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Pannelli solari, Led e riutilizzo del calore: ecco il Parlamento «più green del mondo»

I 1.500 pannelli solari installati sul tetto degli uffici della Knesset, il parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

I 1.500 pannelli solari installati sul tetto degli uffici della Knesset, il parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

Le luci si spengono da sole quando non servono più. I monitor dei computer e dei maxi-schermi pure. L’illuminazione è tutta a Led. L’aria calda emessa durante la produzione di aria fresca viene riutilizzata per riscaldare l’acqua che poi finisce sui rubinetti. L’irrigazione delle piante e degli alberi segue la logica del «non si disperde nemmeno una goccia». E sui tetti sono stati installati 1.500 pannelli solari che, messi insieme, raggiungono un’estensione di 4.560 metri quadrati. «Benvenuti nel Parlamento più eco-sostenibile del mondo», dice Yuli Edelstein, portavoce della Knesset, il parlamento israeliano.

Svelato il 29 marzo scorso e costato 1,7 milioni di euro, il «Green Knesset Project», com’è stato chiamato, è stato lanciato nel gennaio 2014 e ha riguardato tredici diversi progetti. L’impianto fotovoltaico (costato poco meno di mezzo milione di euro) produce da solo 450 kW, «molto di più dei suoi concorrenti al Reichstag di Berlino e del Parliament House di Canberra, in Australia», e fornirà il 10% dell’energia elettrica richiesta dalla Knesset con un risparmio di 60-65 mila euro l’anno. «Uniti agli altri efficientamenti energetici – spiegano dal luogo dove si approvano le leggi – i pannelli di fatto contribuiranno a soddisfare un terzo dell’energia richiesta dagli uffici».

Il portavoce della Knesset, Yuli Edelstein (a sinistra) e il direttore generale Ronen Flut  tra i pannelli solari il 29 marzo scorso, giorno dell'inaugurazione dei nuovo volto del Parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

Il portavoce della Knesset, Yuli Edelstein (a sinistra) e il direttore generale Ronen Flut tra i pannelli solari il 29 marzo scorso, giorno dell’inaugurazione dei nuovo volto del Parlamento israeliano (foto Ufficio stampa Knesset)

E ancora. Mai più bottiglie di plastica usa e getta (circa 60 mila all’anno). Comunicazioni, se non espressamente richieste dal protocollo o dalle leggi, soltanto via e-mail per risparmiare 40-50 mila fogli all’anno. Soprattutto: messa in funzione, nelle prossime settimane, dello «scambiatore di calore», un macchinario che riscalda l’acqua utilizzata dentro la Knesset con l’aria calda prodotta dalle ventole dell’impianto dell’aria condizionata. «Una volta operativo il dispositivo ridurrà il consumo di gas del 50%».

© Leonard Berberi

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Israele contro Reuters: “Modifica le foto per metterci in cattiva luce”

La guerra dei coltelli. Scomparsi. Spariti. O meglio: tagliati dalle foto immesse nel circuito internazionale. È bastato un semplice editing di qualche millimetro per scatenare la rabbia di Gerusalemme contro l’agenzia Reuters. Tanto da spingere il ministro per l’informazione, Yuli Edelstein, a rivolgersi al gruppo britannico per «chiarire la scomparsa dei coltelli dalle foto distribuite a tutti i media del mondo» relative al blitz sulla Mavi Marmara.

Un coltello, anzi due, che fa la differenza. Le foto, pubblicate per la prima volta dal quotidiano turco Hurriyet, mostravano i soldati israeliani in difficoltà nei confronti degli attivisti pro-Gaza. Solo che quelle stesse istantanee, una volta rilanciate dalla Reuters, non avevano più i coltelli.

Foto ritoccata e foto originale a confronto: la Reuters ha messo in rete entrambe le immagini, ma il dettaglio del coltello - impercettibile - fa la differenza secondo l'autorità israeliana (foto Reuters)

Una svista? Una scelta editoriale? O, peggio, una decisione politica? «Niente di tutto questo – hanno replicato i vertici dell’agenzia –. Le foto tagliate sono state ripubblicate anche nella versione con il coltello. Quelle editate sono frutto di considerazioni di carattere grafico».

E infatti le foto originali compaiono subito dopo. Ma la decisione della Reuters ha ricordato la polemica del 2006. Quando, durante la guerra del Libano, l’agenzia fu accusata di aver “aggiustato” un’immagine che mostrava le distruzioni provocate da un bombardamento israeliano.

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Netanyahu assume il controllo della tv di Stato

Gli uffici della tv di Stato israeliana, Iba, a Romema, quartiere di Gerusalemme

C’è chi teme che tra poco assisteremo alla nascita di Tele-Netanyahu. Al di là delle battute, la polemica resta alta. Perché se all’apparenza è solo un passaggio di consegne tecnico, per alcuni columnist israeliani dietro c’è il tentativo del premier Netanyahu di mettere le mani sull’Autorità per le trasmissioni (Reshut ha-Shidur), che include la tv e la radio di Stato.

I fatti. Oggi, il governo prenderà atto della rinuncia del ministro per l’Informazione Yuli Edelstein (Likud, stesso partito di Netanyahu) alla supervisione sull’Autorità e affiderà questa competenza al primo ministro. Il quale, viene assicurato, manterrà questa funzione solo «ad interim».

Sulla stampa qualcuno ipotizza che la cederà a Kadima, se il partito di Tzipi Livni decidesse di entrare nel governo. «Ma l’esperienza ci insegna che proprio le cose più temporanee in questo paese sono quelle che più durano», dice Haim Yavin, per decenni autorevole anchorman della televisione di Stato, da un anno in pensione.

«Forse Netanyahu invidia Berlusconi? – si chiede Carmit Gay, ex stella della radio statale -. Forse vedremo in tv programmi come quelli proposti dalle televisioni del suo amico Silvio?». Mentre la radio statale gode di buona salute e di un elevato indice di ascolti, la televisione ha perso quota e rischia la chiusura.

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Turisti e pr

La hall dell'aeroporto internazionale "Ben Gurion" di Tel Aviv

Consiglio numero uno: “Esprimersi sempre in maniera chiara e stringata”. Consiglio numero due: “Ascoltare con attenzione le tesi altrui”. Consiglio numero tre: “Evocare esperienze di carattere personale”. Consiglio numero quattro: “Non rinunciare mai ad una dose di umorismo”.

Prove tecniche di promozione del proprio Paese. I cittadini israeliani che escono fuori dai confini avranno da oggi un compito importante: diffondere la buona novella sullo stato israeliano. Insomma, turisti-pr.

Per difendere l’immagine del Paese dagli attacchi dei suoi avversari politici, il governo di Gerusalemme ha pubblicato un apposito libretto informativo che da oggi sarà offerto ai suoi cittadini in partenza per l’estero (il suo contenuto viene diffuso anche su internet).

L’obiettivo, ha spiegato il ministro per l’Informazione Yuli Edelstein, è di mettere gli israeliani nelle condizioni di sostenere discussioni argomentate con i loro interlocutori all’estero, e fornire loro informazioni aggiornate per migliorare la immagine dello Stato ebraico e di combattere una serie di “miti” che secondo il governo hanno preso piede. Quali? Che Israele sia una teocrazia. Che gli israeliani non vogliano la pace. Che in passato ci sia stata un Palestina araba. Che il conflitto israelo-palestinese sia all’origine del terrorismo nel mondo.

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Questione di immagine

Un Paese con più di 4 milioni di pr. Su 7.509.000 abitanti. Questo diventerà presto Israele. Non pr qualsiasi, ma al servizio della nazione. Perché lo Stato ha un problema. D’immagine.

I dati del sondaggio dell’Istituto Kelim Shluvim non lasciano scampo: il 91% del campione intervistato pensa che Israele abbia un problema “molto grave” e “grave” per quanto riguarda l’opinione che il mondo ha dello Stato ebraico. Un altro 90% pensa che il mondo ritiene Israele un territorio che soffre il terrore e la guerra. E, infine, otto su dieci sono convinti che il resto del pianeta ritenga il loro Paese “aggressivo e violento”.

Così il ministro dell’Informazione e della Diaspora, Yuli Edelstein, ha pensato di ingaggiare i 4,2 milioni di israeliani che ogni anno viaggiano nel mondo come turisti per affidare loro il compito di “promuovere l’immagine del Paese”.

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