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Se la grafica dell’Isis spunta nei poster di una festa a Tel Aviv

Il poster che pubblicizza una festa a Tel Aviv che ricalca gli elementi grafici dei filmati dello Stato islamico (foto da Facebook)

Il poster che pubblicizza una festa a Tel Aviv che ricalca gli elementi grafici dei filmati dello Stato islamico (foto da Facebook)

Il primo è seduto sulle sue ginocchia. Sotto ha la sabbia del deserto. È coperto da una tunica arancione. Il secondo sta in piedi. Tiene il primo per il retro del collo. È vestito di nero. In basso c’è un lungo banner con le scritte arabe. In alto a sinistra una bandiera – nera con alcune frasi – svolazza.

Se vi sembra l’ennesimo, drammatico preludio di una decapitazione dei miliziani del’lsis vi state sbagliando. È – né più né meno – il poster di una festa a Tel Aviv a cura di Dreck, organizzazione specializzata nei party per gli omosessuali della città israeliana. «In tempi in cui lo Stato islamico sta prendendo piede in Medio Oriente – annunciano i capi dell’evento – noi di Dreck abbiamo deciso di cedere alla Sharia (la legge islamica, nda) e allietare il testardo Daesh». Dove «Daesh» è l’acronimo arabo del gruppo. Mentre «testardo», fa notare il sito Ynet che riporta la notizia, «per come è scritto in ebraico può alludere anche al collo, quello tagliato» dagli estremisti nei filmati postati su YouTube.

Una trovata pubblicitaria considerata di pessimo gusto dagli stessi giovani telavivini che non hanno mancato di stigmatizzare l’iniziativa sui social network. Fino a costringere i vertici di Dreck a togliere quell’immagine dal profilo Facebook. «Tutto questo è disgustoso», hanno commentato in molti. «Non si può ridere delle vittime innocenti». E ancora: «Che figuraccia». «Satira di livello infimo». «Vergognatevi».

Un frame del video in cui il giornalista James Foley viene decapitato da un esponente dell'Isis (frame da YouTube)

Un frame del video in cui il giornalista James Foley viene decapitato da un esponente dell’Isis (frame da YouTube)

La festa oggetto del poster «è stata un successone», spiegano gli organizzatori. Si è svolta venerdì scorso. E aveva pure un titolo per molti fuori luogo: «Dreckistan at the Haoman», e cioè una sorta di pseudo-califfato di Dreck a base di musica, balli e alcol all’Haoman 17 Club di Tel Aviv. «Ma non ha avuto tra le decorazioni nessun elemento riferibile alla propaganda dello Stato islamico», è stato chiarito.

«Respingiamo ogni forma di violenza e questo riguarda anche i filmati delle decapitazioni pubblicate online per spaventare il mondo», s’è affrettato a spiegare Amiri Kalman, uno dei fondatori di Dreck. Che però ha anche invitato tutti a darsi una calmata. «Evitiamo di diventare isterici. Questa è satira, noi facciamo così da anni. Anche in questo caso si tratta del nostro modo di mostrare tutto il nostro disprezzo per quei video».

© Leonard Berberi

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Lo scandalo sul “detenuto X”, l’appello di Netanyahu alla stampa e i rischi per il Mossad

«Signori, cercate di contenere la notizia il più possibile. Mette in serio imbarazzo una nostra agenzia di sicurezza». Dicono che il premier Benjamin Netanyahu li abbia chiamati tutti i direttori dei giornali e dei tg israeliani. Pochi minuti dopo che uno dei suoi consiglieri più stretti gli ha raccontato cosa stava andando in onda all’altro capo del mondo e in una delle emittenti tv più seguite dell’Oceania. Ovvero la storia-scandalo del “detenuto X”, cittadino australiano, 007 al servizio del Mossad, morto suicida nel carcere di massima sicurezza Ayalon dello Stato ebraico.

Serioso, Netanyahu. Preoccupato. «Angosciato come e forse peggio del 1996», ha raccontato mercoledì sera il tg di Canale 10, «subito dopo aver scoperto che gli agenti del Mossad non erano riusciti ad assassinare ad Amman, in Giordania, Khaled Meshaal, leader di Hamas». Di sicuro anche imbarazzato. Come nel 2010. «Quando, ha spiega sempre Canale 10, scoppiò il putiferio sulla spedizione a Dubai e l’assassinio di Mahmoud al-Mabhouh ripreso praticamente dalle telecamere a circuito chiuso di un albergo».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu

A Gerusalemme sono molto preoccupati per le conseguenze «operative» del caso del «detenuto X». Soprattutto perché, secondo le ultime informazioni, il cittadino australiano Ben Zygier, insieme ad altri due connazionali, gestiva una società di facciata in Iran per agganciare ed eliminare tutti gli uomini di Teheran coinvolti nel traffico di armi di distruzione di massa.

«Questa vicenda potrebbe avere conseguenze devastanti per gli agenti del Mossad sul terreno, soprattutto in Iran, Siria e Libano», spiegano da Gerusalemme. Il perché è presto detto: «Il caso Zygier rischia di far scoprire tutti gli 007 che lavorano per noi a Teheran, Damasco e Beirut», ha rivelato Canale 10. «Basta fare un’indagine a ritroso e capire chi ha visto, chi ha sentito, con chi è stato nei tre paesi a noi nemici l’agente Zygier». Per questo, al quartier generale del Mossad starebbero già preparando eventuali piani di rimozione urgente degli operativi sul campo.

L'agente del Mossad, Ben Zygier, il giorno del suo matrimonio in Israele

L’agente del Mossad, Ben Zygier, il giorno del suo matrimonio in Israele

Intanto, più passano le ore, più si scoprono dettagli sulla vita misteriosa dell’australiano Zygier. Avvocato di professione, in Israele – dov’è arrivato nel 2000, a 24 anni, l’uomo ha lavorato anche allo studio legale «Herzog, Fox, Neeman» di cui è membro – secondo Canale 2 – Yaakov Neeman, ministro della Giustizia dello Stato ebraico.

L’interesse dell’intelligence australiana per Zygier sorge nel 2009. È in quell’anno che il 007 di Gerusalemme è tornato in Australia per prendersi un master alla Monash University di Merlbourne (dov’è nato). Qui, raccontano, si è messo in contatto con studenti provenienti dai paesi arabi, compresi Arabia Saudita e Iran. Qualcuno l’ha anche assoldato. E sarebbe stato a questo punto che i servizi segreti australiani l’avrebbero convocato, interrogato. Di fatto, scoperto. Secondo qualcuno anche «bruciato», dopo aver spifferato la cosa a un giornalista locale. Da quel momento in poi per Zygier, il «detenuto X», le cose sono peggiorate. Fino a quel mercoledì 15 dicembre 2010.

© Leonard Berberi

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LA STORIA / Il “detenuto X” e l’agente (australiano) del Mossad morto suicida in carcere

Ben Zygiera, l'agente del Mossad rinchiuso nel arcere di massima sicurezza in Israele. Il 15 dicembre 2010 Zygier è morto suicida (foto da Abc Australia)

Ben Zygier, l’agente del Mossad rinchiuso nel carcere di massima sicurezza in Israele. Il 15 dicembre 2010 Zygier è morto suicida (foto da Abc Australia)

Un nome. Finalmente. E un volto. E una storia. Ma anche tanti perché. E, soprattutto, qualche critica. Anzi. Tante critiche. A partire da quella più elementare: com’è stato possibile che un detenuto, rinchiuso nella cella più sicura e sorvegliata del mondo, si sia suicidato senza che nessuno se ne accorgesse?

Questa è una storia che inizia in un’afosa giornata di fine giugno 2010, quando si viene a sapere che c’è una persona, senza nome né volto né capi d’accusa né condanna, detenuta nel carcere di massima sicurezza d’Israele, isolato dal resto del mondo e anche dal resto della struttura. Non può parlare con nessuno. Non può ricevere. L’unica cosa che gli permettono è mangiare e bere. Per il resto, il vuoto assoluto.

La vicenda compare per qualche minuto sul sito di news Ynet, associato al quotidiano più venduto in Israele, lo Yedioth Ahronoth. Poi scompare nel nulla. Gli altri giornali dello Stato ebraico non possono riprenderla. La stessa Ynet è obbligata a cancellarla dal web. Ma non i blogger. Soprattutto quelli che hanno base fuori da Israele. Internet si scatena. C’è chi dice che il detenuto sconosciuto sia Joseph Moshe, microbiologo inseguito per le vie californiane e arrestato perché sospettato di aver prodotto una tossina mortale. C’è chi insinua – come l’informato blogger Richard Silverstein – che si tratti di Ali-Reza Asgari, generale iraniano che si pensava fosse stato rapito dal Mossad.

Ben Zygier con la divisa dell'esercito israeliano

Ben Zygier con la divisa dell’esercito israeliano

Voci. Speculazioni. Interrogazioni parlamentari alla Knesset. Denunce. Le uniche cose certe, nell’estate del 2010, sono che il «detenuto X», come sarà chiamato da quel momento, è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza Ayalon, a pochi chilometri da Ramla, nel centro d’Israele. Che è stato portato in una singola cella dell’Unità 15, l’ala distaccata dal resto della struttura da due porte di ferro insonorizzate. Che si trova esattamente dove sono stati detenuti Yigal Amir, l’assassino nel 1995 Yitzhak Rabin, e Mordechai Vanunu, il tecnico nucleare che nel 1986 raccontò al Sunday Times l’esistenza di un piano nucleare israeliano.

Pochi mesi dopo, il 27 dicembre 2010, sempre Ynet scrive che due settimane prima, in una cella dell’Unità 15 un detenuto si era suicidato. Ma, a differenza della prassi, per la prima volta l’autorità carceraria non rilascia nessun rapporto ufficiale. Del detenuto suicida non si conoscono né il nome, né il volto. E, nemmeno, il motivo della vita dietro le sbarre. Anche in questo caso, come nel luglio 2010, la notizia scompare dopo pochi minuti. Qualcuno inizia a pensare che tra il suicidio e il «detenuto X» ci sia un collegamento. Ma si tratta di supposizioni.

Fino ad oggi. Fino a quando un’inchiesta dell’emittente australiana Abc (in fondo il video) non squarcia il velo. E racconta, per la prima volta, chi è il prigioniero senza volto. E cos’è successo. Mezz’ora di trasmissione, di viaggio in Israele per cercare di capire e spiegare. «Tutte le prove in nostro possesso dicono che il “detenuto X” è un cittadino australiano di Melbourne», racconta l’inchiesta della trasmissione “Foreign Correspondent”. «L’uomo si chiamava Ben Zygier, era un agente del Mossad ed era conosciuto in Israele con il nome di Ben Alon. È stato trovato impiccato in cella il 15 dicembre 2010. Una settimana dopo il suo corpo è stato portato a Melbourne per i funerali».

La tomba al cimitero ebraico di Melbourne, in Australia, dell'ex agente del Mossad (foto di Steve Yarrow)

La tomba al cimitero ebraico di Melbourne, in Australia, dell’ex agente del Mossad (foto di Steve Yarrow)

Ben Zygier-Ben Alon aveva 34 anni quand’è morto. A Melbourne aveva studiato al King David e Bialik College. Era membro del movimento sionista Hashomer Hatzair. Nel 2000, a 24 anni, aveva deciso di trasferirsi nello Stato ebraico. Era sposato con una donna israeliana e aveva – ha – due bambini piccoli Romi e Yuli. A un certo punto della sua vita mediorientale era stato contattato dal Mossad. E da quel momento era diventato un loro agente. L’incarico non era passato sotto silenzio. Prima l’intelligence australiana aveva avviato un’inchiesta su Ben Zygier e altri due connazionali. Tutti e tre diventati 007 di Gerusalemme, tutti e tre agenti operativi sul fronte iraniano (gestivano un’azienda-civetta che trafficava armi con le autorità di Teheran). Poi il quotidiano locale The Age aveva cercato di contattare proprio Zygier. Ma invano.

Perché, nel frattempo, l’uomo era già finito in una cella di massima sicurezza dell’Unità 15. Il motivo, ancora oggi, resta un mistero. Un mistero che Ben forse si porterà nella tomba. Lì, sotto a una lapide di marmo scuro al cimitero Chevra Kadisha di Melbourne dov’è stato sepolto il 22 dicembre 2010.

© Leonard Berberi

AGGIORNAMENTO DELLE 22.15 – In serata, mentre in tutto il mondo impazza la storia dell’ex agente del Mossad Ben Zygier, le autorità israeliane hanno confermato che il “prigioniero X” era uno 007 israeliano con passaporto straniero. “E’ stato portato in carcere sotto falsa identità – hanno detto – ed è in carcere che s’è suicidato. Nonostante sia stato registrato con un altro nome nel centro di detenzione per motivi di sicurezza, i famigliari sono stati avvertiti subito”. Sulla morte dell’uomo è in corso ancora un’indagine.

Sul fronte australiano – l’altra nazionalità di Ben Zygier – un portavoce di Bob Carr, ministro degli Affari esteri dell’isola, ha spiegato che nel 2010 le autorità israeliane hanno informato correttamente gli uffici diplomatici australiani a Tel Aviv sulla detenzione di un loro connazionale. Ma da quell’ambasciata l’informazione non è mai arrivata a Canberra. (l.b.)

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Il web israeliano contro il “poema” di Günter Grass il «vecchio SS»

È bastato un poema. È bastato un intellettuale tedesco. Sono bastate poche parole – «il nucleare israeliano è più pericoloso di quello iraniano» – per inondare i siti dello Stato ebraico di commenti, accuse, repliche, maledizioni, considerazioni e anche qualche minaccia. Fino ad accusare l’autore di essere un «vecchio SS che ha mandato migliaia di persone a morire nei campi di concentramento» (A. Cortez, dalla California). O uno «fatto», «drogato», per via di quel gioco di parole che prende il cognome per il verso inglese (Grass = erba) e lo trasforma in un uomo strafatto di hashish.

Forse Günter Grass non s’aspettava tutta quest’indignazione. O forse se l’è cercata. La storia è quella, famosa, della composizione in cui l’intellettuale, in sintesi, sostiene che Israele è una minaccia con tutto quel nucleare. Una minaccia per tutti, non solo per l’area. Da che pulpito! Hanno urlato in molti. «Un tedesco che odia gli ebrei… Dov’è la novità?», ha scritto più di qualcuno sul web.

È ovvio. La questione, a queste latitudini – soprattutto a queste latitudini – è sensibilissima. Più dei vicini-nemici palestinesi e libanesi e siriani. Perché arriva dal cuore d’Europa – laddove partì l’ordine per la Soluzione Finale – un’accusa molto grave: quella di rappresentare, come Stato, una minaccia per il mondo. «E io che pensavo che la minaccia venisse da vecchi nazisti o da iraniani antisemiti», ha commentato sarcastico sul sito di news Ynet “Hafuch” che in ebraico vuol dire “bastian contrario”.

Il poema di Grass pubblicato sul quotidiano tedesco

«Diamo anche noi una mano alla tipica sinistra tedesca: ammettiamo che in fondo anche noi ebrei abbiamo una parte di responsabilità nella Shoah», aggiunge “Dottor Berliner”. La «sinistra tedesca» viene tirata in mezzo non a caso: a Gerusalemme viene da tempo stigmatizzata per le sue posizioni “morbide” nei confronti delle tesi palestinesi o islamiche. Vecchi fantasmi e rancori recenti vengono fuori in Israele senza filtro. Così capita di mettere, sullo stesso piano, Hitler, Grass e Ahmadinejad.

«Pensavo che su Israele i tedeschi avessero imparato a tenere la bocca chiusa per sempre», scrive Mark Bowen, dall’Illinois. Aggiunge Naftali: «Oh cavolo, un tedesco che dice a noi ebrei come dobbiamo comportarci e difenderci». «Ho un poema anch’io, per Grass», scrive Logic: «Nazista una volta, nazista per sempre…». «Oh no, e adesso cosa scriverà Meotti?», si chiede un altro. Tirando così in ballo Giulio Meotti, il giornalista-scrittore italiano del “Foglio” che negli ultimi tempi pubblica spesso sullo Yedioth Ahronoth, il più venduto giornale d’Israele.

C’è, in tutto questo, qualcuno che prova a ragionare. Che prova a prendere la parte «buona» del discorso dell’intellettuale tedesco. Come Hanna. Che, sempre sul sito Ynet, scrive: “Grass, nei fatti non ha tutti i torti: Israele è effettivamente conficcato in un’area ostile e se prendesse un’iniziativa radicale verso l’Iran potrebbe innescare la terza guerra mondiale». Moshe, invece, è preoccupato dai «processi sociologici» d’Israele: «Fra 20-30 anni avremo qua una leadership di ortodossi, o di rabbini matti», scrive. «Una atomica nelle loro mani non sarebbe diversa da una atomica detenuta dagli ayatollah».

Parole. Commenti. Critiche. Mentre sullo sfondo, propri ieri, Ehud Barak, ministro della Difesa dello Stato d’Israele sentenziava sicuro: «Il 2012 è l’anno della battaglia contro il nucleare iraniano».

© Leonard Berberi

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Tel Aviv, l’estrema destra scende in strada con le sua ronde contro gli immigrati

Boutade? Provocazione? O, più semplicemente, nuovo sintomo di una società che si sposta sempre più a destra? Perché, più che di rondini, in questo inizio primavera in Israele si parla soprattutto di ronde. Sì, quelle ronde. Quelle leghiste, tanto per fare un esempio a noi vicino. Ronde che fanno male. Alla società. Alla cultura. Alla tranquillità. Al futuro. Ronde che allarmano.

Dice l’estrema destra nazionalista israeliana che nei sobborghi di Tel Aviv si sta preparando a entrare in azione con l’intenzione di dar vita a iniziative popolari di cosiddetta «autodifesa» contro la minacce attribuite alla crescente presenza di immigrati legali o clandestini. Nome della ronda: «Team Marzel».

La novità l’hanno raccontata per primi i giornalisti dell’edizione online dello Yedioth Ahronoth, il più diffuso giornale d’Israele. Mentre la polizia telavivina parla di «pericolosa provocazione». «È una strumentalizzazione politica da fermare», ha detto un dirigente di polizia esperto di immigrazione. «Questi sono gruppi di provocatori il cui unico scopo è gettare benzina sul fuoco».

La prima ronda di Tel Aviv. Si chiama "Team Marzel" e promette di ristabilire la sicurezza urbana nei sobborghi di Tel Aviv, quelli a più alta concentrazione di stranieri (foto di Tzvika Tishler / Ynet)

L’idea della ronda è venuta a un deputato dell’Unione Nazionale, un partito d’estrema destra che si ispira all’eredità del famigerato movimento Kach, fondato dal defunto rabbino Meir Kahane e poi disciolto in Israele – sull’onda del massacro di fedeli musulmani palestinesi a Hebron (Cisgiordania) da uno dei suoi militanti, il colono Baruch Goldstein – con l’accusa di istigazione alla violenza e all’odio razziale.

La realizzazione è stata quindi affidata al controverso tribuno Baruch Marzel. Che non ha perso tempo e ha già costituito un primo contingente di 200 vigilantes – sia uomini che donne – tutti addestrati alle arti marziali e forniti di magliette nere e lacrimogeni.

Marzel ha detto di aver preso a modello le squadre di «autodifesa ebraica» reclutate a suo tempo a New York dal rabbino Kahane fra i giovani attivisti del Kach. Uno dei volontari, interpellato dal giornale, ha giustificato l’iniziativa sostenendo che gli ebrei – stragrande maggioranza a Tel Aviv – «si sentono ormai in pericolo» in certe aree. E ha additato casi di presunte aggressioni di «immigrati sudanesi», ma anche di arabo-israeliani (che però non sono immigrati, ma cittadini dello Stato ebraico).

© Leonard Berberi

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Centinaia di arabo-israeliani contro il governo. E il ministro Lieberman finisce bruciato

(foto di Hassan Shaalan / Ynet)

È finita con un Avigdor Lieberman, il ministro destrorso degli Esteri, bruciacchiato. Per fortuna si trattava solo di un cartello con il volto del numero uno della diplomazia israeliana. Ma vedere le oltre 1.500 persone manifestare nel cuore d’Israele contro il governo ebraico e soprattutto contro un suo ministro ha preoccupato molti.

È successo tutto ieri sera, martedì 29 marzo, per le vie di Lod, una città di quasi 70mila abitanti sulla strada che da Tel Aviv porta a Gerusalemme. Centinaia di persone sono scese in piazza per celebrare il “Giorno della Terra”. Qui, molti arabo-israeliani hanno incendiato le foto di Lieberman.

«Il ministro degli Esteri è il peggior razzista del nostro Paese», hanno detto i manifestanti. «Non possiamo tollerare quello che dice e fa, per questo gli consigliamo di stare alla larga dalla nostra comunità». Questo è quello che ha detto uno degli arabo-israeliani al cronista del quotidiano elettronico “Ynet”.

I dimostranti hanno protestato contro la demolizione delle case degli arabi e «contro il razzismo» nei confronti dei musulmani. In molti hanno accusato il governo di aver pianificato le deportazioni di massa degli arabo-israeliano dalle città di Ramla, Lod e le altre città arabe.

Leonard Berberi

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cultura

E una band israeliana finisce sulla copertina di una rivista dell’Iran

In Europa non se n’è accorto nessuno. Negli Usa nemmeno. Anche se la notizia – normale altrove – tanto solita in Medio Oriente non lo è. Soprattutto quando coinvolge Israele e Iran.

Succede che una band di metallari israeliani – gli Orphaned Land – continua a rompere tabù nel mondo arabo. E dopo aver conquistato il Nordafrica e i vicini-nemici (Libano, Siria), è finita nella copertina di una delle riviste specializzate più lette in Iran. Alla faccia delle relazioni – inesistenti – tra i due paesi. Senza considerare che le foto del servizio e della cover sono state scattate e curate da altri due israeliani.

Il periodico – “Divan” – si occupa soprattutto di musica rock, metal e rap (domanda: ma nella teocrazia di Ahmadinejad la musica “occidentale” non era stata mica messa al bando?). Nell’ultimo numero i componenti del gruppo di Petah Tikva si sono vestiti in tutti i modi (religiosi) possibili: chi da arabo, chi da Gesù, chi da ebreo. Senza calcolare il vistoso décolleté dell’unica donna della band.

«Sono ancora stupito di quello che è successo», ha detto al quotidiano elettronico “Ynet” Kobi Farhi, il cantante degli Orphaned Land. «Ancora una volta la musica dimostra un grande potere nell’abbattere tutte quelle barriere che mettono sui i politici».

A dare una mano alla popolarità del gruppo – nato nel 1991, quattro album all’attivo – è stata la decisione di combinare diversi tipi di musica: da quella yiddish a quella araba, passando attraverso accenni cristiani e ortodossi. Tanto che le loro canzoni sono ascoltate a Rabat, Il Cairo, Tel Aviv, Gerusalemme, Ramallah, Beirut, Teheran. Anche se il maggior numero di fan ce l’hanno in Turchia, dove ogni anno – blitz sulla Mavi Marmara o meno – partecipano ai raduni musicali. Quasi a confermare, per l’ennesima volta, che dietro ogni governo che alza muri, c’è sempre qualcuno – un musicista, uno scrittore, un regista – che quell’ammasso di mattoni lo distrugge.

Leonard Berberi

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