reportage

Cartolina da Hebron, il cuore tormentato della Cisgiordania

Un anziano palestinese davanti a un check point e a quello che un tempo fu l’Hebron Hotel

HEBRON (Cisgiordania) – La strada che porta a Hebron è bene asfaltata. E nuova. I cartelli sono così grandi, verdi e pieni d’indicazioni che sembra di stare in una highway statunitense. «Ma è una infrastruttura razzista», dice Alì, l’autista palestinese del Service (così si chiamano i taxi collettivi) che ci porta verso il luogo conteso da ebrei e musulmani. «Mancano i nomi dei villaggi palestinesi. Ci sono soltanto quelli degli insediamenti israeliani che hanno occupato la nostra terra».

Alì è un uomo grassoccio, sulla quarantina, col pancione in evidenza e la barba incolta. Indossa una maglietta color crema e guida un Ford Transit nuovo di zecca, con le imbottiture rifinite in finta pelle e l’aria condizionata al massimo. È lui che dalla stazione improvvisata dei mini-bus di Betlemme si offre di accompagnarci a Hebron. In un tragitto tutto segnato dalle costruzioni dei coloni ebrei e dalle catapecchie palestinesi, dai check point israeliani e dagli agricoltori della West Bank. In sottofondo, la radio non smette un attimo di trasmettere musica araba. Al fianco di Alì, poi, è seduto un anziano – camicia celeste, cappello in testa – che non apre mai bocca. Se non per offrire albicocche e acqua fresca ai passeggeri.

Hebron non è una città qualsiasi. Qui, in fondo alla Cisgiordania, in molti l’hanno battezzata la «Berlino del Medio oriente». Non la Berlino di oggi, però. Ma quella della Germania divisa in due e della Guerra Fredda. Perché Hebron è così: divisa da decine di posti di blocco, ammassi di cemento e chilometri di filo spinato. Da una parte c’è «Hebron 1», circa il 70% della città, che è amministrata dall’Autorità Palestinese. Dall’altra, «Hebron 2», sotto il controllo israeliano e luogo abitato dai coloni. «Quattrocentoventi ebrei protetti da oltre duemila soldati israeliani», racconta un giornalista palestinese che ci aspetta nel tardo pomeriggio in mezzo a un’orgia di taxi.

I cartelli in inglese ed ebraico che indicano il cuore di Hebron (foto di Leonard Berberi)

E non solo. Perché Hebron è anche una città simbolo per gli israeliani (qui, secondo la Bibbia, sarebbero sepolti i patriarchi Abramo, Sara, Isacco, Rebecca e Lia). E per i musulmani. Per avere un’idea della complessità: la Tomba dei Patriarchi è anche la moschea di Ibrahimi. Infine, l’ultimo significativo particolare: è l’unico luogo della Cisgiordania dove gli ebrei si trovano all’interno di una città palestinese.

L’ingresso nella parte palestinese è caotico. Costruzioni basse, case vecchie fatte con grandi pietre, abitazioni più recenti. E tante  antenne paraboliche che quasi nascondono le finestre e i balconcini. Qua e là, soldati e poliziotti dell’Autorità Palestinese. «Ma tanto qui chi comanda è l’esercito israeliano. E loro sono sempre sopra la legge, fanno ciò che vogliono», continua l’autista portandosi la mano sopra la testa.

Il centro della città è ancora più confuso. C’è il mercato giornaliero che si snoda per centinaia di metri lungo l’asfalto nuovo e i vicoli secolari. I taxi e i pulmini sono più numerosi delle auto private (tante le Toyota bianche). Qualche palazzo, con grandi inferriate, riporta ancora le ferite di una passata esplosione o sparatoria. Altre costruzioni, invece, sono coperte da grandi pubblicità dell’università palestinese o della compagnia telefonica locale. Di fronte a quello che un tempo era l’«Hebron Hotel» – ora un edificio in rovina – c’è un checkpoint israeliano dal quale i militari osservano minacciosi. Le donne – tutte rigorosamente velate – entrano ed escono dai negozi di alimentari e di abbigliamento, soprattutto made in China. Parlare con loro è impossibile. E rischia di creare problemi. Buona parte degli uomini, invece, sta seduta sui gradini di una scala o beve e fuma nei bar.

Una delle piazze principali della Hebron palestinese (foto di Leonard Berberi)

Più ci si spinge verso il cuore del suk palestinese, più si capisce il fragile equilibrio che governa la città. Ad un certo punto, in mezzo alle bancarelle di prodotti locali e alle viuzze della città vecchia, sopra la testa spuntano reti metalliche a maglie strette. Il mercato risulta così isolato dalla parte alta. Sulle reti c’è di tutto: contenitori di pittura per muri, scarpe, spazzatura varia, grandi residuati di metallo e soprattutto pietre e mattoni. «È quello che ci hanno lanciato addosso gli ebrei», dice Muhammad, un negoziante, mentre cerca di vendere una tunica per venti shekel (circa quattro euro). Ogni giorno la stessa storia: coloni che si affacciano alla finestra e cominciano a colpire i palestinesi con tutto quello che hanno da buttare via.

Perché Hebron è divisa in modo così contorto che non solo la città è separata in due, ma anche palazzi interi sono tagli a metà: in alcuni edifici civili, il piano terra appartiene a «Hebron 1» (quindi ai palestinesi). Il primo e il secondo (e oltre) a «Hebron 2» (quindi ai coloni ebrei). Per questo, ci hanno messo una rete e hanno eretto torri di controllo israeliane con soldati pronti a intervenire. La situazione è sempre sul punto di esplodere. «Basta un pretesto», racconta Qassem, un cinquantenne palestinese mentre fuma la sua pipa seduto ad un bar, «e diventiamo bersaglio dei coloni che girano armati».

La rete che divide gli abitanti ebrei (sopra) e quelli palestinesi (foto di Leonard Berberi)

C’è anche una missione civile internazionale creata appositamente per Hebron. È la Temporary international presence in Hebron (Tiph, finanziata da Italia, Norvegia, Svizzera, Turchia, Danimarca e Svezia): vigila sul campo, controlla che la «coabitazione» non abbia problemi e scrive dettagliati rapporti sulla situazione della città. Dossier non pubblici, però. E nemmeno i due osservatori della missione – un uomo e una donna – dicono qualcosa. «Non possiamo parlare», rispondono.

Il ragazzo, sulla trentina, è alto, magro e ha i capelli corti biondi. Arriva dal Nord Europa. La ragazza, invece, è bassa e ha i capelli lunghi e neri. Entrambi indossano la divisa d’ordinanza: una camicia blu con adesivi rettangolari rossi e la scritta bianca «Tiph». All’altezza del cuore, un altro adesivo, con le stesse caratteristiche, mostra la scritta «osservatore» in inglese, arabo e israeliano. Il ragazzo allunga l’opuscolo di presentazione della missione e batte l’indice su una frase. C’è scritto: «Dal 2005 l’esercito israeliano opera su tutta l’area in violazione degli accordi». Nel 2002 – dopo la seconda Intifada, con scontri e morti da entrambe le parti – l’esercito israeliano ha preso il controllo dell’intera città. Tre anni più tardi ha costruito decine di torri di controllo nell’area «H1», cioè in quella palestinese. Venendo meno all’accordo di «spartizione».

Nel cuore del suk di Hebron (foto di Leonard Berberi)

Il risultato, oggi, è questo: centinaia tra posti di blocco, muri difensivi, soldati e mezzi militari sparsi in tutta la città, che «limitano fortemente la libertà di circolazione degli abitanti di Hebron». Il problema tocca soprattutto i palestinesi: sono costretti a percorrere le stesse vie, spesso scomode, e a passare per i tornelli o i metal detector. «Per andare a pregare alla moschea – racconta Ahmad, un settantenne tutto curvo e con i vestiti sgualciti – devo attraversare un checkpoint, presentare il mio documento di identità. Ogni giorno, cinque volte al giorno». Piccolo particolare: la moschea dista meno di dieci metri dalla casa dell’anziano.

Racconta un altro: «Ci sono situazioni in cui per andare a visitare i parenti a pochi metri di distanza, alcune famiglie devono percorrerne centinaia in più perché quella più breve è sotto controllo israeliano». Per questo i palestinesi camminano spesso sui tetti. Accorciano il percorso. Ma rischiano anche di essere colpiti dai soldati israeliani che temono siano cecchini.

Dove si trova la moschea e la Tomba dei Patriarchi, ci sono due checkpoint in venti metri. Il primo «filtra» i palestinesi che vogliono andare a pregare. Il secondo, invece, serve solo a rimandarli indietro. Perché oltre c’è «Hebron 2», cioè la parte ebrea. «Ma serve anche a difendere i palestinesi», replicano gl’israeliani. Perché non si ripeta più il massacro del 1994. Era il 25 febbraio e un colono ebreo, Baruch Goldstein, entrò nella moschea e si mise a sparare. Per terra, rimasero i corpi di 29 fedeli palestinesi che stavano pregando.

Soldati israeliani si intrattengono con alcuni palestinesi (foto Leonard Berberi)

«C’è qualche musulmano tra di voi?», chiedono i soldati del secondo checkpoint. Divise verdi, giubbotti antiproiettile, fucili pronti a sparare e radio-trasmittente sempre accesa. Il pezzettino di fronte non protetto dal casco è bagnato dal sudore. Mentre la polvere toglie colore alle divise che sembrano nuove. «Dobbiamo tutelarci», si fanno sfuggire, come a giustificare quella condizione.

In buona parte di «Hebron 2» domina la desolazione: costruzioni sigillate o che cadono a pezzi, erbaccia che spunta dalle mura e un gran polverone ogni volta che arrivano – improvvise – folate di vento. Quattro attività palestinesi, però, resistono in terra israeliana. Proprio di fronte alla Tomba dei Patriarchi. Si tratta di un baretto, due negozi di souvenir, un laboratorio in cui si lavora la terracotta. Sono a dieci metri dal checkpoint. Guardati a vista dai due soldati. Altri venti metri e c’è la «Jeshiva», un collegio talmudico dove studiano i giovani ebrei che vogliono fare della religione il loro stile di vita. Dai suoi megafoni, parole e preghiere si disperdono nell’aria. Ai piedi dell’edificio, jeep militari e veicoli blindati. Soldati ovunque. Pronti a scattare al minimo tentativo di avvicinamento agli ebrei. Cosa che succede quando si incrociano due gruppi di bambini: uno palestinese, l’altro israeliano. In mezzo a loro, una fila di blocchi di cemento armato – alta meno di un metro – che separa le due Hebron. I bambini si fermano e si guardano. Nessuno di loro parla. È una scena surreale. I militari del checkpoint si avvicinano subito e li disperdono.

Khaled Fakhori, palestinese, titolare del negozio di manufatti in terracotta scuote la testa. Ha l’aria dell’imprenditore di successo, veste alla Tony Manero e racconta il suo pezzo di verità. «Loro (indica i soldati) me ne hanno ammazzati otto, di parenti. Fino a quando uno dei miei fratelli non s’è messo una cintura esplosiva attorno al corpo e s’è fatto esplodere in mezzo agli ebrei, uccidendone sei». Alza la voce. Mentre gli altri due fratelli decorano, silenziosi, piccoli vasi. «Qualche volta – si inserisce il proprietario di uno dei negozi di souvenir – i coloni passano e rovesciano i tavoli con gli oggetti che cerco di vendere. Quando la situazione diventa tesa, poi, i carri armati passano e distruggono parte del negozio con il cannone». Ogni volta che c’è aria di scontri, i quattro negozi chiudono. E i palestinesi si rifugiano a «Hebron 1».

Le strade deserte della Hebron dei coloni (foto di Leonard Berberi)

I due militari israeliani, quando non controllano i negozianti palestinesi, siedono ai piedi del box del checkpoint. Sono giovani. Hanno l’aria annoiata. E usano sempre il cellulare. Per chiamare e, soprattutto, per scrivere messaggini. Ogni cinque minuti, un auto blindata di colore blu scuro passa a sorvegliare la situazione. «Diciamo che non è il posto migliore», rivela uno dei soldati. L’altro gli dice qualcosa in ebraico. Sembra rimproverarlo. E infatti non parlano più. Dalla radiotrasmittente qualcuno li chiama. È finito il turno in quel punto di controllo. C’è il cambio.

La strada che porta alla base mostra altre porzioni di «Hebron 2»: un cimitero ebraico, altre vie deserte, un soldato – fuori servizio – che corre in lungo e largo per mantenersi in forma, altre parti di muro incorniciate da metri di filo spinato a dividere in due la città. E tanti edifici abbandonati, segnati con la stella di Davide. Come a rivendicare la proprietà. Un tempo, al posto delle stanze vuote, c’erano esercizi commerciali – palestinesi – vivaci. Con la divisione, i musulmani hanno preferito chiudere. Più in là, alcuni murales colorati raccontano la storia degli ebrei, spiegano la bontà della religione e perché bisogna stare lì. In fondo, ci sono dei negozi con le scritte tutte in ebraico.

Di coloni se ne vedono pochissimi. E quei pochi non dicono nulla, se non per confermare la loro scelta di vita: «Da qui non ce ne andiamo. È la terra che Dio ha promesso a noi e la difenderemo con tutte le nostre forze. Gli usurpatori se ne devono andare da qui». A parlare è un uomo sulla quarantina, barba lunga e nera, cappello in testa, vestiti pesanti e camicia bianca. Tiene per mano due bambini e un sacchetto bianco con del cibo dentro. Sul fianco destro, una fodera con dentro una pistola.

Negozi chiusi da anni e poca vita nella Hebron dove vivono i coloni (foto di Leonard Berberi)

Non c’è un censimento esatto, ma in tutto – di coloni – non dovrebbero esserne più di cinquecento. La maggior parte di loro viene dagli Stati Uniti. Ultrareligiosi che hanno ingaggiato una gara particolare con i palestinesi: fare più figli. Ogni famiglia cerca di averne il più possibile. Perché la «vittoria finale», è il ragionamento, dipende dal fattore numerico. Vince la comunità più numerosa.

«Non capiscono che è un suicidio, perché la terra a disposizione è sempre meno e i punti di contatto, di frizione sempre più», dice sconsolato un giornalista-scrittore del posto. È seduto al tavolo di un bar che non è un bar, ma una sorta di stalla, sorseggia il thè caldo alla menta e stropiccia nervosamente la mazzetta di giornali arabi. E aggiunge: «Non voglio immaginare cosa succederà tra venti, trent’anni». A rendere delicata la «convivenza» è l’alto numero di armi possedute dai coloni. Nella parte israeliana di Hebron, infatti, quasi tutti i maschi – dall’adolescenza in su – usano una pistola o un fucile.

Per uscire da «Hebron 2» si passa per un altro checkpoint. Un prefabbricato di metallo messo di traverso in modo da coprire in larghezza la strada. All’interno, due metal detector e un soldato seduto. Anche lui annoiato. Oltre, nella parte palestinese, sui due blocchi di cemento che ostacolano la strada alle auto, due scritte anti-israeliane e anti-ebraiche.

Vista da fuori, Hebron sembra una città confusa. Vista da dentro, un luogo sull’orlo del precipizio. Che trascorre i giorni tentando di scoprire come far finire tutto questo. Se mai finirà.

© Leonard Berberi

I messaggi sui blocchi di cemento dell’esercito israeliani prima di entrare nella Hebron ebraica dopo aver superato un posto di blocco (foto di Leonard Berberi)


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9 thoughts on “Cartolina da Hebron, il cuore tormentato della Cisgiordania

  1. Bellissimo reportage, in stile “ON the face” (e io adoro Lisa quindi ti sto facendo un gran complimento). Molto bravo. UNica cosa, perché nell’ultima didascalia definisci le scritte antiebraiche e non, come al massimo sono, antisioniste?

    • Ti ringrazio! Quanto all’ultima didascalia, ammetto di averci pensato molto. Ma poi la realtà è che quelle scritte, per i palestinesi di Hebron, sono più il frutto di un sentimento anti-ebraico (quindi religioso) più che di un’avversione politica (quale è il sionismo). Certo, il bello del Medio oriente è che non sempre le parole hanno lo stesso significato. Leo

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