s’intende. «Andate via! Non è il vostro posto questo! Siete degli usurpatori! Dovete morire tutti!».

Inizia così il filmato di poco meno di sei minuti (in fondo al post) caricato su YouTube. Mostra – dal punto di vista degli aggrediti – quanto andato in scena sulla Spianata delle moschee. Il cuore di Gerusalemme. Il cuore dei problemi israelo-palestinesi.

Una palestinese urla contro una parte della comitiva di ebrei che aveva deciso di visitare la Spianata delle moschee (foto YouTube/Falafel Cafè)

Una palestinese urla contro una parte della comitiva di ebrei che aveva deciso di visitare la Spianata delle moschee (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Il calendario segna mercoledì 23 aprile 2014. Un gruppo di israeliani ultraortodossi – arrivati dalla città haredim Bnei Brak, periferia di Tel Aviv, e alcuni quartieri religiosi di Gerusalemme – sta facendo il suo tour sulla Spianata delle moschee, dove si trova la cupola dorata della moschea di Al-Aqsa, luogo di preghiera per i musulmani. È una delle poche «finestre» in cui cristiani e, soprattutto, ebrei possono fare visite guidate sopra al Muro del pianto. Con tutti loro ci sono anche un paio di poliziotti, per motivi di sicurezza. Anche se, in tutti questi anni, non ce n’è quasi mai stato bisogno. Sì, certo, qualche parola grossa è volata tra palestinesi e israeliani. Ma mai quanto successo mercoledì scorso.

A un certo punto centinaia di palestinesi si radunano sulla Spianata. Formano quasi un cordone umano contro il gruppo di ultraortodossi. Partono urla. Insulti. Accenni di aggressione fisica. «Ci hanno lanciato anche una scarpa», racconta al sito di news Walla! uno dei presenti, Yisrael Fertig. L’associazione ebraica Haliba – quella che ha organizzato la gita culturale – riprende tutta la scena. E la scarpa, quella denunciata da Fertig, compare nel filmato. È al 55esimo secondo.

Nel tondo rosso la scarpa che viene lanciata - da un palestinese, secondo uno dei testimoni ultraortodossi - verso il gruppo di visitatori (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Nel tondo rosso la scarpa che viene lanciata – da un palestinese, secondo uno dei testimoni ultraortodossi – verso il gruppo di visitatori (fermo immagine YouTube/Falafel Cafè)

Intanto a dividere musulmani ed ebrei si aggiungono decide di agenti. La folla ostile aumenta di numero. A urlare e a creare tensione ora sono anche giovanissime velate e anziani signori. Qualche bambino ebreo piange. Un ultraortodosso accenna un minimo di reazione a quella cantilena d’insulti. «Allahu akbar! Allahu akbar!», urlano altri palestinesi in arabo. «Dio è grande! Dio è grande!».

Il gruppo viene poi scortato all’uscita. Con centinaia di palestinesi arrabbiati. «Ci hanno provocato. La loro sola presenza qui, nella moschea di Al-Aqsa, è una provocazione! Che vengono a fare qui?», hanno poi spiegato molti musulmani. «Ma quale provocazione: non abbiamo detto e fatto nulla di irrispettoso», hanno replicato alcuni dei visitatori aggrediti. Cosa sia successo davvero, cos’abbia scatenato quella violenza verbale forse non lo si saprà mai. Restano, quelle sì che sono una certezza, gli sguardi smarriti dei bambini. E le loro lacrime.

© Leonard Berberi

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Sondaggio-choc in Israele: più di un ebreo su due vorrebbe cacciare gli arabi dal Paese

Gli arabo-israeliani? Bisognerebbe cacciarli dal Paese. E se proprio non si può, allora si dovrebbe fare di tutto per incoraggiarli ad andarsene altrove. Sondaggio-choc nello Stato ebraico (qui il documento integrale): la maggioranza assoluta degli ebrei d’Israele – secondo l’Israel democratic institute – sarebbe oggi favorevole a misure volte a espellere la minoranza araba dal Paese.

Moschea e ristorante ebraico in un angolo di Jaffa, il quartiere storico a sud di Tel Aviv

In numeri: 53 israeliani ebrei su cento vedrebbero di buon occhio una politica d’incoraggiamento al cosiddetto «transfert», al trasferimento della popolazione araba, teorizzata senza tanti problemi etici da ampi settori della destra e dell’estremismo nazionalista.

Non solo. L’86% ritiene che, nel quadro d’un ipotetico accordo di pace con i palestinesi fondato sulla soluzione dei due Stati, Israele debba fare di tutto per garantirsi all’interno dei propri confini il mantenimento di una maggioranza etnica ebraica.

Per quel riguarda i rapporti con l’attuale minoranza araba del Paese (circa un milione e mezzo di persone, pari al 20% della popolazione), l’Israel democratic institute scrive che il 62% degli intervistati ritiene che il governo debba ignorare le opinioni in materia di politica estera, almeno fino a quando il conflitto israelo-palestinese non sia risolto una volta per tutte.

Il 51% difende l’idea che i cittadini d’Israele – siano essi ebrei o arabi – debbano avere pari diritti di fronte alla Legge. Una convinzione che però è poco coerente con l’atteggiamento secondo cui è bene privilegiare nella distribuzione delle risorse pubbliche le comunità ebraiche rispetto a quelle arabe. Lo pensa il 55% del campione.

Leonard Berberi

Leggi anche: Israele, la metà dei giovani non vuole avere un arabo come compagno di classe (del 7 settembre 2010)

Muro contro muro (del 13 marzo 2010)

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Israele, squadra di coloni ingaggia attaccante arabo

Non è la prima volta che dei coloni ingaggiano palestinesi. Da anni le imprese edili arabe costruiscono nei nuovi insediamenti ebraici. I palestinesi lavorano. I coloni pagano. E nessuno ha nulla da reclamare. Solo che non s’era mai vista una partecipazione così attiva di un musulmano in una realtà ebraica.

Ne sa qualcosa Jad Sarsur. È un calciatore, un attaccante per la precisione, e ieri ha deciso di indossare la maglia del “Betar Ariel” (campionato di serie C), la formazione di una città-colonia israeliana (20mila abitanti) nel cuore della Cisgiordania. «Il calcio avvicina le persone in tutto il mondo», ha esordito Sarsur.

Scrive lo “Yedioth Ahronoth” che Jad è un arabo israeliano che adesso farà la spola fra la sua città di Kfar Kassem e l’insediamento nei Territori occupati. Sarsur – che ha già giocato in diverse squadre arabo-israeliane – assicura di essere stato accolto a braccia aperte ad Ariel e di aver indossato con orgoglio la nuova maglia. Maglia che mette in evidenza un candelabro a sette bracci, il simbolo del movimento nazionalista ebraico “Betar”. «L’attaccante è già parte della nostra famiglia», hanno dichiarato i dirigenti del “Betar Ariel”. «Jad parteciperà non solo agli allenamenti e alle partite, ma sarà anche invitato alle feste private».

Il calciatore, poi, ha avuto da ridire anche su cose non calcistiche. Ad esempio sugli attori teatrali israeliani che da settimane rifiutano di esibirsi nel nuovo Palazzo della cultura di Ariel, perché si trova in zone occupate militarmente. «I boicottaggi sono sbagliati e negativi», ha detto il ragazzo. Ma più di qualcuno gli ha consigliato di pensare al pallone e non alla cultura.

Leonard Berberi

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Nel cuore di Hebron ebrei e musulmani si mettono a giocare a calcio. E si divertono

La partita di pallone tra israeliani e palestinesi nel cuore di Hebron, la città divisa e tormentata dalle violenze (foto di Yair Altman)

La partita di calcio – e di Pace – quando e dove meno te l’aspetti. Yair Altman, giornalista del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth è a Hebron. Il cuore, tormentato, della Palestina. Il cronista sta seguendo i diecimila ebrei arrivati in città per visitare il pezzo di Torah alla Tomba dei Patriarchi. Un edificio religioso per gli ebrei, ma anche per i musulmani. Perché la Tomba dei Patriarchi è anche la Moschea di Abramo/Ibrahim.

E comunque. Alla fine della cerimonia religiosa, Altman assiste a un evento che non si registrava da anni: una partita di calcio, appunto. Ma giocata tra ebrei e musulmani. Soprattutto: senza forze di polizia a proteggere gli uni o gli altri. È successo tutto sabato pomeriggio. E per capire quanto la giornata sia stata storica bastava guardare anche ai negozi palestinesi: erano rimasti aperti per i clienti ebrei.

Tutto è iniziato – racconta Altman – quando alcuni giovani israeliani, visitando la città, hanno visto alcuni coetanei musulmani giocare con un pallone da calcio. A quel punto gli ebrei si sono uniti e hanno formato delle formazioni miste. Si sono messi a giocare. A guardare la scena, poliziotti dell’Anp e i soldati dell’esercito di Gerusalemme. Che, per la prima volta, non hanno premuto grilletti, ma si son divertiti a fare il tifo.

«C’è stato un tempo in cui israeliano e palestinesi avevano un ottimo rapporto», ricorda Noam Arnon, portavoce della Comunità ebraica di Hebron. «Dopo quello che abbiamo visto sabato la nostra intenzione è tornare a quegli anni». Basterà una partita di pallone?

Leonard Berberi

Leggi anche: Cartolina da Hebron, il cuore tormentato della Cisgiordania

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