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I ragazzi uccisi e gli errori della polizia su quel telefonino tracciato per un’ora e mezza

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

Hanno festeggiato. Si sono congratulati nella loro lingua. Hanno sottolineato quel numero – tre – a indicare il «bottino» di quella sera. Il tutto mentre sui sedili posteriori dell’auto, una Hyundai bianca che avrebbero dato alle fiamme poco dopo, ecco, il tutto mentre a pochi centimetri giacevano i corpi di due sedicenni e un diciannovenne. Giovanissimi ebrei uccisi a sangue freddo con la radio ad alto volume e mentre in un telefonino dei poliziotti cercavano di capire costa stava succedendo.

Per quanto possa risultare incredibile è successo questo il 12 giugno alle 22.25 ora locale (le 21.25 in Italia). Non appena Gil-ad Shaar, uno dei sedicenni, ha chiamato il 100, il numero del pronto intervento. Aveva realizzato da poco che quell’auto non l’avrebbe mai portato dove voleva. Aveva appena capito che le cose si erano messe male. Per lui, per il suo amico e coetaneo Naftali Fraenkel. E per Eyal Yifrach, più grande, incrociato per caso sulla strada della morte.

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

Le autorità – messe sotto pressione dall’opinione pubblica – hanno diffuso l’audio integrale della telefonata alla polizia fatta da Gil-ad Shaar. Dura due minuti e nove secondi. Sono anche l’ultima testimonianza delle vite dei tre ebrei. Ecco la trascrizione della chiamata, così come registrato dai dispositivi della polizia.

Poliziotto: Pronto polizia, parla Udi…
Gil-ad: Sono stato rapito…
Poliziotto: Pronto?
Rapitore: Giù la testa! Giù la testa!
Poliziotto: Pronto?
Rapitore: Giù giù la testa! Giù!
Poliziotto: Pronto?

A questo punto si sentono i ragazzi piangere. Subito dopo alcuni colpi di pistola.

Poliziotto: Pronto?
Gil-ad: Ah… (urla di dolore)
Poliziotto: Pronto?

Dalla radio dell’auto il suono è messo ad alto volume. Intanto la chiamata viene inoltrata ai piani superiori della centrale di polizia. A occuparsene è un alto ufficiale donna

Ufficiale donna: Pronto? Rispondete al telefono! Dove siete adesso?

L’unica risposta che arriva è una raffica di colpi di pistola. Poi le parole dei rapitori

Rapitore (in arabo): Dio benedica le tue mani! Ne abbiamo portati via tre!

Quindi si mette a cantare e a esprimere la sua gioia. Alla centrale di polizia la cosa non viene approfondita più di tanto. L’alto ufficiale fa otto tentativi di chiamata al numero di Gil-ad. Le prime tre volte risulta occupato. Le altre cinque risponde la segreteria telefonica. Si pensa ad uno scherzo. Del resto l’audio non è molto buono.

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

Quello che si è scoperto però è che il telefonino di Gil-ad ha continuato a trasmettere il suo segnale ancora per un’ora e mezzo dopo che i tre sono stati uccisi. L’ultimo contatto risale alle 23.50 nei pressi del villaggio palestinese di Dura dov’è poi stata ritrovata bruciata la Hyundai, con targa israeliana, usata per il rapimento. Ma nonostante questo ai soldati impegnati nelle ricerche è stato detto di controllare l’area di un altro paesino, quello di Beit Fajar, dove in realtà non c’era nulla da vedere.

Analizzando proprio il segnale del telefonino di Gil-ad gli investigatori sono riusciti anche a tracciare una rotta. Dalla statale 60, dove i ragazzi hanno fatto l’autostop, la Hyundai s’è diretta verso ovest, la vera destinazione dei giovani ebrei. Ma poco dopo l’auto ha fatto un’inversione di 180 gradi. È a questo punto, alle 22.24 che Gil-ad e gli altri hanno capito di essere finiti nei guai. Un minuto dopo è partita la telefonata alla polizia. Ma intanto l’auto stava andando a forte velocità prima verso est, poi verso sud, verso Halhul, dove poi sono stati trovati i corpi.

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Alle 23.30, circa, i rapitori – dopo aver bruciato la Hyundai e aver caricato i corpi dei ragazzi in un altro veicolo – sono arrivati nel villaggio di Halhul. Da qui si sono diretti verso un appezzamento di terreno su una delle colline a tre chilometri di distanza dove hanno poi gettato i cadaveri tentando di coprirli.

Ma è soltanto venerdì scorso che un testimone, ritenuto attendibile, ha raccontato ai servizi segreti che i corpi erano stati sepolti vicino Halhul e non gettati in cave o pozzi o, peggio, bruciati. La ricerca non è stata comunque facile, proprio per la posizione del terreno. In quell’area – hanno commentato i poliziotti – è difficile se non impossibile che qualcuno abbia visto o sentito qualcosa. Una volta scoperti tre corpi, sabato scorso, sono partiti gli accertamenti. E il resto è storia nota.

© Leonard Berberi

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Trovati morti i tre ragazzi rapiti. La rabbia di Netanyahu e lo choc di Israele

Il luogo dove sono stati trovati i corpi dei tre ragazzi rapiti (fermo immagine da Canale 2)

Il luogo dove sono stati trovati i corpi dei tre ragazzi rapiti (fermo immagine da Canale 2)

Era impossibile salvarli. Non c’è mai stata nemmeno la minima chance di rivederli vivi. Perché sono stati uccisi quasi subito. E gettati, come fossero oggetti, nel primo spazio disponibile. Lontani da occhi indiscreti e da strade ad alta percorrenza.

I vertici militari israeliani e i servizi segreti lo sapevano dal secondo giorno del rapimento. Troppi palestinesi, tra quelli fermati, fornivano la stessa versione: «Inutile cercarli, sono già morti. Il rapimento ha fatto troppo rumore, così se ne sono sbarazzati subito». Eppoi c’erano i risultati della Scientifica sulla Hyundai i35 usata per portarli via e poi data alle fiamme. C’erano colpi di pistola incastrati sui sedili posteriori. E qualche chiazza di sangue.

Resta ora da capire, nel pieno dell’emotività collettiva, se gli autori abbiano agito per convinzione, dietro un mandato preciso o, più banalmente, se erano criminali comuni che non hanno avuto di meglio da fare che rapire tre adolescenti e poi ucciderli. Un dettaglio, forse. Ma anche l’unico discrimine tra la guerra e la presa d’atto che il mondo va così, che il Male esiste e bisogna conviverci. O, almeno, provarci.

I soldati israeliani vicino al villaggio di Halhul, Hebron, alla ricerca dei tre giovani scomparsi domenica 29 giugno (foto di Hazem Bader / Afp)

I soldati israeliani vicino al villaggio di Halhul, Hebron, alla ricerca dei tre giovani scomparsi domenica 29 giugno (foto di Hazem Bader / Afp)

Termina nel più drammatico dei modi la ricerca dei sedicenni ebrei Naftali Frankel, Gil-ad Shaar e del 19enne Eyal Yifrach. L’ultima volta li hanno visti la sera del 12 giugno a pochi passi da Gush Etzion, insediamento popolato in Cisgiordania. Da quel momento è stato un continuo perquisire e bussare casa per casa, un lungo elenco di persone arrestate e una sfilza di polemiche da riempire giornali e servizi televisivi.

Poi la svolta drammatica, lunedì 30 giugno. I tweet criptici dei giornalisti israeliani. L’ordine del governo dello Stato ebraico che impone il silenzio a chi già sa che sono morti. Ma intanto la voce si sparge. Al Jazeera e Lbc, la tv del Libano, danno la notizia. «È difficile twittare tutte le informazioni che ho raccolto in questo momento sui ragazzi rapiti. La censura militare è davvero forte», si sfoga sul social network il cronista Barak Ravid che per il quotidiano Haaretz copre la sicurezza nazionale. Intanto una sessione del parlamento viene annullata all’ultimo minuto.

Ebrei in preghiera in Cisgiordania lunedì sera, dopo l'annuncio della morte dei ragazzi rapiti (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Ebrei in preghiera in Cisgiordania lunedì sera, dopo l’annuncio della morte dei ragazzi rapiti (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Poi il via libera alla divulgazione. E l’ufficializzazione di una cosa che ormai si sapeva da più di un’ora. Naftali, Gil-ad e Eyal non torneranno mai più a casa. I loro corpi sono stati trovati vicino Halhul, cinque chilometri a nord di Hebron. Di fatto non si sono mai allontanati dall’area delle ricerche.

In Israele centinaia di persone scendono in strada e pregano. Accendono candele. Cantano. Per le 21.30 locali (le 20.30 in Italia, nda) il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu convoca d’urgenza il consiglio di sicurezza. E annuncia: «Hamas la pagherà cara». «Provi a toccarci e aprirà le porte dell’Inferno», gli replicano da Gaza City. Intanto da tutto il mondo arriva il cordoglio per le tre vittime. L’Autorità nazionale palestinese segue a ruota Gerusalemme e si riunisce d’urgenza a Ramallah. La notte trascorre così, tra lacrime e rabbia, sgomento e paura. E razzi sparati qua e là sull’asse Israele-Gaza. Nel suo ufficio, da solo, Netanyahu ha cercato di prendere una decisione fino a notte fonda. Si saprà presto, molto presto, quale sarà.

© Leonard Berberi

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