attualità

Elezioni in Israele, da Netanyahu ai Pirati: ecco i partiti in corsa

Il poster elettorale di Netanyahu e quello del rivale Herzog si danno il cambio in una via di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il poster elettorale di Netanyahu e quello del rivale Herzog si danno il cambio in una via di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Centro-sinistra contro destra. Isaac Herzog e Tzipi Livni contro il premier uscente Benjamin Netanyahu. In secondo piano tutti gli altri. L’ultradestra. I religiosi. I centristi. La sinistra. Ma anche una formazione di sole donne ultraortodosse. Eppoi i simpatizzanti della marijuana. I verdi. I Pirati. Martedì 17 marzo circa sei milioni d’israeliani (5.881.696 per la precisione) saranno chiamati ad esprimere il loro voto per le elezioni politiche. A due anni dall’ultimo appuntamento elettorale e dopo il collasso della grande coalizione guidata da Benjamin Netanyahu…

(Continua su corriere.it)

Annunci
Standard
attualità

Secondo, ma comunque premier. Così Netanyahu spera di ripetere l’elezione del 2009

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all'ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all’ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Nel suo partito volano gli stracci. Gli sms di fuoco. Le accuse reciproche. Ma lui si mostra tranquillo. Male che vada – è il ragionamento che fa con i suoi più stretti collaboratori – «andrà a finire come nel 2009». Sei anni fa lui arrivò secondo, con un seggio in meno di «Kadima». E però «Kadima» non riuscì a formare un governo. E così le redini del Paese andarono al secondo, lui, che nel frattempo era riuscito a tirare su una coalizione abbastanza solida di 74 parlamentari su 120.

A non essere tranquilli sono però gli alti esponenti del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu. Perché il primo ministro uscente – secondo i sondaggi – potrebbe aver dilapidato un tesoretto politico tanto da essere staccato di quattro o cinque seggi dall’«Unione sionista», la formazione di centro-sinistra del duo Isaac Herzog – Tzipi Livni data come vincitrice.

«Qualcosa non sta andando nella maniera giusta», dice una fonte del Likud al quotidiano Haaretz. «Il discorso di Netanyahu al Congresso avrebbe dovuto creare un punto di svolta per noi e rafforzarci alle elezioni, ma è ormai chiaro che non abbiamo raggiunto il risultato sperato». E così, continua la fonte, «se la vittoria dell’Unione sionista è ormai cosa certa, resta da vedere quanto sarà importante il distacco. Anche se toccherà a noi formare il nuovo governo questa campagna elettorale sarà comunque un fallimento colossale e la colpa sarà soprattutto di Netanyahu».

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni - leader del blocco di centro-sinistra "Unione sionista" - giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni – leader del blocco di centro-sinistra “Unione sionista” – giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Ma mentre da più parti, all’interno del Likud, non mancano scene di panico, Netanyahu ostenta sicurezza. Convinto com’è – secondo fonti del partito – che alla fine gl’israeliani «voteranno per chi davvero è in grado di garantire la sicurezza e l’integrità dello Stato ebraico». Un ragionamento che il premier uscente ha chiarito in tv e nel colloquio con il Jerusalem Post. «Se il divario dei sondaggi tra il Likud e Unione sionista aumenterà tra una settimana Herzog e Livni diventeranno a rotazione primi ministri di questo Paese con l’appoggio dei partiti arabi», ha detto Netanyahu.

«Con loro al governo la nostra sicurezza sarà a rischio – ha continuato il premier –. Herzog e Livni hanno zero leadership, non resisterebbero un millesimo di secondo alle pressioni di fronte alle sfide che attendono Israele nei prossimi mesi: gli sarà chiesto di ritirarsi entro i confini del 1967, di cedere sull’accordo con l’Iran». Quindi la stoccata, indiretta, all’inquilino della Casa Bianca, Barack Obama. «I leader di Unione sionista pensano che l’unica cosa che devono fare è dire di sì a ogni richiesta che viene dal nostro migliore alleato».

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l'intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l’intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Netanyahu ha poi escluso qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale con «Unione sionista» se dalle elezioni non dovesse venire fuori una formazione forte. Lo scenario – ritenuto probabile dagli analisti e i politologi israeliani – è sostenuto dal presidente Reuven Rivlin. Ma Netanyahu non ne vuole sapere: «Non credo proprio, c’è un abisso tra noi e i laburisti», ha commentato.

E intanto a proposito di laburisti il leader Isaac Herzog ha ricevuto l’endorsement da parte dell’ex presidente Simon Peres che ha annunciato il suo sostegno al blocco di centro-sinistra. «Isaac è un leader che agisce a mente fredda, onesto e responsabile», ha detto Peres. «È uno con la testa sulle spalle, pieno di responsabilità nei confronto del popolo israeliano: sono certo che è adatto per l’incarico di primo ministro».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Elezioni in Israele, le proiezioni e le possibili coalizioni

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Alla fine l’ago della bilancia potrebbe essere il nuovo entrato. Un po’ come accadde nell’altra tornata elettorale con «Yesh Atid» del giornalista-conduttore Yair Lapid. «Kulanu», la formazione creata poche settimane fa da Moshe Kahlon (ex ministro del premier uscente Benjamin Netanyahu) con i suoi 8 seggi – secondo la media degli ultimi sondaggi – rischia di decidere le sorti del futuro governo israeliano: è solo con loro, salvo grandi sommovimenti, che i due blocchi possono sperare di prendere almeno 61 seggi (su 120) per un nuovo governo.

A cinque giorni dalle elezioni del 17 marzo «Unione sionista», il blocco di centro-sinistra formato da laburisti e dal partito di Tzipi Livni si attesta attorno ai 24 seggi. Seguito dal «Likud» del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Terzi, con 13 deputati, «Focolare ebraico» di Naftali Bennett, le Liste arabe unite e «Yesh Atid» di Yair Lapid. Seggi anche per «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman (6), per gli ultrareligiosi dello «Shas» (7) e dello «United Torah Judaism» (6), per «Yahad», la formazione di Eli Yishai (ex «Shas», 4) e i comunisti di «Meretz» (5).

israel_poll_1Netanyahu resta il favorito per la formazione del nuovo esecutivo. Giocano, dalla sua parte, sia il campo politico di «Kulanu» (destra) che il fatto di dovere a che fare con realtà non molto distanti dalle idee di base del suo «Likud». Molto più complicata – e frastagliata – la situazione dall’altra parte. Dove il blocco di centro-sinistra («Unione sionista») secondo i seggi che gli assegnano i sondaggi dovrebbe formare una coalizione eterogenea composta da loro, «Yesh Atid» (centrista), le Liste arabe unite, «Meretz» (comunisti) e, appunto, «Kulanu».

Falafel Cafè ha preparato i due principali scenari se dovessero confermarsi i sondaggi. Scenari che, nel caso del blocco di centro-sinistra-arabi, risulta poco probabile. Sempre che non ci si comporti proprio come nel 2013: nessuna maggioranza e governo di grande coalizione. Ma questa è un’altra storia…

© Leonard Berberi

israel_poll_right_no_kulanuisrael_poll_left_center_arabs_no_kulanuisrael_poll_right_with_kulanuisrael_poll_left_center_arabs_with_kulanu

Standard
politica

Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Netanyahu finisce sotto accusa: “Il premier ha speso troppi soldi pubblici per le sue case”

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu con la moglie Sara nella loro casa ufficiale (foto Flash 90)

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu con la moglie Sara nella loro casa ufficiale (foto Flash 90)

Spendaccioni. Spesso senza motivo. A volte pure su cose già presenti in frigo o in casa. Per non parlare del servizio di pulizia. Effettuata pure in ambienti dove non ci viveva nessuno da mesi. Da anni.

La tegola – tanto attesa dall’opposizione – alla fine è caduta sulla testa di Benjamin Netanyahu. A un mese esatto dalle elezioni del 17 marzo. Joseph Shapira, a nome del Controllore di Stato (una sorte di Corte dei conti israeliana), ha pubblicato il rapporto sulle spese del premier e della sua famiglia tra il 2009 e il 2013 sulle residenze a Gerusalemme e Cesarea.

Dice quel documento – che è stato trasmesso al procuratore generale, Yehuda Weinstein per valutare eventuali profili penali – ecco, dice quel documento che i Netanyahu hanno spesso molti soldi per la pulizia, il cibo e l’abbigliamento. Soldi pubblici, ovvio. Non solo. Il rapporto scrive nero su bianco che gli impiegati dell’ufficio del premier sono stati – più di una volta – «forzati a pagare di tasca loro le uscite dei Netanyahu e che non sono stati rimborsati».

L'ingresso della residenza ufficiale del primo ministro israeliano a Gerusalemme (foto di Yossi Zamir/Flash 90)

L’ingresso della residenza ufficiale del primo ministro israeliano a Gerusalemme (foto di Yossi Zamir/Flash 90)

Shapira ha anche criticato con fermezza «le centinaia di migliaia di shekel spese ogni anno per il cibo takeaway – anche se le residenze sono dotate di uno staff di cuochi –, per la casa in Cesarea, anche se viene usata soltanto nei fine settimana, e l’impiego di un dipendente del Comitato centrale del Likud (il partito del premier, nda) come elettricista nella villa in Cesarea».

Più nel dettaglio. Il dossier spiega che le spese complessive sostenute per l’abitazione del primo ministro sono salite dai 475 mila dollari del 2009 ai 615 mila dell’anno successivo, per balzare a 798 mila nel 2011. È soltanto nel 2012 – quando sono scoppiate le prime polemiche sulla vita sfarzosa dei Netanyahu – che quella cifra è calata a 650 mila per toccare quota 547 mila nel 2013.

«Ma la spesa per il cibo è raddoppiata nel 2010 e nel 2011 rispetto al 2009», denuncia il Controllore di Stato, passando dai 54.585 dollari del 2009 ai 105.800 del 2011. L’anno prima, nel 2010, «i Netanyahu hanno ordinato cibo per un valore di 18.600 dollari – scrive il documento – valore che rappresenta un quarto della spesa complessiva sostenuta quell’anno per l’alimentazione». Nel 2011 quella cifra è aumenta a 24 mila dollari.

Le foto della Radio militare israeliana sull'interno della casa dei Netanyahu

Le foto della Radio militare israeliana sull’interno della casa dei Netanyahu

Sotto la lente del Controllore di Stato sono finite anche altre spese. Come i 20 mila dollari all’anno spesi per l’acqua nella casa in Cesarea, per esempio. Ma anche i 2.500 dollari al mese per l’acquisto di gelato. O i 127 mila dollari pagati «per mettere un letto in un volo che è durato cinque ore».

E ancora. Shapira stigmatizza pure i 2.120 dollari spesi ogni mese per le pulizie nella casa privata dei Netanyahu. «Soldi spesi nonostante la famiglia passi la maggior parte del tempo nella residenza ufficiale a Gerusalemme». E però, chiarisce il documento, Sara Netanyahu ha rimborsato i 1.035 dollari finiti poi al centro dello scandalo «bottiglia-gate».

Moshik Galamin, interior design israeliano, con Sara Netanyahu dentro la villa del premier

Moshik Galamin, interior design israeliano, con Sara Netanyahu dentro la villa del premier

Proprio la moglie del primo ministro, due giorni prima del dossier, è stata protagonista di un filmato in cui lei fa vedere al designer d’interni della tv, Moshik Galamin, la casa ufficiale per mettere a tacere le voci di una vita eccessiva. E nelle immagini, infatti, si vede una cucina dimessa. Un ambiente, secondo Galamin, «degno di un orfanotrofio rumeno del 1954».

Nulla di lussuoso insomma. Tant’è vero che – mostra il filmato – ci sono pure delle crepe sul soffitto e delle pareti che hanno bisogno di essere ridipinte. E però Canale 10 racconta un’altra versione. Sostiene che al secondo piano – che non hanno fatto vedere – c’è un’altra cucina, molto più moderna e costosa.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Elezioni in Israele, se a decidere saranno errori e scandali

Isaac Herzog, leader laburista, e Tizpi Livni, al vertice dei centristi di Hatnua, mentre annunciano l'accordo elettorale e la creazione del blocco Campo sionista (foto Flash 90)

Isaac Herzog, leader laburista, e Tizpi Livni, al vertice dei centristi di Hatnua, mentre annunciano l’accordo elettorale e la creazione del blocco Campo sionista (foto Flash 90)

Noi o lui. Noi o loro. Comunque vadano le elezioni del 17 marzo in Israele c’è già un vincitore: la personalizzazione della politica. Per cui i partiti sono relegati sullo sfondo. E in scena la sfida è tutta giocata sui volti dei leader e sulle loro parole, sulle malefatte (presunte) delle mogli e sugli scandali (denunciati) degli assistenti. Soprattutto: sull’alternativa netta. Per cui o è bianco o è nero, o è una parte o l’altra. O «noi» o «loro», appunto.

I politologi locali concordano tutti su una cosa: mai campagna elettorale è stata così «rumorosa», pure per una realtà – come quella israeliana – di solito abituata a percorsi senza strappi, senza eccessi. Stavolta più della sostanza si bada agli errori, agli scivoloni dei candidati. «Non c’è molto da dire: è una guerra basata tutta su chi getta più fango sugli avversari», sintetizza Hanan Crystal, analista politica molto ascoltata su Radio Israele. «Dove però ci porterà tutto questo nessuno lo sa».

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e la moglie Sara al voto durante le primarie del Likud, il partito del premier, lo scorso 31 gennaio (foto di Bernat Armangue / Ap)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e la moglie Sara al voto durante le primarie del Likud, il partito del premier, lo scorso 31 gennaio (foto di Bernat Armangue / Ap)

Non è un caso se a tenere banco – più della sicurezza, più dell’Iran, più di Hezbollah, più dell’economia – ecco, non è un caso se a dominare per giorni la scena politica è stato il «bottiglia-gate» della moglie del premier (uscente) Benjamin Netanyahu. Scrive il quotidiano Haaretz – dopo aver ottenuto documenti da un tribunale – che Sara Netanyahu avrebbe preteso che gli assistenti riportassero al supermercato i vuoti delle bottiglie per avere indietro dieci centesimi di deposito per ciascuna.

Peccato, fa notare Haaretz, che quelle bottiglie erano state comprate dalla famiglia del primo ministro con i soldi dei contribuenti. E la first lady – psicologa ed ex assistente di volo – finisce per l’ennesima volta al centro delle critiche per il suo stile di vita giudicato eccessivo.

Forse finirà anche questo «caso» per decidere le sorti delle elezioni. Soprattutto perché gli ultimi due sondaggi – quelli commissionati dai quotidiani Yedioth Ahronoth e Ma’ariv – vedono il Likud, il partito di Netanyahu, e il Campo sionista (laburisti e centristi di Tzipi Livni) di fatto alla pari. Secondo lo Yedioth il centro-sinistra dovrebbe vincere 25 seggi (su 120) contro i 24 di Netanyahu. Per Ma’ariv sarebbe l’esatto opposto. Quando Netanyahu decise di mandare tutti a casa, però, era convinto di vincere le elezioni e di diventare – per la quarta volta – premier.

In una vignetta di Haaretz i candidati alle prossime elezioni del 17 marzo

In una vignetta di Haaretz i candidati alle prossime elezioni del 17 marzo

«O noi o lui», recita lo slogan del centro-sinistra. «O noi o loro», ribatte il Likud di Netanyahu. Niente più sicurezza o economia al centro del dibattito. Ma l’invito – esplicito – a una scelta di campo. Il perché è spiegato, secondo alcuni analisti: dal momento che il premier uscente è percepito come una figura forte e autorevole nel Paese l’opposizione non può che fare leva su altri aspetti.

«Da anni è in atto un percorso per cui gli elettori si interessano di più delle personalità dei candidati e meno ai partiti e alle ideologie. Questo non succedeva prima», ragiona Gideon Rahat, professore alla Hebrew University. Un aspetto che spiegherebbe la sfilza di attacchi personali tra leader.

Naftali Bennett, leader di Focolare ebraico (che sarebber il terzo più votato, secondo i sondaggi) con il premier uscente Netanyahu (foto Flash90)

Naftali Bennett, leader di Focolare ebraico (che sarebber il terzo più votato, secondo i sondaggi) con il premier uscente Netanyahu (foto Flash90)

Mentre i sondaggi fanno il loro corso, si discute molto sui blocchi. Perché se da un lato c’è Netanyahu, dall’altro c’è il Campo sionista. Uno strano blocco di centro-sinistra. Strano perché alla base c’è un accordo tra due partiti – Labur e Hatnua di Livni – per cui in caso di vittoria il posto di primo ministro verrà occupato dai due leader: Isaac Herzog nei primi due anni di governo, Tzipi Livni negli altri due. Pazienza se per molti questo avvicendamento non ci sarà.

Herzog è sempre più visto come l’alternativa a Netanyahu. Da settimane il leader laburista si batte contro le ineguaglianze sociali ed economiche del Paese e ha promesso pure di riportare lo Stato ebraico in un contesto internazionale, cosa che – secondo lui – ora non c’è a causa delle politiche del premier uscente.

Resta, sullo sfondo, la sfilza di partiti e partitini. Perché è chiaro già da ora – a meno di grandi sconvolgimenti – che né il Likud né il Campo sionista potranno governare da soli. Avranno bisogno di allearsi con altre formazioni. Ma con chi? A vedere lo spettro politico israeliano i giochi sono più facili per Netanyahu. Il quale potrebbe pure prendersi una ventina di seggi. Ma avendo a disposizioni molti più possibili alleati. Da Kahlon a Lieberman, da Bennett agli ultraortodossi.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Se per Netanyahu la politica israeliana è un asilo nido

L'asilo nido della politica israeliana secondo il Likud. Da sinistra, in versione junior, i principali rivali di Netanyahu: Avigdor Lieberman (attuale ministro degli Esteri), Tzipi Livni (ex ministro della Giustizia), Yair Lapid (ex ministro delle Finanze), Naftali Bennett (ministro dell'Economia e dei Servizi religiosi) [fermo immagine da YouTube]

L’asilo nido della politica israeliana secondo il Likud. Da sinistra, in versione junior, i principali rivali di Netanyahu: Avigdor Lieberman (attuale ministro degli Esteri), Tzipi Livni (ex ministro della Giustizia), Yair Lapid (ex ministro delle Finanze), Naftali Bennett (ministro dell’Economia e dei Servizi religiosi) [fermo immagine da YouTube]

La politica israeliana? Un asilo nido. Parola di «Bibi». Di tempo ne manca ancora. Del resto si vota il 17 marzo. Cioè tra cinquanta giorni. Ma a seguire tv e giornali, siti web e profili social dei più grandi partiti per ora sembra esserci soltanto un partito: il Likud. Quello del premier uscente, Benjamin Netanyahu.

Non è un caso se proprio uno degli spot del partito di destra – il più visto, commentato e criticato – punti sull’affidabilità di «Bibi» (come viene chiamato il primo ministro Netanyahu) e sulla presunta infantilità di tutti gli altri leader, a partire da loro, Tzipi Livni e Yair Lapid, ex ministri della Giustizia e delle Finanze nell’esecutivo che volge al termine. Anche se è uno spot comparso «per errore» in Rete.

Bennett jr e Lapid jr litigano tra loro (fermo immagine da YouTube)

Bennett jr e Lapid jr litigano tra loro (fermo immagine da YouTube)

Il filmato si apre con questi bimbi che rumoreggiano in un asilo nido, sconquassano tutto e non stanno un attimo fermi. Non sono minori qualunque. Rappresentano, ciascuno, gli altri avversari. Quindi ecco Tzipi Livni junior, ma anche Yair Lapid con il suo ciuffo noto in ogni angolo d’Israele. Non mancano nemmeno i diretti concorrenti – quelli che a destra potrebbero drenare voti al Likud – e cioè Avigdor Lieberman e Naftali Bennett.

Poi compare «Bibi», camicia scura, sguardo serioso e l’aria di chi deve riportare la tranquillità. È il «Bibi» di oggi, mica in formato junior pure lui. «Bambini state calmi! Non possiamo fare nulla oggi – dice il primo ministro uscente – E tu Yvette (il nomignolo dato ad Avigdor Lieberman) non puoi tenere tutto per te ma devi condividere con gli altri».

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu nello spot del suo partito (fermo immagine da YouTube)

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu nello spot del suo partito (fermo immagine da YouTube)

Parole al vento. Perché la versione minorile di Yair Lapid (leader di Yesh Atid) dà fastidio a Naftali Bennett junior (della formazione La Casa ebraica): «Ahkh, ahkh, ahkh», si lamenta Bennett jr. «Sì, lo so, è un ahkh», concede Netanyahu, giocando su quel termine – «ahkh» – che in ebraico vuol dire «fratello». «Yair, smettila di giocarci così, lo stai rompendo», interviene «Bibi» poco dopo contro l’ex ministro delle Finanze.

Cambio di scena e i bimbi-leader stanno giocando al gioco della sedie. Yair e Naftali occupano lo stesso posto in due: «L’ho occupato io per primo, io, io, è mio» si dicono i due. «Basta litigare per il posto», sgrida ancora Netanyahu. «E tu Tzipi (Livni, leader dell’alleanza con i Laburisti) smettila di correre da un posto all’altro», attacca il primo ministro, evidenziando le ultime scelte politiche del suo ex ministro della Giustizia.

E insomma si va avanti così per alcuni secondi. E si vede pure – mica a caso – un piccolo Naftali Bennett che gioca con due carri armati. «Che perdita di tempo – chiude Netanyahu – non possiamo continuare con questo asilo nido. Per guidare un Paese serve un governo forte e stabile. Vota per il Likud per un cambio di passo.

Il promo, che secondo molti analisti colpisce al cuore della politica israeliana, è pero finito al centro delle polemiche da parte delle associazioni per i minori. Perché, accusa Yitzhak Kadman – direttore del Consiglio nazionale per l’infanzia – «la legge che regola le elezioni stabilisce che i giovanissimo che hanno meno di 15 anni non possono comparire negli spot elettorali». Per questo ha chiesto alla Commissione elettorale centrale di bloccarlo.

«Questo è uno dei tanti filmati che abbiamo preparato», replica – attraverso il sito Ynet – lo staff del Likud. «L’abbiamo sì preparato noi, ma non aveva ancora ricevuto l’ok per la messa in onda. Purtroppo, a causa di un errore tecnico, il video è stato pubblicato online».

© Leonard Berberi

Standard