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Pannelli solari, Led e riutilizzo del calore: ecco il Parlamento «più green del mondo»

I 1.500 pannelli solari installati sul tetto degli uffici della Knesset, il parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

I 1.500 pannelli solari installati sul tetto degli uffici della Knesset, il parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

Le luci si spengono da sole quando non servono più. I monitor dei computer e dei maxi-schermi pure. L’illuminazione è tutta a Led. L’aria calda emessa durante la produzione di aria fresca viene riutilizzata per riscaldare l’acqua che poi finisce sui rubinetti. L’irrigazione delle piante e degli alberi segue la logica del «non si disperde nemmeno una goccia». E sui tetti sono stati installati 1.500 pannelli solari che, messi insieme, raggiungono un’estensione di 4.560 metri quadrati. «Benvenuti nel Parlamento più eco-sostenibile del mondo», dice Yuli Edelstein, portavoce della Knesset, il parlamento israeliano.

Svelato il 29 marzo scorso e costato 1,7 milioni di euro, il «Green Knesset Project», com’è stato chiamato, è stato lanciato nel gennaio 2014 e ha riguardato tredici diversi progetti. L’impianto fotovoltaico (costato poco meno di mezzo milione di euro) produce da solo 450 kW, «molto di più dei suoi concorrenti al Reichstag di Berlino e del Parliament House di Canberra, in Australia», e fornirà il 10% dell’energia elettrica richiesta dalla Knesset con un risparmio di 60-65 mila euro l’anno. «Uniti agli altri efficientamenti energetici – spiegano dal luogo dove si approvano le leggi – i pannelli di fatto contribuiranno a soddisfare un terzo dell’energia richiesta dagli uffici».

Il portavoce della Knesset, Yuli Edelstein (a sinistra) e il direttore generale Ronen Flut  tra i pannelli solari il 29 marzo scorso, giorno dell'inaugurazione dei nuovo volto del Parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

Il portavoce della Knesset, Yuli Edelstein (a sinistra) e il direttore generale Ronen Flut tra i pannelli solari il 29 marzo scorso, giorno dell’inaugurazione dei nuovo volto del Parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

E ancora. Mai più bottiglie di plastica usa e getta (circa 60 mila all’anno). Comunicazioni, se non espressamente richieste dal protocollo o dalle leggi, soltanto via e-mail per risparmiare 40-50 mila fogli all’anno. Soprattutto: messa in funzione, nelle prossime settimane, dello «scambiatore di calore», un macchinario che riscalda l’acqua utilizzata dentro la Knesset con l’aria calda prodotta dalle ventole dell’impianto dell’aria condizionata. «Una volta operativo il dispositivo ridurrà il consumo di gas del 50%».

© Leonard Berberi

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Secondo, ma comunque premier. Così Netanyahu spera di ripetere l’elezione del 2009

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all'ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all’ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Nel suo partito volano gli stracci. Gli sms di fuoco. Le accuse reciproche. Ma lui si mostra tranquillo. Male che vada – è il ragionamento che fa con i suoi più stretti collaboratori – «andrà a finire come nel 2009». Sei anni fa lui arrivò secondo, con un seggio in meno di «Kadima». E però «Kadima» non riuscì a formare un governo. E così le redini del Paese andarono al secondo, lui, che nel frattempo era riuscito a tirare su una coalizione abbastanza solida di 74 parlamentari su 120.

A non essere tranquilli sono però gli alti esponenti del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu. Perché il primo ministro uscente – secondo i sondaggi – potrebbe aver dilapidato un tesoretto politico tanto da essere staccato di quattro o cinque seggi dall’«Unione sionista», la formazione di centro-sinistra del duo Isaac Herzog – Tzipi Livni data come vincitrice.

«Qualcosa non sta andando nella maniera giusta», dice una fonte del Likud al quotidiano Haaretz. «Il discorso di Netanyahu al Congresso avrebbe dovuto creare un punto di svolta per noi e rafforzarci alle elezioni, ma è ormai chiaro che non abbiamo raggiunto il risultato sperato». E così, continua la fonte, «se la vittoria dell’Unione sionista è ormai cosa certa, resta da vedere quanto sarà importante il distacco. Anche se toccherà a noi formare il nuovo governo questa campagna elettorale sarà comunque un fallimento colossale e la colpa sarà soprattutto di Netanyahu».

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni - leader del blocco di centro-sinistra "Unione sionista" - giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni – leader del blocco di centro-sinistra “Unione sionista” – giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Ma mentre da più parti, all’interno del Likud, non mancano scene di panico, Netanyahu ostenta sicurezza. Convinto com’è – secondo fonti del partito – che alla fine gl’israeliani «voteranno per chi davvero è in grado di garantire la sicurezza e l’integrità dello Stato ebraico». Un ragionamento che il premier uscente ha chiarito in tv e nel colloquio con il Jerusalem Post. «Se il divario dei sondaggi tra il Likud e Unione sionista aumenterà tra una settimana Herzog e Livni diventeranno a rotazione primi ministri di questo Paese con l’appoggio dei partiti arabi», ha detto Netanyahu.

«Con loro al governo la nostra sicurezza sarà a rischio – ha continuato il premier –. Herzog e Livni hanno zero leadership, non resisterebbero un millesimo di secondo alle pressioni di fronte alle sfide che attendono Israele nei prossimi mesi: gli sarà chiesto di ritirarsi entro i confini del 1967, di cedere sull’accordo con l’Iran». Quindi la stoccata, indiretta, all’inquilino della Casa Bianca, Barack Obama. «I leader di Unione sionista pensano che l’unica cosa che devono fare è dire di sì a ogni richiesta che viene dal nostro migliore alleato».

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l'intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l’intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Netanyahu ha poi escluso qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale con «Unione sionista» se dalle elezioni non dovesse venire fuori una formazione forte. Lo scenario – ritenuto probabile dagli analisti e i politologi israeliani – è sostenuto dal presidente Reuven Rivlin. Ma Netanyahu non ne vuole sapere: «Non credo proprio, c’è un abisso tra noi e i laburisti», ha commentato.

E intanto a proposito di laburisti il leader Isaac Herzog ha ricevuto l’endorsement da parte dell’ex presidente Simon Peres che ha annunciato il suo sostegno al blocco di centro-sinistra. «Isaac è un leader che agisce a mente fredda, onesto e responsabile», ha detto Peres. «È uno con la testa sulle spalle, pieno di responsabilità nei confronto del popolo israeliano: sono certo che è adatto per l’incarico di primo ministro».

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Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

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La “fuga” degli ebrei dalla Francia (e dall’Europa)

Alcuni ebrei residenti in Nord America scendono dall'aereo all'aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per la loro aliyah il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

Alcuni ebrei residenti in Nord America scendono dall’aereo all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per la loro aliyah il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

Ebrei in fuga dalla Francia. Dall’Europa Occidentale. Dall’Ucraina. In quello che – a livello generale – rappresenta già di per sé un record. Dice la Jewish Agency che più di ventiseimila persone (26.500, per la precisione) hanno deciso nel 2014 di fare l’aliyah, cioè di andare a vivere, di trasferirsi – forse per sempre, sicuramente per molto tempo – in Israele. L’anno prima erano state in 20 mila. L’aumento dal 2013 è del 32 per cento. Un record, appunto.

Ma nel record c’è un altro primato. Quello di chi lascia Parigi e Bordeaux, Marsiglia e Lione, Nantes e Nizza. Per la prima volta nella storia la Francia è il Paese che dà il contributo maggiore: quasi 7.000 hanno fatto l’aliyah da Oltralpe verso il Medio Oriente. L’anno prima erano stati 3.400. Nel 2014 francese è pure il più vecchio: a 104 anni ha deciso di chiudere con l’Europa.

Al secondo posto c’è l’Ucraina. Dove si è passati da 2.020 ebrei del 2013 a 5.840. I fatti della Crimea, le tensioni con la Russia, le violenze di Donetsk hanno spinto migliaia di persone a lasciare l’Europa. L’incremento, calcolatrice alla mano, è del 190 per cento.

Una parte dei 229 ragazzi ebrei appena sbarcati a Tel Aviv: tutti hanno fatto l'aliyah (foto di Sasson Tiram)

Una parte dei 229 ragazzi ebrei appena sbarcati a Tel Aviv: tutti hanno fatto l’aliyah (foto di Sasson Tiram)

Natan Sharansky, presidente della Jewish Agency, va in più in profondità dei numeri. E rivela che il 2014 è una novità anche per altre ragioni. Non solo per il record della Francia. «Per la prima volta da quando esiste questo tipo di registro, l’anno passato sono arrivate più persone dal “mondo libero” che da quello “in crisi”».

Sharansky esulta. Compito della Jewish Agency è soprattutto quello di promuovere l’aliyah. Grazie anche all’aiuto del ministero per l’Assorbimento dell’immigrazione. «I dati sono eccezionali, sono molto contenta di vedere i risultati dei nostri sforzi di incoraggiare l’aliyah», commenta la ministra Sofa Landver, esponente di Israel Beitenu (“Israele la nostra casa”), il partito di Avigdor Lieberman. «Ma non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo. Prevediamo che nel 2015 dalla sola Francia verranno altri 10 mila e nello stesso periodo supereremo i 30 mila nuovi ingressi».

"Grazie Cleveland, Gerusalemme ci siamo" c'è scritto nel cartello che uno statunitense ebreo mostra al suo arrivo - per l'aliyah - al Ben Gurion di Tel Aviv il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

“Grazie Cleveland, Gerusalemme ci siamo” c’è scritto nel cartello che uno statunitense ebreo mostra al suo arrivo – per l’aliyah – al Ben Gurion di Tel Aviv il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

I dati, quindi. L’aliyah – per gli ebrei che vivevano fino a pochi mesi fa nell’Europa occidentale – è aumentata dell’88 per cento (dagli 4.600 del 2013 agli 8.640 del 2014). Oltre alla Francia, altri 620 hanno lasciato il Regno Unito, altri 340 («il doppio rispetto all’anno prima») hanno trasferito la loro residenza dall’Italia. La Germania resta stabile (120). In aumento gli arrivi anche dall’ex Unione sovietica (+50 per cento) e dagli Stati Uniti (+8 per cento). Stabili l’America Latina e il Sudafrica. In calo Europa dell’Est, Australia e Nuova Zelanda.

Ma qual è il profilo medio di chi fa l’aliyah? Giovane, con meno di 35 anni. Laureato. Con un lavoro da ingegnere o informatico (2.500). In tanti hanno specializzazioni in campo umanistico, matematico, fisico o delle scienze sociali. In mille sono medici. In 600 artisti e atleti. Buona parte finisce a Tel Aviv, la destinazione preferita (3.000 trasferimenti). Poi Netanya, altra città sul mare. Gerusalemme si piazza «solo» al terzo posto.

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Le colline, il deserto, le proteste Viaggio in Israele e Palestina

In una stradina di Idhan, in Cisgiordania, a un chilometro dalla Linea Verde che separa Israele e West Bank (foto di Simone Giovanni Colombo)

In una stradina di Idhna, in Cisgiordania, a un chilometro dalla Linea Verde che separa Israele e West Bank (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

L’autore delle istantanee lo conosco. Abbiamo studiato nella stessa università. Abbiamo litigato – e continuiamo a farlo – su tutto quello che riguarda Israele e Palestina, Gerusalemme e Gaza, Hamas e Netanyahu. Perché lui, Simone Giovanni Colombo, 30 anni del Lecchese, è dichiaratamente, smaccatamente filo-palestinese. Il che poco – o mal – si concilia con il mio stare fuori dalla diatriba su chi abbia ragione e chi torto.

E però Simone ha un talento, o un dono: sa fare foto. Le sa fare bene. Riesce a cogliere angoli di Medio Oriente che spesso sfuggono agli altri. Eppoi, certo, ha un’ottima tempistica degli scatti. Cosa che non guasta, anzi.

«Quando normalmente parto per un viaggio fotografico – racconta Simone – parto con la consapevolezza che il mio compito sarà quello di riprendere il più possibile i momenti salienti della mia giornata o un particolare evento programmato». Quindi ecco la «sveglia all’alba per trovare condizioni di luce ideale e cosi per tutto il giorno in attesa dello scatto buono». Questi sono alcuni degli scatti del suo viaggio in Israele e Cisgiordania.

© Leonard Berberi

La Porta di Damasco, uno degli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

La Porta di Damasco, uno degli ingressi alla Città Vecchia di Gerusalemme (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Un camion della Coca Cola a nord di Ramallah, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Un camion della Coca Cola a nord di Ramallah, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Nuove costruzioni a Ramallah  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Nuove costruzioni a Ramallah (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Le scritte contro i coloni ebrei sul muro di un campo sportivo di Ramallah, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Le scritte contro i coloni ebrei sul muro di un campo sportivo di Ramallah, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Una delle stazioni degli autobus di Hebron, in Cisgiordania  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Una delle stazioni degli autobus di Hebron, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Si scava e si lavora a Beit Einun, a qualche chilometro di distanza da Hebron  (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Si scava e si lavora a Beit Einun, a qualche chilometro di distanza da Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Tra le colline rocciose del villaggio di Al-Tuwani, a sud di Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo / Falafel Cafè)

Tra le colline rocciose del villaggio di Al-Tuwani, a sud di Hebron (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Proteste e lacrimogeni a Bil'in, villaggio a ridosso del muro di separazione (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Proteste e lacrimogeni a Nil’in, villaggio a ridosso del muro di separazione (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

La Città Vecchia di Nablus, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

La Città Vecchia di Nablus, in Cisgiordania (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Nel Deserto del Negev, in Israele (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Nel Deserto del Negev, in Israele (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Il Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Il Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

Il tramonto sul Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Falafel Cafè)

Il tramonto sul Mar Morto (foto di Simone Giovanni Colombo/Yamaphotos per Falafel Cafè)

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Elezioni in Israele, il nuovo centrosinistra e un Paese diviso

Isaac Herzog, leader laburista, con Tzipi Livni, numero uno di Hatnuah, mercoledì 10 dicembre mentre annunciano l'accordo elettorale in vista delle elezioni del 17 marzo 2015 (foto Flash 90)

Isaac Herzog, leader laburista, con Tzipi Livni, numero uno di Hatnuah, mercoledì 10 dicembre mentre annunciano l’accordo elettorale in vista delle elezioni del 17 marzo 2015 (foto Flash 90)

«La carriera di Tzipi Livni: con 28 seggi non ha avuto nulla. Con 6 è diventata ministro. Con zero (secondo i sondaggi) premier. Impressionante». La frase – o meglio: il tweet – è di Dana Weiss, uno dei volti del telegiornale di Canale 2. E potrebbe essere pure la sintesi migliore sulle elezioni (anticipate) che si svolgeranno in Israele il 17 marzo 2015.

Ieri il partito laburista locale – ora all’opposizione – si è alleato con Hatnuah, la formazione centrista di Tzipi Livni, da poco ex ministro della Giustizia, cacciata dal premier Benjamin Netanyahu insieme con Yair Lapid, leader di Yesh Atid ed ex ministro delle Finanze. «È il momento di cambiare», ha detto Isaac Herzog, leader laburista, di fianco a Livni e davanti a uno striscione con la scritta «Insieme vinciamo». Di sicuro, almeno secondo i sondaggi, ci guadagnerebbe Livni: se corresse da sola non riuscirebbe ad avere nemmeno un seggio.

Le formazioni più votate secondo il sondaggio dell'Università di Tel Aviv: Labor-Hatnuah 22 seggi (su un totale di 120), Likud (Netanyahu) 20, Habayit Hayehud (Naftali Bennett) 15, Kulanu (Moshe Kahlon) 13, Yisrael Beitenu (Avigdor Lieberman) 11, Yesh Atid (Yair Lapid) 10 (fermo immagine da Canale 10)

Le formazioni più votate secondo il sondaggio dell’Università di Tel Aviv: Labor-Hatnuah 22 seggi (su un totale di 120), Likud (Netanyahu) 20, Habayit Hayehud (Naftali Bennett) 15, Kulanu (Moshe Kahlon) 13, Yisrael Beitenu (Avigdor Lieberman) 11, Yesh Atid (Yair Lapid) 10 (fermo immagine da Canale 10)

«Quando riceverò il mandato – ha continuato Herzog – io sarò primo ministro per i primi due anni e Tzipi Livni per la seconda metà della durata del mandato». «Il centro sionista si è sollevato contro i partiti dell’estrema destra», ha aggiunto l’ex numero uno della Giustizia.

A dare speranza alle due formazioni il sondaggio dell’Università di Tel Aviv per Canale 10. Dice quella rilevazione che un blocco di centrosinistra composto laburisti e Hatnuah avrebbe la meglio sul Likud, il partito di Netanyahu, per 22 seggi (su un totale di 120) a 20. Al terzo posto ci sarebbero gli ultranazionalisti di Naftali Bennett, capo di Habayit Hayehud e sostenitore degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Un risultato che, però, mostra ancora una volta l’incertezza su una possibile coalizione di governo. E che, a dirla tutta, per ora vede favorito più il premier uscente che il blocco di centrosinistra.

Le preferenze del sondaggio per gli altri partiti: a sinistra quelli religiosi, a destra quelli arabi (fermo immagine da Canale 10)

Le preferenze del sondaggio per gli altri partiti: i meno votati risulterebbero quelli arabo-israeliani (fermo immagine da Canale 10)

«L’accoppiata Livni-Herzog rappresentano il “dream team” di Abu Mazen (il presidente palestinese, nda)», hanno ironizzato i vertici del Likud. «Non ci sono dubbi su quello che ci si potrebbe aspettare da un governo di sinistra», a partire dalle «pericolose concessioni su Gerusalemme e in tutta la nostra madrepatria».

Ora tutti cercano di capire cosa farà Yair Lapid, il vero vincitore della tornata del 2013, arrivato secondo con un partito nato pochi mesi prima: correrà da solo o – come ritengono in molti – alla fine si unirà a laburisti e Hatnuah? In attesa di capirlo ha finalmente trovato un nome la formazione di Moshe Kahlon, ex dirigente del Likud ed ex ministro della Comunicazione molto amato per avere ridotto drasticamente le tariffe telefoniche in Israele e ora in forte ascesa. La sua nuova formazione si chiamerà «Kulanu» (Tutti noi) e secondo i sondaggi potrebbe guadagnare tra i 10 e i 13 seggi.

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Il vertice Netanyahu – Lapid e il collasso del governo

Yair Lapid, ministro delle Finanze (a sinistra) e Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele (foto Flash 90)

Yair Lapid, ministro delle Finanze (a sinistra) e Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele (foto Flash 90)

Lasciato in sospeso per giorni, alla fine l’incontro c’è stato. E se non stabilisce una data per le elezioni anticipate, di certo conferma una cosa che da tempo tutti davano ormai per certa: la dissoluzione dell’attuale coalizione che regge il governo di Benjamin Netanyahu. Bisogna soltanto capire, a questo punto, se il primo ministro ha già in testa la nuova configurazione dell’esecutivo – fuori i centristi laici, dentro l’ultradestra religiosa – o se si andrà alle urne prima della scadenza naturale. Forse già a marzo 2015.

È finito nella notte tra lunedì e martedì il faccia a faccia – tanto atteso, tanto richiesto, tanto temuto – tra Netanyahu e Yair Lapid, il ministro delle Finanze e il leader di Yesh Atid, il secondo partito più votato alle ultime elezioni. Ed è stato un incontro – l’ultimo, prima del precipizio – giocato però tutto all’attacco dal premier. Con una lunga sequenza di accuse, a partire da quella di aver danneggiato il governo e il Paese. E un elenco di cinque punti da far sottoscrivere a Lapid, il volto nuovo della politica israeliana, dopo anni da conduttore del principale telegiornale del Paese.

Così non è stato. Lapid non solo non s’è fatto spaventare. Ha a sua volta accusato Netanyahu di fare il gioco dell’estrema destra e di chi non vuole vedere la pace nel Paese e nell’area. «Il primo ministro vuole trascinarci tutti a elezioni anticipate, fregandosene dei bisogni e degli interessi degl’israeliani», ha commentato il ministro delle Finanze. «Io così non posso governare – gli ha ribattuto Netanyahu – e il mio popolo mi ha chiesto di guidarli. Se non si arriva a un accordo allora meglio andare ognuno per la sua strada e a elezioni anticipate».

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell'esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Tzipi Livni, ministro della Giustizia, e Yair Lapid, ministro delle Finanze durante una riunione dell’esecutivo: sono loro i principali oppositivo della bozza di legge di Netanyahu (foto di Uriel Sinai/Pool/Epa)

Il vertice che doveva far riavvicinare le due teste dell’esecutivo è iniziato al calar del sole nell’ufficio di Netanyahu. Il quale, da subito, ha affrontato Lapid a muso duro. «Non si può andare avanti con questo governo dove tu, Yair, e il tuo partito non fate altro che attaccarci ogni giorno». Quindi ecco le cinque richieste, da firmare, da accettare, da digerire. Cinque richieste, fanno notare molti analisti, che avrebbero decretato la fine del partito di Lapid. La prima: basta attaccare il governo. La seconda: basta criticare l’esecutivo nel rapporto con gli Stati Uniti. La terza: votare la proposta di Netanyahu di istituzionalizzare l’«ebraicità» d’Israele nelle carte fondamentali, mossa giudicata al limite del razzismo di Stato da Lapid. La quarta: che Lapid, da ministro delle Finanze, dia 6 miliardi di shekel (circa 1,2 miliardi di euro) aggiuntivi alla Difesa, cosa che l’ex conduttore non vuole fare. La quinta: che sblocchi i fondi necessari perché l’esercito finisca di spostare le basi di addestramento nel sud del Negev.

Tutte richieste che Lapid ha rispedito al mittente con un secco «no». «I punti di Netanyahu sono irricevibili, ma è chiaro che lui vuole trascinarci a elezioni anticipate, anche se non sono nell’interesse d’Israele. I bisogni degl’israeliani sono in fondo alla lista delle priorità del primo ministro. Primo ministro che vuole andare al governo con gli ultraortodossi». Sulla stessa linea è anche Tzipi Livni, il ministro della Giustizia e leader di Hatnua, altra formazione molto critica nei confronti di Netanyahu. Livni è stata ricevuta dal primo ministro subito dopo Lapid. E anche in questo caso l’incontro non ha portato a nulla. Se non all’ufficializzazione della crisi e della prossima uscita dal governo.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash90)

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash90)

E ora che succede? Le strade, come scritto, sono due. Elezioni anticipate o una nuova squadra di governo con Netanyahu al vertice sorretto da una coalizione con il baricentro spostato fortemente a destra. Anche se uno degli esponenti di Shas, la formazione ultrareligiosa che potrebbe sostenere un nuovo esecutivo, ha fatto sapere che preferisce il voto in primavera.

Voto che, stando agli ultimi sondaggi, non dovrebbe aiutare più di tanto. Perché dalle urne non uscirebbe nessun partito dominante e nemmeno una coalizione forte. Il blocco di destra – con il partito di Netanyahu da guida – otterrebbe 48 seggi sugli almeno 61 richiesti per formare il governo. L’area degli ultraortodossi la spunterebbe con 15 seggi. Altri 24 andrebbero ai centristi, da Lapid (Yesh Atid) a Livni (Hatnua). Quindi la sinistra con 22 e gli arabi con 11.

A livello di partito il Likud, quello del primo ministro, sarebbe ancora il più votato fino ad avere 23 seggi. Jewish Home di Naftali Bennett – formazione che strizza l’occhio ai coloni in Cisgiordania – balzerebbe al secondo posto con 18 seggi. I Laburisti strapperebbero 14 parlamentari. Lapid scenderebbe a 13 seggi. Gli ultra-ortodossi andrebbero a 15. La sinistra di Meretz a 8. Avigdor Lieberman – ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu – non supererebbe i 7 seggi, Moshe Kahlon – ex ministro di Netanyahu – vincerebbe 7 seggi con il suo nuovo partito, gli arabi con 11 e Livni con 4.

© Leonard Berberi

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