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Netanyahu in bilico e lo spettro delle elezioni anticipate

Yair Lapid, leader di "Yesh Atid" e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d'Israele e leader del "Likud" (foto Flash 90)

Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d’Israele e leader del “Likud” (foto Flash 90)

Domenica sera erano entrambi allo stadio di Haifa a seguire la sfida Israele – Bosnia, valida per Euro 2016. La partita l’hanno vinta i padroni di casa per tre a zero. Ma gli occhi dei giornalisti politici erano tutti verso quei due lì. Seduti a qualche metro di distanza. Il primo in una saletta vip con il figlio. Il secondo in mezzo ai tifosi, con cappello evidente e bandierina con la stella di Davide. I due – il premier Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze Yair Lapid – non si sono nemmeno degnati d’uno sguardo. D’un sorriso. D’una foto di fronte ai cronisti.

Perché il primo, Netanyahu, è dato dagli analisti ormai sulla via d’uscita. Il secondo, Lapid, colui che l’accompagnerà – nemmeno tanto con le buone – verso la pensione anticipata. Per questo i rapporti nella coalizione di governo sono ormai arrivati a questi livelli. Con Lapid che – scrive Haaretz – non parla da una settimana con gli esponenti del Likud, il partito di Netanyahu. Figurarsi contattare Netanyahu stesso. E con Netanyahu che da giorni fa capire, fa trapelare, fa intuire che Lapid ha messo in moto una manovra per farlo fuori dal governo. Dalla politica.

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Che qualcosa non andasse si era capito quando Lapid aveva dato buca a una serie di incontri con i responsabili economici del partito di Netanyahu. Incontri importanti, fissati per decidere i punti principali della nuova manovra finanziaria del Paese, ora che i conti hanno rallentato più del previsto. Ma da Yesh Atid respingono tutte le accuse e rilanciano: «Netanyahu deve smetterla di assecondare le posizioni più estreme del suo partito pur di vincere le primarie del Likud di gennaio».

Lo stallo è di difficile risoluzione. Perché secondo gli analisti Lapid non avrebbe i 61 deputati (su 120) per cacciare Netanyahu e formare un nuovo esecutivo. Ma allo stesso tempo Netanyahu non può cacciare Lapid altrimenti non avrebbe più la maggioranza alla Knesset, il parlamento.

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia (foto da Facebook)

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia (foto da Facebook)

La furia del premier si dovrebbe scagliare anche contro Tzipi Livni, ministro della Giustizia, delegata ufficiale d’Israele nei colloqui di pace (ora fermi) con i palestinesi e leader del partito Hatnuah. Ma per fare anche a meno di lei Netanyahu dovrebbe far entrare in coalizione tutti i partiti ultraortodossi ora all’opposizione. Risultato: un governo a forte, fortissima, trazione di estrema destra. Opzione praticabile. Se non fosse per il fatto – fa notare Haaretz – che uno dei «falchi» del governo, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu), odia i partiti religiosi.

Lo spettro delle elezioni anticipate – come auspica un altro partito ultrareligioso, lo Shas, se vogliono far fuori Netanyahu – sembra proprio alle porte. E diversi dirigenti del Likud le danno per scontate subito dopo le primarie di gennaio. Anche se il rischio – secondo il primo ministro – è che Yair Lapid faccia cadere il governo subito dopo l’ok alla manovra finanziaria.

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Se però Netanyahu non si è ancora espresso pubblicamente sul caos nel governo, ma ha fatto parlare i suoi, Lapid si è fatto vedere di fronte alle tre tv principali – Canale 1, Canale 2 e Canale 10 – e a tutte e tre ha detto la stessa cosa: non c’è nessun piano per rovesciare l’esecutivo, non ha nessuna intenzione di prendere il posto di Netanyahu o di andare al voto anticipato.

«Non penso abbiamo bisogno di un altro governo o i nuove elezioni», ha detto Lapid. «E non penso che qualcuno voglia queste cose. Non mi piacciono gli ultimatum, le minacce o le “linee rosse”. Non credo ne abbiamo bisogno», ha replicato a un articolo di Yedioth Ahronoth che invece parlava di un Lapid deciso a far fuori Netanyahu proprio a suon di ultimatum e «linee rosse». «Però se il primo ministro vuole andare urne allora si vada alle urne», ha chiarito Meir Cohen, collega di partito di Lapid e ministro per il Welfare.

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

A destabilizzare la coalizione è l’atteggiamento di Netanyahu nei confronti dei colloqui di pace con i palestinesi e delle sue politiche in Cisgiordania. Le formazioni di centro e di sinistra del suo governo attaccano il premier per aver fatto fallire i negoziati e per aver accentuato le tensioni con gli arabo israeliani invitandoli – pochi giorni fa – ad andare a vivere nell’Autorità palestinese se non si trovano bene nello Stato ebraico.

Una tensione che ha raggiunto ufficialmente il picco domenica quando Netanyahu ha deciso di scavalcare il ministro della Giustizia, Tzipi Livni: se Livni proponeva di mandare per la seconda volta in commissione Affari legislativi un disegno di legge molto contestato – quello che prevede l’ufficializzazione dell’ebraicità dello Stato d’Israele – Netanyahu ha stabilito che era finito il tempo della discussione: quel disegno di legge va discusso alla prossima riunione di governo così da essere votato direttamente in parlamento. Una mossa che preoccupa diverse cancellerie occidentali. A partire da quella americana.

© Leonard Berberi

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E Mohammed sparì dalla classifica dei nomi dei neonati israeliani

Bimbi nati da poco in Israele nell'ultimo anno (foto di Tzvika Tishler/Ynet)

Bimbi nati da poco in Israele nell’ultimo anno (foto di Tzvika Tishler/Ynet)

E Mohammed dov’è? Ok, molti neonati li hanno chiamati – e sono soltanto i «primi» dieci, anzi dieci sui primi dodici – Yosef (o Yusef), Daniel, Uri, Itai, Omer, Adam, Noam, Ariel, Eitan, David. Ma Mohammed (Maometto in italiano, come il profeta dell’Islam) dov’è? Perché non compare nella lista? Eppure, cifre alla mano, è il nome più dato nell’ultimo anno in Israele. Per non parlare di Ahmed, che dovrebbe stare al nono gradino, lì tra Noam e Ariel. Scomparso pure lui.

«Psst! Il nome più popolare tra i neonati in Israele è in realtà Mohammed», titola – senza giri di parole – il quotidiano israeliano (di sinistra) Haaretz. E in un commento parla di «un’altra forma di razzismo che in Israele è stata istituzionalizzata». Ed è proprio da qui che scoppia il putiferio. «Si è trattato di una via di mezzo tra un errore e un malinteso», assicura l’Autorità per la popolazione, l’immigrazione e le frontiere, l’ente governativo che ha stilato la classifica. «L’elenco considera soltanto i nomi ebraici per la ricorrenza del Rosh Hashana, il capodanno ebraico».

«Ma quale errore? Ma quale malinteso? Questo è l’ennesimo esempio di quanto 1,4 milioni di arabo-israeliani siano in realtà “invisibili” per l’autorità centrale», attaccano le organizzazioni che si battono per la tutela dei diritti di un 20% della popolazione, gli arabo-israeliani appunto. Mentre il New York Times parla di «conspicuous absence», di mancanza evidente in una classifica pubblicata sempre poche ore prima del nuovo anno ebraico.

Una famiglia israeliana di religione ebraica al Sacher Park di Gerusalemme (foto di Marc Israel Sellem / The Jerusalem Post)

Una famiglia israeliana di religione ebraica al Sacher Park di Gerusalemme (foto di Marc Israel Sellem / The Jerusalem Post)

«Gli arabi – ricorda il quotidiano americano – sono stati nel Parlamento israeliano sin dalle origini, dal 1949. Ma da allora soltanto uno è stato ministro». Tutti gli altri deputati e basta. Non che la cosa, nel resto delle istituzioni sia diversa. Prendiamo per esempio i media elettronici. «In televisione se vediamo le prime serate di Canale 1, Canale 2, Canale 10 non vediamo arabi alla conduzione», denuncia Hassan Jabareen, direttore di Adaleh, organizzazione a tutela degli arabo-israeliani.

«Ciascuno di questi canali ha pure gli esperti in affari arabi – continua Jabareen –, ma nessuno di questo lo è davvero, sono ebrei pure loro. Il risultato è che l’unico messaggio dato agli israeliani è questo: gli arabi sono degli estranei, per questo ci serve un mediatore tra noi e loro». «Forse era meglio mettere un asterisco in fondo – ragiona Sabine Haddad, portavoce dell’Autorità – e spiegare che i nomi arabi erano stati lasciati fuori».

Preso il calendario ebraico, nell’ultimo anno sono nati 176.230 bambini: 90.646 maschi, 85.584 femmine. I nuovi Mohammed sono 1.986, i Yosef (o Yusef) 1.173, i Daniel 1.088 e gli Uri («luce mia», in ebraico) 1.071. Tra le femmine i dieci più registrati sono stati: Tamar, Noa, Shira, Adele, Talia, Yael, Leanne, Miriam, Maya, Avigail. La popolazione complessiva, poi, sfiora i 9 milioni di abitanti, 8.904.373 per la precisione. Mohammed compresi.

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Oron, Guy e l’ombra della «direttiva Hannibal»

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l'ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Soldati israeliani nei pressi di Sderot, l’ultima cittadina israeliana, prima della Striscia. Sullo sfondo le colonne di fumo che si levano proprio da Gaza (foto Andrew Burton/Getty Images)

Ufficialmente sono morti in battaglia. Ufficiosamente sarebbero stati uccisi dai loro stessi compagni per un solo scopo: non lasciare ostaggi al nemico. Più passano i giorni e più si rafforzano le voci – che saranno sempre smentite – sul vero destino di Oron Shaul, 22 anni, e Guy Levy, 21, entrambi soldati dell’esercito dello Stato ebraico: il primo sergente nella Brigata Golani, il secondo sergente delle truppe armate combattenti.

Sarebbero due dei 37 militari «assassinati da Hamas» durante l’operazione “Margine protettivo” nella Striscia di Gaza. Ma più di qualcuno sostiene che Oron e Guy potrebbero essere stati vittime della «direttiva Hannibal». Non sarebbe la prima volta. È successo tra il 2008 e il 2009 durante l’operazione – sempre su Gaza – «Piombo fuso». E il 7 ottobre 2000 su addirittura tre persone. Ma la sua applicazione è sempre stata un argomento tabù per gl’israeliani da quando – dopo la cattura di due soldati in Libano nel 1986 – i vertici dell’esercito stilarono la direttiva. «Nel caso di un rapimento, la missione più importante diventa forzare il rilascio dei soldati rapiti da parte dei loro sequestratori, anche se ciò significa ferire e/o danneggiare i nostri soldati».

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

Oron Shaul, 22 anni, sergente della Brigata Golani, dichiarato morto il 25 luglio

È successa la stessa cosa con Oron e Guy? Entrambi i giovani sarebbero caduti nelle mani dei miliziani palestinesi durante l’incursione nella Striscia. La vicenda di Gilad Shalit, rapito nel 2006 e rilasciato cinque anni dopo, dimostra che queste operazioni dal punto di vista di Hamas «funzionano»: per liberare il militare Gerusalemme ha dovuto a sua volta rimettere in libertà circa mille palestinesi.

Un duro colpo. Tanto che il quotidiano Haaretz aveva citato un comandante israeliano che si era così espresso: «Un nostro soldato non deve essere rapito in nessuna circostanza. Dobbiamo fare di tutto per evitare che questo accada: per questo viene loro imposto di sparare contro un gruppo di sequestratori, anche se questo potrebbe comportare l’uccisione del compagno. È una cosa che ogni militare capisce: non possono diventare un altro Gilad Shalit».

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Guy Levy, 21 anni, ucciso a Gaza venerdì 25 luglio (foto Idf)

Quello che è certo è che Oron Shaul si trovava nel carro armato insieme ad altri sei commilitoni il 20 luglio scorso. Una volta attaccati gli altri sei sono morti quasi subito. Oron sarebbe stato portato via, ferito, dai palestinesi. L’Idf, l’esercito israeliano, ha prima detto che Oron era morto insieme con gli altri. Poi Hamas ha annunciato in diretta tv di averlo rapito. Quindi l’Idf, diverse ore dopo, l’ha classificato come «ucciso, non identificato». Una descrizione che i militari dello Stato ebraico di solito non usano.

Soltanto cinque giorni dopo, alle 14.40, Raffi Peretz, rabbino militare capo, ha stabilito che Oron è morto. Anche se il corpo non c’è. Secondo la ricostruzione ufficiosa predominante contro Oron sarebbe scattata la «direttiva Hannibal»: quando il militare è caduto in mano ad Hamas l’aviazione israeliana avrebbe bombardato l’area dove sarebbe stato trattenuto: nell’incursione sarebbero morti i suoi sequestratori e lo stesso Oron.

Mentre veniva «stabilita» la morte di Oron Shaul, a Gaza veniva ucciso Guy Levy. Guy si trovava con i suoi commilitoni in uno dei tunnel illegali costruiti dai miliziani palestinesi. All’improvviso – da un ingresso nascosto – sarebbero spuntati due uomini di Hamas che avrebbero portato via Guy. Nella sparatoria, uno dei miliziani sarebbe stato ucciso subito, mentre l’altro avrebbe tentato di allontanarsi con il soldato israeliano. Non riuscendo a riprenderselo, l’area sarebbe stata bombardata – racconta il sito di notizie Nana – con un carro armato. Tutti morti. Compreso Guy Levy.

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I ragazzi uccisi e gli errori della polizia su quel telefonino tracciato per un’ora e mezza

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

Hanno festeggiato. Si sono congratulati nella loro lingua. Hanno sottolineato quel numero – tre – a indicare il «bottino» di quella sera. Il tutto mentre sui sedili posteriori dell’auto, una Hyundai bianca che avrebbero dato alle fiamme poco dopo, ecco, il tutto mentre a pochi centimetri giacevano i corpi di due sedicenni e un diciannovenne. Giovanissimi ebrei uccisi a sangue freddo con la radio ad alto volume e mentre in un telefonino dei poliziotti cercavano di capire costa stava succedendo.

Per quanto possa risultare incredibile è successo questo il 12 giugno alle 22.25 ora locale (le 21.25 in Italia). Non appena Gil-ad Shaar, uno dei sedicenni, ha chiamato il 100, il numero del pronto intervento. Aveva realizzato da poco che quell’auto non l’avrebbe mai portato dove voleva. Aveva appena capito che le cose si erano messe male. Per lui, per il suo amico e coetaneo Naftali Fraenkel. E per Eyal Yifrach, più grande, incrociato per caso sulla strada della morte.

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

Le autorità – messe sotto pressione dall’opinione pubblica – hanno diffuso l’audio integrale della telefonata alla polizia fatta da Gil-ad Shaar. Dura due minuti e nove secondi. Sono anche l’ultima testimonianza delle vite dei tre ebrei. Ecco la trascrizione della chiamata, così come registrato dai dispositivi della polizia.

Poliziotto: Pronto polizia, parla Udi…
Gil-ad: Sono stato rapito…
Poliziotto: Pronto?
Rapitore: Giù la testa! Giù la testa!
Poliziotto: Pronto?
Rapitore: Giù giù la testa! Giù!
Poliziotto: Pronto?

A questo punto si sentono i ragazzi piangere. Subito dopo alcuni colpi di pistola.

Poliziotto: Pronto?
Gil-ad: Ah… (urla di dolore)
Poliziotto: Pronto?

Dalla radio dell’auto il suono è messo ad alto volume. Intanto la chiamata viene inoltrata ai piani superiori della centrale di polizia. A occuparsene è un alto ufficiale donna

Ufficiale donna: Pronto? Rispondete al telefono! Dove siete adesso?

L’unica risposta che arriva è una raffica di colpi di pistola. Poi le parole dei rapitori

Rapitore (in arabo): Dio benedica le tue mani! Ne abbiamo portati via tre!

Quindi si mette a cantare e a esprimere la sua gioia. Alla centrale di polizia la cosa non viene approfondita più di tanto. L’alto ufficiale fa otto tentativi di chiamata al numero di Gil-ad. Le prime tre volte risulta occupato. Le altre cinque risponde la segreteria telefonica. Si pensa ad uno scherzo. Del resto l’audio non è molto buono.

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

Quello che si è scoperto però è che il telefonino di Gil-ad ha continuato a trasmettere il suo segnale ancora per un’ora e mezzo dopo che i tre sono stati uccisi. L’ultimo contatto risale alle 23.50 nei pressi del villaggio palestinese di Dura dov’è poi stata ritrovata bruciata la Hyundai, con targa israeliana, usata per il rapimento. Ma nonostante questo ai soldati impegnati nelle ricerche è stato detto di controllare l’area di un altro paesino, quello di Beit Fajar, dove in realtà non c’era nulla da vedere.

Analizzando proprio il segnale del telefonino di Gil-ad gli investigatori sono riusciti anche a tracciare una rotta. Dalla statale 60, dove i ragazzi hanno fatto l’autostop, la Hyundai s’è diretta verso ovest, la vera destinazione dei giovani ebrei. Ma poco dopo l’auto ha fatto un’inversione di 180 gradi. È a questo punto, alle 22.24 che Gil-ad e gli altri hanno capito di essere finiti nei guai. Un minuto dopo è partita la telefonata alla polizia. Ma intanto l’auto stava andando a forte velocità prima verso est, poi verso sud, verso Halhul, dove poi sono stati trovati i corpi.

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Alle 23.30, circa, i rapitori – dopo aver bruciato la Hyundai e aver caricato i corpi dei ragazzi in un altro veicolo – sono arrivati nel villaggio di Halhul. Da qui si sono diretti verso un appezzamento di terreno su una delle colline a tre chilometri di distanza dove hanno poi gettato i cadaveri tentando di coprirli.

Ma è soltanto venerdì scorso che un testimone, ritenuto attendibile, ha raccontato ai servizi segreti che i corpi erano stati sepolti vicino Halhul e non gettati in cave o pozzi o, peggio, bruciati. La ricerca non è stata comunque facile, proprio per la posizione del terreno. In quell’area – hanno commentato i poliziotti – è difficile se non impossibile che qualcuno abbia visto o sentito qualcosa. Una volta scoperti tre corpi, sabato scorso, sono partiti gli accertamenti. E il resto è storia nota.

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Scontri a Gerusalemme, vendette e razzi: tensione alle stelle tra israeliani e palestinesi

Uno dei manifestanti palestinesi per le vie del quartiere Shuafat di Gerusalemme Est: tutto il giorno ci sono stati scontri con la polizia dopo aver saputo del 16enne palestinese rapito e ucciso (foto di Hadas Parush/Flash90)

Uno dei manifestanti palestinesi per le vie del quartiere Shuafat di Gerusalemme Est: tutto il giorno ci sono stati scontri con la polizia dopo aver saputo del 16enne palestinese rapito e ucciso (foto di Hadas Parush/Flash90)

Ora è caccia all’arabo. Nelle vie di Gerusalemme. Nei suoi sobborghi. Agli ingressi delle università. Per le strade statali della Cisgiordania. Su Facebook. Ché da queste parti, ormai, reale e virtuale si confondono. E spesso si alimentano a vicenda. E l’obiettivo è giovane, giovanissimo, ancora meglio. È – nella testa degli autori – l’unico modo per vendicare l’uccisione dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno scorso e trovati senza vita diciotto giorni dopo.

L’unica certezza è che quattro adolescenti in Medio Oriente non ci sono più. Il quarto, Mohammed Abu Khudair, palestinese di 16 anni, una casa nel quartiere a maggioranza musulmana di Shuafat, a Gerusalemme Est, è stato trovato morto mercoledì mattina in mezzo agli alberi del bosco poco fuori la Città Santa. Sul corpo segni di violenza, graffi, ferite profonde.

Mohammed Abu Khudair, 16 anni, rapito e ucciso la sera di martedì 1° luglio forse per vendicarsi dei tre ragazzi israelini uccisi pochi giorni prima

Mohammed Abu Khudair, 16 anni, rapito e ucciso la sera di martedì 1° luglio forse per vendicarsi dei tre ragazzi israelini uccisi pochi giorni prima

«Una macchina s’è fermata vicino al ragazzo e l’ha caricato con la forza, poi è ripartita a forte velocità», raccontano alcuni abitanti di Shuafat. Il presunto sequestro e l’omicidio sarebbero avvenuti martedì sera. «Probabilmente è stato scelto per vendicarsi sui tre ragazzi uccisi a Hebron», ragionano le forze di sicurezza israeliane. Incaricate da Netanyahu di prendere non solo i palestinesi che hanno massacrato gli adolescenti ebrei, ma ora anche di fermare gli autori dell’omicidio di Abu Khudair.

Sull’asse Gaza City-Gerusalemme-Ramallah è ormai un continuo accusarsi e attribuirsi di responsabilità. Hamas, dalla Striscia, ha lanciato alcuni razzi sul suolo israeliano senza far vittime. L’Idf, l’esercito israeliano, ha risposto con un raid aereo su Gaza. Gerusalemme dà la colpa ad Hamas per quello che sta succedendo. E, in parallelo, invita i suoi connazionali ad evitare qualsiasi gesto di vendetta. Ramallah ora chiede a Netanyahu di prendere in mano la situazione e di calmare i suoi.

"Morte agli arabi", lo slogan urlato da decine di israeliani a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme (foto di Ben Wedemanm, via Twitter)

“Morte agli arabi”, lo slogan urlato da decine di israeliani a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme (foto di Ben Wedemanm, via Twitter)

Decine di ebrei sono stati arrestati, soprattutto a Modiin – città dove sono stati seppelliti, uno di fianco all’altro i tre ragazzi israeliani –, per le proteste violente e i tentativi di pestaggio nei confronti di qualsiasi persona sospettata di essere palestinese. «Morte agli arabi!» è il coro che si sente ormai in molte zone di Gerusalemme, ma anche nelle colonie in Cisgiordania. Sui social network centinaia di persone chiedono giustizia, invitano ad ammazzare i palestinesi. Un gruppo su Facebook, «Il popolo d’Israele chiede vendetta», ha raccolto in poche ore 32 mila «mi piace», salvo poi essere chiuso dalla società americana perché incitava alla violenza.

Martedì nel tardo pomeriggio molti israeliani si sono riuniti a Jaffa Road, una delle arterie principali di Gerusalemme, e hanno invitato ad uccidere gli arabi. «”Dopo il tramonto li faremo fuori”, mi ha detto uno di loro», twitta Ben Wedeman della Cnn. Anche se poco lontano altre centinaia di israeliani scendevano in strada a urlare «No alla violenza! No al razzismo! No alla vendetta! Un vero ebreo non si comporta così».

Un soldato israeliano posa con il fucile e la scritta sul corpo "Vendetta". L'immagine è stata caricata sui social network (foto da Il popolo d'Israele chiede vendetta/Facebook)

Un soldato israeliano posa con il fucile e la scritta sul corpo “Vendetta”. L’immagine è stata caricata sui social network (foto da Il popolo d’Israele chiede vendetta/Facebook)

Ma anche l’Autorità nazionale palestinese ha il suo da fare. Subito dopo la scoperta del corpo del 16enne Abu Khudair centinaia di arabi sono scesi per le strade di Gerusalemme Est per protestare contro l’assassinio. Ci sono stati scontri con l’esercito israeliano. Lanci di bombe carta. La vigilanza è stata portata al livello massimo sulla linea tramviaria che collega la parte palestinese a quella israeliana della città. Violenze tra arabi e forze dell’ordine anche nel quartiere di Beit Hanina.

E mentre la situazione continua ad essere molto tesa, Netanyahu e Abbas temono di perdere il controllo delle rispettive popolazioni. L’Onu invita alla calma. Le cancellerie europee non nascondono la preoccupazione.

VIDEO / Le contestazioni anti-palestinesi di martedì 1° luglio

Ma c’è un’unica voce, forse tra le più titolate a parlare in questi giorni, che si alza silenziosa. È quella di Yishai, zio di Naftali Fraenkel, uno dei tre ragazzi ebrei rapiti e uccisi. Poco dopo aver saputo della fine brutale del giovane palestinese ai giornalisti ha detto: «Non c’è differenza tra sangue e sangue. Un omicidio è un omicidio. Non importa quale sia la nazionalità della vittima e l’età. Non c’è una giustificazione, non ci può essere il perdono e nemmeno un modo per riparare. Se un giovane arabo è stato ucciso per ragioni etniche questo è un atto vigliacco e atroce».

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“Aiuto, mi hanno rapito”: ecco la telefonata di uno dei ragazzi

«Aiuto, mi hanno rapito». La voce s’intuisce nel bel mezzo della confusione. E l’audio, pubblicato su YouTube, dura 49 secondi. Non si sa chi l’abbia pubblicato su Internet, ma il padre di Gil-ad Shaar, uno dei tre ragazzi rapiti e uccisi il 12 giugno scorso, sostiene che sia la voce del figlio.

«Metti giù quel telefono!», si sente durante la conversazione. E poco dopo: «Dammi qui il cellulare». Tutto avviene in ebraico. Mentre in sottofondo, dalla radio dell’auto, si sente la voce di Shelly Yachimovich, leader laburista, intervistata da una emittente radiofonica. E’ la conferma che i rapitori hanno camuffato la loro identità.

In tutto la comunicazione dura 2 minuti e 9 secondi. In quegli attimi i tre giovani si trovano sui sedili posteriori dell’auto guidata – secondo gli 007 – da due palestinesi di Hamas. Poco dopo saranno massacrati a colpi di pistola (leggi qui la ricostruzione). Una delle vittime, stando alle prime indiscrezioni dell’autopsia, avrebbe lottato fino in fondo per sopravvivere.

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L’autostop, l’allarme alla polizia e il massacro. Cos’è successo ai tre ragazzi

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Frenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

I tre ragazzi rapiti e uccisi. Da sinistra: Naftali Fraenkel, 16 anni, Gil-ad Shaar, 16, e Eyal Yifrach, 19

Sabato sera gli sono piombati nel negozio dopo aver guidato a tutta velocità. Gli hanno mostrato un paio d’occhiali da vista senza lenti e coperti di polvere. «Sono di Eyal Yifrah?», gli hanno chiesto. Lì per lì Shalom Friedman, ottico dell’insediamento di Elad, non ci ha fatto tanto caso. Ha preso quella montatura in mano e ha detto che sì, quelle le aveva comprato Eyal, il ragazzo rapito il 12 giugno scorso.

Il giorno dopo, domenica, quegli uomini – dei poliziotti – si sono ripresentati in negozio. Stavolta gli hanno mostrato una delle lenti. «Sì, anche questa è di Yifrah, gliele ho prescritte io quattro mesi fa», ha risposto il dottor Friedman. Poi gli agenti si sono dileguati. Senza dire altro. Soltanto lunedì sera, l’ultimo giorno di giugno, Shalom Friedman ha capito a cosa serviva quel doppio appuntamento non previsto.

È soltanto il penultimo passaggio di questa vicenda che scuote Israele e il mondo. Perché quello che c’era da sapere – cos’era successo ai tre adolescenti rapiti in strada a Gush Etzion, in Cisgiordania – 007 e militari israeliani lo sapevano già 24 ore dopo la loro sparizione. Sapevano, per esempio, che erano già morti. Sapevano che erano stati uccisi quasi subito. Sapevano anche chi, probabilmente, li aveva portati alla morte.

La cartina di Haaretz con i luoghi principali di questa vicenda

La cartina di Haaretz con i luoghi principali di questa vicenda

E del resto gli stessi Eyal Yifrach, 19 anni, Naftali Fraenkel e Gil-ad Shaar, entrambi sedicenni, avevano capito subito che le cose si erano messe male. Non appena messo piede dentro quella macchina apparentemente innocua. Sono le 22.20 (ora locale, le 21.20 in Italia) di giovedì 12 giugno. I tre ragazzi si trovano sul ciglio della strada a ridosso dell’incrocio Geva’ot, a ovest dell’insediamento di Alon Shvut nel blocco di Gush Etzion. Siamo a sud di Gerusalemme. Stanno aspettando qualcuno che gli dia un passaggio per la strada 367 direzione Beit Shemesh. Per poi dividersi, ognuno verso il proprio paese.

In realtà i tre non stanno facendo l’autostop insieme. Eyal, il più grande, è qualche metro più avanti. Gli altri due, Naftali e Gil-ad, coetanei, sono qualche passo più giù. A un certo punto spunta una Hyundai i35 bianca. A bordo, secondo l’intelligence israeliana, si trovano i terroristi di Hamas Amer Abu Aysha e Marwan Kawasme. L’auto si ferma vicino a Eyal Yifrach. Dall’interno arriva musica ebraica trasmessa da Radio Gerusalemme. Eyal chiede un passaggio. Sale.

È a quel punto – secondo la ricostruzione ufficiosa dello Shin Bet, i servizi di sicurezza dello Stato ebraico – che Naftali e Gil-ad sarebbero arrivati di corsa. A bordo ora viaggiano in cinque: due palestinesi, tre israeliani. Secondo gli 007 questo potrebbe aver spinto i rapitori a cambiare «strategia»: spaventati dall’inferiorità numerica le cose sono peggiorate subito.

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

I presuni killer dei tre ragazzi israeliani: Amer Abu Aysha (a sinistra) e Marwan Kawasme

Sono le 22.25. Una telefonata arriva alla centrale della polizia israeliana. Dall’altra parte c’è una voce bassa. È, anzi, un sussurro. «Siamo stati rapiti», dice quella voce. La telefonata viene inoltrata a un alto ufficiale donna. Che continua a fare domande. Chiede chi siano, dove si trovino, cosa stiano succedendo. Ma non riceve risposte. Dopo 2 minuti e 9 secondi la conversazione si interrompe. L’ufficiale chiama otto volte quel numero. Per tre volte il numero risulta occupato. Per altre cinque volte risponde la segreteria telefonica.

In quei pochi minuti i rapitori si accorgono che è stata fatta una telefonata alla polizia. Temono di essere stati denunciati. Pensano che sia stata comunicata la targa o il tipo di veicolo. Oltre alle coordinate geografiche del veicolo. Così le cose precipitano. I tre ragazzi, agitati – secondo lo Shin Bet – sarebbero stati colpiti a sangue freddo mentre erano seduti sui sedili posteriori proprio dopo la telefonata.

Ma si capisce presto che non si tratta di killer professionisti. «Sono andati nel panico. Del resto i tre ragazzi non corrispondevano al target tipo di Hamas», spiegano da Gerusalemme. Un quarto d’ora dopo, con i tre cadaveri a bordo, i responsabili cambiano veicolo. Trasportano i corpi nell’auto nuova. E danno fuoco alla Hyundai i35.

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

La Hyundai bianca bruciata con la quale i due palestinesi avrebbero rapito e ucciso i giovani israeliani (foto di Nasser Shiyoukhi/Ap)

Ancora alcuni chilometri e i rapitori arrivano in un pezzo di terra – di proprietà della famiglia Kawasme, secondo Canale 2 – a tre chilometri dal villaggio palestinese di Halhul, cinque chilometri a nord di Hebron. I corpo vengono gettati a terra. C’è anche un tentativo di seppellirli, ma poi gli autori del massacro hanno fretta. Vogliono disfarsi di quello scempio il prima possibile. Temono di essere braccati. Per questo, quando saranno ritrovate – sabato scorso, secondo uno 007 – le vittime sono parzialmente coperte di terra e in pessime condizioni dopo essere rimaste esposte al caldo per più di due settimane.

Ignorano, i rapitori, che la catena di comando, in Israele, non ha funzionato come doveva. Perché quella telefonata, quel «Siamo stati rapiti» non ha fatto scattare i soliti dispositivi di sicurezza. Perché l’alto ufficiale – dopo non aver avuto risposta – ha pensato fosse un pessimo scherzo telefonico. E così non ha informato i suoi diretti superiori. Come, risulta agli atti, non avrebbe nemmeno chiesto di risentire la registrazione di quella telefonata. Per questo l’allarme scatta soltanto sette ore dopo. Quando Eyal, Naftali e Gil-ad erano già morti.

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il luogo in cui sono stati trovati i corpi degli adolescenti rapiti il 12 giugno scorso (foto Canale 10)

Il giorno dopo, il 13 giugno, le forze di sicurezza israeliane rendono pubblica l’identità dei due sospettati del rapimento. Perquisiscono le loro case. Interrogano, arrestano centinaia di persone. Finiscono per effettuare controlli anche a Hebron, dove entrambe le famiglie hanno parenti e amici e conoscenti. Ma i due presunti rapitori-assassini si sono dileguati da ore. E continuano ancora ora.

Intanto la Hyundai viene analizzata dalla Scientifica israeliana. Vengono trovati bossoli e buchi sui sedili posteriori. E chiazze di sangue. Poche, perché il fuoco ha distrutto quasi tutta l’auto. Ma tanto basta per arrivare all’unica conclusione possibile: i tre adolescenti sono stati uccisi. Ventiquattro ore dopo il rapimento esercito e intelligence stanno cercando i corpi e gli autori. Non c’è spazio per la speranza.

Si arriva così, sabato, al blitz ad Halhul. Centinaia di soldati controllano i terreni. Ed è in uno di questi appezzamenti che trovano tre corpi. Gonfi, pieni di sangue essiccato. Tra le prove ci sono anche un paio d’occhiali ormai inutilizzabili. Gli stessi occhiali che poi saranno mostrati all’ottico Shalom Friedman. Pedina, inconsapevole, di una vicenda – l’ennesima – che sconvolge Israele.

© Leonard Berberi
(1 – continua)

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