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La violenza continua e il timore dello stillicidio quotidiano

Un israeliano porta via un bimbo dalla scena del duplice omicidio nella città vecchia di Gerusalemme il 3 settembre 2015 (foto via Twitter)

Un israeliano porta via un bimbo dalla scena del duplice omicidio nella città vecchia di Gerusalemme il 3 ottobre 2015 (foto di Jonatan Sindel/Flash 90)

È il marzo 2011. La famiglia Fogel – papà Udi (36 anni), mamma Ruth (35) e i piccoli Yoav (11), Elad (4) e Hadas (3 mesi) – è stata uccisa poche ore prima dai cugini palestinesi Awad a Itamar, insediamento ebraico in Cisgiordania. È un massacro. Di quelli, per intenderci, che avrebbero scatenato un’offensiva militare in West Bank. Succede però poco o nulla. Anche se, nei tanti incontri con i vertici della sicurezza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sente, per la prima volta, le parole «Terza intifada». Uno scontro diretto, tra ebrei e musulmani, diverso dalle altre due intifade perché non concentrato in pochi giorni, ma diluito nel tempo. In pratica: uno stillicidio. Lento. Quotidiano. Un attacco di qua. Un’aggressione di là.

Poi ci pensa la Striscia di Gaza a distogliere l’attenzione. Ma quello stillicidio è continuato per mesi. Fino a crescere d’intensità. Fino ad arrivare all’ultimo, ennesimo massacro di sabato sera. Ma stavolta nella città vecchia di Gerusalemme, casa di circa 40 mila persone tra ebrei, musulmani, cristiani. Soprattutto: il cuore turistico-religioso d’Israele, ché è là dentro che si trovano il Muro del Pianto e la Moschea di Al Aqsa fino ad arrivare alla Via Dolorosa.

I poliziotti israeliani sul luogo del duplice omicidio, dentro la città vecchia di Gerusalemme, sabato 3 settembre 2015 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

I poliziotti israeliani sul luogo del duplice omicidio, dentro la città vecchia di Gerusalemme, sabato 3 ottobre 2015 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Nehemia Lavi, 41 anni, e Aharon Benet, 22, sono così finiti il 3 ottobre nella lunga lista delle vittime di uno scontro tra israeliani e palestinesi che ne ammazza pochi in un atto, ma tantissimi giorno dopo giorno. Sono stati accoltellati, proprio nella Gerusalemme vecchia, da un 19enne palestinese, Muhammad Shafeq Halabi, ucciso poi dalla polizia israeliana. Halabi è partito da al-Bire, villaggio vicino Ramallah, in Cisgiordania e s’è scagliato contro gli ultraortodossi. Tre morti, un ferito grave (la moglie di Benet, ricoverata in rianimazione) e il figlio di due anni di Benet, ferito leggermente.

Poi, nel cuore della notte – tra sabato e domenica – il terrore è ripiombato a Gerusalemme. Stavolta nei pressi della Porta di Damasco, uno degl’ingressi alla Città vecchia. Un quarantenne arabo si scaglia contro un ebreo 15enne. Lo accoltella. Poi viene ucciso dai poliziotti.

I due uomini uccisi nella città vecchia di Gerusalemme: Nehemia Lavi, 41 (a sinistra) di Gerusalemme, e Aharon Benet, 22 (destra) di Beitar Ilit

I due uomini uccisi nella città vecchia di Gerusalemme: Nehemia Lavi, 41 (a sinistra) di Gerusalemme, e Aharon Benet, 22 (destra) di Beitar Ilit

Il premier Netanyahu ha convocato i vertici della sicurezza appena atterrerà a Tel Aviv. Non ha nascosto l’irritazione per il fallimento della polizia nel prevenire le aggressioni. Soprattutto perché in meno di una settimana è la seconda azione contro gl’israeliani. Due giorni prima Naama ed Eitan Henkin sono stati trucidati, in auto e davanti ai tre figli, mentre tornavano a casa, tra gl’insediamenti di Itamar ed Elon Moreh, vicino al villaggio palestinese di Beit Furik, a due passi da Nablus.

Muhammad Shafeq Halabi, palestinese di 19 anni, presunto assassino dei due israeliani a Gerusalemme (foto da Facebook)

Muhammad Shafeq Halabi, palestinese di 19 anni, presunto assassino dei due israeliani a Gerusalemme (foto da Facebook)

E ora? L’ala dura del governo Netanyahu – che si regge su un solo voto di vantaggio in parlamento – preme per l’azione decisa in Cisgiordania. L’ala moderata resta in silenzio. L’opposizione denuncia che il primo ministro ha perso il controllo del territorio. Lui, Bibi Netanyahu, ha promesso una risposta dura. Dopo settimane in cui i consiglieri più stretti gli suggerivano di non esagerare. Perché in ballo c’era la possibilità di strappare qualcosa sull’accordo sul nucleare tra Usa e Iran, perché il fronte siriano preoccupa di più e perché, in questo momento, al di fuori d’Israele lo sopportano in pochi.

Ma Netanyahu sa benissimo che qualcosa dovrà pur farlo. Per placare l’ira dei suoi sostenitori negl’insediamenti. Per fermare qualsiasi ondata oltranzista in Israele e in Cisgiordania. Per evitare che oggi siano i coloni a uccidere arabi e domani gli arabi a trucidare ebrei e dopodomani gl’israeliani a massacrare gl’islamici. L’unica soluzione che, però, gli offrono i suoi consiglieri militari è la mano pesante in West Bank, ora che pure il presidente palestinese (uscente?), Mahmoud Abbas, alle Nazioni Unite ha di fatto dichiarato sepolti gli accordi di Oslo. Le prossime ore diranno chi l’avrà vinta: i falchi o le colombe. La sensazione è che, in questo momento, pure le colombe vogliono quel che vogliono i falchi.

© Leonard Berberi

AGGIORNAMENTO DELLE 4.45: Il presunto accoltellatore del 15enne israeliano sarebbe, secondo i media palestinesi, Fadi Aloon

CORREZIONE: Le didascalie delle prime due foto riportavano – per errore – la data del 3 settembre 2015. Ovviamente si tratta del 3 ottobre 2015

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Il figlio di Sharon contro i palestinesi: “Sono delle bestie feroci pronte a uccidere”

Gilad Sharon

Nemmeno suo papà, noto “falco” della politica nazionale, si era spinto a tanto. Non in pubblico, almeno. Gilad Sharon, il figlio di Ariel, l’ex primo ministro in coma da anni, ecco Gilad ha scritto un commento sul massacro di Itamar apparso su “Yedioth Ahronoth” e che molti hanno considerato a dir poco razzista. E che ha messo in imbarazzo Kadima, il partito guidato da Tzipi Livni e del quale Gilad Sharon è entrato a far parte. A farlo notare per primo è stato Noam Sheizaf, un noto blogger israeliano che da anni si occupa della politica del Paese.

«Non dimentichiamo con chi abbiamo a che fare», scrive Gilad nel commento. «Puoi prendere la bestia feroce palestinese e mettergli una maschera, sotto forma di qualche portavoce dall’ottimo inglese. Puoi anche fargli indossare un abito a tre pezzi e una cravatta di seta. Ma ogni volta che ci sarà la luna nuova – o quanto lo sterco di una cornacchia cadrà su uno sciacallo ululante o quando il pane azzimo non verrà bene – la bestia feroce sente che questa è la sua notte e, guidata dal vecchio istinto, inizierà a cacciare la sua preda».

Il commento del figlio di Ariel Sharon apparso sulle colonne dello "Yedioth Ahronoth"

E ancora. «Loro (i palestinesi, nda) guardano a noi. Siamo tutto quello che loro non sono mai stati e che non saranno mai. Noi abbiamo una storia e una cultura millenarie, abbiamo una società che funziona e cresce, mentre loro sono solo il derivato del nostro sionismo. Più abbiamo successo e progrediamo, più il loro odio aumenta».

Frasi pesanti. Che hanno creato qualche malumore in un partito moderato come quello della Livni. Un partito che – come dice il nome – vuole andare avanti e non restare indietro. È anche per questo che molti esponenti di Kadima non solo non hanno gradito il commento, ma hanno chiesto al figlio di Ariel Sharon di andarsene dal partito.

© Leonard Berberi

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Cisgiordania, torna la tensione dopo il massacro. Il governo israeliano dà l’ok a 400 nuove costruzioni

Fatti i calcoli, sarebbero ottanta case per ogni colono ucciso. E una pernacchia al processo di Pace che ormai è relegato al glorioso – ma infruttifero – settembre 2010. Il giorno dopo il massacro nell’insediamento di Itamar (cinque vittime civili trucidate), il governo israeliano ha dato l’ok domenica 13 marzo alla costruzione di 400 nuove unità abitative in quattro insediamenti in Cisgiordania: Gush Etzion, Maale Adumim, Ariel e Kyriat Sefer.

La decisione era stata adottata da una commissione ministeriale sabato notte. L’ordine di scuderia – fanno sapere fonti interne al cabinetto Netanyahu – sarebbe uno: rispondere in ogni modo all’attacco palestinese e sfruttare l’orrore che il gesto ha provocato nel mondo.

Le prime critiche arrivano dall’Autorità nazionale palestinese che, dopo l’ok alle nuove costruzioni, ha attaccato Netanyahu sostenendo che il premier israeliano sta sfruttando il massacro di Itamar per incitare ulteriormente all’odio in Cisgiordania.

Come si presentava la casa subito dopo il massacro

Le foto dell’orrore. E mentre sul fronte politico, per la Comunità internazionale si ritrova ad affrontare un nuovo grattacapo, su quello mediatico è scontro tra religiosi e coloni. Perché questi ultimi hanno deciso di pubblicare le foto del massacro. Chi le ha viste parla di una serie di agghiaccianti immagini diffuse dal portavoce del movimento dei coloni, Roni Arazi.

Nel testo che accompagna le fotografie Arazi afferma di essere stato autorizzato dalla famiglia e chiede la loro diffusione a testimonianza «della uccisione nel sonno di bambini e di bebè per il semplice fatto di essere ebrei». Ma Zaka, l’associazione rabbinica per l’assistenza alle vittime di incidenti e attentati, ha criticato l’iniziativa. La pubblicazione, ha detto Yehuda Meshi-Zahav, il direttore dell’associazione, «non può essere affatto giustificata dal desiderio di mostrare al mondo la crudeltà degli assassini».

«In questa occasione – ha sottolineato Meshi-Zahav – sono stati violati la privacy delle vittime e il rispetto che dobbiamo verso i morti». Ai suoi volontari, che sono spesso in prima fila nei luoghi dove avvengono attentati, è stato imposto di non fotografare e di non diffondere al pubblico per alcuna ragione le immagini dei corpi delle vittime. «Le nostre convinzioni religiose ce lo vietano in modo tassativo».

I funerali. Intanto a Gerusalemme, al cimitero Har ha-Menuchot, si sono svolti i funerali delle cinque vittime della famiglia Fogel. Secondo le ultime stime, alle esequie avrebbero preso parte circa 20mila persone. S’è vista una lunga fila di personalità religiose. Rivolto alle fasce estreme nel movimento dei coloni, che minacciano ritorsioni, il rabbino capo (ashkenazita) Yona Metzger ha citato un versetto biblico: «Il Signore vendicherà il loro sangue».

Ma poi il rabbino ha gettato nuova benzina sul processo di Pace – infuocato – del Medio Oriente. «Le autorità farebbero bene a trasformare il piccolo insediamento di Itamar (100 famiglie in tutto) in una grande città d’Israele». Anche Reuven Rivlin, presidente del parlamento in quota Likud, ha detto che «bisogna estendere la presenza ebraica nei Territori».

Le indagini. In contemporanea proseguono le ricerche sul massacro. Secondo le valutazioni aggiornate delle autorità israeliane, due palestinesi (e non uno, come sostenuto all’inizio) sarebbero entrati nella notte di venerdì nell’abitazione della famiglia Fogel. Là avrebbero pugnalato alla gola il padre Udi , la madre Ruth e i figli Yoav (11 anni), Elad (4 anni) e Hadas, di appena 3 mesi.

Una delle fotografie mostra il padre di famiglia nel suo letto in una pozza di sangue: accanto alla sua spalla giace la piccola Hadas. Il cadavere di Elad è steso per terra, su un tappeto, e ha diverse ferite al petto. Il fratello Yoav è stato trovato di traverso sul suo letto, con il pigiama pieno di sangue.

Una vicenda, questa, che avrebbe potuto prendere un’altra piega. E fare altre vittime. Perché gli assassini avrebbero prima fatto irruzione in un’altra casa, quella di David Chai, a pochi passi da quella dei Fogel. Solo che in casa Chai non c’era nessuno in quel momento. E anche le due coppie che sarebbero dovuti essere in quel momento, avevano deciso di cancellare all’ultimo il loro fine settimana a Itamar.

© Leonard Berberi

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Postcards from Middle East / 70

I volti, i nomi e le età delle cinque vittime - tutte appartenenti alla famiglia Fogel - uccise brutalmente nella loro casa di Itamar, l'insediamento nei pressi di Nablus: mamma Ruth (35 anni), papà Udi (36), Yoav (11), Elad (4) e Hadas (3 mesi)

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Massacro di Itamar, polemiche sul sistema di sorveglianza

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Massacro di Itamar, polemiche sul sistema di sorveglianza

Una delle torri di controllo che vigila sugli ingressi e le uscite dell'insediamento di Itamar (foto Ynet)

Dopo il massacro è il tempo delle polemiche. E delle domande – troppe – a cui dovranno dare una risposta polizia (israeliana) ed esercito. Perché, quel che resta del fatto, è che i primi soldati sono arrivati sul luogo del delitto solo tre ore dopo. E senza essersi accorti dell’infiltrazione di palestinesi all’interno di un insediamento – come quello di Itamar – tutto recintato col filo spinato e pieno di torri di controllo.

E dunque la prima domanda è proprio sulla falla nella sicurezza: com’è stato possibile che, pur in presenza di tanti uomini armati in difesa della comunità ebraica, uno o più palestinesi sono entrati senza problemi, hanno massacrato cinque persone e poi si sono dileguati senza essere né visti, né sentiti, né fermati da qualcuno?

Era dal 2002 che Itamar non subiva un attacco palestinese. Tanto era forte e collaudato il sistema di difesa. Ma qualcosa non deve aver funzionato per bene. Oppure – come sostiene qualcuno – a compiere il delitto non sono stati palestinesi, ma membri della stessa comunità.

La recinzione con il filo spinato attorno all'insediamento (foto Ynet)

L’unica cosa certa, in tutto questo caso, è che poco prima delle 22 (ora del delitto) la rete elettrica di sicurezza ha dato un segnale. Una pattuglia è stata mandata a controllare la situazione, ma l’operazione non ha dato nessun frutto. Per questo l’allarme – classificato come “falso” – è stato disattivato.

Poi è successo quello che tutto il mondo è venuto a sapere. Con le critiche d’Israele in sede Onu, con l’attacco di Obama e lo sdegno del mondo, compresa l’Autorità nazionale palestinese. Ora le indagini «procedono spedite», dicono gli inquirenti. Sono state già ascoltate una ventina di persone (tutte arabe), ma per ora gl’israeliani non hanno ancora chiesto la collaborazione della polizia palestinese, dopo averla coinvolta nel pattugliamento.

Il timore – fondato – è che gli ebrei ultraortodossi si facciano giustizia da soli, disponendo di un arsenale – tra pistole a titolo individuale e fucili – in grado di uccidere. Nel frattempo, il governo Netanyahu sta pensando anche di diffondere a tutti i media le foto dell’orrore. Proprio il premier s’è lasciato andare a un duro attacco non solo nei confronti dei palestinesi, ma anche degli occidentali. «Dove sono i critici di Israele – ha detto Bibi – perché non parlano ora, ma tacciono?».

© Leonard Berberi

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Samaria, palestinesi sterminano una famiglia ebrea nel cuore della notte

E' caccia all'uomo che ha ucciso cinque persone di una stessa famiglia nell'insediamento di Itamar (foto di Ido Erez)

L’orrore va in scena all’una di sabato notte. Quando tutti stanno dormendo. Alcune persone – palestinesi, secondo la polizia – hanno fatto irruzione in una casa abitata da una famiglia ebrea nell’insediamento di Itamar, vicino Nablus, e hanno ucciso cinque componenti.

I medici legali hanno trovato i corpi riversi per terra in una pozza di sangue. I primi a morire – secondo i primi rilievi – sarebbero stati tre dei sei figli. Il più grande aveva 11 anni, gli altri due, 3 anni e un mese. Gli assassini, poi, si sarebbero diretti verso la camera dei genitori e avrebbero infierito su di loro. Altri tre figli sono riusciti a salvarsi: la ragazza di 12 anni ha trascinato con sé i fratellini di 6 e 2 anni e ha chiesto aiuto ai vicini.

Ecco come si presentava la stanza dei bambini dopo il massacro di sabato (foto Ynet)

Ora è caccia agli uomini. Le ricerche sono state estese a quasi metà Cisgiordania. A dare una mano agli investigatori ci sono non solo la polizia e l’esercito israeliano, ma anche elicotteri usati in periodi di guerra dotati di visori notturni. Decine le strade pattugliate e le auto controllate.

«Quando siamo arrivati sul posto non potevamo fare più nulla per quattro persone: erano già morte», racconta il paramedico Kabaha Muayua, uno dei primi soccorritori. «Solo al bambino di tre anni batteva ancora il cuore, ma è morto poco dopo, nonostante i tentativi di salvarlo». Kabaha ha anche raccontato ai cronisti israeliani che «era un luogo degli orrori: i giocattoli dei bambini erano vicini alle vittime ed erano pieni di sangue».

L’eccidio ha scosso tutta la comunità di Itamar, non nuova agli attacchi violenti da parte dei palestinesi. Ma questa vicenda è in assoluto la più grave. Il consiglio degl’insediamenti ha chiesto al premier Netanyahu di riconsiderare la sua politica nei loro confronti e un aiuto militare per evitare altre morti.

© Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: sabato 12 marzo, ore 04.13)

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