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Elezioni in Israele, da Netanyahu ai Pirati: ecco i partiti in corsa

Il poster elettorale di Netanyahu e quello del rivale Herzog si danno il cambio in una via di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il poster elettorale di Netanyahu e quello del rivale Herzog si danno il cambio in una via di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Centro-sinistra contro destra. Isaac Herzog e Tzipi Livni contro il premier uscente Benjamin Netanyahu. In secondo piano tutti gli altri. L’ultradestra. I religiosi. I centristi. La sinistra. Ma anche una formazione di sole donne ultraortodosse. Eppoi i simpatizzanti della marijuana. I verdi. I Pirati. Martedì 17 marzo circa sei milioni d’israeliani (5.881.696 per la precisione) saranno chiamati ad esprimere il loro voto per le elezioni politiche. A due anni dall’ultimo appuntamento elettorale e dopo il collasso della grande coalizione guidata da Benjamin Netanyahu…

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Secondo, ma comunque premier. Così Netanyahu spera di ripetere l’elezione del 2009

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all'ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all’ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Nel suo partito volano gli stracci. Gli sms di fuoco. Le accuse reciproche. Ma lui si mostra tranquillo. Male che vada – è il ragionamento che fa con i suoi più stretti collaboratori – «andrà a finire come nel 2009». Sei anni fa lui arrivò secondo, con un seggio in meno di «Kadima». E però «Kadima» non riuscì a formare un governo. E così le redini del Paese andarono al secondo, lui, che nel frattempo era riuscito a tirare su una coalizione abbastanza solida di 74 parlamentari su 120.

A non essere tranquilli sono però gli alti esponenti del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu. Perché il primo ministro uscente – secondo i sondaggi – potrebbe aver dilapidato un tesoretto politico tanto da essere staccato di quattro o cinque seggi dall’«Unione sionista», la formazione di centro-sinistra del duo Isaac Herzog – Tzipi Livni data come vincitrice.

«Qualcosa non sta andando nella maniera giusta», dice una fonte del Likud al quotidiano Haaretz. «Il discorso di Netanyahu al Congresso avrebbe dovuto creare un punto di svolta per noi e rafforzarci alle elezioni, ma è ormai chiaro che non abbiamo raggiunto il risultato sperato». E così, continua la fonte, «se la vittoria dell’Unione sionista è ormai cosa certa, resta da vedere quanto sarà importante il distacco. Anche se toccherà a noi formare il nuovo governo questa campagna elettorale sarà comunque un fallimento colossale e la colpa sarà soprattutto di Netanyahu».

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni - leader del blocco di centro-sinistra "Unione sionista" - giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni – leader del blocco di centro-sinistra “Unione sionista” – giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Ma mentre da più parti, all’interno del Likud, non mancano scene di panico, Netanyahu ostenta sicurezza. Convinto com’è – secondo fonti del partito – che alla fine gl’israeliani «voteranno per chi davvero è in grado di garantire la sicurezza e l’integrità dello Stato ebraico». Un ragionamento che il premier uscente ha chiarito in tv e nel colloquio con il Jerusalem Post. «Se il divario dei sondaggi tra il Likud e Unione sionista aumenterà tra una settimana Herzog e Livni diventeranno a rotazione primi ministri di questo Paese con l’appoggio dei partiti arabi», ha detto Netanyahu.

«Con loro al governo la nostra sicurezza sarà a rischio – ha continuato il premier –. Herzog e Livni hanno zero leadership, non resisterebbero un millesimo di secondo alle pressioni di fronte alle sfide che attendono Israele nei prossimi mesi: gli sarà chiesto di ritirarsi entro i confini del 1967, di cedere sull’accordo con l’Iran». Quindi la stoccata, indiretta, all’inquilino della Casa Bianca, Barack Obama. «I leader di Unione sionista pensano che l’unica cosa che devono fare è dire di sì a ogni richiesta che viene dal nostro migliore alleato».

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l'intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l’intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Netanyahu ha poi escluso qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale con «Unione sionista» se dalle elezioni non dovesse venire fuori una formazione forte. Lo scenario – ritenuto probabile dagli analisti e i politologi israeliani – è sostenuto dal presidente Reuven Rivlin. Ma Netanyahu non ne vuole sapere: «Non credo proprio, c’è un abisso tra noi e i laburisti», ha commentato.

E intanto a proposito di laburisti il leader Isaac Herzog ha ricevuto l’endorsement da parte dell’ex presidente Simon Peres che ha annunciato il suo sostegno al blocco di centro-sinistra. «Isaac è un leader che agisce a mente fredda, onesto e responsabile», ha detto Peres. «È uno con la testa sulle spalle, pieno di responsabilità nei confronto del popolo israeliano: sono certo che è adatto per l’incarico di primo ministro».

© Leonard Berberi

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Elezioni in Israele, le proiezioni e le possibili coalizioni

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Alla fine l’ago della bilancia potrebbe essere il nuovo entrato. Un po’ come accadde nell’altra tornata elettorale con «Yesh Atid» del giornalista-conduttore Yair Lapid. «Kulanu», la formazione creata poche settimane fa da Moshe Kahlon (ex ministro del premier uscente Benjamin Netanyahu) con i suoi 8 seggi – secondo la media degli ultimi sondaggi – rischia di decidere le sorti del futuro governo israeliano: è solo con loro, salvo grandi sommovimenti, che i due blocchi possono sperare di prendere almeno 61 seggi (su 120) per un nuovo governo.

A cinque giorni dalle elezioni del 17 marzo «Unione sionista», il blocco di centro-sinistra formato da laburisti e dal partito di Tzipi Livni si attesta attorno ai 24 seggi. Seguito dal «Likud» del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Terzi, con 13 deputati, «Focolare ebraico» di Naftali Bennett, le Liste arabe unite e «Yesh Atid» di Yair Lapid. Seggi anche per «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman (6), per gli ultrareligiosi dello «Shas» (7) e dello «United Torah Judaism» (6), per «Yahad», la formazione di Eli Yishai (ex «Shas», 4) e i comunisti di «Meretz» (5).

israel_poll_1Netanyahu resta il favorito per la formazione del nuovo esecutivo. Giocano, dalla sua parte, sia il campo politico di «Kulanu» (destra) che il fatto di dovere a che fare con realtà non molto distanti dalle idee di base del suo «Likud». Molto più complicata – e frastagliata – la situazione dall’altra parte. Dove il blocco di centro-sinistra («Unione sionista») secondo i seggi che gli assegnano i sondaggi dovrebbe formare una coalizione eterogenea composta da loro, «Yesh Atid» (centrista), le Liste arabe unite, «Meretz» (comunisti) e, appunto, «Kulanu».

Falafel Cafè ha preparato i due principali scenari se dovessero confermarsi i sondaggi. Scenari che, nel caso del blocco di centro-sinistra-arabi, risulta poco probabile. Sempre che non ci si comporti proprio come nel 2013: nessuna maggioranza e governo di grande coalizione. Ma questa è un’altra storia…

© Leonard Berberi

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