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L’esercito, il massacro, la politica e il coma: vita (e foto) di Ariel Sharon

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Tra le figure più controverse della politica israeliana, Ariel Sharon ha segnato profondamente la storia del Paese. Fu per decenni il volto duro di una politica ostile ai palestinesi per poi, inaspettatamente, cambiare rotta, decidendo il ritiro dalla Striscia di Gaza e fondando un partito di centro. Una parabola che fu bruscamente interrotta dal coma, dal quale non si riprese più.

DA GENERALE A MINISTRO – La storia politica di Sharon inizia quando si guadagna la fama come generale durante la guerra arabo-israeliana del 1973. Fu lui a guidare le forze israeliane lungo il Canale di Suez bloccando parte dell’esercito egiziano e capovolgendo in favore di Israele l’esito del conflitto. Guadagnata la fama, viene eletto quello stesso anno deputato nel Likud, il principale partito di centrodestra del Paese.

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

SABRA E SHATILA – Ministro dell’Agricoltura prima e della Difesa poi, è il protagonista dell’invasione del Libano del 1982, segnato dal massacro dei campi profughi palestinesi a opera delle milizie cristiane maronite, alle quali le forze isaeliane lasciarono mano libera. Da allora il nome di Sharon è stato sempre legato in particolare alla strage del campo di Sabra e Shatila, nel quale furono uccise centinaia o migliaia di persone, a seconda delle fonti. Per quella strage Sharon fu accusato di crimini di guerra ma il suo principale accusatore, Elie Hobeika, capo delle milizie maronite, fu ucciso in un attentato.

Durante l'offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell'esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar / Afp / Getty Images)

Durante l’offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell’esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar/Afp/Getty Images)

LA PASSEGGIATA NELLA SPIANATA DELLE MOSCHEE – Nel 2000 Sharon si distinse per un drammatico gesto dimostrativo, che innescò per reazione la seconda Intifada palestinese: il 28 settembre, accompagnato da un migliaio di militanti, entra nella Spianata delle moschee di Gerusalemme, luogo sacro ai musulmani e tradizionalmente controllato dai palestinesi.

Nel settembre del 2000, Sharon - scortato da centinaia di agenti e poliziotti - decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

Nel settembre del 2000, Sharon – scortato da centinaia di agenti e poliziotti – decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

LA CAMPAGNA CONTRO GLI ACCORDI DI OSLO – Fece una dura campagna contro gli accordi di Oslo del 1993 (quelli che portarono alla storica foto della stretta di mano tra il leader Olp Yasser Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin, tra le braccia del presidente Usa Bill Clinton), che prevedevano il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e affermavano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità nazionale palestinese.

IL CONFINO DI ARAFAT E LA COSTRUZIONE DEL MURO  Sharon vinse le elezioni nel 2001 e divenne primo ministro. Fu lui a confinare Arafat a Ramallah, città della Cisgiordania dalla quale il leader palestinese non potè più muoversi fino al ricovero a Parigi, dove morì. Sulla stessa morte di Arafat pesano tuttora sospetti di avvelenamento. E fu sempre Sharon a volere la costruzione del muro, una barriera che circondava tutta la Cisgiordania.

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l'appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l'allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l’appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l’allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

IL RITIRO DA GAZA – Nel 2003 però qualcosa cambiò. Sharon avviò il dialogo con Mahmoud Abbas (più noto col soprannome di Abu Mazen), primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese. In seguito annunciò l’intenzione di ritirare i soldati israeliani da Gaza, cosa che fece nel 2005, pur mantenendo il controllo del suo spazio aereo e dello specchio di mare antistante (ragione per la quale i movimenti filo-palestinesi la definiscono una «prigione a cielo aperto»).

E' il 2005: l'allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

E’ il 2005: l’allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

LA NASCITA DI KADIMA – Nello stesso anno Sharon lasciò il Likud per fondare un proprio partito moderato di centro, Kadima, in cui confluì anche Shimon Peres. Pochi mesi dopo però fu colpito da una grave emorragia cerebrale e andò in coma. Nel frattempo aveva vinto le elezioni ed era stato nominato nuovamente primo ministro. L’11 aprile 2006, visto il permanere del coma, fu destituito e sostituito da Ehud Olmert. (LaPresse)

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Uri, Abed e l’«Operazione Ulisse»: storia della missione più spettacolare del Mossad

Il logo del Mossad

Il logo del Mossad

Poi succede che qualcuno bussa alla tua porta. E ti sconvolge la vita. Così, a cinquant’anni. Mentre sei lì a fare tutt’altro. A risolvere i problemi di tutti i giorni. Ecco, mentre sei lì con il tuo bel pezzo d’esistenza che se n’è andato, c’è ‘sto tizio – un giornalista israeliano – che fa domande. Tante domande. Chiede informazioni su tuo papà. Vuole sapere alcune cose. Anche troppe. Poi ti guarda negli occhi e dice: sapevi che tuo papà era una spia del Mossad? E ti anticipa che sta scrivendo un lungo articolo su questo. Ti spiega che anche tu facevi parte della missione. Che sei stato un prodotto di quella.

E allora scopri, in quel istante, che tuo papà Abed al-Hader non è chi è sempre stato. Che aveva pure un nome in codice: “Ladya”. E vieni a sapere anche di avere un fratello. Mai visto. Mai conosciuto. Forse incrociato qualche volta. Di sicuro mai immaginato. E ti accorgi anche che quella storia, tutta quella storia, tu l’hai vista soltanto in tv. In un telefilm, “The Americans”, trasmesso da poco e con questa coppia di spie russe che va negli Usa e vive come gli americani, ha una casa con il giardino, mangia i pancake, ma trasmette informazioni a Mosca, uccide, fa sparire persone e oggetti e prove.

È con un lungo racconto nell’inserto settimanale “7 Days” che lo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto d’Israele, squarcia il velo su uno dei segreti meglio custoditi dello Stato ebraico: l’«Operazione Ulisse». Né più, né meno la prima missione spettacolare del Mossad (un’altra è stata svelata nel 2011 qui): con nove agenti che hanno passato anni tra i palestinesi, vivendo come gli arabi. Sposandosi. Facendo figli. Diventando membri rispettati della comunità. Raccogliendo informazioni. Segnalando la nascita di Fatah. L’ascesa di Abu Jihad. E soprattutto di lui, Yasser Arafat.

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Operazione Ulisse

Abed-Uri se n’è andato da tempo. Ma dietro di sé ha lasciato una lunga scia di segreti, di affetti che ora vivono un trauma, di informazioni riservate. E due figli che solo adesso scoprono di essere fratellastri: uno nato in Palestina da donna musulmana e da qualche anno migrante all’estero. L’altro, Shai, venuto alla luce poco prima da una donna ebrea e ora un rispettato avvocato. E chissà se mai s’incontreranno i due. E chissà cosa si diranno. Ammesso che abbiano qualcosa da dirsi.

Il «Progetto Ulisse», quindi. Siamo nel 1950. Il Mossad – guidato da Isser Harel – sente aria di cambiamenti radicali tra i palestinesi. Ha bisogno di occhi e orecchie lì, tra gli arabi. Vuole capire che succede. Cosa si muove tra i leader. Così crea un’unità – Ulisse – con l’obiettivo di addestrare gli agenti a infiltrarsi nei campi profughi nella West Bank e nei Paesi vicini. Le reclute hanno tutti tra i 20 e i 30 anni. Sono ebrei sionisti immigrati di recente dai Paesi arabi. Parlano già la lingua. Conoscono molto bene gli usi e i costumi.

Una volta convinti a prendere parte alla missione «di priorità nazionale» tagliano qualsiasi legame con le loro famiglie. Quelle vere. Si trasferiscono in alcuni appartamenti a Jaffa. Vengono addestrati per un anno e mezzo. Imparano a usare le armi e gli esplosivi, a leggere il Corano. A realizzare sabotaggi. Ma anche a raccogliere informazioni. A comportarsi insomma come spie. Alla fine soltanto in nove superano tutti i test. E subito dopo vengono spediti tra le comunità arabo-israeliane. Due di loro, passando attraverso la Giordania, vengono pure picchiati dall’esercito israeliano appena arrivati a Umm al-Fahm. «Non potevamo fare niente, non potevamo bruciare la loro copertura», ha ricordato Sami Moriah, direttore dell’unità.

Sami Moriah, capo dell'unità "Ulisse" (foto d'archivio)

Sami Moriah, capo dell’unità “Ulisse” (foto d’archivio)

«Quelli erano tempi difficili: quando portavo le loro lettere alle famiglie, una delle madri mi scongiurava sempre di fargli vedere almeno una volta il figlio, anche da lontano. Ma non era possibile, questo avrebbe influito negativamente nel processo di formazione della nuova identità». E allora erano lacrime. E ancora lacrime. E pianti a non finire.

Nel 1959 sette agenti tornano a casa. La missione per loro è finita. Ma gli altri due – Abed al-Hader e «Isaac», ancora oggi sotto segreto – continuano. Vengono invitati a sposarsi. A fare figli. A rifarsi una vita. A mostrarsi come palestinesi fino al midollo e, soprattutto, avversari fino alla morte degl’israeliani. I due eseguono. Si guadagnano il rispetto, la stima e la fiducia dei leader locali. Ospitano a casa anche le prime riunioni di Fatah dove si discute addirittura di come eliminare Israele dalle mappe e come creare la Palestina. E così, agli inizi del 1964, il Mossad – grazie ai microfoni installati tra le mura domestiche – scopre non solo che c’è quest’organizzazione, ma che è anche guidata da Khalil al-Wazir (Abu Jihad) e Yasser Arafat (Abu Amar). Agli inizi due sconosciuti per gli 007 dello Stato ebraico. Poi diventati addirittura due obiettivi, da uccidere il prima possibile.

Quasi quindici anni dopo l’inizio della missione Abed al-Hader/Uri Yisraeli viene trasferito a Beirut. Anche lì qualcosa si sta muovendo. Nei sobborghi qualcuno sta pensando a un’organizzazione sciita anti-israeliana. È ancora presto, ma agli inizi degli anni Ottanta quell’idea diventerà Hezbollah. È la fine del 1964. Ma anche della copertura. L’agente entra nella sua stanza. Inizia a trasmettere informazioni. Quando viene scoperto dalla moglie a fare qualcosa di sospetto. Che fare? Continuare a mentire o dire la verità? Prevale la seconda opzione. «Non sono chi pensi», le dice. «Non sono un nazionalista palestinese. Sono un ebreo. E sono una spia del Mossad».

Fine della storia. L’inizio di un’altra. Forse.

© Leonard Berberi

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Se anche in Cisgiordania scoppia lo scandalo sui tesorieri di partito

Non è tempo di tesorieri. Vedi alla voce “Lusi” (Margherita). O “Belsito” (Lega Nord). E però, le grane sulla grana che sparisce o viene usata per altri scopi paiono non essere un’esclusiva italiana. Basta vedere cosa succede a Ramallah, in Cisgiordania, la “capitale” dell’Autorità nazionale palestinese. La quale ha da poco deciso di dire basta alla corruzione, al malaffare, ai soldi che arrivano-cambiano proprietario-ripartono verso lidi più dorati istituendo un’Agenzia di lotta al malcostume. Finendo, però, con il tirare in ballo chi ormai non balla da un pezzo, e però è sempre venerato come il Dio sceso in terra.

E allora. West Bank in subbuglio per l’annuncio di un’inchiesta che cerca di fare luce sulla sottrazione di milioni di dollari di fondi pubblici dell’Anp da parte di Mohammed Rashid, ex influente consigliere economico del presidente Yasser Arafat. Era lui il tesoriere effettivo di una montagna di soldi che, quand’era in vita l’uomo con la kefiah sempre attorno al collo, arrivavano da tutte le parti: mondo arabo, mondo asiatico, Italia e Francia e Spagna. Ecco, dicono le anticipazioni di quell’inchiesta che Rashid avrebbe preso milioni di dollari destinati all’infrastruttura disastrata palestinese per farsi i suoi investimenti personali in Giordania, Egitto, Emirati e Montenegro. Per questo l’Agenzia palestinese per la lotta alla corruzione ha chiesto a questi Paesi di congelare i conti correnti riconducibili all’ex consigliere di Arafat.

Mohammed Rashid durante un’intervista ad Al Arabiya

L’interessato, a dire il vero, in Cisgiordania non mette piede da un pezzo. Dal 2004, anno in cui il “caro leader” andò per altri lidi, periodo in cui la moglie Suah Arafat se ne scappò con la figlia e – dissero i maligni senza essere smentiti – con altri milioni di dollari e conti correnti e proprietà private sparse di qua e di là attorno al Mediterraneo. Ecco, Rashid. È comparso, guarda caso, pochi giorni fa, in tv. E ha detto delle cose che in molti non hanno capito, ma tutti hanno compreso il senso: più che parole in libertà erano vere e proprie minacce nei confronti di Abu Mazen, il numero uno dell’Anp. Minacce che prefiguravano la rivelazione di chissà quali retroscena sull’ascesa al trono palestinese proprio di Abu Mazen. «Attento a non commettere un enorme sbaglio», ha ammonito il tesoriere «made in Palestine».

Carriera folgorante quella di Rashid all’interno della formazione di Yasser. Origini curdo-irachene, giornalista, senza nemmeno un soldo, negli anni Novanta si unì alla causa palestinese diventando, in pochi mesi, prima l’esperto d’economia di Arafat, poi il consulente finanziario del gran capo e del suo entourage più stretto.

Il presidente dell’Anp, Abu Mazen

«Rashid è arrivato da noi con le tasche vuote e se n’è andato multimilionario», ha denunciato il capo dell’Agenzia per la lotta alla corruzione. «Sono convinto che le fortune e le attività di business del “curdo” sono fiorite grazie al denaro pubblico e alla distrazione di aiuti internazionali destinati al popolo palestinese». L’ha chiamato proprio così, il capo palestinese: il «curdo». Cosa che, da queste parti, suona come una presa di distanza. Di più: la cacciata definitiva dal clan.

Ecco, a proposito di clan. Secondo qualche giornalista arabo il vento contro la corruzione che ha preso a soffiare su Ramallah non è altro che l’inizio della resa dei conti «selettiva» all’interno della nomenclatura claustrofobica dell’Anp. Rashid è molto vicino a Mohammed Dahlan, l’ex responsabile a Gaza di Fatah (il partito creato da Arafat e preso in mano da Abu Mazen).

Dahlan, nei mesi scorsi, ha avuto la bella idea di affrontare a muso duro proprio Abu Mazen sulla gestione della Cisgiordania, sul rapporto – pessimo – con i “fratelli-coltelli” di Hamas che, intanto, s’eran presi la Striscia di Gaza, sui continui tira-e-molla con gl’israeliani sui colloqui di pace. E così aveva avuto gioco facile Abu Mazen a metter in giro la voce, poi rilanciata da tutti i giornali locali, di un tentato golpe di Dahlan contro gl’interessi palestinesi. A dimostrazione che non è nemmeno tempo di essere amici di tesorieri. In Italia come in Palestina.

© Leonard Berberi

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“Palestinian Airlines” torna a volare (dopo 7 anni)

Uno dei due Fokker della Palestinian Airlines

Certo, la flotta è piccina piccina: 4 aerei (due Fokker, un Boeing 727, un Airbus 320), poche hostess e pochissimi dipendenti. Niente a che vedere con i giganti dei cieli dei fratelli del Golfo Persico. Però. Però è un piccolo passo verso la normalizzazione della vita. E dei viaggi.

Poi, ovvio, c’è quel piccolo particolare di non poco conto: scali, da queste parti, non ce ne sono. E quel che c’era, lo Yasser Arafat International Airport di Gaza City, prima l’han distrutto le bombe degl’israeliani (nel 2001). Poi l’hanno cancellato del tutto gli stessi palestinesi. I quali, senza bitume per asfaltare le strade (materiale bloccato ai varchi proprio dagl’israeliani), han pensato bene di prendersi – pezzo dopo pezzo – l’intera pista di decollo/atterraggio. Vedere per credere. Così, oggi, non restano che le carcasse della hall dell’aeroporto e della torre di controllo. Più qualche rimasuglio di reticolato qua e là.

E comunque. A volte ritornano. Un po’ in sordina, a dire il vero. Ma comunque tornano. E, forse, è un segno di normalità. Perché il giorno dopo il primo decollo, il direttore generale Zeyad Albad ha annunciato che la «Palestinian Airlines» è tornata a volare. Sette anni dopo l’ultimo decollo, nel 2005. Diciassette anni dopo la creazione, fortemente voluta dall’Autorità nazionale palestinese. La base, ora, è in territorio egiziano, nello scalo di Al Arish, aperto proprio dopo la distruzione di quello di Gaza City. La prima destinazione è stata Amman, capitale della Giordania. Esattamente l’ultimo scalo servito prima dello stop. Il tutto grazie a un accordo tra l’Anp e le nuove autorità egiziane.

Quel che resta dell’aeroporto internazionale “Yasser Arafat” di Gaza

Albad ha spiegato che ci saranno due voli andata e ritorno settimanali con Amman per i viaggiatori che transitano per il terminal di frontiera di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, a circa 50 km da Al Arish. «Un decimo della distanza che erano costretti a percorrere per raggiungere gli aeroporti più vicini dell’Egitto», ci ha tenuto a precisare. Certo, non che Al Arish sia messa bene: nel 2011 i passeggeri totali sono stati 5.991, quasi la metà di quelli dell’anno prima.

Il direttore generale ha aggiunto che «avremo presto anche dei voli verso Gedda (Arabia Saudita), e pensiamo anche di allacciare dei contatti con la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti». Per il momento, però, piedi per terra. Il Boeing 727 e l’Airbus 320 restano in deposito. Voleranno soltanto i due Fokker. Velivoli vecchiotti e non sempre sicuri. «Ma abbiamo ancora pochi passeggeri, ci bastano gli aerei più piccoli», spiega Albad. Il realismo, prima di tutto. E le economie di scala. E l’analisi del mercato. Poi, si vedrà. Magari un giorno tutto diventerà più semplice. Più normale. Israele e Hamas, permettendo.

© Leonard Berberi

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Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

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attualità

Da edificio-simbolo a oggetto di sciacallaggio. La triste fine dell’aeroporto di Gaza

(foto AP)

Per anni non ci aveva messo piede nessuno. Dopo i bombardamenti israeliani non restava più niente, se non lo scheletro di quello che un tempo era la struttura principale. E una pista asfaltata. Che accoglieva gli aerei provenienti dai paesi arabi. O dava lo spazio giusto ai velivoli per decollare. Perché in meno di dieci secondi dalla partenza, i bolidi volanti erano già in territorio egiziano.

Ora, dell’Aeroporto internazionale “Yasser Arafat”, dodici anni dopo la sua inaugurazione, non resta più niente. Né i voli, né il padre spirituale. Ma se quest’ultimo sono in tanti a rimpiangerlo, nessuno si dispera per quell’unica finestra verso il mondo esterno che ora non c’è più. Perché a vederlo com’è ridotto oggi, l’aeroporto, sembra di stare in un mondo post-apocalittico o su Marte.

Opera delle bombe, certo. Ma anche dei palestinesi stessi. Che, senza lavoro e senza soldi, hanno iniziato da qualche mese a spolpare quel che resta di quel gioiello. La pista ormai è ridotta in brandelli che in alcuni tratti sembrano colline. Gli edifici reggono a malapena. E prima o poi cadranno giù. Il ferro contenuto al loro interno è troppo prezioso per le nuove costruzioni. Ed è un materiale che Israele non fa passare attraverso i suoi valichi. Insieme al bitume, al petrolio, al cemento e a tutto quello che serve per costruire case, palazzi, strade e ponti.

(foto AP)

«Non ho un lavoro e in qualche modo devo sfamare i miei figli», dice all’Associated Press Hilmi Izawied, 34 anni, uno dei “saccheggiatori” dell’aeroporto e padre di sei figli. «Qui prendo quello che mi serve per rivenderlo al mercato nero. Riesco a portarmi a casa 15-30 dollari al giorno».

Ogni mattina, per ore intere sotto al sole, centinaia tra uomini, donne e bambini si presentano sulla pista. Scavano, prendono quello che si trova sotto all’asfalto, caricano su carrozze trainate da un asino o da un cavallo e cercano di vendere il tutto. Quelli che vanno per la maggiore sono le barre di ferro e la ghiaia speciale che si trova poco sotto il bitume. Da lontano, i miliziani di Hamas stanno a guardare. O non si fanno proprio vedere.

Tempo qualche mese e del glorioso aeroporto non resterà più niente. E pensare che, proprio su quell’asfalto, Arafat aveva salutato la costruzione come il primo atto concreto verso la creazione e la proclamazione dello Stato palestinese.

Leonard Berberi

Il video di Al Jazeera English

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Spunta (dopo nove anni) un filmato che mette in imbarazzo Netanyahu

Il video è spuntato dal nulla dopo nove anni di oblio. E chi ha deciso di metterlo in circolazione sapeva quello che faceva. Perché il filmato – mandato in onda sulla tv israeliana Canale 10 – imbarazza il premier Benjamin Netanyahu e mette in discussione tutti i tentativi di dialogo tra Gerusalemme e l’Autorità nazionale palestinese.

È il 2001. Al vertice c’è Ariel Sharon e da poche settimane il falco della politica israeliana ha deciso di estendere gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Ci sono scontri tra coloni e palestinesi. Ci scappano molti morti.

A far visita ai famigliari di una vittima dell’insediamento ebraico di Ofren c’è Netanyahu. Il primo ministro – ai tempi senza un incarico – quasi non si accorge della telecamera che lo segue. Entra in una casa, dà la sue condoglianze alla famiglia. Poi inizia a parlare di politica. E racconta dei particolari del suo primo mandato, tra il 1996 e il 1999.

Il video incriminato (in ebraico, sottotitoli in inglese sulla pagina YouTube)

«Ho distrutto gli Accordi di Oslo», dice subito Netanyahu. «Ho fatto credere all’amministrazione Clinton di aver dato il via allo stop a nuove costruzioni e a politiche che potessero aiutare il processo di Pace. Ma in realtà facevo l’esatto opposto: firmavo leggi per aiutare l’espansione ebraica».

Non contento, Netanyahu ha spiegato anche che gli attacchi militari dell’esercito israeliano erano stati pianificati «per indebolire la leadership di Yasser Arafat in Palestina». Parole come pietre. Che mettono in difficoltà Netanyahu. Non di fronte all’Autorità nazionale palestinese. Ma di fronte all’amministrazione Usa. Che ora, attraverso Obama, dovrà non solo verificare che il congelamento di dieci mesi avviato dallo stesso Netanyahu stia davvero procedendo, ma dovrà anche tenersi vigile per capire se quello che sta succedendo oggi non sia la continuazione del piano eseguito ieri.

Lui, Netanyahu, per ora tace. Ma più di qualcuno teme che a Canale 10 possa saltare qualche testa. Perché quegli otto minuti di filmato – registrati in tempi non sospetti, ma mandati in onda proprio ora – rischiano di far più danni di un blitz contro una flottigla o di un attacco militare sulla Striscia di Gaza.

Leonard Berberi

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