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La pubblicità (per occhiali) che fa infuriare le donne d’Israele

La fotomodella israeliana Bar Refaeli nella pubblicità per occhiali finita sotto accusa (frame da YouTube)

La fotomodella israeliana Bar Refaeli nella pubblicità per occhiali finita sotto accusa (frame da YouTube)

È un po’ come in «Amore a prima svista». Lei è bellissima, biondissima, in formissima. Solo che, nella realtà, è l’esatto opposto. Prendendo spunto – forse – da quel film, tredici anni dopo l’idea è stata concentrata in una pubblicità per occhiali. Ma che fa arrabbiare le donne d’Israele. E rischia di essere bloccata perché troppo sessista e antifemminista.

La protagonista non è più Gwyneth Paltrow, ma Bar Refaeli, fotomodella israeliana ed ex di Leonardo DiCaprio. Refaeli – tornata in primo piano in tv dopo aver condotto l’edizione locale di «X Factor» – si trova all’interno di un treno della metropolitana. Dietro di lei un uomo (fotomodello pure lui, manco a dirlo). A un certo punto lei si mette a ballare attorno a un palo. Si esibisce in pose sensualissime. Non nasconde le lenti da vista.

Trenta secondi dopo siamo ancora lì: lei che balla, lui che guarda sempre più coinvolto. Fino a quando quest’ultimo si ricorda di avere degli occhiali. Li indossa. E scopre così che quella forma longilinea è in realtà una bionda sì, ma abbastanza in carne. Non si sa come vanno poi le cose.

La pubblicità (nel video sopra) si chiude con il marchio. Ma tanto basta per far finire lo spot sul banco degli accusati. Secondo Yedioth Ahronoth – il quotidiano più venduto dello Stato ebraico – molti telespettatori non l’hanno proprio gustato quel filmato. E così hanno mandato centinaia di lamentele a Canale 2, l’emittente tv che trasmette il messaggio. Le accuse? Le donne sono trattate come oggetti e, in generale, il giudizio che viene fuori è decisamente negativo.

«La pubblicità, alla fin fine, dice a tutti che le donne sovrappeso o in carne non sono desiderabili», è il senso delle denunce. «Quello spot umilia le donne e le raffigura come oggetti puramente sessuali». «Non c’è nessun legame tra il prodotto e il contenuto del filmato». Quindi la richiesta, esplicita, all’autorità che deve vigilare su quello che viene trasmesso nelle tv israeliane: «Togliere quel filmato oppure trasmetterlo in orari al di fuori dalla fascia protetta».

David Regev, l’uomo che in questi giorni sta ricevendo le lamentele, ha spiegato al quotidiano che la decisione arriverà a breve, «subito dopo aver ricevuto la versione di chi ha realizzato la pubblicità». Intanto la fotomodella finisce ancora una volta nell’occhio del ciclone. Nel 2011 per aver posato seminuda con la divisa militare per la copertina di GQ Italia. Nel 2013 per essere apparsa in uno spot durante il SuperBowl per promuovere GoDaddy: qui si esibisce in un bacio alla francese con un ragazzo che imita un nerd.

© Leonard Berberi

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Uri, Abed e l’«Operazione Ulisse»: storia della missione più spettacolare del Mossad

Il logo del Mossad

Il logo del Mossad

Poi succede che qualcuno bussa alla tua porta. E ti sconvolge la vita. Così, a cinquant’anni. Mentre sei lì a fare tutt’altro. A risolvere i problemi di tutti i giorni. Ecco, mentre sei lì con il tuo bel pezzo d’esistenza che se n’è andato, c’è ‘sto tizio – un giornalista israeliano – che fa domande. Tante domande. Chiede informazioni su tuo papà. Vuole sapere alcune cose. Anche troppe. Poi ti guarda negli occhi e dice: sapevi che tuo papà era una spia del Mossad? E ti anticipa che sta scrivendo un lungo articolo su questo. Ti spiega che anche tu facevi parte della missione. Che sei stato un prodotto di quella.

E allora scopri, in quel istante, che tuo papà Abed al-Hader non è chi è sempre stato. Che aveva pure un nome in codice: “Ladya”. E vieni a sapere anche di avere un fratello. Mai visto. Mai conosciuto. Forse incrociato qualche volta. Di sicuro mai immaginato. E ti accorgi anche che quella storia, tutta quella storia, tu l’hai vista soltanto in tv. In un telefilm, “The Americans”, trasmesso da poco e con questa coppia di spie russe che va negli Usa e vive come gli americani, ha una casa con il giardino, mangia i pancake, ma trasmette informazioni a Mosca, uccide, fa sparire persone e oggetti e prove.

È con un lungo racconto nell’inserto settimanale “7 Days” che lo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto d’Israele, squarcia il velo su uno dei segreti meglio custoditi dello Stato ebraico: l’«Operazione Ulisse». Né più, né meno la prima missione spettacolare del Mossad (un’altra è stata svelata nel 2011 qui): con nove agenti che hanno passato anni tra i palestinesi, vivendo come gli arabi. Sposandosi. Facendo figli. Diventando membri rispettati della comunità. Raccogliendo informazioni. Segnalando la nascita di Fatah. L’ascesa di Abu Jihad. E soprattutto di lui, Yasser Arafat.

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Operazione Ulisse

Abed-Uri se n’è andato da tempo. Ma dietro di sé ha lasciato una lunga scia di segreti, di affetti che ora vivono un trauma, di informazioni riservate. E due figli che solo adesso scoprono di essere fratellastri: uno nato in Palestina da donna musulmana e da qualche anno migrante all’estero. L’altro, Shai, venuto alla luce poco prima da una donna ebrea e ora un rispettato avvocato. E chissà se mai s’incontreranno i due. E chissà cosa si diranno. Ammesso che abbiano qualcosa da dirsi.

Il «Progetto Ulisse», quindi. Siamo nel 1950. Il Mossad – guidato da Isser Harel – sente aria di cambiamenti radicali tra i palestinesi. Ha bisogno di occhi e orecchie lì, tra gli arabi. Vuole capire che succede. Cosa si muove tra i leader. Così crea un’unità – Ulisse – con l’obiettivo di addestrare gli agenti a infiltrarsi nei campi profughi nella West Bank e nei Paesi vicini. Le reclute hanno tutti tra i 20 e i 30 anni. Sono ebrei sionisti immigrati di recente dai Paesi arabi. Parlano già la lingua. Conoscono molto bene gli usi e i costumi.

Una volta convinti a prendere parte alla missione «di priorità nazionale» tagliano qualsiasi legame con le loro famiglie. Quelle vere. Si trasferiscono in alcuni appartamenti a Jaffa. Vengono addestrati per un anno e mezzo. Imparano a usare le armi e gli esplosivi, a leggere il Corano. A realizzare sabotaggi. Ma anche a raccogliere informazioni. A comportarsi insomma come spie. Alla fine soltanto in nove superano tutti i test. E subito dopo vengono spediti tra le comunità arabo-israeliane. Due di loro, passando attraverso la Giordania, vengono pure picchiati dall’esercito israeliano appena arrivati a Umm al-Fahm. «Non potevamo fare niente, non potevamo bruciare la loro copertura», ha ricordato Sami Moriah, direttore dell’unità.

Sami Moriah, capo dell'unità "Ulisse" (foto d'archivio)

Sami Moriah, capo dell’unità “Ulisse” (foto d’archivio)

«Quelli erano tempi difficili: quando portavo le loro lettere alle famiglie, una delle madri mi scongiurava sempre di fargli vedere almeno una volta il figlio, anche da lontano. Ma non era possibile, questo avrebbe influito negativamente nel processo di formazione della nuova identità». E allora erano lacrime. E ancora lacrime. E pianti a non finire.

Nel 1959 sette agenti tornano a casa. La missione per loro è finita. Ma gli altri due – Abed al-Hader e «Isaac», ancora oggi sotto segreto – continuano. Vengono invitati a sposarsi. A fare figli. A rifarsi una vita. A mostrarsi come palestinesi fino al midollo e, soprattutto, avversari fino alla morte degl’israeliani. I due eseguono. Si guadagnano il rispetto, la stima e la fiducia dei leader locali. Ospitano a casa anche le prime riunioni di Fatah dove si discute addirittura di come eliminare Israele dalle mappe e come creare la Palestina. E così, agli inizi del 1964, il Mossad – grazie ai microfoni installati tra le mura domestiche – scopre non solo che c’è quest’organizzazione, ma che è anche guidata da Khalil al-Wazir (Abu Jihad) e Yasser Arafat (Abu Amar). Agli inizi due sconosciuti per gli 007 dello Stato ebraico. Poi diventati addirittura due obiettivi, da uccidere il prima possibile.

Quasi quindici anni dopo l’inizio della missione Abed al-Hader/Uri Yisraeli viene trasferito a Beirut. Anche lì qualcosa si sta muovendo. Nei sobborghi qualcuno sta pensando a un’organizzazione sciita anti-israeliana. È ancora presto, ma agli inizi degli anni Ottanta quell’idea diventerà Hezbollah. È la fine del 1964. Ma anche della copertura. L’agente entra nella sua stanza. Inizia a trasmettere informazioni. Quando viene scoperto dalla moglie a fare qualcosa di sospetto. Che fare? Continuare a mentire o dire la verità? Prevale la seconda opzione. «Non sono chi pensi», le dice. «Non sono un nazionalista palestinese. Sono un ebreo. E sono una spia del Mossad».

Fine della storia. L’inizio di un’altra. Forse.

© Leonard Berberi

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La preoccupazione di Gerusalemme sul boom di Grillo: “E’ anti-israeliano”

«È proprio un brutto voto». Abbottonati e iper-diplomatici a Roma e Milano. Decisamente preoccupati a Gerusalemme. L’esito elettorale in Italia non è piaciuto allo Stato ebraico d’Israele. Per ora la diplomazia dello stato mediorientale resta a guardare. Coinvolta com’è anche in un lungo iter per la formazione del governo che ancora non c’è. Ma più di qualcuno, contattato da Falafel Cafè, non nasconde la propria preoccupazione per «l’ascesa inattesa e pericolosa» del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

C’è anche chi, senza tanti giri di parole, si dice «sconcertato». Più per «l’incapacità dei grandi partiti, Pd e Pdl, di capire cosa stava succedendo», a dire il vero, che per «la volontà del popolo italiano». Sconcerto che, di fronte alla posizione del comico genovese sulla questione israelo-palestinese, si trasforma in preoccupazione. Per ora ufficiosa. «Un domani, però, se Grillo dovesse andare al governo e se non dovesse cambiare le sue idee su di noi, i rapporti con Roma potrebbero cambiare».

Intendiamoci. «Noi siamo contenti di com’è andato il voto», precisano da Gerusalemme. «Non ci sono stati incidenti, è filato tutto liscio». Però. «Però non possiamo non prendere atto del fatto che al Parlamento, c’è una terza forza – la più vasta su scala nazionale – che porterà dentro il tempio della democrazia italiana idee che ci sembrano anti-israeliane e un filino anti-semite». Beppe Grillo, a Gerusalemme, non è gradito. «Da mesi monitoriamo il suo sito», spiega un funzionario. «E il tenore dei commenti c’entra poco con la dialettica e il rispetto di chi la pensa in un modo diverso».

Il comico genovese Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle

Il comico genovese Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle

Non c’è solo l’arena virtuale del comico a preoccupare. Ci sono anche le parole espresse negli ultimi tempi. Le sue posizioni nei confronti dell’Iran. Della Siria. Il ruolo che, secondo Grillo, svolge Israele nell’area. Per questo non è passata per nulla inosservata l’intervista al corrispondente da Roma, Menachem Gantz, dello scorso giugno, sulle pagine dello Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto dello Stato ebraico. La situazione in Siria? «Ci sono cose che non possiamo comprendere, non sappiamo se sia una vera guerra civile o si tratta di agenti infiltrati nel Paese», ha risposto il leader del Movimento 5 Stelle.

E dell’Iran – paese dal quale arriva la moglie Parvin Tadjik – cosa pensa il guru della Rete? «Un giorno ho visto impiccare una persona, su una piazza di Isfahan, e mi son chiesto: cos’è questa barbarie? Ma poi ho pensato agli Usa: anche loro hanno la pena di morte, hanno messo uno a dieta, prima d’ucciderlo, perché la testa non si staccasse. E allora: che cos’è più barbaro?». «Grillo è un leader decisamente confuso e pieno di pregiudizi», continua il funzionario. «Non vorrei che le sue idee sul Medio oriente fossero influenzate dalla famiglia della moglie. E speriamo non si vada ad altre elezioni, perché è molto probabile che il partito del comico prenda ancora più voti».

Anche se ovviamente non pubblico, un ordine di preferenza – per Gerusalemme – c’era eccome. La vittoria più gradita era quella del Popolo della libertà, poi la formazione civica di Monti. Soltanto al terzo posto il Partito democratico («ma soltanto per la sua alleanza con il partito di Vendola, da sempre filo-palestinese»). Più o meno lo stesso ordine dell’esito elettorale dei 2.214 italiani che hanno votato in Israele nelle circoscrizione estera: il Pdl ha stravinto con il 55,96%, poi il Pd (21,24%), quindi Monti (19,03%) e ultimo il Movimento 5 Stelle (3,75%).

© Leonard Berberi

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