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ANALISI / Se tra Israele e Gaza scoppia anche la prima guerra “social” al mondo

La voragine provocata da un blitz aereo israeliano su Gaza City (foto Mahmud Hams/Afp)

La guerra annunciata con un tweet. E le minacce, ecco, pure quelle comunicate con un cinguettio. Per non parlare dei poster violenti, dei «most wanted» fatti fuori, degli attacchi hacker. Poi ecco Facebook, i video caricati su YouTube, le foto postate sul profilo Flickr. Mentre sullo sfondo, nel mondo reale, piovono razzi su Gaza e su Israele.

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VIDEO / Quelle contestazioni ad Ahmadinejad e il messaggio per Israele

«Ahmadinejad, mi aiuti! La prego! Ahmadinejad, sono in pensione, mi aiuti! Ho fame!». C’è un video che sta facendo il giro del Medio Oriente. È stato ripreso con un telefonino. Poi reso pubblico, a tutto il mondo, su YouTube. Non è un filmato qualsiasi. È la prova, per i Paesi dell’Occidente, che la povertà ormai è una realtà nelle aree lontane da Teheran. E infatti in Israele non hanno perso tempo: l’hanno mostrato nelle principali edizioni dei telegiornali, a partire da quello – seguitissimo – di Canale 2.

«Ahmadinejad, mi aiuti! Ho fame!», continua a urlare disperato l’uomo, sulla cinquantina d’anni, portati esattamente come li porterebbe chi vive in una zona che soffre la crisi. «Ahmadinejad, mi aiuti!», implora ancora l’uomo per alcuni secondi. E mentre dice questo, mentre urla in modo straziante, sbatte i pugni sul cofano della macchina in mezzo a un lungo convoglio d’auto.

Poco sopra, sul tettuccio del veicolo, c’è proprio lui, Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano che tiene in ostaggio un’area intera – il Medio Oriente – e con il fiato sospeso tutto il resto del globo per i suoi progetti nucleari chiari come i contorni delle figure per un miope. Prima fa finta di nulla. Saluta gli altri. Poi, però, non può più fare orecchie da mercante. E allora si gira verso l’uomo. Fa il cenno di chi sta ascoltando. E ascolta. Almeno così fa intendere.

Ahmadinejad si trova – nel filmato – nella città di Bandar Abbas, 400mila abitanti arroccati attorno al porto, uno dei più importanti del Paese. Non un posto qualsiasi, Bandar Abbas. È la città che, in caso di scoppio di un conflitto con israeliani e americani, potrebbe giocare un ruolo chiave: si trova esattamente nello stretto di Hormuz, quello dove passano petrolio e cibo e navi occidentali e che Ahmadinejad ha più volte minacciato di chiudere, facendo soffrire ancor di più le economie europee.

L’uomo viene portato via velocemente. Scompare tra la folla. Ma è in quell’istante che appare una donna, velata di nero – come impone la tradizione religiosa degli ayatollah – ha anche lei qualcosa da dire, qualcosa da chiedere al presidentissimo. Non si accontenta però di star lì, a bordo della strada, ai margini della politica. No. Sale proprio sul cofano dell’auto presidenziale. Viene strattonata. Si libera. E riesce a salire sul tettuccio. E dice, a pochi centimetri di distanza, proprio in faccia, ad Ahmadinejad: «Presidente, qui va tutto a rotoli, non abbiamo i soldi per mangiare». Anche in questo caso, il capo muove la testa. Da segnali d’intesa. Poi dice alla donna di andare dietro alla macchina. Lei obbedisce. Il capo è libero. La carovana di auto può ripartire. Mentre tutt’intorno c’è gente che urla, sbraita, tiene il dito alzato per esporre al presidente problemi e richieste.

«È un video importantissimo», dicono a Tel Aviv. «Sicuramente Israele userà il filmato per fare propaganda e mettere in difficoltà Teheran», aggiungono i maligni. E a Gerusalemme non nascondono la soddisfazione per un documento prezioso che riesce a superare il confine iraniano, che buca il blocco informatico del regime degli ayatollah e racconta, a tutto il mondo, che c’è ancora gente che – nonostante tutto – resiste. E lotta.

© Leonard Berberi

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Un po’ di breakdance. A Gaza City

Sotto al sole cocente. Sotto alla pioggia. Sotto la neve. Da soli. O in compagnia. In mezzo a edifici nuovi. O a costruzioni in rovina. Un gruppo di giovani di Gaza, appassionato di breakdance, ha girato questo video nel cuore della Striscia dal titolo «Breakdance revolution in Gaza». Perché oltre alle bombe e ad Hamas, c’è un po’ – forse tanto – Occidente. (l.b.)

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Soldatesse israeliane seminude sul web. L’ennesimo scandalo nell’esercito

Sorridenti. Spensierate. Soldatesse. Seminude. Fanno discutere una serie di foto e di video caricati su YouTube da parte di alcune ragazze israeliane in servizio di leva (della durata di due anni, nello Stato ebraico). Soprattutto perché – nonostante gli scandali degli ultimi mesi – ecco, nonostante quegli scandali, continuano a circolare in Rete immagini che mettono in imbarazzo l’esercito dello Stato ebraico.

Questo è solo l’ultimo caso. Anche se, complici le vacanze estive, non è che se ne stia parlando più di tanti ai piani alti dell’Idf. Non si sa bene quando e dove siano state scattate le foto. Quel che è certo è che le ragazze si divertono con quel che trovano: i caschi per difendersi dai razzi e dalle schegge, le giacche militari dove riporre munizioni e altri oggetti. Insomma, tutto l’occorrente per stare tra carri armati e la polvere sabbiosa delle terre al confine. (l.b.)

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Gaza, Arrigoni strangolato poco dopo il sequestro. Lo sdegno e l’orrore dei palestinesi

Non è mai andata a letto, ieri notte, Gaza. Centinaia di persone – soprattutto giovani – hanno voluto aspettare i risultati del blitz di Hamas casa per casa. Ma verso le due di venerdì mattina si sono dovuti arrendere tutti alla realtà: Vittorio Arrigoni morto, strangolato probabilmente poco dopo il sequestro con un cavo metallico o qualcosa di simile. L’uomo è stato trovato senza vita in un angolo, in una casa alla periferia di Gaza City con indosso un giaccone nero e la testa coperta.

È finita così, in tragedia, l’avventura dell’attivista filopalestinese e blogger italiano rapito giovedì mattina verso le 10 (le 9 in Italia) da casa sua. A sequestrarlo sarebbe stato un commando ultra-estremista salafita.

Il corpo di Arrigoni resta per il momento vegliato all’ospedale Shifa di Gaza. Quello stesso ospedale dove lui accompagnava le ambulanze con i feriti ai tempi dell’offensiva israeliana “Piombo Fuso” di due anni fa. Alle autorità consolari italiane di stanza a Gerusalemme giunti nella Striscia venerdì mattina è stata già affidata la salma del 36enne. Salma che non potrà uscire da Gaza prima di domenica, giorno in cui verrà riaperto il valico di Erez, quello che porta verso Israele.

L’uccisione di Arrigoni è stata condannata sia da Hamas sia dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). Fawzi Barhum (Hamas), ha additato gli ultra-integralisti salafiti definendoli «una banda di degenerati fuorilegge che vogliono seminare l’anarchia e il caos a Gaza». Mentre il negoziatore Saeb Erekat (Anp) ha detto che si è trattato di un «crimine odioso che non ha niente a che vedere con la nostra storia e con la nostra religione».

Di fronte all’oltraggio generale nei Territori per la uccisione di un attivista che era noto per il suo sostegno senza se e senza ma alla causa palestinese, uno dei gruppi salafiti attivi nella Striscia, al-Tawhid wal-Jihad, ha emesso un comunicato in cui si proclama estraneo alla vicenda anche se i rapitori (le finora sconosciute Brigate Mohammed Bin Moslama) avevano indicato fra i detenuti da liberare in cambio di Arrigoni un loro capo, Abd el-Walid al-Maqdisi.

Secondo fonti locali, le indagini hanno portato all’arresto d’un primo militante salafita. Dopo qualche ora di interrogatorio è stato lo stesso uomo a condurre gli uomini di Hamas fino al covo: un appartamento nel rione Qarame, a Gaza City, che i miliziani delle Brigate Ezzedin al-Qassam (braccio armato di Hamas) hanno espugnato nel giro di pochi minuti conclusa con la cattura di un secondo salafita. Ma per Arrigoni era già troppo tardi.

Il cordoglio, nella rete dei giovani palestinesi, è unanime. Così come la condanna. Per la prima volta si registrano nella Striscia di Gaza un’ostilità e una rabbia che rischia di travolgere non solo le varie fazioni estremiste e violente, ma anche gli stessi vertici di Hamas.

In molti ricordano, poi, il primo contatto con il volontario italiano. Dice Mohammed Rabah Suliman, un blogger di 22 anni di Gaza City, che «uno come lui che ha lasciato il lusso italiano per starsene in questo posto dimenticato da tutti non può meritare che il rispetto, la stima e l’affetto di tutti i palestinesi». Mohammed ricorda anche il primo messaggio su Facebook che Vittorio “Vik” Arrigoni gli ha inviato: «Ween?» (dove, in arabo). «Da lì è iniziata una grande amicizia». Il ragazzo ricorda anche il più grande sogno dell’italiano: «Non vedeva l’ora della proclamazione dello Stato palestinese e di sventolare la sua bandiera».

Una tenda per il lutto per accogliere quanti desiderano esprimere condoglianze per la morte di Vittorio Arrigoni è stata allestita nel porto di Gaza, nel punto dove per la prima volta sbarcò alcuni anni fa da una imbarcazione che portava aiuti umanitari per la popolazione. Fra i molti visitatori vi sono sia esponenti del regime di Hamas, sia persone comuni.

In particolare spiccano pescatori e contadini con i quali Arrigoni aveva intrattenuto rapporti stretti e frequenti offrendosi loro come “scudo umano” in momenti di pericolo. Sul posto si sono notati inoltre esponenti di diverse Ong italiane e straniere.

Hamas ha anche voluto esprimere il proprio dolore per la uccisione del volontario italiano organizzando un corteo di protesta che, dopo aver attraversato alcune strade di Gaza, ha concluso il proprio percorso di fronte agli uffici locali delle Nazioni Unite.

Il cordoglio è forte anche sulla stampa locale. La associazione dei giornalisti di Gaza ha proclamato tre giorni di lutto e ha indetto una manifestazione di commemorazione in un locale – il Gallery – che Arrigoni era solito frequentare. «È il minimo che possiamo fare per il nostro amico», hanno detto gli organizzatori.

Nel frattempo i giovani del gruppo Gybo rilanciano in rete un video. C’è Arrigoni, in mezzo ad altri palestinesi di Gaza, che canta in favore dei giovani tunisini. Sembra uno di loro. Anzi, è uno di loro.

 © Leonard Berberi

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Gaza, rapito un italiano. La minaccia dei salafiti: “Liberate i nostri o l’ostaggio morirà”

La condanna, a Gaza City, è unanime. Le notizie – su Twitter e Facebook – si rincorrono. C’è anche chi chiede di organizzare su dei gruppi di palestinesi che possano mettersi alla ricerca dell’uomo e punire i responsabili. La verità è che Vittorio Arrigoni, il volontario e giornalista free lance italiano rapito giovedì mattina a Gaza City da tre uomini di un gruppo islamico salafita, è diventato l’ennesima vittima di una guerra doppia: quella tra Hamas e Israele, in prima linea. E quella tra Hamas e i gruppi paramilitari che costituiscono il braccio armato del gruppo palestinese.

Il cooperante è stato rapito mentre lasciava il campo di Jerbala con uno dei quadri delle milizie delle Brigate di al-Aqsa. L’ultimo tweet sul profilo dell’uomo risale al giorno prima. Un attivista convinto. Sempre schierato a fianco dei palestinesi. Sempre pronto a battersi per loro. Proprio come faceva Juliano Mer-Khamis, l’arabo israeliano ucciso a Jenin, in Cisgiordania.

IL VIDEO – In un filmato su YouTube, il gruppo salafita minaccia di ucciderlo se entro trenta ore, a partire dalle ore 11 locali di giovedì (le 10 in Italia), il governo di Hamas non libererà i detenuti salafiti. «Ho riconosciuto l’uomo nel video, è un nostro attivista che è entrato e uscito da Gaza molte volte negli ultimi due anni», ha detto Huwaida Arraf, cofondatrice dell’Ism. E conferma così che nel video c’è proprio Arrigoni, da tempo attivista del Movimento di solidarietà internazionale.

L’uomo appare bendato e con segni di violenza sul lato destro del volto. Sembra avere le mani legate dietro la schiena, mentre qualcuno gli tiene la testa. Sul viso sono evidenti le tracce di sangue che partono da sotto la benda nera che gli copre gli occhi. Mentre una musica copre il sonoro del video. A fianco, in sovraimpressione, scorrono scritte in arabo e inglese.

Nel filmato i rapitori accusano Arrigoni di diffondere «i vizi occidentali», il governo italiano di combattere contro i paesi musulmani e il governo del premier di Hamas Ismail Haniyeh di lottare contro la shaaria (la legge religiosa musulmana).

Nel messaggio sul video inoltre le scritte in arabo esortano i giovani di Gaza a sollevarsi contro il governo di Gaza. Chiedono, i miliziani, di liberare lo sceicco al-Saidani, noto anche come Abu Walid al-Maqdisi, il principale fra i detenuti. Al-Tawhid Wal-Jihad è il leader di una formazione salafita impegnata nella Jihad (guerra santa ad oltranza) e fiancheggiatrice di Al Qaeda.

Egiziano di origine, aggiungono le fonti, Abu Walid al-Maqdisi è stato arrestato poco più di un mese fa dai servizi di sicurezza egiziani perché ritenuto coinvolto in una serie di attentati. Secondo Haaretz, nell’aprile 2006 Al-Tawid al-Maqdisi rivendicò la paternità di attentati contro alberghi nel Sinai (Egitto) in cui rimasero uccise 19 persone. Il giornale sostiene che Hamas ha adesso elevato lo stato di allerta nel timore di ritorsioni da parte dei sostenitori dello sceicco.

I RAPITORI – I salafiti si rifanno al movimento islamico della Salafiyya, che letteralmente significa “Movimento degli antenati”, fondato dal riformista egiziano Rashid Rida verso la fine dell’Ottocento. Le organizzazioni salafite si caratterizzano per una rigorosa ideologia apocalittica che comprende un netto rifiuto di tutto quanto è relativo all’Occidente. Il loro obiettivo è quello di ristabilire il “vero Islam” tramite il ritorno alle fonti, ovvero al Corano e alla Sunna del Profeta Maometto. Nella maggior parte dei casi sono riconducibili direttamente ad al-Qaeda. In passato le autorità di Hamas hanno tentato di reprimere, senza successo, il complesso universo salafita presente nella Striscia di Gaza.

IL PROFILO – Vittorio Arrigoni è nato a Besana Brianza, in Lombardia. Il trentaseienne attivista per i Diritti Umani dell’International Solidarity Movement sostiene da sempre che il suo «non è un lavoro (non essendo retribuito), ma una vocazione». Vittorio, che ha anche un blog, “Guerrilla radio”, nel 2009 ha pubblicato il libro “Restiamo umani”, che era anche il monito con cui chiudeva le corrispondenze dalla striscia di Gaza durante i giorni dell’assedio israeliano.

I proventi sono stati devoluti interamente al Center for Democracy and Conflict Resolution, per finanziare progetti di assistenza ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati durante l’assedio. Lui, Vittorio, «nonostante offerte allettanti come un tour in giro per l’Italia con Noam Chomsky», aveva raccontato di aver deciso di «rimanere all’inferno, qui a Gaza».

Era stato anche minacciato di morte da un sito statunitense di estrema destra, due anni fa. Lo aveva rivelato lui stesso. Sul sito stoptheism.com, nato proprio per combattere il movimento di Arrigoni International Solidarity Movement, l’italiano veniva indicato come bersaglio numero uno per le forze armate israeliane, con tanto di foto e dettagli che permettevono di identificarlo, come un tatuaggio sulla spalla.

Arrigoni era stato arrestato il 18 novembre 2008, insieme con un cittadino americano e un britannico, tutti membri del Movimento di Solidarietà Internazionale (Ism) e a 14 pescatori palestinesi, da un guardacoste della marina israeliana vicino alla costa di Gaza. Secondo i militari, i pacifisti e i pescatori erano a bordo di tre pescherecci che si trovavano al di fuori della zona di pesca autorizzata dalle autorità israeliane.

Ancora prima, il 16 settembre dello stesso anno, il volontario era stato lievemente ferito mentre, insieme con una collega, aveva accompagnato in mare i pescatori. Ancora, Arrigoni era tra i pacifisti a bordo delle imbarcazioni della missione internazionale «Free Gaza», diretta nell’agosto 2008 verso le coste della Striscia nel tentativo di forzare il blocco israeliano portando aiuti umanitari.

Leonard Berberi

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Lo Yad Vashem carica su YouTube tutti i video del processo ad Eichmann

Dimagrito, con le mani che gli tremano e lo sguardo senza più un barlume, l’uomo assiste al processo del secolo con un distacco alieno. Non un processo qualsiasi, quello. Ma il suo. E lui non è un imputato qualsiasi. È Adolf Eichmann, l’ingegnere, l’architetto dello sterminio degli ebrei durante il Nazionalsocialismo.

Dopo mesi di lavoro, il museo dell’Olocausto Yad Vashem di Gerusalemme ha reso pubblici tutti i nastri, tutte le registrazioni del processo Eichmann che si è svolto mezzo secolo fa in Israele. Duecento ore di filmato in bianco e nero sono ora disponibili su YouTube. Con i suoi primi piani che rimarranno nella Storia e un uomo che, pur colpevole per l’eccidio di sei milioni di ebrei, ha comunque tormentato le coscienze d’Israele sulla condanna da infliggergli.

«Questi filmati danno la possibilità alle nuove generazioni di vedere uno dei momenti più significativi della Storia dell’umanità», ha detto un portavoce dello Yad Vashem. E ha ricordato che questa operazione – costosa, ma anche importantissima – si inserisce in un progetto più ampio di conservazione digitale (quindi eterna) di tutto quello che è stato e ha rappresentato l’Olocausto.

Basti ricordare la pubblicazione di tutti i nomi e di tutte le foto delle vittime della Shoah e del canale video in farsi – sempre su YouTube – per spiegare agl’iraniani cos’è stato lo sterminio di massa. Per non parlare della pubblicazione, da parte dell’Archivio di Stato, di tutti i documenti cartacei scritti prima, durante e dopo il processo al gerarca nazista.

© Leonard Berberi


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