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Insulti e richiami all’Olocausto, ecco le lettere all’ambasciata israeliana di Berlino

L'ambasciatore israeliano a Berlino, Jakov Hadas-Handelsman, mostra una delle lettere arrivate in sede (fermo immagine da YouTube)

L’ambasciatore israeliano a Berlino, Jakov Hadas-Handelsman, mostra una delle lettere arrivate in sede (fermo immagine da YouTube)

«Assassini, vi odiano tutti». «Che Dio possa punire voi e le vostre famiglie». «Sono molto felice che Hitler vi abbia quasi fatti sparire qui in Germania, ebrei vaff…». «L’umanità vivrà in pace soltanto quando l’ultimo di voi ebrei sarà sepolto». «Sfruttate l’Olocausto perché siete troppo pigri per lavorare». Si potrebbe andare avanti così, di questo passo, ancora per molto. Non sono insulti scritti su forum o siti estremisti. Sono messaggi – nero su bianco – spediti all’ambasciata israeliana in Germania. Così, tutti i giorni. Una media di venti lettere ogni 24 ore piene, zeppe d’insulti e minacce che arrivano sulla scrivania di Jakov Hadas-Handelsman, l’ambasciatore dello Stato ebraico a Berlino.

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La “fuga” degli ebrei dalla Francia (e dall’Europa)

Alcuni ebrei residenti in Nord America scendono dall'aereo all'aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per la loro aliyah il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

Alcuni ebrei residenti in Nord America scendono dall’aereo all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per la loro aliyah il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

Ebrei in fuga dalla Francia. Dall’Europa Occidentale. Dall’Ucraina. In quello che – a livello generale – rappresenta già di per sé un record. Dice la Jewish Agency che più di ventiseimila persone (26.500, per la precisione) hanno deciso nel 2014 di fare l’aliyah, cioè di andare a vivere, di trasferirsi – forse per sempre, sicuramente per molto tempo – in Israele. L’anno prima erano state in 20 mila. L’aumento dal 2013 è del 32 per cento. Un record, appunto.

Ma nel record c’è un altro primato. Quello di chi lascia Parigi e Bordeaux, Marsiglia e Lione, Nantes e Nizza. Per la prima volta nella storia la Francia è il Paese che dà il contributo maggiore: quasi 7.000 hanno fatto l’aliyah da Oltralpe verso il Medio Oriente. L’anno prima erano stati 3.400. Nel 2014 francese è pure il più vecchio: a 104 anni ha deciso di chiudere con l’Europa.

Al secondo posto c’è l’Ucraina. Dove si è passati da 2.020 ebrei del 2013 a 5.840. I fatti della Crimea, le tensioni con la Russia, le violenze di Donetsk hanno spinto migliaia di persone a lasciare l’Europa. L’incremento, calcolatrice alla mano, è del 190 per cento.

Una parte dei 229 ragazzi ebrei appena sbarcati a Tel Aviv: tutti hanno fatto l'aliyah (foto di Sasson Tiram)

Una parte dei 229 ragazzi ebrei appena sbarcati a Tel Aviv: tutti hanno fatto l’aliyah (foto di Sasson Tiram)

Natan Sharansky, presidente della Jewish Agency, va in più in profondità dei numeri. E rivela che il 2014 è una novità anche per altre ragioni. Non solo per il record della Francia. «Per la prima volta da quando esiste questo tipo di registro, l’anno passato sono arrivate più persone dal “mondo libero” che da quello “in crisi”».

Sharansky esulta. Compito della Jewish Agency è soprattutto quello di promuovere l’aliyah. Grazie anche all’aiuto del ministero per l’Assorbimento dell’immigrazione. «I dati sono eccezionali, sono molto contenta di vedere i risultati dei nostri sforzi di incoraggiare l’aliyah», commenta la ministra Sofa Landver, esponente di Israel Beitenu (“Israele la nostra casa”), il partito di Avigdor Lieberman. «Ma non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo. Prevediamo che nel 2015 dalla sola Francia verranno altri 10 mila e nello stesso periodo supereremo i 30 mila nuovi ingressi».

"Grazie Cleveland, Gerusalemme ci siamo" c'è scritto nel cartello che uno statunitense ebreo mostra al suo arrivo - per l'aliyah - al Ben Gurion di Tel Aviv il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

“Grazie Cleveland, Gerusalemme ci siamo” c’è scritto nel cartello che uno statunitense ebreo mostra al suo arrivo – per l’aliyah – al Ben Gurion di Tel Aviv il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

I dati, quindi. L’aliyah – per gli ebrei che vivevano fino a pochi mesi fa nell’Europa occidentale – è aumentata dell’88 per cento (dagli 4.600 del 2013 agli 8.640 del 2014). Oltre alla Francia, altri 620 hanno lasciato il Regno Unito, altri 340 («il doppio rispetto all’anno prima») hanno trasferito la loro residenza dall’Italia. La Germania resta stabile (120). In aumento gli arrivi anche dall’ex Unione sovietica (+50 per cento) e dagli Stati Uniti (+8 per cento). Stabili l’America Latina e il Sudafrica. In calo Europa dell’Est, Australia e Nuova Zelanda.

Ma qual è il profilo medio di chi fa l’aliyah? Giovane, con meno di 35 anni. Laureato. Con un lavoro da ingegnere o informatico (2.500). In tanti hanno specializzazioni in campo umanistico, matematico, fisico o delle scienze sociali. In mille sono medici. In 600 artisti e atleti. Buona parte finisce a Tel Aviv, la destinazione preferita (3.000 trasferimenti). Poi Netanya, altra città sul mare. Gerusalemme si piazza «solo» al terzo posto.

© Leonard Berberi

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“Sono antisemite”. E H&M ritira le nuove magliette

Il disegno stampato sulle nuove magliette di H&M ed esposte nei negozi di Londra e Birmingham prima di essere ritirate (foto di Eylon Aslan-Levy)

Il disegno stampato sulle nuove magliette di H&M ed esposte nei negozi di Londra e Birmingham prima di essere ritirate (foto di Eylon Aslan-Levy)

Un teschio al centro. Due triangoli incrociati che ricordano tanto, troppo, la Stella di David attorno. Un oceano di polemiche e critiche, accuse e proposte di boicottaggio. Tutto per una maglietta. E un’illustrazione riuscita poco, capita male, bocciata subito. Tanto da costringere la casa produttrice, il marchio svedese H&M – negozi in 53 Paesi nel mondo e 104 mila dipendenti – a ritirare il prodotto e a chiedere scusa.

«Ma che c’entra la Stella di David, un simbolo per l’Ebraismo, con il teschio?». Soprattutto: «Perché mettere lì, insieme, la sintesi della morte e l’elemento di una religione?». Le domande, degli ebrei e non solo, si sono diffuse nel web a velocità supersonica. Non appena i commessi del negozio H&M di Oxford Street a Londra hanno esposto la maglietta in vetrina. E poche ore dopo che la stessa maglietta è apparsa a Birmingham, sempre nel Regno Unito.

Un’accusa tira l’altra, associazioni ebraiche sul piede di guerra e l’invito a non andare nei negozi con quel marchio. «Noi non sappiamo quali erano le intenzioni di chi ha disegnato quella maglia», ha detto al quotidiano The Algemeiner il rabbino Abraham Cooper del Centro Simon Wiesenthal, «ma ci sembra anche sensato chiedere a chi comanda H&M: vi siete per caso chiesti come quella maglia con quei simboli sarebbe stata percepita dai consumatori?».

Un paio di giorni di proteste ed ecco che la società svedese decide il passo indietro. Le maglie saranno ritirate «con effetto immediate» e non se ne faranno altre. Motivo? «A causa delle reazioni ricevute», ha spiegato un portavoce. Che poi, a nome di H&M, ha aggiunto: «Vi preghiamo di accettare le nostre scuse più sincere». Caso chiuso, insomma. Anche se, sulla Rete, continua a girare una domanda, per ora senza una risposta convincente: «Davvero nessuno si era accorto di quel che andavano mettendo sulle loro magliette?».

© Leonard Berberi

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