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Secondo, ma comunque premier. Così Netanyahu spera di ripetere l’elezione del 2009

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all'ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all’ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Nel suo partito volano gli stracci. Gli sms di fuoco. Le accuse reciproche. Ma lui si mostra tranquillo. Male che vada – è il ragionamento che fa con i suoi più stretti collaboratori – «andrà a finire come nel 2009». Sei anni fa lui arrivò secondo, con un seggio in meno di «Kadima». E però «Kadima» non riuscì a formare un governo. E così le redini del Paese andarono al secondo, lui, che nel frattempo era riuscito a tirare su una coalizione abbastanza solida di 74 parlamentari su 120.

A non essere tranquilli sono però gli alti esponenti del Likud, il partito di Benjamin Netanyahu. Perché il primo ministro uscente – secondo i sondaggi – potrebbe aver dilapidato un tesoretto politico tanto da essere staccato di quattro o cinque seggi dall’«Unione sionista», la formazione di centro-sinistra del duo Isaac Herzog – Tzipi Livni data come vincitrice.

«Qualcosa non sta andando nella maniera giusta», dice una fonte del Likud al quotidiano Haaretz. «Il discorso di Netanyahu al Congresso avrebbe dovuto creare un punto di svolta per noi e rafforzarci alle elezioni, ma è ormai chiaro che non abbiamo raggiunto il risultato sperato». E così, continua la fonte, «se la vittoria dell’Unione sionista è ormai cosa certa, resta da vedere quanto sarà importante il distacco. Anche se toccherà a noi formare il nuovo governo questa campagna elettorale sarà comunque un fallimento colossale e la colpa sarà soprattutto di Netanyahu».

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni - leader del blocco di centro-sinistra "Unione sionista" - giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il laburista Isaac Herzog e Tzipi Livni – leader del blocco di centro-sinistra “Unione sionista” – giovedì 12 marzo al Mercato Carmel di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Ma mentre da più parti, all’interno del Likud, non mancano scene di panico, Netanyahu ostenta sicurezza. Convinto com’è – secondo fonti del partito – che alla fine gl’israeliani «voteranno per chi davvero è in grado di garantire la sicurezza e l’integrità dello Stato ebraico». Un ragionamento che il premier uscente ha chiarito in tv e nel colloquio con il Jerusalem Post. «Se il divario dei sondaggi tra il Likud e Unione sionista aumenterà tra una settimana Herzog e Livni diventeranno a rotazione primi ministri di questo Paese con l’appoggio dei partiti arabi», ha detto Netanyahu.

«Con loro al governo la nostra sicurezza sarà a rischio – ha continuato il premier –. Herzog e Livni hanno zero leadership, non resisterebbero un millesimo di secondo alle pressioni di fronte alle sfide che attendono Israele nei prossimi mesi: gli sarà chiesto di ritirarsi entro i confini del 1967, di cedere sull’accordo con l’Iran». Quindi la stoccata, indiretta, all’inquilino della Casa Bianca, Barack Obama. «I leader di Unione sionista pensano che l’unica cosa che devono fare è dire di sì a ogni richiesta che viene dal nostro migliore alleato».

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l'intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu durante l’intervista a Canale 2 giovedì 12 marzo 2015 (frame da Canale 2)

Netanyahu ha poi escluso qualsiasi possibilità di un governo di unità nazionale con «Unione sionista» se dalle elezioni non dovesse venire fuori una formazione forte. Lo scenario – ritenuto probabile dagli analisti e i politologi israeliani – è sostenuto dal presidente Reuven Rivlin. Ma Netanyahu non ne vuole sapere: «Non credo proprio, c’è un abisso tra noi e i laburisti», ha commentato.

E intanto a proposito di laburisti il leader Isaac Herzog ha ricevuto l’endorsement da parte dell’ex presidente Simon Peres che ha annunciato il suo sostegno al blocco di centro-sinistra. «Isaac è un leader che agisce a mente fredda, onesto e responsabile», ha detto Peres. «È uno con la testa sulle spalle, pieno di responsabilità nei confronto del popolo israeliano: sono certo che è adatto per l’incarico di primo ministro».

© Leonard Berberi

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Bibi, Angela e quel riflesso che fa impazzire la Rete

(foto di Marc Israel Sellem/Jerusalem Post)

(foto di Marc Israel Sellem/Jerusalem Post)

La foto è la solita: c’è un leader di un Paese con un altro leader di Paese che s’incontrano, parlano, discutono, sorridono, indicano a destra e a sinistra, si mettono in posa per gli scatti di rito. Quelli, per intenderci, che poi finiscono nel flusso delle agenzie stampa e negli album ufficiali dei rispettivi governi.

Poi ci sono foto realizzate nel luogo giusto, ma al momento sbagliato. Come questa che vede sopra – scattata da Marc Israel Sellem, fotogiornalista del quotidiano israeliano in lingua inglese Jerusalem Post – dove la posizione del braccio sinistro del premier Benjamin Netanyahu e il riflesso sul viso della cancelliera tedesca Angela Merkel, in visita nello Stato ebraico, finiscono per dare un risultato particolare. E infatti lo scatto, condiviso da migliaia di persone e commentato da centinaia di utenti del web, sta letteralmente facendo il giro della Rete.

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Ariel Sharon e i colloqui di pace: le prime pagine dei giornali israeliani

Ariel Sharon nel suo ranch dei Sicomori nel 1993 (foto Gideon Markowicz / Flash90)

Ariel Sharon nel suo ranch dei Sicomori nel 1993 (foto Gideon Markowicz / Flash90)

Tanti articoli sui migranti, certo, ma a dominare le prime pagine dei giornali israeliani – ancora una volta – è lui: Ariel Sharon. Le condizioni dell’ex premier, in coma da otto anni, sono peggiorate nelle ultime ore. C’è chi pensa che il politico che ha dominato per anni la scena pubblica mediorientale se ne andrà a breve. E chi, come i figli, sperano in un miglioramento.

La prima pagina dello Yedioth Ahronoth

La prima pagina dello Yedioth Ahronoth

«Dire addio ad Arik», titola in apertura lo Yedioth Ahronoth, il più venduto quotidiano israeliano. «Arik» è il soprannome con cui viene chiamato Sharon. «Le condizioni dell’ex premier – continua l’articolo – sono passate da “critiche” a “in fase terminale” e in molti, dai figli agli autisti passando per i consiglieri, sono andati in ospedale per dirgli addio».

Stesso titolo in prima pagina per Israel Hayom, giornale gratuito e anche il più letto dello Stato ebraico. All’interno, quattro pagine speciali. Tra queste spicca l’analisi di Matti Tochfeld, editorialista del free press, che riepiloga un po’ la vita militare e politica di Sharon – tra alti e bassi – dalla guerra dello Yom Kippur al suo arrivo alla guida del governo. Senza dimenticare il ruolo dell’ex premier nel massacro di Sabra e Shatila o lo scandalo corruzione che ha coinvolto uno dei figli, Omri.

jerusalem_postAnche il Jerusalem Post decide di aprire sulle condizioni di salute di Ariel Sharon. «Sta lottando per la vita – racconta il figlio Omri – e noi saremo con lui tutto il tempo necessario». «Reni e polmoni hanno ceduto del tutto – scrive il quotidiano in lingue inglese –, il sangue e il battito cardiaco, dopo essere tornati ai livelli normali lunedì scorso, hanno mostrato valori anomali il giovedì successivo».

In controtendenza Maariv. Il secondo quotidiano più venduto dedica poco spazio a Sharon, in prima pagina, mettendolo comunque nella parte più alta, appena sotto la testata. Il giornale preferisce dare più risalto allo stato dei lavori sui colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: qui, una vignetta mostra esplicitamente il segretario di Stato Usa e mediatore tra le due parti, John Kerry, che procede di fatto verso un burrone. A spiegare meglio l’illustrazione c’è un retroscena che illustra le profonde divisioni tra Gerusalemme e Washington. All’interno c’è anche un ampio sondaggio con dati poco incoraggianti: otto israeliani su dieci si dicono pessimisti sull’esito di questo giro di negoziati e il 73 per cento non vuole che l’esercito se ne vada dalla Valle del Giordano.

La prima pagina di Israel Hayom

La prima pagina di Israel Hayom

Si parla di colloqui anche nella prima pagina di Haaretz dove si mette in risalto il «no» del premier Benjamin Netanyahu a inserire lo status di Gerusalemme all’interno dei negoziati. «Sono disposto a far fallire tutto», avrebbe detto il primo ministro ai suoi uomini di partito, «se americani e palestinesi vogliono trattare anche la nostra capitale». Una «chiusura» però, fa notare il quotidiano progressista, «che non c’è stata, sempre su Gerusalemme, durante il faccia a faccia tra Netanyahu e Kerry. Anzi, nell’incontro il premier si sarebbe mostrato più flessibile e possibilista di quanto poi ha detto nella riunione del Likud».

La prima pagina di Haaretz

La prima pagina di Haaretz

Ampio spazio, all’interno di tutti i giornali, è dedicato poi alle richieste dei migranti che chiedono di non finire nei centri di detenzione e di non essere espulsi. Maariv però fa notare che gli scioperi e le manifestazioni di chi è scappato dall’Africa «stanno creando problemi ai commercianti, tanto che molti palestinesi clandestini si sono offerti di rimpiazzare i migranti anche agli esercenti del centralissimo mercato Carmel di Tel Aviv».

Approccio diverso, sul tema, di Haaretz che fa partire in prima pagina un commento di uno dei manifestanti – Mutasim – che racconta anche la storia, dalla fuga in Darfur nel 2009 all’arrivo nello Stato ebraico. «Una delle ragioni per cui ho deciso di venire qui (in Israele, ndr) è perché credo davvero che gli ebrei siano gli unici ad avere idea delle difficoltà che passa un profugo, del resto ci sono passati anche loro quando sono scappati dal genocidio».

La prima pagina di Maariv

La prima pagina di Maariv

Altro argomento delicato, per Israele, è il taglio al budget della Difesa. Secondo Yedioth Ahronoth «c’è un buco nei cieli del nostro Paese»: «i risparmi di fatto obbligano le forze armate ad aspettare prima di mettere a punto i due Iron Dome (gli scudi anti-missile) che, nei piani, si dovevano aggiungere alle altre sei batterie». I due dispositivi  – chiarisce lo Yedioth – sono stati già comprati, in realtà, ma non potranno essere messi a punto e dislocati sul territorio perché i tagli di fatto bloccano tutte le operazioni logistiche. Iron Dome non è un aggeggio qualsiasi: durante l’operazione militare su Gaza “Pilastro della Difesa” (correva il novembre 2012), gli scudi anti-missile hanno intercettato circa l’80 per cento dei razzi sparati dagli esponenti di Hamas sul suolo israeliano.

© Leonard Berberi

CORREZIONE: Nella prima versione di questo articolo, parlando della prima pagina del Jerusalem Post, ho scritto: «Reni e fegato hanno ceduto del tutto». In realtà la versione corretta è «reni e polmoni hanno ceduto del tutto»

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politica

Nuovo affondo di Lieberman: “Il premier turco Erdogan è come Ahmadinejad”

Tanto per essere più esplicito, stavolta non le ha mandato a dire. E ha detto – anzi, scritto – quello che da tempo andava pensando attraverso la prima pagina del Jerusalem Post. La Turchia? Come l’Iran. Il premier turco Erdogan? «Non così diverso dal presidente Ahmadinejad». Firmato: Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri dello Stato ebraico.

Il commento del ministro degli Esteri Lieberman sulla prima pagina del "Jerusalem Post" del 6 gennaio

Il leader di “Israel Beitenu” (estrema destra) ha scritto un commento critico sul quotidiano in lingua inglese e ha tracciato un paragone tra i «recenti eventi» in Turchia e la situazione in Iran alla vigilia della rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini.

La svolta anti-israeliana nella politica estera turca, secondo Lieberman, non è una conseguenza di azioni israeliane, ma piuttosto «di cambiamenti politici interni in Turchia». «Israele – ha scritto il ministro – non sarà un punching ball e reagirà, come ogni Stato sovrano, a insulti e offese».

Al tempo stesso Lieberman ha detto che Israele «vuole il ritorno a un dialogo franco e onesto con la Turchia» e ha invitato il suo omologo turco a un incontro a Gerusalemme o altrove «per discutere su tutte le questioni che hanno rilievo sia per le due nazioni sia per la più ampia regione».

Le relazioni tra Israele e Turchia sono andate in crisi dopo il conflitto israeliano contro Hamas a Gaza negli ultimi giorni del 2008. Ankara aveva poi richiamato il suo ambasciatore a Tel Aviv dopo il blitz della marina israeliana a una nave turca di attivisti filo-palestinesi che volevano rompere il blocco marittimo imposto da Israele sulla Striscia. Durante l’operazione persero la vita nove cittadini. Tutti con passaporto turco.

Leonard Berberi

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attualità, politica

Il Tea party arriva anche in Israele. Obiettivo: fermare Obama e i negoziati di pace

Un Tea party in salsa ebraica. E anche qui, in Israele, così come negli Usa, il nemico numero uno è sempre lui: il presidente americano Barack Obama. Per non parlare della portavoce. Là come qui, il primo nome è lo stesso: Sarah. Palin a Washington, Tiktinsky a Gerusalemme.

E così anche nello Stato ebraico – secondo il Jerusalem Post – nascerà un movimento ultraconservatore. Lo slogan è esplicito («Diciamo no a Obama») e verrà scandito a squarciagola domenica sera alla sede dell’Organizzazione sionista dell’American House di Tel Aviv.

(Justin Sullivan / Getty Images)

L’obiettivo dichiarato del Tea party «made in Israel» è quello di bloccare ogni sforzo di Washington per il rinnovo della moratoria delle costruzioni negli insediamenti. Una condizione, questa, che i palestinesi ritengono basilare per riprendere le trattative di pace.

Secondo i promotori, Obama rinnoverà le sue pressioni sul primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu subito dopo le elezioni di midterm del 2 novembre. «Netanyahu ha ricevuto forti pressioni da Washington. La storia ha provato che Bibi (il primo ministro israeliano, nda) cede alle pressioni», spiega la portavoce del movimento Sarah Tiktinsky. «Ecco perché bisogna fare qualcosa per fermarlo: nessuno all’interno del suo partito Likud è in grado di farlo, ma noi che siamo la sua base elettorale sì».

Gli analisti politici sono ancora scettici sulla reale capacità del nuovo movimento di fare presa sulla popolazione ebraica. Ma c’è da registrare già l’adesione di alcuni deputati del Likud – il partito del premier Netanyahu – e di molti esponenti dei coloni in Cisgiordania.

Leonard Berberi

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attualità

Facebook fa scoprire un centro raccolta di missili nucleari. Ma Israele impone il silenzio

La base militare di S'dot Micha, in una delle poche foto sfuggite al controllo

La segretezza israeliana sulle armi atomiche (chiamate Adm) è venuta meno solo due volte. La prima, quando l’ingegnere Mordechai Vanunu spifferò a mezzo stampa che nell’impianto di Dimona si portavano avanti progetti nucleari. La seconda, quando l’ex primo ministro Ehud Olmert annunciò a tutti che sì, Israele aveva missili atomici.

Poi nulla. I giornalisti – anglosassoni, soprattutto – tentarono in tutti i modi di capire se c’erano altri impianti nucleari sparsi per lo Stato ebraico. Non avevano tenuto conto di Facebook, il social network. Perché basta collegarsi, fare un po’ di ricerche e scoprire che esiste addirittura un gruppo di ex dipendenti (chiamato la Valle di Elah) di quello che sembra essere un altro punto di raccolta di armi nucleare in Israele: S’dot Micha, vicino alla città di Beit Shemesh, a metà tra Ashdod e Gerusalemme.

Il gruppo Facebook che ha fatto saltare la copertura all'impianto israeliano vicino a Beit Shemesh

A scrivere per prima la notizia è stato il quotidiano Yedioth Ahronoth. Poi il Jerusalem Post ha fatto ulteriori approfondimenti. E ha scoperto anche la località precisa: S’dot Micha, appunto. Solo che in virtù della legge sulla pubblica sicurezza, il giornale ha scritto la notizia, ma non ha potuto dare il nome della località.

S’dot Micha non è una località qualsiasi. È il posto dove vengono ospitati 100 postazioni di lancio e missili Gerico I, II e III, in grado di arrivare in pochi minuti in Iran. C’è chi dice che i Gerico III siano in grado di percorrere oltre 7.000 chilometri. Circa sette volte la distanza per raggiungere Teheran.

Se si passa su S’dot Micha attraverso Google Earth si vede un cumulo di case circondato da colline verdi. Ma l’immagine è truccata. Non solo perché la località è una No-fly-zone (come Dimona), ma anche perché lo stesso governo israeliano ha chiesto a tutte le società di rilevamento satellitare di non divulgare immagini reali dell’area.

«Ci sono cose che vengono tenute nascoste. Ma così noi non capiremmo. E non conosceremmo». È così che si presenta il gruppo Facebook che ha fatto saltare la copertura di S’dot Micha. Ci sono più di 200 iscritti e fino a qualche giorno fa era ancora pubblico. Poi l’accesso è diventato riservato. Proprio come tutta la questione sulla base militare.

Leonard Berberi

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attualità, politica

Stampa israeliana all’attacco del governo: “Mio figlio di sei anni avrebbe fatto meglio di Netanyahu”

«Quella di ieri è stata una trappola. E Israele c’è cascata in pieno». La maggior parte dei quotidiani israeliani spiega così l’assalto alla nave turca Mavi Marmara che trasportava aiuti e pacifisti diretti alla Striscia di Gaza. Con un bilancio che, anche se non ancora confermato, parla di nove morti (la maggior parte con passaporto turco). C’è solo un giornale, il progressista Haaretz, che già nella prima pagina chiede una commissione nazionale d’inchiesta per spiegare l’accaduto e «per decidere chi deve pagare per questa decisione politica pericolosissima».

«La trappola» è il titolone di apertura dello Yedioth Ahronoth, il più venduto nel paese. «Il fallimento e l’eroismo» è la prima pagina del quotidiano Ma’ariv. Mentre il free press Israel Ha-yom (di destra e filo-governativo) mette in evidenza «il linciaggio dei soldati».

Giro d’opinioni. Molto critico Ari Shavit, giornalista di Haaretz, noto fino a non molto tempo fa per i suoi buoni rapporti con Ehud Barak (attuale ministro della Difesa) e Benjamin Netanyahu (premier): «Durante la guerra del 2006 in Libano, ho scritto che mia figlia di 15 anni avrebbe potuto prendere delle decisioni molto più sagge di quelle prese dal duo Olmert-Peretz», esordisce l’analista. «Beh, vedo che abbiamo fatto progressi: oggi è chiaro che anche mio figlio di 6 anni potrebbe fare meglio del nostro attuale governo».

Sempre su Haaretz, mano pesante sul governo anche da parte di Gideon Levi: «Se l’operazione Piombo fuso (sulla Striscia di Gaza) è stata un punto di svolta nell’atteggiamento del mondo verso di noi, questa operazione è una sorta di secondo film dell’orrore. Una saga che evidentemente continua». Senza scampo l’intervento, sullo stesso quotidiano progressista, dell’ex ministro Yossi Sarid e capo del partito di sinistra Meretz: «Il nostro governo è gestito da sette idioti». I sette componenti sono quelli che hanno deciso qualche giorno fa l’intervento sulle navi in avvicinamento alla Striscia di Gaza: Ehud Barak, Benjamin Netanyahu, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri), Eli Yishay (Shas, ultra-destra), Beni Begin e Dan Meridor, Moshe Yaalon (Likud, il partito del premier Netanyahu).

Pessimista l’analisi di Zvi Mazel, un veterano del Foreign Office e commentatore del Jerusalem Post. «Siamo di fronte a una crisi vera e diplomatica – scrive Mazel –. Nessuno ci darà una mano in questa fare delicata. Mi vengono in mente le parole della Bibbia: “Ecco un popolo che abiterà da parte, e non si acconterà fra l’altre nazioni”». L’editoriale del Jerusalem Post respinge le critiche internazionali e spiega che la reazione dell’Idf, l’esercito israeliano, sarebbe potuta essere anche peggiore.

«Con quello che è successo lunedì, Israele ormai viene dipinto come un paese che agisce in modo violento a prescindere, senza la minima lucida analisi e con una costante paura esistenziale». Queste le parole di Ofer Sela, giornalista militare per Ma’ariv.

Sever Plotsker, sulle pagine dello Yedioth Ahronoth chiede le dimissioni del ministro della Difesa, Barak (partito laburista). E nemmeno Nahum Barnea, sullo stesso giornale, fa sconti al governo. «Nonostante le conseguenze, l’operazione resta ancora la cosa più giusta che si poteva e doveva fare», scrive invece l’esperto militare dello Yedioth, Alex Fishman.

Mentre Amnon Abramowitz, commentatore politico di alto livello per l’emittente israeliana Canale 2 ha chiesto che il primo ministro Netanyahu formi subito «una coalizione governativa diversa da quella attuale. Una coalizione che sia in grado di adottare nuove politiche diplomatiche, sia a Gaza che in Cisgiordania».

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