attualità

Nono giorno di ricerche, ma i ragazzi rapiti non si trovano

Centinaia di soldati israeliani per le vie di Hebron, in Cisgiordania, alla ricerca dei tre giovani rapiti (foto di Hazem Bader/Afp)

Centinaia di soldati israeliani per le vie di Hebron, in Cisgiordania, alla ricerca dei tre giovani rapiti (foto di Hazem Bader/Afp)

Per ora è un girare a vuoto. E un continuo arrestare. Nella speranza che, almeno uno dei fermati, sappia qualcosa, abbia sentito o intuito, dia anche una minima indicazione. Perché a nove giorni dalla scomparsa la più grande caccia all’uomo – anzi: agli uomini – non ha portato a casa, non ancora, i sedicenni Naftali Frankel, Gil-ad Shaar ed Eyal Yifrach, di tre anni più grande.

L’ultima volta i tre sono stati visti la sera di giovedì 12 giugno nei pressi di Gush Etzion, uno degli insediamenti più grandi in Cisgiordania. Da allora: blitz nella zona di Hebron, arresti, diversi gruppi paramilitari palestinesi che rivendicano il sequestro. L’esercito israeliano ha chiesto sabato mattina anche l’intervento dei pompieri e delle unità specializzate nella ricerca e nel recupero delle persone in cave, sotterranei, zone difficili da raggiungere.

Ricerche notturne dei soldati israeliani anche per le vie di Ramallah, la città più importante della Cisgiordania (foto di Abbas Moma/Afp)

Ricerche notturne dei soldati israeliani anche per le vie di Ramallah, la città più importante della Cisgiordania (foto di Abbas Moma/Afp)

Si cerca ovunque. Attorno a Hebron. Dove una zona a nord è stata dichiarata off limits. Nel sud della Cisgiordania. La scorsa notte sono state perquisite 140 case e arrestate una decina di persone. «Con gli ultimi interventi dell’esercito siamo a 330 palestinesi fermati dall’inizio dell’operazione», hanno calcolato dall’ufficio stampa dell’Idf. Mentre un sessantenne, secondo la Radio militare israeliana, è morto per un attacco cardiaco mentre cercava di opporsi alla perquisizione della sua casa.

«Sappiamo che i nostri ragazzi e i loro rapitori sono ancora nella West Bank», ha dichiarato un alto ufficiale israeliano alla tv locale Canale 10. «Hanno tentato di portarli prima in Giordania, poi nella Striscia di Gaza, quindi in Egitto, nel Sinai, ma non ce l’hanno fatta». Insomma, il cerchio si stringe. Anche se mancano ancora molte, troppe cose. Una su tutte: gli autori. Bisogna capire prima chi siano. Cosa vogliano. Perché l’abbiano fatto. E non è facile districarsi nelle vie di una terra brulla che incentiva soltanto la confusione.

Un soldato israeliano dell'Idf cammina in una via di Hebron alla ricerca delle telecamere di sicurezza installate nei negozi palestinesi per capire se è possibile riuscire a recuperare i filmati e trovare tracce dei tre giovanissimi rapiti (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Un soldato israeliano dell’Idf cammina in una via di Hebron alla ricerca delle telecamere di sicurezza installate nei negozi palestinesi per capire se è possibile riuscire a recuperare i filmati e trovare tracce dei tre giovanissimi rapiti (foto di Majdi Mohammed/Ap)

Il gesto è, con ogni evidenza, anche politico. Perché per un Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, che attacca Hamas e dichiara di ritenere responsabili per il destino dei tre ragazzi i vertici dell’Autorità nazionale palestinese, ecco che dall’altra parte c’è proprio il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, che condanna il rapimento, chiede di liberarli e mette in campo tutti i suoi uomini per aiutare lo Stato ebraico nelle operazioni di ricerca.

Da Gaza City la replica non s’è però fatta attendere. «Gl’israeliani non pensino di spaventarci o di annichilirci con queste operazioni. La nostra popolarità, anzi, non potrà che aumentare dopo questi blitz», ha attaccato Sami Abu Zuheiri, portavoce di Hamas. Ma anche da Gerusalemme non mancano le critiche all’operazione. «Quella dell’esercito nella West Bank è un atto di puro terrorismo», ha commentato Hanin Zoabi, deputato al parlamento israeliano con il partito arabo “Balad”, a una trasmissione tv su Canale 2.

Alla fine, in sottofondo, restano loro: i genitori dei tre giovanissimi. Venerdì sono stati ricevuti nella residenza ufficiale di Netanyahu (sopra, il video). Il primo ministro li ha accolti con la moglie Sarah. Li ha rincuorati. E ha fatto loro una promessa, l’unica che si può fare a mamme e papà che da un momento all’altro non hanno visto i figli aprire la porta di casa per andare a dormire. «Li riporterò tra le vostre braccia, sani e salvi», ha detto Netanyahu. «Gli autori di questo scempio la pagheranno cara. Li rincorreremo casa per casa, li staneremo e li puniremo». E mentre glielo diceva si capiva che sul destino di Naftali, Eyal e Gil-ad si gioca anche quello – politico, umano e storico – di Netanyahu.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Il premier Netanyahu: il futuro d’Israele è dietro le barriere. “Oltre c’è il terrorismo”

Muri. E barriere. E reti. A nord. A est. A sud. Tranne a ovest, ché la protezione c’è già: si chiama mar Mediterraneo. «Ma che razza di Paese lasceremo in eredità ai nostri figli?», si stanno chiedendo in molti ora. A due settimane dalle elezioni. A quindici giorni da un appuntamento decisamente più importante di quanto non si voglia far credere.

Perché, almeno a sentire il probabile vincitore del 22 gennaio prossimo, il futuro non è poi così roseo. Ma, anzi, fatto di cemento, reticolati, divise e congegni elettronici in grado di intercettare oggetti volanti indesiderati e – soprattutto – esplosivi.

Dice il premier uscente Benjamin Netanyahu – candidato con un listone di destra formato dal suo partito (Likud) e da quegli oltranzisti di Yisrael Beitenu (dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman) – ecco, dice Netanyahu che il futuro dello Stato ebraico è ormai segnato: il Paese si deve difendere, si deve isolare dal resto del Medio oriente, deve prevenire le instabilità politiche dei vicini arabi e dei vuoti di potere, del Jihad islamico e dei razzi di Hamas, Hezbollah, Teheran e – chissà – del Cairo, nel caso a quegli inaffidabili dei Fratelli musulmani venisse voglia di incendiare l’area.

Un soldato israeliano di pattuglia lungo il confine con la Siria nelle Alture del Golan, nei pressi del villaggio di Majdal Shams (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Un soldato israeliano di pattuglia lungo il confine con la Siria nelle Alture del Golan, nei pressi del villaggio di Majdal Shams (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

E, proprio per evitare tutto questo, c’è una sola opzione, secondo il primo ministro dello Stato ebraico: circondare il Paese di barriere. Perché è il futuro degl’israeliani. Dal Golan al Sinai. Da Rosh HaNikra, al confine con il Libano, a Tsofar, ultimo avamposto prima della Giordania. Tirare su tutto: barriere, blocchi di cemento, torri di controllo, pattugliamenti 24 ore su 24, dispositivi dell’Iron Dome – la cupola d’acciaio – per difendere i cieli israeliani da razzi sparati per errore o per dolo.

«Ma Netanyahu è in preda a visioni messianiche?», s’è chiesto Yuval Diskin. Non un politico. Nemmeno un candidato. Ma l’ex numero uno dello Shin Bet, l’agenzia che si occupa della sicurezza interna. «Sono semplicemente una persona che mantiene i piedi saldamente a terra», gli ha replicato il primo ministro. «E lo dimostra il fatto che due anni fa, quando tutti erano entusiasti, ero tra i pochi a dire che la “Primavera araba” sarebbe stata anche una fonte di problemi per lo Stato ebraico».

Al netto delle dichiarazioni politiche, restano le operazioni sul campo. Pochi giorni fa Netanyahu ha visitato il confine che corre lungo il Sinai egiziano. S’è complimentato per aver trasformato l’area da «deserto aperto e pieno d’insidie» a terra moderna «con una solida barriera di 230 chilometri di lunghezza e 5 d’altezza». La barriera, a dire il vero, era stata progettata per bloccare i migranti in arrivo dall’Africa. Ma ora, dopo la caduta di Mubarak, serve anche a ostacolare eventuali infiltrazioni di terroristi islamici.

La rete alta 5 metri che separa il Sinai egiziano dal territorio israeliano (foto di Moshe Milner  /GPO / FLASH90)

La rete alta 5 metri che separa il Sinai egiziano dal territorio israeliano (foto di Moshe Milner /GPO / FLASH90)

Una realtà tanto consolidata da spingere lo stesso Netanyahu a spiegare che il prossimo passo è quello del Golan. E non solo. «L’obiettivo del nuovo governo – ha detto il premier – sarà quello di proteggere l’intero territorio nazionale con ”Cupole di ferro”, oltre a completare la costruzione della Barriera di sicurezza anche sul Golan». Il perché è presto spiegato. Assad sta perdendo pezzi. Ampie zone della Siria non sono più controllate da Damasco. E il rischio di infiltrazioni e di attacchi terroristici è così cresciuto. Da qui la necessità di sostituire i vecchi reticolati di confine con una nuova e moderna barriera.

Secondo i giornali locali sarebbero stati completati già i primi quattro chilometri. Sarebbero visibili attorno alla città drusa di Majdal Shams, da dove si può chiaramente vedere il confine con la Siria. Se i calcoli della stampa sono giusti, vuol dire che restano da costruire altri 54 chilometri. E poi l’isolamento – volontario o imposto – sarà completato.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Israele, i clandestini rischiano fino a 3 anni di carcere (e senza processo)

Fino a tre anni di detenzione preventiva. E senza processo. La Knesset, il parlamento israeliano, ha varato nuove norme sull’immigrazione illegale che inaspriscono le pene nei confronti dei clandestini. L’iniziativa – oggetto di critiche e polemiche – si inserisce in un più generale inasprimento della legislazione contro l’immigrazione clandestina promosso dal governo di Benjamin Netanyahu e dalla maggioranza di destra che lo sostiene.

Fra le conseguenze più controverse, è prevista l’estensione a immigrati e richiedenti asilo di norme “draconiane” introdotte nei decenni scorsi contro l’infiltrazione di potenziali terroristi e condanne fino all’ergastolo per clandestini colpevoli di reati rilevanti contro il patrimonio.

Il ministero dell’Interno ha difeso la linea dura ricordando gli ultimi dati sull’aumento del flusso di immigrati in arrivo in Israele dall’Africa attraverso il Sinai (spesso con l’obiettivo di raggiungere poi l’Occidente): dati illustrati di recente con allarme dallo stesso premier Netanyahu.

L’opposizione parlamentare di sinistra e alcuni deputati della minoranza araba hanno invece denunciato i nuovi provvedimenti come «anti-democratici», in contrasto con i principi internazionali basilari di tutela dei migranti. Diverse organizzazioni non governative israeliane impegnate sul fronte dei diritti umani hanno a loro volta accusato la destra di governo d’essere ossessionata da qualsiasi fenomeno possa intaccare – anche solo in teoria – «l’identità ebraica» del Paese. E hanno comunque bollato come sproporzionate e discriminatorie alcune delle norme approvate oggi.

Standard
attualità, commenti, politica

La solitudine di Israele

Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivato il chiarimento di Ankara: con Israele tagliamo i cordoni sì, ma solo quelli militari e diplomatici. Gli altri, quelli economici, restano così come sono. Del resto, chi è quel pazzo disposto di questi tempi a buttare al vento almeno quattro miliardi di interscambi commerciali all’anno?

E allora. Turchia e Israele ai ferri corti. Ormai è ufficiale. Del resto l’andazzo di Erdogan (foto sopra, a destra Netanyahu), sempre più leader islamico indiscutibile del Medio Oriente, è questo da mesi. A prescindere dagli incidente a bordo della nave Mavi Marmara dell’anno scorso al largo di Gaza. La nuova linea diplomatica di Ankara – stando ai bene informati – sarebbe stata decisa già nel 2009. Quando in un colloquio riservato il premier turco avrebbe fatto capire che gli equilibri dell’area sarebbero cambiati presto e che bisognava riposizionarsi nello scacchiere. «Israele non potrà godere più di tanto dell’appoggio americano, visto il declino della potenza», avrebbe detto Erdogan ad alcuni dei suoi. «L’Iran sarà sempre più debole a livello internazionale e le pressioni palestinesi per il riconoscimento di un vero e proprio Stato sui confini del 1967 usciranno dai confini locali». Certo non avrebbe previsto il crollo dell’Egitto, Erdogan. Ma avrebbe dato per certo una rivolta contro Assad in Siria.

Un premier turco lungimirante? Forse. Anche se i primi passi concreti sono arrivati solo in queste settimane. Recapitando un messaggio devastante per Israele: attenti, ora siete soli. E infatti a Tel Aviv come a Gerusalemme si parla soprattutto di questo: dell’isolamento. Politico, sì. Militare, soprattutto. Perché la Turchia non era solo un partner strategico. Era una pedina importante che permetteva di stare sicuri sia dal Libano (intendi: Hezbollah) che dalla Siria e dalla Striscia di Gaza (leggi: Hamas).

Gli analisti israeliani ritengono esagerate le reazioni di Tayyip Recep Erdogan dopo le mancate scuse dello Stato ebraico dolo il blitz sulla Freedom Flottiglia. «A meno che – è il ragionamento di alcuni di loro – questa delle scuse ufficiali non sia soltanto una… scusa». Un motivo per staccarsi da un alleato che, nell’area, è sempre più scomodo per i turchi. C’è poi chi, come Dan Margalit – ormai l’unico portavoce del premier israeliano sulla stampa – scrive sul quotidiano nazionalista free press “Israle ha-Yom” (Israele Oggi) che «Erdogan soffre della malattia mentale dell’antisemitismo». E ancora: «Il premier turco coltiva ambizioni neo-imperiali islamico-ottomane con lo scopo di conquistare il primato nel mondo arabo a spese di noi ebrei».

A livello ufficiale, dalle parti di Gerusalemme, la linea è solo una: «A Erdogan non si risponde». Poi, come sempre è successo in questo governo Netanyahu un po’ allo sbando in fatto di politica estera, ecco poi è successo che un ministro, Yisrael Katz (Trasporti), abbia detto – «a titolo personale» – che «le scuse per la questione della Flottiglia restano fuori discussione: la Turchia le lega a una revoca del blocco navale di Gaza che aprirebbe la porta ai traffici di armi di Hamas».

Certo, sostengono gli stessi analisti, Gerusalemme ha fatto la sua parte. La diplomazia «a trazione nazionalista» del premiere Benjamin Netanyahu «ha fallito in lungo e in largo», dice chi queste cose le segue da tempo. E alla fine il nome al centro, oltre a quello del premier, è sempre il solito: Avigdor Lieberman (dietro al premier, nella foto poco sopra). Il ministro degli Esteri, il responsabile delle relazioni con il resto del mondo, non ha mai nascosto il suo volto nazionalista. Che fosse con i musulmani o con gli ebrei. Gl’imbarazzi, ecco, non sono mancati nemmeno quelli. Il fatto è che dopo un po’ le cancellerie di stanza a Tel Aviv hanno smesso di chiamare lui, «Yvette» Lieberman. Qualche ambasciatore occidentale non ha più alzato la cornetta. Qualcun altro ha preferito parlarne direttamente con il premier.

Ora arriva la prova decisiva, quella del 20 settembre. Quando i vertici palestinesi si dovrebbero rivolgere all’Onu per chiedere il riconoscimento dei diritti di sovranità di uno Stato di Palestinese indipendente, con Gerusalemme Est capitale e con i confini esistenti prima della Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’Anp dice che avrà il sì di almeno 140 Paesi. Difficilmente il voto porterà subito alla creazione dell’autorità indipendente, ma è anche vero che sono numeri che ormai pesano. E che l’amministrazione Usa non è più in grado di ignorare. Soprattutto alla luce della crisi tra Israele e Turchia.

Non che il resto non conti nulla. Nel nuovo scenario – quello dell’isolamento politico-diplomatico israeliano – fanno ancora più paura i confini per nulla sicuri con l’Egitto lungo il Sinai, Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e quelle fazioni radicali che premono lungo il confine con la Siria, nell’Altura del Golan, in un Paese ormai allo sbando. La sindrome dell’accerchiamento – temuta, prospettata, studiata ed evitata per decenni – rischia di diventare qualcosa di più concreto. E i venti di guerra qualcosa di più di uno scenario da guerrafondai. Basta leggere le reazioni ufficiali del governo di Cipro (membro Ue): «Il nostro Paese farà di tutto per fermare la guerrafondaia Turchia». Li han chiamati proprio così, i turchi: «guerrafondai». Certo, la scusa ufficiale era la minaccia di Ankara di rivedere certi progetti di ricerca di risorse di gas naturale dopo la rottura con Israele. Ma il messaggio di fondo puntava chiaramente ad altro: a salvaguardare il fragile equilibrio dell’isola. E dell’area. Anche a costo di una spedizione militare. Trascinando così l’intera Europa. Che, a dire il vero, sembra dormire.

Leonard Berberi

Standard
attualità

Israele, il muro contro i clandestini costruito (anche) dagli immigrati

Un muro contro gli immigrati costruito dagl’immigrati. È quel che sta succedendo da alcuni mesi in Israele dove il governo sta tentando in tutti i modi di frenare gli ingressi illegali dal fronte sud – quello egiziano – costruendo una barriera anti-infiltrazione al confine, un po’ come hanno fatto gli Stati Uniti con il Messico.

Solo che a costruire la recinzione, secondo il quotidiano Haaretz, ci sarebbero anche migranti eritrei che hanno chiesto asilo politico nello Stato ebraico, nonostante la legge vieti a questi di lavorare. Il progetto prevede un muro affiancato da recinzioni elettriche per interrompere il flusso di clandestini che arrivano dalla penisola del Sinai. Ma la progettazione ha sollevato critiche da parte di associazioni per i diritti umani e di settori dell’opinione pubblica interna.

Scrive Haaretz che il governo israeliano «per realizzare la barriera starebbe assoldando migranti eritrei, approdati nel Paese con la speranza di ricevere uno status di rifugiati politici». «Lo Stato – attacca il giornale – impedisce che i datori di lavoro possano assumere coloro che chiedono asilo, ma non rispetta esso per primo tale divieto».

Il riferimento è a una clausola varata di recente dal ministero dell’Interno, nell’ambito dell’irrigidimento delle norme contro l’immigrazione illegale, la quale stabilisce che i rifugiati politici, pur avendo diritto a visti temporanei, «in nessuna circostanza possono lavorare in Israele in attesa che la loro istanza venga definita».

Il Centro di assistenza ai rifugiati africani in Israele (Ardc) ammette che sull’argomento c’è ancora gran confusione, ma nega in parte l’accusa di Haaretz. «Grazie a una successiva sentenza dell’Alta corte di giustizia – ha detto un funzionario – i migranti africani possono ancora essere impiegati, almeno fino a quando non sarà ultimato un centro di accoglienza che il governo sta costruendo nel sud del Paese».

Intanto, il dramma dei profughi africani continua. Molti non riescono a superare il deserto, gli agguati dei predoni, gli spari delle guardie di frontiera.

Leonard Berberi

Standard
attualità, economia, politica, sport

Peres fa litigare Real Madrid e Barcellona. E a Tel Aviv attivista gay nominato giudice

Real Madrid e Barcellona litigano per “colpa” di Simon Peres
Una certa tensione si è creata fra la dirigenza del Real Madrid e quella del Barcellona ai margini di una visita ufficiale che il capo dello Stato israeliano Shimon Peres si accinge a compiere in Spagna. Secondo il quotidiano israeliano “Maariv”, Peres – che si reca domani a Madrid per celebrare solennemente il 25/mo anniversario dei rapporti diplomatici fra i due Paesi – ha chiesto di incontrare illustri esponenti del calcio locale. Il suo interesse deriva anche dalla convinzione che il calcio possa unire israeliani e palestinesi. Da anni, infatti, il centro “Peres per la pace” si prodiga ad organizzare allenamenti congiunti e partite fra giovani atleti delle due parti. Peres, prosegue il giornale, ha ottenuto senza difficoltà un incontro con l’allenatore Josè Mourinho e, sembra, anche con Cristiano Ronaldo. Ma quando ha chiesto di includere nella sua breve visita a Madrid anche un colloquio con la star del Barcellona Lionel Messi «le sopracciglia dei madrileni – scrive Maariv – si sono inarcate in un gesto di disapprovazione». Malgrado l’età avanzata, il presidente israeliano non si è perso d’animo e ha esplorato la possibilità di compiere lui stesso una puntata in elicottero a Barcellona, oppure di chiedere a Messi di raggiungerlo a Madrid. Ma questi progetti, finora, non sembrano realizzabili. In una nota l’ufficio di Peres ha precisato che l’intenzione di incontrare Messi ed il presidente del Barcellona resta comunque sul tavolo: «se non in questa, magari in una occasione futura». (Ansa)

Il confine israelo-egiziani (foto Associated Press)

Rapiti tre soldati egiziani al confine con lo Stato ebraico
Uomini mascherati hanno rapito tre soldati egiziani messi a guardia di una parte della frontiera con Israele, nella penisola del Sinai. Lo hanno resto noto i vertici militari del Cairo che hanno anche spiegato che i rapitori – tutti armati – sono arrivati a bordo di tre macchine, nella giornata di sabato, e hanno costretto i tre soldati ad entrare in macchina. La vicenda pare sia legata allo scontro armato che ha visto protagonisti trafficanti di droga (verso Israele) e soldati egiziani. Per ora non è giunta nessuna rivendicazione. (Ap)

Nominato giudice un esponente della comunità gay
La comunità gay in Israele ha accolto con soddisfazione la nomina di uno dei suoi esponenti di spicco, l’avvocato Dori Spivak (42 anni), alla carica di giudice nel Tribunale del lavoro di Tel Aviv. Secondo la stampa, si tratta di un precedente significativo per il Paese. Spivak è da molti anni uno dei protagonisti della lotta di omosessuali e lesbiche per l’emancipazione sociale. Nel 1997 si impose alla attenzione pubblica quando di fronte alla Corte Suprema si impegnò in un confronto con il ministro dell’istruzione Zevulun Hammer (del Partito Nazional-Religioso) per costringere una televisione pubblica a trasmettere un programma sulla omosessualità giovanile. Nel 2004, inoltre, vinse un’altra battaglia giudiziaria quando ottenne il riconoscimento del diritto all’eredità per le coppie riconosciute di omosessuali e lesbiche. (Ansa)

Yussuf al-Kardawi, discusso leader religioso della corrente sunnita, non ha mai nascosto il suo apprezzamento per il martirio contro gli interessi occidentiali e israeliani (foto di Graeme Robertson / Getty Images)

Gaza, Hamas invita nella Striscia lo sceicco al-Kardawi
Lo sceicco Yussuf al-Kardawi, una delle più stimate autorità nel mondo islamico (almeno nella corrente sunnita) è stato invitato da Hamas a compiere una visita a Gaza, dopo che ieri ha arringato una folla straripante nella piazza Tahrir del Cairo. Fonti locali riferiscono che quelle immagini hanno emozionato il capo dell’esecutivo di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, il quale ha subito telefonato ad al-Kardawi per chiedergli di compiere una visita nella Striscia. Secondo le fonti è possibile che essa abbia luogo, anche se finora i suoi tempi non sono stati fissati. Esponente di primo piano dei Fratelli Musulmani, al-Kardawi era stato costretto ad abbandonare l’Egitto trenta anni fa e vi aveva fatto ritorno per una breve visita solo lo scorso dicembre, ospite della Moschea al-Azhar. Il discorso dell’influente leader religioso nella piazza Tahrir è stato seguito con preoccupazione da alcuni mass media israeliani i quali hanno rilevato che nei primi anni dell’ intifada al-Kardawi giustificò il ricorso dei palestinesi a ‘bombe-umanè che seminarono la morte nelle città israeliane ed incoraggiò gli attivisti della rivolta a condurre una lotta senza quartiere e ad oltranza contro gli ebrei in quanto tali. (Ansa)

Turismo, nel 2010 balzo del 32% dei turisti italiani
In un anno sono stati il 32% in più gli italiani che hanno scelto Israele per le vacanze. Nel 2010 sono partiti 157.000 turisti e l’Ufficio nazionale israeliano del turismo è sicuro che il numero raggiungerà i 180.000 nel 2011. Grande soddisfazione allo stand di Israele alla Bit, sistemato, senza tenere conto della collocazione geografica come per quasi tutti gli altri stati, in una postazione tra Portogallo e Polonia. «Abbiamo sentito qualche malcontento dagli altri paesi – dicono i tour operator israeliani – ma da noi sta andando anche meglio degli anni scorsi». «Siamo l’unica democrazia del vicino oriente – aggiungono -, certo quello che sta accadendo nei paesi nordafricani potrebbe danneggiare anche noi, anche perché chi arriva da lontano magari non fa tanta differenza». «Il ministero israeliano del turismo ha deciso di investire oltre 3 miliardi e mezzo di euro nel turismo – spiega Tzui Lotan, direttore dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo -. Un grande sforzo che dovrebbe portare all’arrivo di 4 milioni di turisti e a 15.000 nuovi posti di lavoro». Tra le proposte portate alla Bit per attirare gli italiani ci sono soprattutto i percorsi religiosi e i pellegrinaggi. (Ansa)

(a cura di leonard berberi)

Standard
attualità

Venti di guerra tra Israele e Iran. Ecco la nuova politica militare di Ahmadinejad

Ventiquattr’ore dopo, l’atmosfera è completamente cambiata. E dalla relativa tranquillità si è passati ai venti di guerra. Ieri Ehud Barak, ministro israeliano della Difesa, ha detto che il vuoto politico in Egitto non creava problemi di sicurezza per lo Stato ebraico. Oggi, nel più assoluto silenzio, due navi iraniane si sono avvicinate al canale di Suez in direzione Siria senza nessun problema. E a quel punto lo Stato ebraico è ripiombato nel terrore.

La fregata Alvand e il cruiser (nave da guerra) Kharg, due vascelli appartenenti alla marina militare della repubblica islamica, vorrebbero arrivare sulle coste libanesi – ormai controllate da Hezbollah – per trasportare merce non meglio identificata verso la Siria.

Iran, Libano, Siria. Se non è un incubo per Israele, poco ci manca. Gerusalemme ha alzato la voce e per bocca del ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, ha definito le manovre di Teheran «una provocazione». Da Beirut gli ha replicato il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che si è detto impaziente di iniziare una guerra con lo Stato ebraico e di conquistare la Galilea.

È a quel punto che s’è fatto sentire direttamente il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. «Chi si nasconde in un bunker da cinque anni continui a restarci», ha detto il capo del governo, riferendosi a Nasrallah, che da mesi non si fa vedere in giro per paura di essere ammazzato. Netanyahu ha poi aggiunto che «nessuno deve dubitare della capacità di Israele di difendersi».

Le due navi iraniane sono state avvistate per la prima volta dal Mossad il 6 febbraio scorso al porto saudita di Gedda. Non era mai successo – da quando esiste l’Arabia Saudita – che navi da guerra della Repubblica islamica si servissero dei suoi porti. Un po’ perché il regno saudita, insieme al deposto Mubarak, hanno sempre cercato di contenere l’irruenza geopolitica dell’Iran. Un po’ perché il partner privilegiato è lo Stato ebraico, non Teheran.

Ma da quando Mubarak non c’è più, l’Arabia Saudita ha cambiato politica. E ora Israele si chiede se abbia ancora senso fare totale affidamento sul più importante servizio segreto del mondo, il Mossad appunto, dimostratosi incapace non solo di prevedere il tracollo in Egitto, ma anche la nuova politica militare di Ahmadinejad.

Per ora gli analisti contano i danni. E sintetizzano il nuovo corso mediorientale dell’Iran. Un nuovo andazzo, quello di Teheran, che ha un bel po’ di obiettivi. Primo: tagliare il più possibile, nel Golfo Persico, le principali rotte che la marina militare americana percorre per rifornimenti e rinforzi. Secondo: stabilire nel canale di Suez una flotta militare iraniana in modo tale da poter controllare uno snodo importantissimo per l’Europa e dove ogni giorno passa il 40% delle navi commerciali a livello mondiale. Terzo: portare una massiccia presenza militare il più vicino possibile al Cairo e al Nilo così da spingere le nuove forze governative egiziane ad unirsi all’alleanza di Iran, Siria, Iraq e Turchia. Quarto: creare un corridoio marittimo esclusivo che parte dall’Iran, approda nel Golfo Persico, attraversa il Mar Rosso, prosegue verso il canale di Suez e termina direttamente in Libano. Quinto: isolare il Sinai dal resto dell’Egitto con l’obiettivo di annetterlo alla Striscia di Gaza, facendolo gestire quindi dagli amici di Hamas. Sesto (e più pericoloso): assediare, con la propria marina militare, lo Stato d’Israele.

© Leonard Berberi

Standard