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La nuova vita degli israeliani e le scelte di Netanyahu

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un'israeliana 70enne (foto Reuters)

Due poliziotti controllano tra gli scaffali di un supermercato di Gerusalemme dove si nasconde un palestinese che ha appena accoltellato un’israeliana 70enne (foto Reuters)

L’«Intifada dei coltelli» è proprio come l’avevano immaginato: uno stillicidio quotidiano. Esattamente quello che nel 2011 i vertici dell’intelligence israeliana avevano prospettato al premier Benjamin Netanyahu. E quello che Falafel Cafè aveva anticipato undici giorni fa. Quando le aggressioni erano ancora poche. Quando si pensava si sarebbe spento tutto. Così come spesso si spengono i fuochi che compaiono senz’alcuna avvisaglia in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Ma se c’è una cosa che queste prime due settimane di ottobre hanno fatto è rispolverare negl’israeliani – negli ebrei – quello stato d’allerta, quel senso d’insicurezza, di precarietà che molti avevano seppellito in fondo dopo la «Seconda Intifada» durato quasi quattro anni e mezzo (autunno 2000 – inverno 2005) e con un bilancio da guerra civile che s’è portato sottoterra 1.010 cittadini israeliani, 3.179 palestinesi, 55 stranieri.

Protestante palestinese colpito dalle forze dell'ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Protestante palestinese colpito dalle forze dell’ordine israeliane (foto di Ali Hassan/Anadolu Agency/Getty Images)

Nel 2015 i coltelli e le accette compaiono quando meno te l’aspetti. «Anche perché noi e i palestinesi non siamo diversi fisicamente, è difficile individuare subito il malintenzionato», racconta – abbastanza scoraggiata – una 26enne di Tel Aviv. La notizia buona – ammesso che ce ne sia una in questi giorni che hanno registrato la morte di una trentina di persone tra ebrei ed arabi – ecco, la notizia «buona» la spiega una fonte del governo israeliano: dice, la fonte, che nell’incontro notturno dello scorso 13 ottobre lo Shin Bet – l’intelligence interna – ha spiegato a Netanyahu che no, non si ripeterà una «Seconda Intifada» né per modi né, soprattutto, per tempi. «Ci dobbiamo aspettare ancora aggressioni contro gli ebrei – è stato il ragionamento –, ma i numeri torneranno abbastanza presto ai livelli “fisiologici”».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu poco prima di parlare alla Knesset, il parlamento israeliano il 12 ottobre 2015 (foto di Gali Tibbon / Afp)

A incoraggiare lo scenario degli 007 è l’adesione davvero degli arabo-israeliani (il 21% della popolazione circa). E la posizione del presidente palestinese Mahmoud Abbas che ha invitato i suoi a fermare qualsiasi violenza. Ma è un incoraggiamento che – hanno ammesso gli stessi responsabili della sicurezza nazionale – si regge su basi fragile nel medio e lungo periodo. Nel panorama locale cambia tutto molto in fretta. Hamas ha già chiamato i palestinesi a darsi da fare scavalcando le recinzioni e le mura per attaccare gl’israeliani. Netanyahu, poi, deve badare pure a quello che succede nella Siria in fiamme: migliaia di soldati iraniani – ha raccontato l’agenzia Reuters un paio di giorni fa – sarebbero arrivati per preparare l’offensiva via terra in due grandi città dello Stato arabo.

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Alcuni parenti guardano verso il feretro di Alon Govberg, ucciso in un attacco da un palestinese a Gerusalemme martedì 13 ottobre (foto di Abir Sultan / Epa)

Martedì notte, la sera del vertice di sicurezza dove la tensione ha preso più di una volta il posto della diplomazia e della mente lucida, è stato anche il momento in cui esperti militari e diplomatici hanno sintetizzato al primo ministro israeliano un ragionamento che nelle cancellerie europee e in quella statunitense domina da ormai mesi: lo Stato ebraico ha tassi di “simpatia” internazionale tra i più bassi di sempre. Qualsiasi decisione dura di Netanyahu finirebbe per isolare il Paese ancora di più. Questo potrebbe spiegare perché le misure eccezionali prese dal premier – alcune accusate di essere pure al limite della costituzionalità – hanno colto di sorpresa gl’israeliani per il loro impatto «soft».

Diversi analisti dello Stato ebraico lanciano poi l’allarme alle «macerie ideologiche» che questa «Intifada dei coltelli» lascerà sulla popolazione israeliana. «Macerie» che – denunciano – si vedono e si sentono già nei video che accompagnano le aggressioni dei palestinesi: urla di odio, parole che incitano a «neutralizzare» (cioè a uccidere) subito il violento. In un filmato un civile chiede esplicitamente al poliziotto: «Ma che cosa tiri fuori a fare lo spray al peperoncino, ammazzalo subito quel bastardo palestinese!».

Un sondaggio condotto dalla società Migdam per la tv privata Canale 2 ha trovato che la stragrande maggioranza degl’israeliani si ritiene per nulla contento della gestione della crisi attuale da parte di Netanyahu. Il 35% si è detto «insoddisfatto» mentre il 38% «molto insoddisfatto». E quando è stato chiesto il nome della persona più adatta a far finire le violenze il 22% ha detto che quella persona è l’ultranazionalista Avigdor Lieberman, ex ministro degli Esteri, un altro 17% ha risposto Naftali Bennett, capo del partito dei coloni e solo il 15% ha indicato Netanyahu. In fondo, molto in fondo, Herzog, leader del centro-sinistra (5%) e il centrista Yair Lapid (4%).

Insomma: il Paese, ad oggi, si è spostato a destra. Più di prima. E questo, per il governo Netanyahu che «vive» con un solo un voto di maggioranza potrebbe tradursi nella sua caduta. Nelle elezioni anticipate. E nel trionfo di nazionalisti e ultrareligiosi.

© Leonard Berberi

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Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

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Se la grafica dell’Isis spunta nei poster di una festa a Tel Aviv

Il poster che pubblicizza una festa a Tel Aviv che ricalca gli elementi grafici dei filmati dello Stato islamico (foto da Facebook)

Il poster che pubblicizza una festa a Tel Aviv che ricalca gli elementi grafici dei filmati dello Stato islamico (foto da Facebook)

Il primo è seduto sulle sue ginocchia. Sotto ha la sabbia del deserto. È coperto da una tunica arancione. Il secondo sta in piedi. Tiene il primo per il retro del collo. È vestito di nero. In basso c’è un lungo banner con le scritte arabe. In alto a sinistra una bandiera – nera con alcune frasi – svolazza.

Se vi sembra l’ennesimo, drammatico preludio di una decapitazione dei miliziani del’lsis vi state sbagliando. È – né più né meno – il poster di una festa a Tel Aviv a cura di Dreck, organizzazione specializzata nei party per gli omosessuali della città israeliana. «In tempi in cui lo Stato islamico sta prendendo piede in Medio Oriente – annunciano i capi dell’evento – noi di Dreck abbiamo deciso di cedere alla Sharia (la legge islamica, nda) e allietare il testardo Daesh». Dove «Daesh» è l’acronimo arabo del gruppo. Mentre «testardo», fa notare il sito Ynet che riporta la notizia, «per come è scritto in ebraico può alludere anche al collo, quello tagliato» dagli estremisti nei filmati postati su YouTube.

Una trovata pubblicitaria considerata di pessimo gusto dagli stessi giovani telavivini che non hanno mancato di stigmatizzare l’iniziativa sui social network. Fino a costringere i vertici di Dreck a togliere quell’immagine dal profilo Facebook. «Tutto questo è disgustoso», hanno commentato in molti. «Non si può ridere delle vittime innocenti». E ancora: «Che figuraccia». «Satira di livello infimo». «Vergognatevi».

Un frame del video in cui il giornalista James Foley viene decapitato da un esponente dell'Isis (frame da YouTube)

Un frame del video in cui il giornalista James Foley viene decapitato da un esponente dell’Isis (frame da YouTube)

La festa oggetto del poster «è stata un successone», spiegano gli organizzatori. Si è svolta venerdì scorso. E aveva pure un titolo per molti fuori luogo: «Dreckistan at the Haoman», e cioè una sorta di pseudo-califfato di Dreck a base di musica, balli e alcol all’Haoman 17 Club di Tel Aviv. «Ma non ha avuto tra le decorazioni nessun elemento riferibile alla propaganda dello Stato islamico», è stato chiarito.

«Respingiamo ogni forma di violenza e questo riguarda anche i filmati delle decapitazioni pubblicate online per spaventare il mondo», s’è affrettato a spiegare Amiri Kalman, uno dei fondatori di Dreck. Che però ha anche invitato tutti a darsi una calmata. «Evitiamo di diventare isterici. Questa è satira, noi facciamo così da anni. Anche in questo caso si tratta del nostro modo di mostrare tutto il nostro disprezzo per quei video».

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L’ANALISI / Quell’aereo che studia l’atmosfera sopra la Siria e i suggerimenti di Russia e Iran a Damasco

Che ci faceva «Cobra 56» tra Turchia, Siria e Libano? Perché ha passato alcuni minuti sorvolando l’est del Mediterraneo? E perché s’è fatto vedere proprio ora, quando gli occhi del mondo sono tutti lì, in quell’area?

Secondo CSIntel alle 18:45 di ieri (ora italiana) decine di radar del Medio Oriente, compresi quelli di Damasco, hanno intercettato «Cobra 56». Un WC-135W con numero di serie 62-3582 dell’esercito americano rivestito con una pellicola assorbente molto particolare e con a bordo la tecnologia più avanzata che esista per raccogliere particelle nell’atmosfera, analizzarle e dire, nel giro di pochi minuti e a molta distanza, cos’è successo e quale sostanza circola nell’aria.

Perché gli americani stanno raccogliendo ancora prove? Perché vogliono altro materiale dalla Siria? Una spiegazione la fornisce indirettamente Debka, il sito specializzato nello spionaggio israeliano. «Negli ultimi giorni russi e iraniani hanno suggerito ad Assad di spostare i depositi con le armi chimiche in Iran sotto la supervisione di Mosca e Teheran», scrive Debka. Consigli che sarebbero arrivati da Alaeddin Borujerdi, presidente del comitato degli affari esteri e della sicurezza nazionale della Majlis, l’Assemblea consultiva islamica. Borujerdi avrebbe incontrato il presidente siriano lo scorso 1° settembre a Damasco accompagnato da una folta delegazione di esperti e tecnici.

Un WC-135 delle forze armate americane dotato di tecnologia per analizzare le particelle atmosferiche

Un WC-135 delle forze armate americane dotato di tecnologia per analizzare le particelle atmosferiche

«Se fossi Assad userei questi giorni per spostare tutti i miei armamenti chimici», sostiene più di un esperto militare israeliano. Ma mentre per Gerusalemme lo scenario peggiore sarebbe quello di camion che trasportano il materiale in Libano, nelle mani di Hezbollah, il trasferimento in Iran – per la Siria – presenta più di un problema. Logistico, strategico e politico.

E intanto, a proposito degli esperti militari israeliani, è sempre alta la polemica nei confronti del presidente americano Barack Obama. Sia alcuni dei vertici dell’esercito dello Stato ebraico che un paio dei consiglieri sulla sicurezza nazionale del premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbero fatto capire chiaramente al primo ministro che c’è meno del 5% di possibilità che gli Usa, dopo il passaggio al Congresso, decidano di attaccare Assad facendogli davvero male.

Secondo loro, anzi, al prossimo G20 – che si svolgerà a San Pietroburgo il 5 e il 6 settembre – Obama cercherà in tutti i modi di convincere Putin a fare pressioni sul presidente siriano per mostrare una minima apertura alla comunità internazionale. Un gesto che, agli occhi di Washington, potrebbe portare Obama a riconsiderare l’opzione militare contro Damasco.

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ANALISI / I dubbi di Obama, i timori d’Israele, il nervosismo dei Paesi arabi: così l’Occidente si prepara ad attaccare Assad

«Stanno aspettando tutti che lui decida cosa fare: se intervenire o aggiornare il contatore delle vittime civili in Siria». «Lui» è Barack Obama, il presidente statunitense sulla cui testa pende la decisione finale: rovesciare Bashar al-Assad oppure attendere ancora. Magari un via libera delle Nazioni Unite. Via libera che, spiegano da Gerusalemme, non ci sarà mai. Non solo per l’opposizione della Russia. Ma anche per una certa resistenza della Cina. E d’Israele. Che vorrebbe sì dare il benservito ad Assad, ma teme di trovarsi un altro Libano, altri gruppi di miliziani. E, addirittura, Al Qaeda.

Dallo Stato ebraico però confermano: decine di Paesi sono pronti da giorni con i loro eserciti. Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Turchia, Canada, Qatar, Arabia Saudita, Giordania sarebbero in prima linea. E lo dimostra anche la riunione che i vertici militari di questi Paesi hanno iniziato ieri proprio in Giordania per una due giorni «per fare il punto sulle conseguenze del conflitto in Siria». Al tavolo c’è anche l’americano Martin Dempsey, capo di Stato maggiore congiunto. «Niente di eccezionale, si tratta di un incontro programmato da mesi», hanno spiegato i giordani.

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Programmato o no, sono i tempi a rendere l’appuntamento importante. Forse decisivo. Anche perché contemporaneamente a Washington i telefoni non hanno smesso di squillare tutto il giorno, ieri. E perché un altro incontro «programmato qualche settimana fa» non poteva capitare nel momento più «opportuno» per capire che succederà d’ora in avanti in Siria. Ieri a Washington è piombata una delegazione israeliana capeggiata da Yaakov Amidror, consigliere del premier Benjamin Netanyahu per la sicurezza nazionale. Al centro dei colloqui «la politica e la sicurezza». Netanyahu non può reggere un altro pezzo di confine gestito dall’altra parte da terroristi islamici. Già è dura tenere in sicurezza la frontiera con la Striscia di Gaza, il Sinai e il Libano. Se anche il Golan dovesse diventare instabile Gerusalemme potrebbe essere chiamato a uno stato d’allerta senza precedenti.

Le informazioni, in queste ore, convergono tutte in un’unica direzione: basta una parola e l’attacco ad Assad parte nel giro di pochi minuti. Ma Obama tergiversa. Anche troppo, secondo i sauditi. I quali, racconta un lungo resoconto del Wall Street Journal, il fine settimana hanno più volte contattato la Casa Bianca invitando l’inquilino numero uno a dare l’ok all’intervento militare «con o senza l’Onu». «Come presidente non puoi disegnare una linea rossa e poi non farla rispettare», raccontano fonti arabe al quotidiano americano.

«Proprio il prendere tempo da parte di Obama sta innervosendo i paesi del Golfo arabo», spiegano da Gerusalemme. «Ma non è una scelta facile, quella del presidente americano: se non esiste una strategia concreta per il dopo-Assad, la Siria rischia di diventare un protettorato di Al Qaeda».

«Lui», Obama, intanto ieri ha mandato in prima linea il segretario di Stato Usa John Kerry. «L’attacco con armi chimiche del 21 agosto in Siria ha sconvolto la coscienza del mondo perché è stato indiscriminato e su larga scala», ha detto ieri Kerry. «Il presidente Usa ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne. Per quel che mi riguarda il regime siriano ha qualcosa da nascondere», ha continuato Kerry. Seguito, poco dopo, dal portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «È innegabile che in Siria siano state usate armi chimiche – ha spiegato Carney –. Continuiamo a rivedere le opzioni con i consiglieri nazionali, i partner internazionali e il Congresso». Quando ai piani di Obama, però, lo stesso Carney ha chiarito che «il presidente non ha ancora deciso cosa fare».

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

La diplomazia mondiale guarda alla finestra. S’interroga. Si chiede, soprattutto in Europa, se bisogna per forza aspettare Obama o non convenga muoversi subito. Per poi avere il sostegno Usa. Il presidente americano, nell’incontro di tre ore di sabato con i vertici militari e dell’intelligence, ha chiesto non soltanto di avere un resoconto delle opzioni sul campo, ma anche di informarsi se sia per forza necessario passare attraverso una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per attaccare militarmente Assad oppure si può procedere senza un voto internazionale magari facendo appello alla Convenzione di Ginevra e a quella sulle armi chimiche. Intanto – racconta l’emittente americana Cbs News – Obama ha ordinato la pubblicazione di un dossier «entro uno o due giorni» con quello che sta succedendo in Siria «prima che venga avviata qualsiasi azione militare».

Intanto bisogna registrare i movimenti nel Mediterraneo. Secondo il Guardian i primi aerei da guerra e trasporti militari britannici (C-130) sarebbero stati avvistati nei cieli di Cipro e nei pressi della base di Akrotiri, a soli 170 chilometri in linea d’aria dalla costa siriana. Quattro navi dell’esercito Usa da qualche giorno si trovano al largo del Medio Oriente. Un sottomarino britannico sarebbe arrivato nelle ultime ore ad affiancare altri due battenti bandiera statunitense.

«Se Obama darà l’ok i primi missili partiranno non prima del tramonto», ragionano da Gerusalemme. «Anzi, molto probabilmente saranno sparati nel cuore della notte». Il motivo? «La gente dorme a quell’ora, le strade sono vuote». L’obiettivo primario dei missili: i depositi di armi chimiche. Poi le altre postazioni militari. Così da neutralizzare Assad nel giro di poche ore. «Esattamente com’è successo con Gheddafi».

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FOCUS / I raid israeliani, Hezbollah e le armi chimiche. Ecco cosa succede in Siria

Le macerie e la distruzione nell'area di Al Hama, alla periferia di Damasco. La foto è stata fornita dall'agenzia siriana di Stato Sana (via Epa)

Le macerie e la distruzione nell’area di Al Hama, alla periferia di Damasco. La foto è stata fornita dall’agenzia siriana di Stato Sana (via Epa)

Uno scenario così complicato, forse, non l’avevano immaginato nemmeno gli esperti. Tutto cambia. Tutto si muove. Tutto s’intreccia. E alla fine, la sensazione, è che un dato certo resiste per poche ore. Poi non ha più nessun valore.

È dura, negli ultimi giorni, riuscire a capire cosa stia davvero succedendo in Siria. Mancano gli uomini sul campo. Occhi affidabili che possano dare il quadro del Paese. Mancano anche certe informazioni satellitari. Di quelle, per intenderci, che sappiano almeno individuare chi – negli ultimi mesi – sta usando le armi chimiche. Chi, per essere più espliciti, sta disperdendo gas sarin su parte della popolazione siriana. Informazione, anche quest’ultima, che ieri – domenica sera – ha preso un’altra piega.

I DUE RAID NOTTURNI – E allora. Quello che è certo è che, dopo il doppio raid notturno dello scorso gennaio, per due sere consecutive – venerdì e sabato – l’esercito israeliano ha portato a termine due incursioni aeree contro edifici dell’esercito siriano e contro convogli carichi di missili a pochi passi dal palazzo presidenziale del presidente Bashar Assad a Damasco.

Gerusalemme non ha mai confermato i raid (nel video sotto quello di sabato sera, nda). Bisogna perciò affidarsi alle fonti. Agli esperti militari – israeliani, americani, britannici e francesi – che, tutti dietro richiesta di anonimato, rafforzino quello che da ore sospettano in molti. Tre sarebbero i fattori che avrebbero spinto lo Stato ebraico a intervenire direttamente in un conflitto dal quale per mesi hanno cercato di stare fuori.

L’OK USA, GLI IRANIANI E I MISSILI – Il primo: il consenso degli Usa a qualsiasi azione militare in grado di fermare il trasferimento di qualsiasi tipo di armamenti dalla Siria agli uomini di Hezbollah, in Libano. Il secondo fattore: la presenza massiccia di uomini attorno ai confini settentrionali d’Israele. Si tratterebbe di miliziani sciiti di Hezbollah (lungo l’asse con il Paese dei cedri) e, novità assoluta, di basiji, volontari iraniani addestrati a gestire le rivolte interne e quelle per le vie delle città. Secondo alcuni esperti militari israeliani negli ultimi mesi in Siria sarebbero arrivati almeno seimila basiji.

Il terzo fattore è quello che allarma di più: l’arrivo, da Teheran, dei Fateh-110, missili a lunga gittata da 500-600 chili, in grado di colpire Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Beersheva. Il carico sarebbe arrivato poco più di una settimana fa. Con destinazione finale i depositi di Hezbollah. Tutti motivi che spiegano – secondo i bene informati – anche il richiamo a sorpresa di migliaia di riservisti israeliani per un’esercitazione che non era stata prevista per il 5 maggio. Per ieri. Esercitazione che, in realtà, non c’è stata. Ma i soldati dell’Idf, quelli sì, ieri erano visibili lungo tutto il nord d’Israele.

LA MINACCIA DI DAMASCO – In mancanza di informazioni accurate e certe, Gerusalemme procede a piccoli passi. Israele sa che Assad sta attraversando un momento delicato: da queste settimane dipende l’esito della sua resistenza ai ribelli e alle ostilità di alcuni Paesi occidentali. Ma è questa incertezza di fondo che, dal punto di vista militare, porta più di qualcuno a temere una risposta scomposta di Damasco dopo i raid israeliani. Incertezza alimentata da Al-Mayadeen, tv vicina ad Hezbollah, che domenica pomeriggio – citando fondi siriane – ha spiegato che Assad avrebbe deciso di dispiegare batterie di missili orientate verso Israele e dato l’ok alla fazione palestinese di attaccare lo Stato ebraico dalle Alture del Golan.

Carla Del Ponte, membro della commissione d'inchiesta Onu sui crimini in Siria intervistata dalla tv della Svizzera italiana (foto RSI / Falafel Cafè)

Carla Del Ponte, membro della commissione d’inchiesta Onu sui crimini in Siria intervistata dalla tv della Svizzera italiana (foto RSI / Falafel Cafè)

LE POSSIBILITÀ DI UNA GUERRA SIRIA-ISRAELE – Verità o bluff? Gli analisti israeliani, per ora, restano prudenti. Spiegano – soprattutto ai microfoni della tv Canale 10 – che «le probabilità di una reazione siriana o addirittura di una guerra sono basse». Ma precisano anche che «più lo Stato ebraico continua con i raid sul Paese più aumentano i rischi di una replica siriana». Replica che potrebbe anche essere messa in pratica da Hezbollah o dall’Iran. Con il rischio, concreto, che altri Stati entrino nel giro di poche ore nel mattatoio siriano. Intanto per prudenza, l’esercito israeliano ha disposto la chiusura ai voli civili dello spazio aereo nel nord del Paese e su Haifa almeno fino a giovedì (la decisione è stata annullata lunedì 6 maggio, ndr). Decisione che ha costretto la compagnia aerea locale Arkia a sospendere i voli Eilat – Haifa di ieri.

L’INCHIESTA SUL GAS SARIN – A complicare ancora di più lo scenario mediorientale è l’intervista che l’ex procuratore capo del Tribunale penale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, ha rilasciato alla radio della Svizzera italiana. «Abbiamo le prove che ad utilizzare armi chimiche in Siria sono stati gli insorti e non gli uomini fedeli al regime di Bashar Assad», ha detto Del Ponte, membro della commissione Onu che sta indagando sui crimini di guerra commessi nel Paese.

«Stando alle testimonianze che abbiamo raccolto i ribelli hanno usato armi chimiche, facendo ricorso al gas sarin» ha aggiunto. E precisato che comunque «le indagini sono ben lungi dall’essere concluse. Le nostre inchieste dovranno essere ulteriormente approfondite, verificate e accertate attraverso nuove testimonianze ma, per quanto abbiamo potuto stabilire, al momento sono solo gli oppositori al regime ad aver usato il gas sarin». Se il risultato dovesse essere confermato, per Washington potrebbe significare il ripensamento della strategia politica e militare. Per i ribelli, invece, un esito in grado di fargli perdere qualsiasi appoggio internazionale.

© Leonard Berberi

Prima versione: lunedì 6 maggio, ore 00.54
Ultimo aggiornamento: lunedì 6 maggio, ore 03.35

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Quei giovani europei che combattono in Siria. E ora sono sotto la lente dell’antiterrorismo

Due ribelli del gruppo jihadista Jabhat al-Nusra ad Aleppo in uno scatto del 24 dicembre scorso (foto di Ahmed Jadallah / Reuters)

Due ribelli del gruppo jihadista Jabhat al-Nusra ad Aleppo in uno scatto del 24 dicembre scorso (foto di Ahmed Jadallah / Reuters)

I numeri, a dire il vero, sono un po’ ballerini. Si va da un minimo di 135 a un massimo di 590. Però sono cifre prudenti. Il che la dice lunga su come, alla fin fine, il fenomeno sia davvero difficile da quantificare. E con il quale, prima o poi, bisognerà fare i conti. Anche da noi. Alcuni di loro torneranno a casa. «Molto più motivati e ispirati dal radicalismo islamico», per dirla con il capo dell’anti-terrorismo dell’Ue. Perché la maggior parte è fatta di giovani. Quasi tutti sono musulmani. E in tanti hanno già esperienze belliche. In Iraq o Afghanistan.

I conti, allora. Scrive un dossier dell’International centre for the study of radicalization (Icsr) che «centinaia di cittadini europei sono andati in Siria» negli ultimi mesi «per dare una mano ai ribelli a sconfiggere le forze del presidente Bashar Assad». Chi per ragioni religiose. Chi per spirito d’avventura. Chi per liberare un Paese.

Arrivano soprattutto da Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Belgio. Nessuno, per ora, arriva dall’Italia. Sono almeno 135 e potrebbero toccare quota 590. Di questi, come minimo 70 (e al massimo 441) sono ancora nel Paese. E potrebbero andare ad aumentare il numero delle vittime europee che per ora è fermo a 8 (su 249 stranieri uccisi in totale). Dall’inizio della guerra civile – correva l’anno 2011 – l’Icsr stima che tra i 2.000 e i 5.000 cittadini con un passaporto non siriano abbiano combattuto o lo stiano facendo tutt’ora nel Paese di fianco alle forze di opposizione.

Ecco, gli europei. Arrivano da Albania, Austria, Belgio, Regno Unito, Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Kosovo, Olanda, Spagna e Svezia. E su quasi tutti loro le agenzie d’intelligence investigheranno, ragioneranno. Perché in Siria da mesi è attiva Jabhat al-Nusra, gruppo jihadista legata ad al Qaeda. Perché gli europei possono trasformarsi in cellule dormienti a casa loro. E perché gli 007 temono possano tornare in patria sapendo costruire una bomba o, in generale, come far male a decine, centinaia di persone.

L'ex soldato americano Eric Harroun (a destra) insieme a un miliziano anti-Assad del gruppo Jabhat al-Nusra (foto da Facebook)

L’ex soldato americano Eric Harroun (a destra) insieme a un miliziano anti-Assad del gruppo Jabhat al-Nusra (foto da Facebook)

«Non sarebbe la prima volta. È successo che giovani europei siano andati a combattere in Afghanistan e in Iraq e poi siano tornati a casa dove hanno colpito interessi occidentali», spiega Peter Neumann, direttore dell’Icsr. «Non è detto che si tratti di terroristi. Ma non si può nemmeno evitare che, una volta arrivati in Siria, non vengano attratti da uomini legati ad Al Qaeda interessati a usarli più quando torneranno a casa che nel campo di battaglia mediorientale».

Neumann non è uno che si nasconde. Precisa che i numeri non sono definitivi e che va fatto ancora molto per quantificare il fenomeno. Ma di una cosa è convinto. «La Siria è diventato il fronte principale di mobilitazione e reclutamento dei jihadisti. E ora nel Paese sono stati mobilitati più europei di quanto non sia stato fatto nelle guerre degli ultimi vent’anni messe insieme».

Basterebbe, del resto, il nome di Eric Harroun. Nato a Phoenix, in Arizona, ex soldato a stelle e strisce nella base di Fort Riley, Harroun è stato arrestato appena atterrato negli Usa per aver combattuto in Siria a fianco al gruppo Jabhat al-Nusra. Rischia 30 anni di prigione. O la pena di morte, se il giudice dovesse considerare tutte le aggravanti.

© Leonard Berberi

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