attualità

La nuova vita degli ebrei in Iran: “Ci sentiamo al sicuro”

Un iraniano di religione ebraica prega alla sinagoga di Molla Agha Baba Synagogue, a Yazd, 676 chilometri a sud di Teheran, la capitale dell'Iran (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Un iraniano di religione ebraica prega alla sinagoga di Molla Agha Baba Synagogue, a Yazd, 676 chilometri a sud di Teheran, la capitale dell’Iran (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Dice Mahvash Kohan che ora va meglio. Che ora, addirittura, «nessuno se ne vuole andare da qui». «Non come negli anni Ottanta, quando avevamo paura ed eravamo sotto pressione – racconta –. Oggi non siamo più preoccupati. Ci sentiamo al sicuro e gustiamo la libertà».

Kohan è una donna iraniana ed ebrea. Vive a Shiraz, 940 chilometri a sud di Teheran. Qualche giorno fa è stata a Yazd per un pellegrinaggio alla tomba di Harav Oursharga. Ed è lì, in quella città che ha tenuto ancora molto dell’antica Persia, che ha raccontato all’Associated Press la nuova vita di chi come lei, vive sì nello Stato islamico, ma che da decenni si sente minoranza minacciata per via della religione.

Il fatto è che in Iran gli ebrei ci vivono da più di tremila anni. E quella iraniana rappresenta la comunità ebraica più numero del Medio Oriente. Israele esclusa, ovvio. I numeri si sono ridotti e di molto, soprattutto dopo la Rivoluzione khomeinista del 1979: migliaia di persone hanno lasciato il Paese, spaventate dalla piega religiosa.

La preghiera nella sinagoga di Yazd con i tefillin (i filatteri) e altri simboli religiosi (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

La preghiera nella sinagoga di Yazd con i tefillin (i filatteri) e altri simboli religiosi (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Oggi ne sono rimasti circa 20 mila. Su 77 milioni di abitanti. Ma alcuni di loro, intervistati, spiegano che è cambiato qualcosa. E tutto questo, secondo la signora Kohan e tanti altri, succede soltanto da qualche mese e grazie a una persona: Hassan Rouhani, il presidente moderato che ha preso il posto del più radicale Mahmoud Ahmadinejad.

«Il governo stavolta ha sentito la nostra voce e le nostre preoccupazioni. Il fatto che veniamo quantomeno sentiti è una svolta importante», spiega Homayoun Samiah, numero uno dell’Associazione degli ebrei di Teheran. «Ma quando c’era l’altro presidente, Ahmadinejad, nessuno ci dava retta». Ahmadinejad nei discorsi pubblici ha detto più volte che l’Olocausto era un’«invenzione». Nel 2006 sponsorizzò pure una conferenza internazionale organizzata per discutere se il genocidio degli ebrei avesse mai avuto luogo durante la Seconda guerra mondiale.

L'ingresso della sinagoga di Molla Agha Baba di Yazd (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

L’ingresso della sinagoga di Molla Agha Baba di Yazd (foto di Ebrahim Noroozi/Ap)

Per questo Rouhani è una boccata d’ossigeno un po’ per tutti. Tanto che – raccontano gli stessi iraniani – ha permesso alle scuole ebraiche di restare chiuse di sabato per osservare lo Shabbat e ha pure donato 400 mila dollari a un’associazione benefica di Teheran. L’ultimo volta, poi, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York s’è portato pure l’unico deputato ebreo.

I gruppi per il rispetto dei diritti umani, però, non esultano. Denunciano che ancora oggi gli ebrei e le altre minoranze sono discriminate dai vertici dello Stato islamico. Ricordano che la tv di Stato iraniana ha trasmesso nel recente passato diversi programmi antisemiti. Ma «qualcosa» è meglio di «niente», almeno nella testa della signora Kohan. «Se siamo qui a Yazd è per celebrare il fatto d’essere ebrei – continua lei –. Siamo orgogliosi di praticare in piena libertà la nostra religione».

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

La radio militare: “Obama in Israele per dire a Netanyahu di non bombardare l’Iran”

Fermi tutti. Prima della guerra è tempo di far la pace con i vicini. Poi, magari, se proprio non si può far nulla, allora si potrà premere il tasto. E lanciare una guerra con quegli altri. Ma ora no. Non è il tempo più adatto per far deflagrare tutto.

«Ma Obama che viene a fare in Israele a marzo?», si sono chiesti in molti nello Stato ebraico. «A dire al premier Netanyahu di non bombardare l’Iran», ha risposto domenica la radio militare israeliana, fonte inesauribile di notizie e indiscrezioni, rivelazioni e anticipazioni. Proprio così: a fermare la mano militare di «Bibi». Che, di fronte alla platea delle Nazioni Unite – lo scorso autunno – disse chiaramente che per Israele la linea rossa temporale è la primavera 2013. Questa primavera.

Da settimane – secondo i bene informati – da Gerusalemme chiamano Washington. Da settimane lo staff di Netanyahu preme per una posizione chiara degli Usa su quello che stanno facendo nei laboratori nucleari di Teheran. Posizione che chiara non è. E che, anzi, negli ultimi giorni ha preso una svolta che gl’israeliani hanno definito «drammatica», con quel tentativo di Washington di iniziare addirittura un negoziato con l’Iran. Per far parlare i trattati e gli accordi, non le armi. Per ora da Teheran hanno risposto picche. E mai risposta fu bella proprio per Gerusalemme, da mesi ormai impegnata a cercare il momento per annichilire la minaccia nucleare del regime di Ahmadinejad.

Il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu nel cortile della Casa Bianca, dietro l'ufficio ovale, il 20 maggio 2011 (foto Avi Ohayon  / Government Press Office / Flash90)

Il presidente americano Barack Obama e il premier israeliano Benjamin Netanyahu nel cortile della Casa Bianca, dietro l’ufficio ovale, il 20 maggio 2011 (foto Avi Ohayon / Government Press Office / Flash90)

Obama in Israele, dicevamo. Il presidente rieletto non vuole «problemi» nel suo secondo mandato. Anzi. Vorrebbe proprio cercare di meritarsi il Nobel per la pace. «Il presidente americano teme che il primo ministro decida di attaccare Teheran proprio in queste settimane, agli inizi del suo secondo mandato», hanno detto fonti militari alla radio militare israeliana. A preoccupare il leader democratico è anche la nuova composizione del governo: Dan Meridor e Benny Begin, i due principali oppositori all’attacco all’Iran, non sono stati rieletti alle elezioni del 22 gennaio. Netanyahu ora non ha membri dell’esecutivo ostili all’offensiva.

A Gerusalemme, Obama – sempre secondo la radio militare israeliana – offrirà in cambio a Netanyahu l’assicurazione che «gli Usa non permetteranno che l’Iran si doti della bomba nucleare». «Obama ha deciso di presentarsi di persona nello Stato ebraico – ha sottolineato ancora la radio militare israeliana – per dire a Netanyahu, guardandolo negli occhi: “Non attaccare l’Iran. Lascia fare a me, se sarà necessario agiremo contro di loro, anche perché voi non avete la nostra dotazione militare».

In realtà non sarà così facile convincere Netanyahu. Ad allarmare Gerusalemme è anche la notizia – riportata dal Washington Post – che racconta dei tentativi iraniani e del movimento sciita libanese Hezbollah di creare un network di milizie in Siria per proteggere i loro interessi in caso che il regime di Assad perda il potere. Al quotidiano americano l’avrebbero confermato sia funzionari Usa che mediorientali. Si tratterebbe di milizie che ora combattono a fianco del regime contro i ribelli. Il “progetto” iraniano sarebbe quello di avere una forza affidabile a cui fare riferimento nel caso in cui la Siria, con il crollo di Assad, si ritrovi divisa.

Ma non c’è solo questo. Obama in Medio Oriente non atterra soltanto per fermare Israele sul regime degli ayatollah, ma anche per discutere sulla Siria e per riportare al tavolo dei negoziati lo Stato ebraico e l’Autorità nazionale palestinese. Secondo la radio militare israeliana con la mediazione della Giordania, Obama vorrebbe riportare al confronto il premier Netanyahu, il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e il monarca di Amman, re Abdullah. «Forse il presidente americano si porterà un po’ troppe questioni fondamentali per l’area», commenta più di un analista. Che ora aspetta di vedere quali argomenti, alla fine del viaggio, saranno davvero affrontati e quali no.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Stessa vicenda, stesso giornalista, articoli diversi: il caso “Maariv” – “Makor Rishon”

Stesso evento. Due articoli opposti. Entrambi scritti dallo stesso giornalista. Possibile? Possibile. Almeno in Israele. Dove, causa crisi dell’editoria senza precedenti, i quotidiani si comprano a vicenda, gli editori s’incrociano e s’accavallano, i conflitti d’interessi galoppano. E l’obiettività della professione? Dipende. Dalla testata, soprattutto.

Succede tutto all’interno del gruppo editoriale di Shlomo Ben-Tzvi – magnate dei media e casa a Efrat, insediamento ebraico in Cisgiordania – tra il quotidiano “Makor Rishon” (di orientamento religioso e nazionalista) e “Maariv”, storica testata moderata acquistata a novembre. Assaf Gibor, cronista degli affari che si muovono nel mondo arabo, viene incaricato di seguire la visita “storica” martedì scorso del presidente iraniano Ahmadinejad in Egitto e di scrivere due articoli: uno per “Makor”, l’altro per “Maariv”. Risultato: i due articoli – fanno notare quelli di Presspectiva, associazione che monitora la stampa locale – non solo sono diversi, ma anche nel titolo si collocano agli estremi.

I due titoli a confronto: sopra quello di "Makor Rishon", più in basso quello di "Maariv". Entrambi gli articoli sono stati scritto dello stesso giornalista (foto Presspectiva / Falafel Cafè)

I due titoli a confronto: sopra quello di “Makor Rishon”, più in basso quello di “Maariv”. Entrambi gli articoli sono stati scritto dello stesso giornalista (foto Presspectiva / Falafel Cafè)

«Il presidente iraniano Ahmadinejad ricevuto con tutti gli onori in Egitto», titola “Makor Rishon”. Dato lo stesso proprietario e – accusano in molti – la stessa linea editoriale, in molti s’aspettavano più o meno lo stesso titolo anche per “Maariv”. E invece, ecco la sorpresa. «Accoglienza fredda per Ahmadinejad in Egitto» è l’apertura di pagina del quotidiano moderato.

La storia cambia poco anche nei due articoli. Scritti dallo stesso cronista. Nelle prime righe del pezzo per “Maariv”, fa notare Presspectiva, «Assaf Gibor scrive che se in un primo momento Ahmadinejad è stato accolto con le fanfare all’atterraggio al Cairo, poi racconta che il presidente iraniano è stato attaccato da una cittadina siriana». Due elementi che non si trovano nella versione per “Makor Rishon” che, però, aggiunge la visita all’università Al-Azhar. Visita soltanto accennata in “Makor”, mentre su “Maariv” si racconta che all’interno dell’ateneo c’è stato un complicato colloquio con il grande imam Ahmed Mohammed el-Tayeb.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

La storia / Quando Netanyahu chiese all’esercito di prepararsi ad attaccare l’Iran

Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato ebraico, intervistato nella trasmissione “Uvdah” (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«Poi forse è il caso di prepararsi al livello “P+”». Il giorno esatto in cui la frase venne pronunciata lo conoscono soltanto i pochi presenti. Perché, al di fuori, è uno dei segreti meglio custoditi degli ultimi anni dalle autorità israeliane. Ma si conoscono il periodo – a cavallo tra maggio e giugno, secondo le fonti – e l’anno: il 2010.

C’è stato un momento in cui la guerra tra Israele e Iran è stata più di un’opzione. Poco più di due anni fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu – insieme al ministro della Difesa Ehud Barak – chiese di attivare il livello “P+”, la massima allerta, quella che prevede l’attivazione dell’esercito per un intervento nelle ore o al massimo nei giorni successivi. E l’obiettivo – non c’era bisogno di citarlo – era l’Iran.

Ma ci furono due uomini – il numero uno del Mossad, Meir Dagan, e il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi – a dire a Netanyahu, duri e scuri in volto: «Presidente, questa cosa non si può fare. Sarebbe illegale scatenare una guerra senza l’ok di tutto il governo. Eppoi non siamo pronti».

A confermare le indiscrezioni che in questi mesi sono girate negli ambienti militari e giornalistici dello Stato ebraico – compresa un’inchiesta simile di Canale 10 – è stato il programma tv di Canale 2 «Uvdah» (Il fatto, in ebraico – qui il video integrale) condotto dalla giornalista Ilana Dayan. Che racconta come, proprio in quella riunione – organizzata per tutt’altri motivi: la questione Mavi Marmara – il premier discusse tutto il tempo della nave turca arrembata dai soldati israeliani e che aveva provocato nove morti. E solo alla fine, «quando i sette ministri più importanti del governo e i due vertici dell’intelligence e dell’esercito stavano abbandonando la sala», Netanyahu chiese di prepararsi al conflitto.

Ehud Barak, ministro della Difesa, durante la trasmissione di Canale 2 (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«State probabilmente prendendo una decisione illegale dichiarando una guerra ora», ha replicato al primo ministro il direttore del Mossad, Dagan. «Soltanto il governo con tutti i ministri è autorizzato a decidere a riguardo». «E comunque le nostre forze armate non sarebbero mai pronte con un preavviso così breve», ha aggiunto il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi. Ehud Barak, ministro della Difesa allora come oggi, non ha smentito quel confronto. Ma ha omesso di dire che da quel momento lui gliel’ha giurata proprio ad Ashkenazi, Netanyahu a Dagan. E infatti, nemmeno un anno dopo, entrambi hanno perso l’incarico.

Il premier Netanyahu e il ministro Barak, intervistati per la trasmissione, hanno però pronunciato parole che per molti lanciano anche un messaggio valido da febbraio 2013, cioè subito dopo le elezioni del 22 gennaio. «Alla fine, in Israele quello che conta è la volontà dei vertici politici», s’è lasciato scappare a un certo punto della trasmissione il ministro della Difesa. Un ragionamento espresso peraltro già da Netanyahu che mesi prima aveva anche aggiunto: «I professionisti eseguono gli ordini dei politici. Prendiamo il caso di quello che è successo nel 1981: l’allora primo ministro Menachem Begin decise di bombardare il reattore nucleare di Osirak, in Iraq. E lo fece pur avendo contro il capo del Mossad che il direttore dell’Intelligence militare». Quasi trent’anni dopo la scena si è ripetuta. Il «blitz» della coppia Netanyahu-Barak è tecnicamente fallito. Ma non è detto che, a urne chiuse, il prossimo gennaio – nel bel mezzo dell’inverno – «Bibi» non decida di dare il via libera all’attacco su Teheran.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

LA STORIA / Hassan, cameraman ufficiale di Ahmadinejad e informatore della Cia

Non ha avuto bisogno di parlare, Hassan Gol Khanban. Gli è bastato mostrare ore e ore di filmati su nastri mini-dv e vhs. E poi firmare il documento di piena collaborazione. Che inizierà soltanto quando sul suolo americano metteranno piede la moglie e i figli. «Ora al sicuro in Turchia, ma forse stanno già volando verso gli Stati Uniti».

Da Gerusalemme, parte attiva nella vicenda, assicurano – senza mezzi termini – che si tratta del più grande caso di successo dello spionaggio anti-iraniano negli ultimi decenni. Più degl’infiltrati che, una volta entrati dall’Azerbaigian, hanno eliminato – uno dopo l’altro – le figure chiave del programma nucleare di Teheran.

La storia è roccambolesca e stupefacente allo stesso tempo. Hassan Gol Khanban il primo ottobre scorso s’è presentato agli agenti Cia di New York e ha chiesto asilo politico. I servizi segreti iraniani l’hanno cercato per ore. Perché Hassan Gol Khanban è il cameraman personale del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. L’uomo che più gli è stato a fianco negli ultimi anni. E nella città americana seguiva gli appuntamenti del numero uno di Teheran durante il vertice Onu e tutta la spedizione, 140 uomini in tutto. Fino a quando ha deciso di chiudere con il passato.

Hassan Gol Khanban (nel tondo), l’operatore ufficiale di Ahmadinejad, a New York lo scorso 23 settembre. Una settimana prima di chiedere asilo politico agli Usa consegnando filmati e foto riservati (foto di Gary Krauss/Ap)

Ma quello che manca, in tutta questa storia, è il resto. Che, in questo caso, vuol dire tutto. Perché Hassan, un uomo sulla quarantina ed ex membro basiji (la polizia religiosa), s’è portato con sé decine di filmati, centinaia di foto. «Materiale sensibile». Di più: «vitale, per l’Intelligence di mezzo mondo». In quelle istantanee e in quei nastri ci sono le immagini dei laboratori e dei siti nucleari della Repubblica islamica. Tutto il materiale di cui hanno bisogno Israele e Usa per decidere se la «linea rossa» iraniana sul nucleare è stata superata oppure no.

In quelle videocassette – raccontano da Gerusalemme – ci sarebbero tutte le ultime visite ufficiali, e mai trasmesse nella tv di Stato, di Ahmadinejad e dell’ayatollah Ali Khamenei nei siti nucleari e le sedi delle Guardie rivoluzionarie del Paese. «Il più grande e aggiornato archivio sul cuore scientifico e militare del Paese», spiegano da Israele, «arrivato senza nessun intoppo perché nessuno ha mai pensato di controllare le due valigie del cameraman prima di partire per New York».

Tra il materiale ci sarebbero anche i laboratori che non sono mai stati fatti visionare agli osservatori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica di Vienna: «il complesso nucleare di Natanz, l’impianto di arricchimento nucleare di Farduz, la struttura militare di Teheran e il centro di ricerca di Amir-Abad». «In molti filmati si vedono scienziati ed esperti spiegare nel dettaglio i vari programmi di ricerca ad Ahmadinejad», raccontano estasiati da Gerusalemme. «La cosa è positiva per due motivi: da un lato ci fornisce prove evidenti su quello che hanno intenzione di fare gl’iraniani», spiegano. «Dall’altro, ci permette di inserire, catalogare e memorizzare nei nostri dispositivi di contro-spionaggio le singole voci dei vertici militari, così da individuarli subito ogni volta che intercettiamo le loro comunicazioni».

Hassan Gol Khanban insieme ai vertici militari iraniani (foto Agenzia Fars)

Dallo Stato ebraico spiegano anche che il primo «contatto» tra Cia e Hassan Gol Khanban sarebbe avvenuto esattamente un anno fa. E proprio quando l’operatore tv si trovava a New York per i lavori dell’Assemblea generale dell’Onu. È in quei giorni che sarebbe stato convinto dall’intelligence americana a passare dalla loro parte. In tutti questi mesi, dicono da Gerusalemme, il cameraman non avrebbe mai contattato la Cia. Né altri 007 occidentali presenti in Iran. Per non destare sospetti. «Gli americani hanno avuto, per un anno intero, un loro uomo di fianco ad Ahmadinejad e Khamenei», spiegano.

Poi la svolta. Agli inizi di settembre Hassan Gol Khanban chiede e ottiene – grazie al suo ruolo – un visto per la moglie e i figli per la Turchia. Motivo: visita ai parenti. Una volta che la famiglia ha toccato il suo turco, «e una volta che gli Usa li hanno presi in custodia», per Hassan è stato il momento di «finire il lavoro». Atterrato a New York, il 23 settembre, ha filmato per qualche giorno Ahmadinejad. Poi, quando tutti si erano rilassati alla fine del discorso all’Onu del presidente iraniano, l’operatore tv, l’ombra dell’uomo più potente della Repubblica islamica, ha lasciato la sua stanza al Warwick Hotel e s’è consegnato agli agenti statunitensi affiancato dall’avvocato Paul O’Dwyer. «Sono Hassan Gol Khanban, cittadino iraniano. Chiedo asilo politico agli Stati Uniti d’America». Dando così inizio alla più roccambolesca storia di spionaggio.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

ANALISI / Così l’Iran sta portando uomini e armi in Siria e Libano per affrontare Israele

Avevano considerato anche l’ipotesi più estrema: spedire i caccia a bombardare i tre aerei in volo. Bastava soltanto l’ok del premier Benjamin Netanyahu. Ma quell’ok non è mai arrivato. Nessuno poteva davvero giurare su cosa ci fosse dentro quei velivoli in quel preciso istante: armi o civili inermi? «Era la tipica situazione 51-49», racconta un giornalista israeliano che ha avuto informazioni di prima mano. «E comunque, anche se ci fossero stati solo militari e armi, Teheran avrebbe fatto passare la cosa come attentato d’Israele contro voli civili per infiammare il mondo islamico e scatenare la guerra».

La notizia è che ci sono due Boeing 747 – uno dell’Iran Air con numero EP-ICD, l’altro di Mahan Air con l’identificativo EP-MNE – e un altro aereo della Yas Air (altra compagnia iraniana) che da giorni viaggiano tra l’Iran e la Siria, sorvolando lo spazio aereo iracheno tra Mosul e Kirkuk e spesso spengono qualsiasi dispositivo di tracciamento. Quei tre aerei civili della Repubblica islamica da mesi non trasportano più passeggeri o turisti. Spediscono uomini dell’esercito dei pasdaran e munizioni per il regime siriano di Assad.

Una fase delle esercitazioni a sorpresa nel Golan da parte dell’esercito israeliano (foto Idf)

Fonti da Gerusalemme spiegano che il più attivo tra i velivoli, da ormai un anno, è quello della Yas Air. Si tratta di un Ilyshin IL-76TD con marchio EP-GOL. La sua base è lo scalo Mehrabad di Teheran. E ogni settimana, da ottobre 2011, compie almeno tre voli settimanali verso l’aeroporto di Aleppo. Trasporterebbe di tutto. Munizioni, in particolar modo, e granate.

Le fonti locali, in Iran, avevano raccontato tutto questo al Mossad già ad aprile. E il Mossad aveva deciso di monitorare la situazione. Scoprendo che, sì, con cadenza praticamente giornaliera in Siria arrivavano uomini delle Guardie rivoluzionarie di Teheran e decine di tonnellate di armi per rafforzare i lealisti di Damasco.

Due settimane fa la conferma delle agenzie d’intelligence europee – compresa quella italiana – sulla vera missione di quei tre bolidi dei cieli. Quindi il dossier riservato è piombato al Palazzo di Vetro, a New York, dove ora gl’israeliani vogliono discutere. E cercare di spingere l’Iran all’angolo.

«Gli iraniani hanno cambiato modus operandi», scrive il dossier. «I velivoli di Teheran volano praticamente ogni giorno verso la Siria trasportando uomini delle Guardie rivoluzionarie e decine di tonnellate di armi per rafforzare l’arsenale dell’esercito di Assad e combattere al meglio la milizia dei ribelli».

Una fase delle esercitazioni a sorpresa nel Golan da parte dell’esercito israeliano (foto Idf)

Le conclusioni europee sono le stesse del Mossad. Tranne che per gli obiettivi. Perché se nel Vecchio Continente pensano che il tentativo di Ahmadinejad sia quello di far durare il più possibile il regime siriano, a Gerusalemme sono convinti che il tutto serva soltanto a preparare l’offensiva ad Israele da più fronti. Uno di questi dovrebbe essere proprio la Siria. L’altro – ne sono convinti di analisti del Mossad – non potrà che essere il Libano. Del resto è stato Mohammed Ali Jafari, capo delle Guardie rivoluzionarie armate dell’Iran, a sostenere pubblicamente : «I nostri uomini stanno fornendo supporto logistico non-militare alla Siria e al Libano». Quelle parole sono state smentite, il giorno dopo, dal ministro degli Esteri di Teheran. Ma la smentita, secondo Gerusalemme, è stata soltanto una seconda conferma.

E mentre nel governo sta dando buoni frutti la minaccia del premier Netanyahu di sottoporre alla macchina della verità i funzionari e i ministri così da capire chi sia la gola profonda che fornisce notizie riservate ai giornalisti, l’esercito dello Stato ebraico questa settimana ha richiamato tutti i riservisti per una maxi-esercitazione militare non prevista nelle Alture del Golan. Guarda caso l’area da dove, secondo il Mossad, potrebbero tentare di attaccare iraniani, siriani e libanesi di Hezbollah. E guarda caso, la stessa area – con una delle stesse brigade, la famosa Golani – dove anche la scorsa settimana si erano addestrati centinaia d’israeliani con la divisa.

«È ovvio che l’Idf, l’esercito ebraico, sta cercando di tenere in forma i suoi uomini», hanno spiegato alcuni analisti ai giornali israeliani. Lasciando intendere che, se l’andazzo dovesse essere questo, una guerra con l’Iran diventerebbe inevitabile.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

L’ordine di Bibi dopo il no di Obama all’incontro: “Controllare tutti gli impegni di Barack”

«Controllare Obama, secondo per secondo». Per almeno due settimane. Le prossime due. L’ordine perentorio sarebbe partito direttamente dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. A scrutare sulle mosse – tutte le mosse – del presidente americano dovrebbero essere una decina di persone dello staff del governo dello Stato ebraico. L’obiettivo: «stanare Obama». «Capire se davvero il presidente Usa non può incontrare Netanyahu per i troppi impegni oppure perché non vuole».

Dicono, da Gerusalemme, che su questo punto «Bibi» vorrebbe insistere molto. «Quando verrà il momento di decidere cosa fare dell’Iran e delle posizioni americane», giurano in molti di aver sentito dire direttamente dal premier israeliano.

I fatti. Lo staff di Obama ha risposto picche alla richiesta di Netanyahu di un vertice a due, durante il meeting alle Nazioni Unite, nei prossimi giorni a New York. Al centro dell’incontro (che non avrà luogo): l’Iran e le fasi per risolvere la «grana Ahmadinejad». Le posizioni sono note: Israele vorrebbe attaccare i siti nucleari iraniani. Ma per farlo ha bisogno dell’ok americano.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama

Washington, invece, non è convinta dell’opzione militare. E vorrebbe insistere – con la mediazione dell’Ue, dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e, soprattutto, la Russia – nella via diplomatica. Soprattutto ora che Libia ed Egitto si sono infiammate contro le ambasciate americane. Di risposta, Netanyahu ha detto a Obama di aver perso la pazienza. E che il tempo d’attesa si sta esaurendo: o gli Usa decidono cosa fare oppure Israele attacca.

«Il presidente americano sarà a New York il 24 settembre e ripartirà il giorno dopo», ha detto ad Haaretz Tommy Vietor, portavoce del National Security Council della Casa Bianca. «Netanyahu, invece, non sarà a New York prima della settimana successiva. Non saranno in città negli stessi giorni», ha poi aggiunto. Traduzione: è impossibile che s’incontrino. Ufficialmente per, appunto, gl’impegni di Obama. Ufficiosamente – ne sono convinti a Gerusalemme – perché «Obama non vuole decidersi su Teheran». «Obama sa che Netanyahu vuole venire a New York soltanto per incontrare lui, perché l’obiettivo è capire cosa fare e come procedere sul dossier nucleare iraniano».

© Leonard Berberi

Standard