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Bibi e Obama, così i due alleati si spiavano a vicenda

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) con il presidente americano Barack Obama nell’ncontro alla Casa Bianca, a Washington, il 9 novembre 2015 (foto di Haim Zach / Gpo)

In pubblico le strette di mano, qualche sorriso e più di uno screzio. In privato si spiavano a vicenda con un’intensità inaudita. Il primo registrando le conversazioni tra il premier con i suoi alti ufficiali, con i deputati del Congresso Usa e i leader dei più influenti gruppi ebraici americani nel tentativo di bloccare qualsiasi piano di sabotaggio. Il secondo facendo inseguire dai suoi 007 membri della Casa Bianca spediti in giro per il mondo a riannodare i fili della diplomazia con l’Iran e quindi spifferando tutto alla stampa internazionale.

C’è un nuovo imbarazzo diplomatico sull’asse Washington-Gerusalemme: il Wall Street Journal, citando attuali ed ex funzionari statunitensi, scrive che la National Security Agency ha intercettato per molto tempo Benjamin Netanyahu [link a pagamento], primo ministro d’Israele, nel tentativo di contrastare la campagna del leader mediorientale contro eventuali strette di mano con Teheran. Un timore, quello di Obama, fondato. Perché – come le intercettazioni dell’Nsa hanno poi confermato – diverse spie israeliane hanno in effetti registrato materiale importante, l’hanno consegnato a Gerusalemme che a sua volta l’ha fatto filtrare attraverso i giornali locali.

È a questo punto che la Nsa è entrata in gioco permettendo all’amministrazione Usa di infiltrarsi nei tentativi israeliani di spingere la maggioranza del Congresso americano a votare contro l’accordo sul nucleare della Repubblica islamica. Tra gli esponenti più attivi, in chiave anti-Obama e anti-Iran, il Wsj riporta il nome di Ron Dremer, ambasciatore d’Israele negli Stati Uniti. Il tutto dopo gennaio 2014, quando dopo lo scandalo Datagate – seguito alle rivelazioni di Edward Snowden – Obama promise che avrebbe interrotto qualsiasi atto di spionaggio nei confronti dei leader stranieri.

Cosa che effettivamente sarebbe successa – secondo il quotidiano americano – tranne che nei confronti di Netanyahu sul quale il capo della Casa Bianca avrebbe chiesto di «pedinarlo» nel timore che potesse nuocere alle trattative con Teheran.

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La nuova vita degli ebrei in Iran: “Ci sentiamo al sicuro”

Un iraniano di religione ebraica prega alla sinagoga di Molla Agha Baba Synagogue, a Yazd, 676 chilometri a sud di Teheran, la capitale dell'Iran (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Un iraniano di religione ebraica prega alla sinagoga di Molla Agha Baba Synagogue, a Yazd, 676 chilometri a sud di Teheran, la capitale dell’Iran (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Dice Mahvash Kohan che ora va meglio. Che ora, addirittura, «nessuno se ne vuole andare da qui». «Non come negli anni Ottanta, quando avevamo paura ed eravamo sotto pressione – racconta –. Oggi non siamo più preoccupati. Ci sentiamo al sicuro e gustiamo la libertà».

Kohan è una donna iraniana ed ebrea. Vive a Shiraz, 940 chilometri a sud di Teheran. Qualche giorno fa è stata a Yazd per un pellegrinaggio alla tomba di Harav Oursharga. Ed è lì, in quella città che ha tenuto ancora molto dell’antica Persia, che ha raccontato all’Associated Press la nuova vita di chi come lei, vive sì nello Stato islamico, ma che da decenni si sente minoranza minacciata per via della religione.

Il fatto è che in Iran gli ebrei ci vivono da più di tremila anni. E quella iraniana rappresenta la comunità ebraica più numero del Medio Oriente. Israele esclusa, ovvio. I numeri si sono ridotti e di molto, soprattutto dopo la Rivoluzione khomeinista del 1979: migliaia di persone hanno lasciato il Paese, spaventate dalla piega religiosa.

La preghiera nella sinagoga di Yazd con i tefillin (i filatteri) e altri simboli religiosi (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

La preghiera nella sinagoga di Yazd con i tefillin (i filatteri) e altri simboli religiosi (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Oggi ne sono rimasti circa 20 mila. Su 77 milioni di abitanti. Ma alcuni di loro, intervistati, spiegano che è cambiato qualcosa. E tutto questo, secondo la signora Kohan e tanti altri, succede soltanto da qualche mese e grazie a una persona: Hassan Rouhani, il presidente moderato che ha preso il posto del più radicale Mahmoud Ahmadinejad.

«Il governo stavolta ha sentito la nostra voce e le nostre preoccupazioni. Il fatto che veniamo quantomeno sentiti è una svolta importante», spiega Homayoun Samiah, numero uno dell’Associazione degli ebrei di Teheran. «Ma quando c’era l’altro presidente, Ahmadinejad, nessuno ci dava retta». Ahmadinejad nei discorsi pubblici ha detto più volte che l’Olocausto era un’«invenzione». Nel 2006 sponsorizzò pure una conferenza internazionale organizzata per discutere se il genocidio degli ebrei avesse mai avuto luogo durante la Seconda guerra mondiale.

L'ingresso della sinagoga di Molla Agha Baba di Yazd (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

L’ingresso della sinagoga di Molla Agha Baba di Yazd (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Per questo Rouhani è una boccata d’ossigeno un po’ per tutti. Tanto che – raccontano gli stessi iraniani – ha permesso alle scuole ebraiche di restare chiuse di sabato per osservare lo Shabbat e ha pure donato 400 mila dollari a un’associazione benefica di Teheran. L’ultimo volta, poi, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York s’è portato pure l’unico deputato ebreo.

I gruppi per il rispetto dei diritti umani, però, non esultano. Denunciano che ancora oggi gli ebrei e le altre minoranze sono discriminate dai vertici dello Stato islamico. Ricordano che la tv di Stato iraniana ha trasmesso nel recente passato diversi programmi antisemiti. Ma «qualcosa» è meglio di «niente», almeno nella testa della signora Kohan. «Se siamo qui a Yazd è per celebrare il fatto d’essere ebrei – continua lei –. Siamo orgogliosi di praticare in piena libertà la nostra religione».

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Quegli otto ebrei catturati e uccisi mentre fuggivano dall’Iran

Cadaveri senza corpo. Omicidi senza assassini. Otto su undici sono morti. Uccisi nel tentativo di lasciare il loro Paese. Che, nel frattempo, era diventato il loro inferno in Terra. Dopo anni di indagini e inviati in territorio nemico, l’Istituto per l’intelligence e le operazioni speciali – meglio conosciuto come Mossad – è riuscito a fare luce sulla sparizione misteriosa negli anni Novanta di alcuni ebrei iraniani.

Sugli undici scomparsi, otto sono stati uccisi lungo i confini della Repubblica islamica «mentre lasciavano il Paese, probabilmente per venire in Israele». Il dossier, voluminoso, è stato presentato nei giorni scorsi al primo ministro Benjamin Netanyahu. Resta il giallo degli altri tre, la cui fine è ancora ignota.

Si chiude così, almeno per una parte dei parenti, uno dei capitoli più drammatici degli ebrei nati e cresciuti in Iran. L’indagine è stata voluta del premier stesso che ha incaricato David Meidan, suo consigliere e coordinatore delle operazioni di negoziazione e rilascio di prigionieri israeliani, di tirar su una squadra investigativa per dare una risposta a chi, da anni, chiedeva informazioni sulla sorte dei propri cari.

I parenti degli otto ebrei iraniani scomparsi nel 1994 e uccisi secondo il Mossad (foto Ufficio stampa del primo ministro israeliano)

I parenti degli otto ebrei iraniani scomparsi nel 1994 e uccisi secondo il Mossad (foto Ufficio stampa del primo ministro israeliano)

La storia è rimasta nascosta a lungo. Nel 1994 e 1997 undici ebrei con passaporto iraniano, in quattro gruppi, hanno tentato di abbandonare il Paese camminando per giorni. Ma quando i loro parenti, in Israele e negli Stati Uniti, hanno cercato di mettersi in contatto, non hanno avuto risposte. Dopo anni di battaglie e richieste al Parlamento israeliano e all’ufficio del primo ministro, Netanyahu ha dato l’ok alle ricerche.

«Dalle informazioni che abbiamo ricevuto da una fonte attendibile possiamo dire che gli otto iraniani spariti nel 1994 sono stati sicuramente fermati e assassinati», hanno raccontato dal Mossad. «Si sta lavorando sugli altri tre ebrei spariti, tutti partiti nel 1997, di cui non si sa ancora nulla». L’intelligence israeliana non ha fornito altre informazioni. Non ha spiegato, per esempio, chi abbia catturato gli otto del 1994 e chi li abbia uccisi.

Quello che si conosce sono i nomi. Babak Shaoulian-Tehrani aveva 17 anni al momento della sparizione. Abitava a Teheran. Come Shahin Nik-Khoo (19) e Omid Solouki (17). Salari Behzad, 21 anni, e Farad Ezati-Mahmoudi (22) vivevano a Kermanshah. Homayoun Bala-Zade (41) e Rubin Kohan-Mosleh (17) e Ibrahim Kohan-Mosleh (16), invece, avevano casa a Shiraz. Sono tutti morti, secondo il Mossad. Che ora cerca di capire se anche i tre di cui non si sa ancora nulla – Syrous Ghahremani, 32 anni, Ibrahim Ghahremani (61) Nourollah Rabi-Zade (52) – siano stati uccisi anche loro oppure sono prigionieri o fuggiti chissà dove, chissà come.

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L’annuncio (insolito) dello Shin Bet: cercasi aspiranti 007 che sappiano benissimo il cinese

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«A.A.A. cercasi aspiranti 007 che parlino cinese in modo perfetto e che lavorino a tutte le ore». Firmato: Shin Bet. Ora, che sia il Mossad a richiedere agenti segreti da mandare in giro e con capacità comunicative senza falle, si può anche capire. Ma che la richiesta venga dall’agenzia israeliana che si occupa della sicurezza interna, lo Shin Bet appunto, questo è particolare. I cinesi stanno minacciando, da dentro i confini, lo Stato ebraico?

La domanda, dopo la pubblicazione dell’annuncio sul sito ufficiale, se l’è posta il quotidiano Ma’ariv. Ed è arrivata a una conclusione: Gerusalemme è preoccupata dai cittadini cinesi presenti nel Paese e teme che qualcuno di questi riesca a captare un bel po’ di segreti da passare a Pechino che, a sua volta, ci metterebbe poco, pochissimo a rivenderli a Teheran.

La spiegazione sembra credibile. Ma fino a un certo punto. Come fa notare più di un analista «la Cina non ci pensa per niente ad avere problemi con Israele e difficilmente manderebbe suoi agenti, almeno ufficialmente, a rovistare tra i segreti dello Stato ebraico. Pechino sa che se venisse scoperto anche un solo uomo loro verrebbe interrotta qualsiasi relazione». Resta, quindi, un altro livello di spionaggio. Quello non ufficiale. Quello che fa affidamento a persone che nulla c’entrano con l’intelligence cinese. E che lavorano a «cottimo».

L'annuncio pubblicato sul sito ufficiale dello Shin Bet

L’annuncio pubblicato sul sito ufficiale dello Shin Bet

E la cosa, almeno per la Repubblica popolare asiatica, non sarebbe nemmeno impossibile da fare. Basterebbe guardare ai cantieri edili di alcuni insediamenti ebraici in Cisgiordania. Se l’80 per cento della manodopera è fatta di lavoratori palestinesi che – per soldi e solo per soldi – tirano su centinaia di case nelle colonie, c’è un venti per cento che, invece, ha passaporto cinese. Costano poco, rompono le scatole ancora meno. E, soprattutto, non sono arabi, musulmani, palestinesi. Sempre più colonie, soprattutto quelle estremiste, decidono di chiamare cinesi per costruire appartamenti, uffici e scuole. Una presenza, regolare, che però potrebbe portare qualcuno dei migranti a fare il doppio lavoro: di giorno a maneggiar la cazzuola, di notte a cercare tra i punti strategici d’Israele. Di qui l’«urgenza» di Gerusalemme a cercare qualcuno che parli cinese perfettamente da poter infiltrare tra i lavoratori.

In realtà ci sarebbe anche una seconda, possibile, spiegazione. Ancora più complicata e per questo suggestiva. Dice, questa spiegazione, che lo Shin Bet non vuole reclutare per infiltrare tra i cinesi, ma che cerca proprio i cinesi in modo che siano gli occhi e le orecchie della sicurezza interna tra le comunità di coloni radicali. Un modo per monitorare la situazione in modo discreto e per evitare atti di terrorismo ebraico contro interessi palestinesi. Proprio ora che tra le due parti si sta andando avanti sui colloqui di Pace.

«I cinesi sono normali, umili, lavorano e si fanno gli affari loro. Soprattutto sono affidabili», spiega un analista. «I residenti delle colonie più radicali si fidano di loro proprio per queste caratteristiche e si muovono abbastanza allo scoperto nel loro odio contro i palestinesi. Avere qualcuno che aggiorna su quello che succede, per lo Shin Bet sarebbe il massimo. Certo, mi chiedo se mettendo l’annuncio online in questo modo l’agenzia non rischi di rompere questa relazione speciale tra coloni estremisti e lavoratori cinesi».

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LA STORIA / La “dolce vita” degli israeliani a Teheran

L'allora primo ministro israeliano, David Ben-Gurion (il primo da sinistra), parla con Reza Safinia, ministro iraniano plenipotenziario in una festa a Gerusalemme il 1° giugno 1950 (foto Teddy Brauner/Gpo)

L’allora primo ministro israeliano, David Ben-Gurion (il primo da sinistra), parla con Reza Safinia, ministro iraniano plenipotenziario in una festa a Gerusalemme il 1° giugno 1950 (foto Teddy Brauner/Gpo)

Se lo tiene ancora stretto quell’orologio tutto d’oro Ofer Nimrodi. Milionario israeliano, ex proprietario del quotidiano «Maariv», Nimrodi oggi ha 56 anni. All’età di otto, e dopo aver suonato il pianoforte, s’è ritrovato con un dono costosissimo. E tutto grazie a questo signore grosso e a tratti minaccioso che aveva deciso che era stato bravissimo. E che, proprio per questo, meritava un premio. «Ecco, tienilo, è tuo, te lo sei guadagnato», gli disse quell’uomo.

È il 1965. In una villa a nord di Teheran, in Iran, Yaakov Nimrodi – inviato militare dello Stato d’Israele – ha invitato a casa alcuni dei più alti rappresentaNti dell’esercito dello scià di Persia Reza Pahlavi. Tra questi c’è anche il generale Fereydoun Djam, capo di Stato maggiore. Per divertire gli ospiti d’eccezione Yaakov decide di chiamare il figlio Ofer a esibirsi con il piano. Il piccolo esita. Il padre insiste. Quei signori pure. Ed ecco che Ofer si siede, respira, e inizia a suonare.

La locandina del documentario sui rapporti tra Israele e Iran

La locandina del documentario sui rapporti tra Israele e Iran

È un successo. Quei signori, pieni di stellette, applaudono e apprezzano. Poi il generale Djam, in persiano, chiama il ragazzino e gli regala l’orologio che aveva al polso. «Non avevo idea di cosa stava accadendo. Ho cercato di fare qualcosa guardando mio papà. Ma lui, dopo aver cercato di rifiutare quel dono, si è dovuto arrendere».

È una delle storie, forse incredibili, successe quando a Teheran non solo si vedevano molti israeliani, ma El Al, la compagnia dello Stato ebraico, aveva addirittura un suo ufficio e voli quotidiani. Per non parlare della sede di una delle sole due scuole israeliane al di fuori del Paese. E di quando il Purim si festeggiava tutti insieme, tra balli, canti, suoni e cibo. E risate. Poi arrivò la rivoluzione islamica. E fu l’inizio della fine. Per chi aveva un passaporto con la Stella di Davide. E per i centomila iraniani di religione ebraica.

Basta vedere i filmati girati in otto millimetri. O sentire i testimoni diretti. Per rendersi conto che, un tempo, c’era un «paradiso israeliano» in Iran. Lo raccontano in un documentario di circa un’ora i registi Dan Shadur e Barak Heyman. Un lavoro di ricerca e interviste durato mesi e confluito in «Before the Revolution», prima della rivoluzione. La sintesi di quello che – molti degli intervistati, tutti israeliani fuggiti dopo l’arrivo di Khomeini – chiamano «i momenti più belli della nostra vita».

Decine di israeliani festeggiano il Purim all'interno della loro ambasciata a Teheran negli anni Settanta (frame dal documentario "Before the revolution")

Decine di israeliani festeggiano il Purim all’interno della loro ambasciata a Teheran negli anni Settanta (frame dal documentario “Before the revolution”)

Il documentario (sotto il trailer) cerca di raccontare il periodo senza ignorare nulla. Nemmeno i legami tra ebrei e regime nonostante la violazione, palese, di alcuni dei più fondamentali diritti umani. Ma erano tutte questioni che non riguardavano gl’israeliani. I quali, spiega il documentario, «pensavano a partecipare alle feste dello Scià di Persia e a fare tanti soldi». A proposito di «ombre», si ricorda anche che è stato proprio Yaakov Nimrodi, per conto di Gerusalemme, a fornire a Teheran gli strumenti per costruire un sistema missilistico avanzato e 50 mila mitragliatrici di tipo Uzi. E si fa intuire, senza approfondire però più di tanto, che il programma nucleare iraniano potrebbe essere stato avviato proprio grazie agl’israeliani. Gli stessi che, oggi, vogliono bloccarlo.

Gli accordi, fino al 1979, sono andati a gonfie vele per entrambi i Paesi. Lo Stato ebraico importava il petrolio. Quello iraniano riceveva le conoscenze tecnologiche necessarie per l’agricoltura, il commercio e, soprattutto, l’esercito. «Quei tempi erano incredibili», ricorda nel documentario Yitzhak Segev, inviato militare dal 1977 al 1979 a Teheran. «Praticamente ogni generale iraniano è stato in Israele e molti di noi sono stati da loro». Non sono soltanto memorie, magari in bianco e nero, di un vecchio uomo dell’esercito. Sono anche le centinaia di foto dove si vedono i più alti ranghi di entrambi i Paesi parlare, bere qualcosa, partecipare insieme a feste religiose e laiche.

Gli uffici della compagnia aerea israeliana El Al saccheggiati e dati alle fiamme a Teheran nel 1979 durante la rivoluzione khomeinista (frame dal documentario "Before the revolution")

Gli uffici della compagnia aerea israeliana El Al saccheggiati e dati alle fiamme a Teheran nel 1979 durante la rivoluzione khomeinista (frame dal documentario “Before the revolution”)

Tutto svanito nel 1979. Con il Mossad che ha dovuto faticare non poco per riportare a casa tutti gl’israeliani. Con le ambasciate occidentali – soprattutto quella americana – impegnate a offrire supporto logistico a Gerusalemme per salvare il più alto numero di ebrei. Con l’ambasciata e l’ufficio della El Al saccheggiato e distrutto. Quando Khomeini salì al potere c’erano circa 100 mila iraniani di religione ebraica. Sessantamila lasciarono il Paese. Oggi si contano non più di ventimila.

E il generale Fereydoun Djam, dopo essersi rifiutato di servire sotto l’ayatollah, è morto nel maggio del 2008 in un ospedale alla periferia di Londra. Aveva 94 anni.

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“C’eravamo tanto amati”. Israele e Usa mai stati così lontani

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il presidente Usa Barack Obama (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Mai stati così lontani. Mai stati così l’uno contro l’altro. E se non è rottura poco ci manca. Perché per chiudere una «relazione» durata decenni servono giorni, settimane. Forse mesi. Ma ormai è ufficiale: finché a Washington ci sarà Barack Obama Israele non intende fare nulla di più di quel che richiede il protocollo della diplomazia tra due Paesi che hanno semplici contatti. Tanto che, dice un diplomatico israeliano a Falafel Cafè, «in Medio Oriente siamo al liberi tutti: ognuno può fare quello che vuole».

A Gerusalemme sono furiosi. L’incontro a sorpresa previsto venerdì pomeriggio, 8 novembre, tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, secondo molti porterà alla firma della prima parte dell’accordo sul nucleare di Teheran. Il che si traduce in un alleggerimento delle sanzioni nei confronti del regime islamico. E quindi in una maggiore facilità nel portare dentro il Paese materiale potenzialmente pericoloso. Una mossa – peraltro non annunciata nemmeno agli esponenti dello Stato ebraico – che viene vista come la «pietra tombale» dei rapporti sull’asse Washington-Gerusalemme.

Sull’Iran la posizione del premier israeliano Benjamin Netanyahu è da sempre quella: niente alleggerimento, andare avanti con le sanzioni, cercare di bloccare – con le buone o con le cattive – i progressi nucleari di Teheran. Chiusura totale, insomma. Del resto come potrebbe essere altrimenti, ha sempre detto Netanyahu a Obama, «con uno Stato che non solo ci vede come dei nemici, ma che progetta ed esalta la nostra distruzione? Fai attenzione perché stai facendo un errore storico».

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Il segretario di Stato Usa, John Kerry (foto Ap)

Nulla da fare. Il presidente americano, nel pieno ormai della seconda fase della sua dottrina, non intende retrocedere. Obama pensa che gli Usa ormai abbiano fatto la loro parte: basta quindi prendersi in carico i problemi del mondo, stop agli interventi – armati e umanitari – in aree di guerra. Washington guarda all’Estremo Oriente. Quello Medio sembra non rientrare più tra le aree strategiche.

A Gerusalemme se ne sono accorti. Hanno provato per un po’ a far cambiare idea all’amministrazione americana. Si sono anche seduti al tavolo con la controparte palestinese, dallo scorso luglio, per riprendere i negoziati di Pace e per risolvere – una volta per tutte – il conflitto che dura da decenni. Ma nulla da fare. Così il governo dello Stato ebraico, dopo una lunga consultazione con i vertici dell’Intelligence, ha preso atto che i tempi sono cambiati.

Il ragionamento che va per la maggiore tra i ministri dell’esecutivo Netanyahu è questo: gli Usa hanno ormai abbandonato il campo mediorientale. Israele è da solo. Da un lato è meno protetta, ma dall’altro ha mani libere sull’area. «Mani libere» che la sera del 30 ottobre hanno portato l’esercito a lanciare razzi contro un deposito militare di Latakia, in Siria. Il primo attacco da luglio. Il primo dopo la decisione di Assad di smaltire le armi chimiche.

Subito dopo – spiegano da Gerusalemme – è stato spiegato all’amministrazione americana quel che era appena successo in territorio siriano. Una notizia che non è per nulla piaciuta a Obama, da settimane impegnato a evitare a tutti i costi l’intervento armato contro Assad. Anche a costo di fare giravolte diplomatiche che non sono per nulla piaciute ad alcuni paesi arabi (vedi alla voce Arabia Saudita).

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d'Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Le rivelazioni della Cnn sul raid aereo d’Israele contro la Siria il 30 ottobre scorso. Rivelazioni che hanno fatto arrabbiare Gerusalemme

Di qui la decisione di «rispondere» a questo gesto spifferando il tutto alla Cnn. Il gioco, per gli americani, è stato facile: è bastato un alto funzionario della Casa Bianca. La notizia s’è diffusa in tutto il mondo. E a Gerusalemme è stato una lunga serie di «sono scandalosi», «non ci si comporta così», «Obama a che gioco sta giocando?». «Gli Usa hanno fatto una cosa incredibile, impensabile», hanno raccontato esponenti del governo israeliano alla tv Canale 10. Mentre altri ancora hanno puntato direttamente il dito: «L’indiscrezione del nostro attacco è venuta direttamente dalla Casa Bianca», hanno raccontato altri a Canale 2.

E veniamo a queste ore. Con un’accelerazione improvvisa del tavolo sul nucleare e la rabbia d’Israele. Tanto che a Gerusalemme stanno pensando a come «rispondere» all’atteggiamento americano. I falchi del governo premono per far saltare i colloqui di Pace con i palestinesi. I vertici della sicurezza nazionale, invece, stanno convincendo il primo ministro a dare l’ok alla rivelazione – in via indiretta – di materiale top secret che potrebbe mettere gli americani in una posizione ancora più imbarazzante di quanto non siano già a causa dello scandalo Nsagate.

Un tempo amanti. Poi diventati marito e moglie. Ora in piena causa di separazione. E chissà quando, e se, arriverà il divorzio. Di certo non mancheranno i colpi bassi sia da Washington che da Gerusalemme. Per la gioia di Hezbollah. Di Assad. Dell’ayatollah Khamenei. E, ovviamente, di Putin.

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La “gaffe” di Netanyahu e la reazione (via web) dei giovani iraniani

Un fermo immagine dell'intervista a Bbc Persian di Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele

Un fermo immagine dell’intervista a Bbc Persian di Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele

«Netanyahu, ma che dici?». Conoscendolo bene, chissà quante teste farà cadere, il premier israeliano. Soprattutto dopo quella che alcuni, a Gerusalemme, ritengono una figuraccia. Fatta peraltro su un terreno, quello culturale, sul quale lo Stato ebraico vuole puntare molto per destabilizzare politicamente il regime di Teheran. E su una tv, Bbc Persian, che si rivolge proprio agl’iraniani.

Lo scorso giovedì l’emittente in farsi della tv britannica trasmette l’intervista esclusiva al primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu. Si parla, ovviamente, del programma nucleare di Teheran. Si discute sul regime che dal 1979 detta legge in un Paese chiave per il Medio Oriente e che spinge Netanyahu a dire che l’attuale presidente, Hassan Rouhani, nonostante le aperture agli Usa, «non rappresenta il popolo iraniano». Si sottolinea, poi, la mancanza di democrazia e trasparenza. Ed è qui che il premier israeliano «scivola».

La replica, su Twitter, di Sallar alle parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu

La replica, su Twitter, di Sallar alle parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu

«Gl’iraniani meritano di più e di meglio», dice Netanyahu. E, rivolgendosi ai giovani, «Bibi» dice che non sono liberi, perché se lo fossero «potrebbero indossare senza problemi i blue jeans, potrebbero ascoltare la musica occidentale e partecipare a vere elezioni». Passi l’ultima – cosa secondo molti vera – ma i jeans e la musica pop, rap e tutto quello che si produce in Europa e Usa, ecco tutto questo in Iran «c’è da anni».

Sui social network la replica dei giovani iraniani non si fa attendere. A colpi di post e soprattutto di foto. Tante foto. Di uomini e donne e bambini che indossano, ovviamente i blue jeans. A casa. A lavoro. Nei centri commerciali. In strada. «Netanyahu, ecco i miei jeans e la mia musica occidentale», scrive su Twitter – con un insulto finale – Sallar. «Ora indosso i jeans come fanno tutti i giovani e i vecchi qui in Iran», aggiunge Mohammed. E come lui altri. Tanto da spingere il sito socialmedia.ir a creare una pagina apposita per raccogliere tutti questi post e cinguettii. La Rete, ancora una volta, non perdona.

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