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I ragazzi uccisi e gli errori della polizia su quel telefonino tracciato per un’ora e mezza

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

Hanno festeggiato. Si sono congratulati nella loro lingua. Hanno sottolineato quel numero – tre – a indicare il «bottino» di quella sera. Il tutto mentre sui sedili posteriori dell’auto, una Hyundai bianca che avrebbero dato alle fiamme poco dopo, ecco, il tutto mentre a pochi centimetri giacevano i corpi di due sedicenni e un diciannovenne. Giovanissimi ebrei uccisi a sangue freddo con la radio ad alto volume e mentre in un telefonino dei poliziotti cercavano di capire costa stava succedendo.

Per quanto possa risultare incredibile è successo questo il 12 giugno alle 22.25 ora locale (le 21.25 in Italia). Non appena Gil-ad Shaar, uno dei sedicenni, ha chiamato il 100, il numero del pronto intervento. Aveva realizzato da poco che quell’auto non l’avrebbe mai portato dove voleva. Aveva appena capito che le cose si erano messe male. Per lui, per il suo amico e coetaneo Naftali Fraenkel. E per Eyal Yifrach, più grande, incrociato per caso sulla strada della morte.

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

Le autorità – messe sotto pressione dall’opinione pubblica – hanno diffuso l’audio integrale della telefonata alla polizia fatta da Gil-ad Shaar. Dura due minuti e nove secondi. Sono anche l’ultima testimonianza delle vite dei tre ebrei. Ecco la trascrizione della chiamata, così come registrato dai dispositivi della polizia.

Poliziotto: Pronto polizia, parla Udi…
Gil-ad: Sono stato rapito…
Poliziotto: Pronto?
Rapitore: Giù la testa! Giù la testa!
Poliziotto: Pronto?
Rapitore: Giù giù la testa! Giù!
Poliziotto: Pronto?

A questo punto si sentono i ragazzi piangere. Subito dopo alcuni colpi di pistola.

Poliziotto: Pronto?
Gil-ad: Ah… (urla di dolore)
Poliziotto: Pronto?

Dalla radio dell’auto il suono è messo ad alto volume. Intanto la chiamata viene inoltrata ai piani superiori della centrale di polizia. A occuparsene è un alto ufficiale donna

Ufficiale donna: Pronto? Rispondete al telefono! Dove siete adesso?

L’unica risposta che arriva è una raffica di colpi di pistola. Poi le parole dei rapitori

Rapitore (in arabo): Dio benedica le tue mani! Ne abbiamo portati via tre!

Quindi si mette a cantare e a esprimere la sua gioia. Alla centrale di polizia la cosa non viene approfondita più di tanto. L’alto ufficiale fa otto tentativi di chiamata al numero di Gil-ad. Le prime tre volte risulta occupato. Le altre cinque risponde la segreteria telefonica. Si pensa ad uno scherzo. Del resto l’audio non è molto buono.

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

Quello che si è scoperto però è che il telefonino di Gil-ad ha continuato a trasmettere il suo segnale ancora per un’ora e mezzo dopo che i tre sono stati uccisi. L’ultimo contatto risale alle 23.50 nei pressi del villaggio palestinese di Dura dov’è poi stata ritrovata bruciata la Hyundai, con targa israeliana, usata per il rapimento. Ma nonostante questo ai soldati impegnati nelle ricerche è stato detto di controllare l’area di un altro paesino, quello di Beit Fajar, dove in realtà non c’era nulla da vedere.

Analizzando proprio il segnale del telefonino di Gil-ad gli investigatori sono riusciti anche a tracciare una rotta. Dalla statale 60, dove i ragazzi hanno fatto l’autostop, la Hyundai s’è diretta verso ovest, la vera destinazione dei giovani ebrei. Ma poco dopo l’auto ha fatto un’inversione di 180 gradi. È a questo punto, alle 22.24 che Gil-ad e gli altri hanno capito di essere finiti nei guai. Un minuto dopo è partita la telefonata alla polizia. Ma intanto l’auto stava andando a forte velocità prima verso est, poi verso sud, verso Halhul, dove poi sono stati trovati i corpi.

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Alle 23.30, circa, i rapitori – dopo aver bruciato la Hyundai e aver caricato i corpi dei ragazzi in un altro veicolo – sono arrivati nel villaggio di Halhul. Da qui si sono diretti verso un appezzamento di terreno su una delle colline a tre chilometri di distanza dove hanno poi gettato i cadaveri tentando di coprirli.

Ma è soltanto venerdì scorso che un testimone, ritenuto attendibile, ha raccontato ai servizi segreti che i corpi erano stati sepolti vicino Halhul e non gettati in cave o pozzi o, peggio, bruciati. La ricerca non è stata comunque facile, proprio per la posizione del terreno. In quell’area – hanno commentato i poliziotti – è difficile se non impossibile che qualcuno abbia visto o sentito qualcosa. Una volta scoperti tre corpi, sabato scorso, sono partiti gli accertamenti. E il resto è storia nota.

© Leonard Berberi

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Scontri a Gerusalemme, vendette e razzi: tensione alle stelle tra israeliani e palestinesi

Uno dei manifestanti palestinesi per le vie del quartiere Shuafat di Gerusalemme Est: tutto il giorno ci sono stati scontri con la polizia dopo aver saputo del 16enne palestinese rapito e ucciso (foto di Hadas Parush/Flash90)

Uno dei manifestanti palestinesi per le vie del quartiere Shuafat di Gerusalemme Est: tutto il giorno ci sono stati scontri con la polizia dopo aver saputo del 16enne palestinese rapito e ucciso (foto di Hadas Parush/Flash90)

Ora è caccia all’arabo. Nelle vie di Gerusalemme. Nei suoi sobborghi. Agli ingressi delle università. Per le strade statali della Cisgiordania. Su Facebook. Ché da queste parti, ormai, reale e virtuale si confondono. E spesso si alimentano a vicenda. E l’obiettivo è giovane, giovanissimo, ancora meglio. È – nella testa degli autori – l’unico modo per vendicare l’uccisione dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno scorso e trovati senza vita diciotto giorni dopo.

L’unica certezza è che quattro adolescenti in Medio Oriente non ci sono più. Il quarto, Mohammed Abu Khudair, palestinese di 16 anni, una casa nel quartiere a maggioranza musulmana di Shuafat, a Gerusalemme Est, è stato trovato morto mercoledì mattina in mezzo agli alberi del bosco poco fuori la Città Santa. Sul corpo segni di violenza, graffi, ferite profonde.

Mohammed Abu Khudair, 16 anni, rapito e ucciso la sera di martedì 1° luglio forse per vendicarsi dei tre ragazzi israelini uccisi pochi giorni prima

Mohammed Abu Khudair, 16 anni, rapito e ucciso la sera di martedì 1° luglio forse per vendicarsi dei tre ragazzi israelini uccisi pochi giorni prima

«Una macchina s’è fermata vicino al ragazzo e l’ha caricato con la forza, poi è ripartita a forte velocità», raccontano alcuni abitanti di Shuafat. Il presunto sequestro e l’omicidio sarebbero avvenuti martedì sera. «Probabilmente è stato scelto per vendicarsi sui tre ragazzi uccisi a Hebron», ragionano le forze di sicurezza israeliane. Incaricate da Netanyahu di prendere non solo i palestinesi che hanno massacrato gli adolescenti ebrei, ma ora anche di fermare gli autori dell’omicidio di Abu Khudair.

Sull’asse Gaza City-Gerusalemme-Ramallah è ormai un continuo accusarsi e attribuirsi di responsabilità. Hamas, dalla Striscia, ha lanciato alcuni razzi sul suolo israeliano senza far vittime. L’Idf, l’esercito israeliano, ha risposto con un raid aereo su Gaza. Gerusalemme dà la colpa ad Hamas per quello che sta succedendo. E, in parallelo, invita i suoi connazionali ad evitare qualsiasi gesto di vendetta. Ramallah ora chiede a Netanyahu di prendere in mano la situazione e di calmare i suoi.

"Morte agli arabi", lo slogan urlato da decine di israeliani a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme (foto di Ben Wedemanm, via Twitter)

“Morte agli arabi”, lo slogan urlato da decine di israeliani a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme (foto di Ben Wedemanm, via Twitter)

Decine di ebrei sono stati arrestati, soprattutto a Modiin – città dove sono stati seppelliti, uno di fianco all’altro i tre ragazzi israeliani –, per le proteste violente e i tentativi di pestaggio nei confronti di qualsiasi persona sospettata di essere palestinese. «Morte agli arabi!» è il coro che si sente ormai in molte zone di Gerusalemme, ma anche nelle colonie in Cisgiordania. Sui social network centinaia di persone chiedono giustizia, invitano ad ammazzare i palestinesi. Un gruppo su Facebook, «Il popolo d’Israele chiede vendetta», ha raccolto in poche ore 32 mila «mi piace», salvo poi essere chiuso dalla società americana perché incitava alla violenza.

Martedì nel tardo pomeriggio molti israeliani si sono riuniti a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme, e hanno invitato ad uccidere gli arabi. «”Dopo il tramonto li faremo fuori”, mi ha detto uno di loro», twitta Ben Wedeman della Cnn. Anche se poco lontano altre centinaia di israeliani scendevano in strada a urlare «No alla violenza! No al razzismo! No alla vendetta! Un vero ebreo non si comporta così».

Un soldato israeliano posa con il fucile e la scritta sul corpo "Vendetta". L'immagine è stata caricata sui social network (foto da Il popolo d'Israele chiede vendetta/Facebook)

Un soldato israeliano posa con il fucile e la scritta sul corpo “Vendetta”. L’immagine è stata caricata sui social network (foto da Il popolo d’Israele chiede vendetta/Facebook)

Ma anche l’Autorità nazionale palestinese ha il suo da fare. Subito dopo la scoperta del corpo del 16enne Abu Khudair centinaia di arabi sono scesi per le strade di Gerusalemme Est per protestare contro l’assassinio. Ci sono stati scontri con l’esercito israeliano. Lanci di bombe carta. La vigilanza è stata portata al livello massimo sulla linea tramviaria che collega la parte palestinese a quella israeliana della città. Violenze tra arabi e forze dell’ordine anche nel quartiere di Beit Hanina.

E mentre la situazione continua ad essere molto tesa, Netanyahu e Abbas temono di perdere il controllo delle rispettive popolazioni. L’Onu invita alla calma. Le cancellerie europee non nascondono la preoccupazione.

VIDEO / Le contestazioni anti-palestinesi di martedì 1° luglio

Ma c’è un’unica voce, forse tra le più titolate a parlare in questi giorni, che si alza silenziosa. È quella di Yishai, zio di Naftali Fraenkel, uno dei tre ragazzi ebrei rapiti e uccisi. Poco dopo aver saputo della fine brutale del giovane palestinese ai giornalisti ha detto: «Non c’è differenza tra sangue e sangue. Un omicidio è un omicidio. Non importa quale sia la nazionalità della vittima e l’età. Non c’è una giustificazione, non ci può essere il perdono e nemmeno un modo per riparare. Se un giovane arabo è stato ucciso per ragioni etniche questo è un atto vigliacco e atroce».

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“Aiuto, mi hanno rapito”: ecco la telefonata di uno dei ragazzi

«Aiuto, mi hanno rapito». La voce s’intuisce nel bel mezzo della confusione. E l’audio, pubblicato su YouTube, dura 49 secondi. Non si sa chi l’abbia pubblicato su Internet, ma il padre di Gil-ad Shaar, uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi il 12 giugno scorso, sostiene che sia la voce del figlio.

«Metti giù quel telefono!», si sente durante la conversazione. E poco dopo: «Dammi qui il cellulare». Tutto avviene in ebraico. Mentre in sottofondo, dalla radio dell’auto, si sente la voce di Shelly Yachimovich, leader laburista, intervistata da una emittente radiofonica. E’ la conferma che i rapitori hanno camuffato la loro identità.

In tutto la comunicazione dura 2 minuti e 9 secondi. In quegli attimi i tre giovani si trovano sui sedili posteriori dell’auto guidata – secondo gli 007 – da due palestinesi di Hamas. Poco dopo saranno massacrati a colpi di pistola (leggi qui la ricostruzione). Una delle vittime, stando alle prime indiscrezioni dell’autopsia, avrebbe lottato fino in fondo per sopravvivere.

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L’autostop, l’allarme alla polizia e il massacro. Cos’è successo ai tre ragazzi

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Fraenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

Sabato sera gli sono piombati nel negozio dopo aver guidato a tutta velocità. Gli hanno mostrato un paio d’occhiali da vista senza lenti e coperti di polvere. «Sono di Eyal Yifrah?», gli hanno chiesto. Lì per lì Shalom Friedman, ottico dell’insediamento di Elad, non ci ha fatto tanto caso. Ha preso quella montatura in mano e ha detto che sì, quelle le aveva comprato Eyal, il ragazzo rapito il 12 giugno scorso.

Il giorno dopo, domenica, quegli uomini – dei poliziotti – si sono ripresentati in negozio. Stavolta gli hanno mostrato una delle lenti. «Sì, anche questa è di Yifrah, gliele ho prescritte io quattro mesi fa», ha risposto il dottor Friedman. Poi gli agenti si sono dileguati. Senza dire altro. Soltanto lunedì sera, l’ultimo giorno di giugno, Shalom Friedman ha capito a cosa serviva quel doppio appuntamento non previsto.

È soltanto il penultimo passaggio di questa vicenda che scuote Israele e il mondo. Perché quello che c’era da sapere – cos’era successo ai tre adolescenti rapiti in strada a Gush Etzion, in Cisgiordania – 007 e militari israeliani lo sapevano già 24 ore dopo la loro sparizione. Sapevano, per esempio, che erano già morti. Sapevano che erano stati uccisi quasi subito. Sapevano anche chi, probabilmente, li aveva portati alla morte.

La cartina di Haaretz con i luoghi principali di questa vicenda

La cartina di Haaretz con i luoghi principali di questa vicenda

E del resto gli stessi Eyal Yifrach, 19 anni, Naftali Fraenkel e Gil-ad Shaar, entrambi sedicenni, avevano capito subito che le cose si erano messe male. Non appena messo piede dentro quella macchina apparentemente innocua. Sono le 22.20 (ora locale, le 21.20 in Italia) di giovedì 12 giugno. I tre ragazzi si trovano sul ciglio della strada a ridosso dell’incrocio Geva’ot, a ovest dell’insediamento di Alon Shvut nel blocco di Gush Etzion. Siamo a sud di Gerusalemme. Stanno aspettando qualcuno che gli dia un passaggio per la strada 367 direzione Beit Shemesh. Per poi dividersi, ognuno verso il proprio paese.

In realtà i tre non stanno facendo l’autostop insieme. Eyal, il più grande, è qualche metro più avanti. Gli altri due, Naftali e Gil-ad, coetanei, sono qualche passo più giù. A un certo punto spunta una Hyundai i35 bianca. A bordo, secondo l’intelligence israeliana, si trovano i terroristi di Hamas Amer Abu Aysha e Marwan Kawasme. L’auto si ferma vicino a Eyal Yifrach. Dall’interno arriva musica ebraica trasmessa da Radio Gerusalemme. Eyal chiede un passaggio. Sale.

È a quel punto – secondo la ricostruzione ufficiosa dello Shin Bet, i servizi di sicurezza dello Stato ebraico – che Naftali e Gil-ad sarebbero arrivati di corsa. A bordo ora viaggiano in cinque: due palestinesi, tre israeliani. Secondo gli 007 questo potrebbe aver spinto i rapitori a cambiare «strategia»: spaventati dall’inferiorità numerica le cose sono peggiorate subito.

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

Sono le 22.25. Una telefonata arriva alla centrale della polizia israeliana. Dall’altra parte c’è una voce bassa. È, anzi, un sussurro. «Siamo stati rapiti», dice quella voce. La telefonata viene inoltrata a un alto ufficiale donna. Che continua a fare domande. Chiede chi siano, dove si trovino, cosa stiano succedendo. Ma non riceve risposte. Dopo 2 minuti e 9 secondi la conversazione si interrompe. L’ufficiale chiama otto volte quel numero. Per tre volte il numero risulta occupato. Per altre cinque volte risponde la segreteria telefonica.

In quei pochi minuti i rapitori si accorgono che è stata fatta una telefonata alla polizia. Temono di essere stati denunciati. Pensano che sia stata comunicata la targa o il tipo di veicolo. Oltre alle coordinate geografiche del veicolo. Così le cose precipitano. I tre ragazzi, agitati – secondo lo Shin Bet – sarebbero stati colpiti a sangue freddo mentre erano seduti sui sedili posteriori proprio dopo la telefonata.

Ma si capisce presto che non si tratta di killer professionisti. «Sono andati nel panico. Del resto i tre ragazzi non corrispondevano al target tipo di Hamas», spiegano da Gerusalemme. Un quarto d’ora dopo, con i tre cadaveri a bordo, i responsabili cambiano veicolo. Trasportano i corpi nell’auto nuova. E danno fuoco alla Hyundai i35.

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

Ancora alcuni chilometri e i rapitori arrivano in un pezzo di terra – di proprietà della famiglia Kawasme, secondo Canale 2 – a tre chilometri dal villaggio palestinese di Halhul, cinque chilometri a nord di Hebron. I corpo vengono gettati a terra. C’è anche un tentativo di seppellirli, ma poi gli autori del massacro hanno fretta. Vogliono disfarsi di quello scempio il prima possibile. Temono di essere braccati. Per questo, quando saranno ritrovate – sabato scorso, secondo uno 007 – le vittime sono parzialmente coperte di terra e in pessime condizioni dopo essere rimaste esposte al caldo per più di due settimane.

Ignorano, i rapitori, che la catena di comando, in Israele, non ha funzionato come doveva. Perché quella telefonata, quel «Siamo stati rapiti» non ha fatto scattare i soliti dispositivi di sicurezza. Perché l’alto ufficiale – dopo non aver avuto risposta – ha pensato fosse un pessimo scherzo telefonico. E così non ha informato i suoi diretti superiori. Come, risulta agli atti, non avrebbe nemmeno chiesto di risentire la registrazione di quella telefonata. Per questo l’allarme scatta soltanto sette ore dopo. Quando Eyal, Naftali e Gil-ad erano già morti.

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il giorno dopo, il 13 giugno, le forze di sicurezza israeliane rendono pubblica l’identità dei due sospettati del rapimento. Perquisiscono le loro case. Interrogano, arrestano centinaia di persone. Finiscono per effettuare controlli anche a Hebron, dove entrambe le famiglie hanno parenti e amici e conoscenti. Ma i due presunti rapitori-assassini si sono dileguati da ore. E continuano ancora ora.

Intanto la Hyundai viene analizzata dalla Scientifica israeliana. Vengono trovati bossoli e buchi sui sedili posteriori. E chiazze di sangue. Poche, perché il fuoco ha distrutto quasi tutta l’auto. Ma tanto basta per arrivare all’unica conclusione possibile: i tre adolescenti sono stati uccisi. Ventiquattro ore dopo il rapimento esercito e intelligence stanno cercando i corpi e gli autori. Non c’è spazio per la speranza.

Si arriva così, sabato, al blitz ad Halhul. Centinaia di soldati controllano i terreni. Ed è in uno di questi appezzamenti che trovano tre corpi. Gonfi, pieni di sangue essiccato. Tra le prove ci sono anche un paio d’occhiali ormai inutilizzabili. Gli stessi occhiali che poi saranno mostrati all’ottico Shalom Friedman. Pedina, inconsapevole, di una vicenda – l’ennesima – che sconvolge Israele.

© Leonard Berberi
(1 – continua)

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Trovati morti i tre ragazzi rapiti. La rabbia di Netanyahu e lo choc di Israele

Il luogo dove sono stati trovati i corpi dei tre ragazzi rapiti (fermo immagine da Canale 2)

Il luogo dove sono stati trovati i corpi dei tre ragazzi rapiti (fermo immagine da Canale 2)

Era impossibile salvarli. Non c’è mai stata nemmeno la minima chance di rivederli vivi. Perché sono stati uccisi quasi subito. E gettati, come fossero oggetti, nel primo spazio disponibile. Lontani da occhi indiscreti e da strade ad alta percorrenza.

I vertici militari israeliani e i servizi segreti lo sapevano dal secondo giorno del rapimento. Troppi palestinesi, tra quelli fermati, fornivano la stessa versione: «Inutile cercarli, sono già morti. Il rapimento ha fatto troppo rumore, così se ne sono sbarazzati subito». Eppoi c’erano i risultati della Scientifica sulla Hyundai i35 usata per portarli via e poi data alle fiamme. C’erano colpi di pistola incastrati sui sedili posteriori. E qualche chiazza di sangue.

Resta ora da capire, nel pieno dell’emotività collettiva, se gli autori abbiano agito per convinzione, dietro un mandato preciso o, più banalmente, se erano criminali comuni che non hanno avuto di meglio da fare che rapire tre adolescenti e poi ucciderli. Un dettaglio, forse. Ma anche l’unico discrimine tra la guerra e la presa d’atto che il mondo va così, che il Male esiste e bisogna conviverci. O, almeno, provarci.

I soldati israeliani vicino al villaggio di Halhul, Hebron, alla ricerca dei tre giovani scomparsi domenica 29 giugno (foto di Hazem Bader / Afp)

I soldati israeliani vicino al villaggio di Halhul, Hebron, alla ricerca dei tre giovani scomparsi domenica 29 giugno (foto di Hazem Bader / Afp)

Termina nel più drammatico dei modi la ricerca dei sedicenni ebrei Naftali Frankel, Gil-ad Shaar e del 19enne Eyal Yifrach. L’ultima volta li hanno visti la sera del 12 giugno a pochi passi da Gush Etzion, insediamento popolato in Cisgiordania. Da quel momento è stato un continuo perquisire e bussare casa per casa, un lungo elenco di persone arrestate e una sfilza di polemiche da riempire giornali e servizi televisivi.

Poi la svolta drammatica, lunedì 30 giugno. I tweet criptici dei giornalisti israeliani. L’ordine del governo dello Stato ebraico che impone il silenzio a chi già sa che sono morti. Ma intanto la voce si sparge. Al Jazeera e Lbc, la tv del Libano, danno la notizia. «È difficile twittare tutte le informazioni che ho raccolto in questo momento sui ragazzi rapiti. La censura militare è davvero forte», si sfoga sul social network il cronista Barak Ravid che per il quotidiano Haaretz copre la sicurezza nazionale. Intanto una sessione del parlamento viene annullata all’ultimo minuto.

Ebrei in preghiera in Cisgiordania lunedì sera, dopo l'annuncio della morte dei ragazzi rapiti (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Ebrei in preghiera in Cisgiordania lunedì sera, dopo l’annuncio della morte dei ragazzi rapiti (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Poi il via libera alla divulgazione. E l’ufficializzazione di una cosa che ormai si sapeva da più di un’ora. Naftali, Gil-ad e Eyal non torneranno mai più a casa. I loro corpi sono stati trovati vicino Halhul, cinque chilometri a nord di Hebron. Di fatto non si sono mai allontanati dall’area delle ricerche.

In Israele centinaia di persone scendono in strada e pregano. Accendono candele. Cantano. Per le 21.30 locali (le 20.30 in Italia, nda) il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu convoca d’urgenza il consiglio di sicurezza. E annuncia: «Hamas la pagherà cara». «Provi a toccarci e aprirà le porte dell’Inferno», gli replicano da Gaza City. Intanto da tutto il mondo arriva il cordoglio per le tre vittime. L’Autorità nazionale palestinese segue a ruota Gerusalemme e si riunisce d’urgenza a Ramallah. La notte trascorre così, tra lacrime e rabbia, sgomento e paura. E razzi sparati qua e là sull’asse Israele-Gaza. Nel suo ufficio, da solo, Netanyahu ha cercato di prendere una decisione fino a notte fonda. Si saprà presto, molto presto, quale sarà.

© Leonard Berberi

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Israele lancia i24, la sua emittente all news (anti Al Jazeera)

Il primo tg in inglese della all news israeliana i24

Il primo tg in inglese della all news israeliana i24

Se sarà l’anti Al Jazeera è presto per dirlo. Così com’è ancora presto per verificare se quel messaggio sotto al logo – «Vedi oltre» – sarà seguito alla lettera o resterà soltanto una frase d’impatto, buona per la pubblicità. Per ora la cosa certa è che i24 News ha acceso le luci, lanciato il segnale sul satellite, aperto il sito. Da mercoledì è nata una nuova all news su scala mondiale. E per la prima volta è realizzata a Jaffa, a sud di Tel Aviv. Insomma, emittente mediorientale sì, ma non finanziata da ricchi petrolieri del golfo arabo: a metterci soldi e contenuti sono gl’israeliani. Uno, in particolare: Patrick Drahi, magnate franco-israeliano di cui, a dire il vero, non si sa molto… (continua su corriere.it)

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«Aria di guerra con l’Iran». E le tv del mondo prendono d’assalto i terrazzi di Tel Aviv

Mettete i padelloni sui vostri tetti. E non dimenticate le telecamere, i treppiedi, i microfoni, le luci, i monitor di servizio. Mettete un po’ di cerone sul volto. Fate un sorriso all’obiettivo. E preparatevi ad andare in diretta. E che diretta!

C’è un certo entusiasmo in questi giorni in molte redazioni delle grandi emittenti televisive del mondo. «La guerra Israele-Iran è sempre più vicina, dobbiamo stare pronti», è ormai la frase del momento. E così, in piena fase elettrizzante, decine di canali tv – a partire da Cnn, Abc, Cbs, Al Jazeera, Al Arabiya, Reuters e Associated Press – ecco, decine di canali tv sono pronti da giorni ad andare in diretta dal “fronte di guerra” israeliano.

Così pronti che, a Tel Aviv, è balzato alle stelle l’affitto di certi tetti e terrazzi, quelli dei palazzoni a più di dieci piani. Sì, proprio i tetti e i terrazzi. A scriverlo, a svelare quel che si andava passando di bocca in bocca nella città che non dorme mai, è stato il quotidiano economico “The Globes”. Le grandi emittenti vogliono avere un posto in prima fila nello scontro a suon di missili e bombe. Ovviamente in piena sicurezza per gl’inviati. Tanto che, secondo il giornale israeliano, «nei giorno scorsi alcuni produttori tv sono venuti a Tel Aviv per esaminare la rete delle comunicazioni via satellite e le misure di protezione in caso di attacco ravvicinato».

«Sarebbe illogico non prepararsi a seguire questa guerra», racconta un cronista straniero a “The Globes”. «Qui ogni giorno sentiamo il ministro israeliano della Difesa (Ehud Barak, nda) parlare apertamente di un conflitto armato imminente con l’Iran». La conferma di una maggiore domanda delle tv straniere arriva anche dalle parole di Hanani Rapoport, Ceo della Jcs, una società di produzione video che lavora per i media stranieri: «Continuiamo a ricevere le telefonate dei nostri clienti che cercano di assicurarsi che al momento giusto le loro telecamere siano in grado di trasmettere le immagini al resto del mondo».

Le tv occidentali sono quelle più agguerrite. «Non possono più permettersi di arrivare dopo le all news arabe, Al Jazeera e Al Arabiya», ci spiega un giornalista israeliano. «Soprattutto dopo il ritardo enorme visto nella copertura della “Primavera araba”». E alla memoria di molti riaffiora il 18 gennaio 1991. Alle 3 di notte (ora israeliana, alle 2 in Italia) i primi missili Scud lanciati da Saddam Hussein colpirono Tel Aviv, Haifa e Dimona (dove si trova il centro nucleare). Dopo poche ore di bombe volanti ne erano state esplose 43. In quell’occasione – ricorda il cronista israeliano – «la Cnn fece i salti mortali per mandare in diretta le esplosioni e una città, Tel Aviv, in fiamme in alcune zone». «Cable news network» fu la prima a mandare in onda quelle immagini. E lo fece dal terrazzo di una palazzina, affittato a peso d’oro.

© Leonard Berberi

I missili Scud su Tel Aviv – 18 gennaio 1991

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