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Il progetto miliardario di Israele: costruire un’isola artificiale di fronte Gaza

Un’isola artificiale di fronte a Gaza. Con tanto di porto, aeroporto e centri di accoglienza. Il tutto da mettere a disposizione dei palestinesi. È il progetto del governo israeliano stando alle indiscrezioni di Canale 2, una emittente televisiva privata dello Stato ebraico.

L’isola verrebbe affidata alla gestione dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) del presidente Abu Mazen, che governa la Cisgiordania, ma non la Striscia (dal 2007 sotto controllo di Hamas). Il progetto, ha riferito l’emittente, è stato messo a punto dal ministro dei trasporti, Yaakov Katz, con il sostegno del premier, Benjamin Netanyahu, e quello «entusiastico» del presidente Shimon Peres. Proprio il capo dello Stato, in una conferenza del 2007, aveva detto: «Dobbiamo investire sul mare e allargare i nostri confini occidentali in quella direzione, costruendo isole artificiali».

Il lungomare di Gaza City

Il progetto prevede la costruzione di un’isola lunga quattro chilometri e larga due, collegata alla terraferma di Gaza da un ponte lungo circa quattro chilometri. Dovrebbe accogliere, oltre al porto e allo scalo aereo, anche una località turistica marittima, degli alberghi e un’unità per la desalinizzazione dell’acqua, per un costo minimo di 5 miliardi di dollari e massimo 10.

I lavori potrebbero durare anche dieci anni. La questione spinosa resta la sicurezza. Il controllo – la Striscia di Gaza è sottoposta a rigido embargo – lo Stato ebraico vorrebbe affidarlo a una «forza internazionale», che potrebbe includere membri delle Nazioni Unite.

Secondo Canale 2 che per prima ha dato la notizia, l’isola permetterebbe a Israele di «sbarazzarsi definitivamente» della Striscia di Gaza, abbandonando la sua stretta sui commerci via terra pur mantenendo il blocco marittimo per impedire il contrabbando di armi verso Hamas.

© Leonard Berberi

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Deputato israeliano contro gli immigrati: “Trasformeranno Tel Aviv in una città africana”

Yaakov Katz, leader del partito "Unione nazionale" e parlamentare della Knesset (foto di Dudi Vaaknin)

La diplomazia non è mai stato il suo forte. E nemmeno la moderazione. Ma quando qualche giorno fa, a Tel Aviv, l’ha sparata grossa, qualche commentatore politico ha rotto gli indugi e non ha esitato a chiamarlo il «Calderoli israeliano».

Yaakov Katz, parlamentare e leader della formazione di ultradestra “Unione nazionale”, non è che ci abbia poi fatto molto caso. Del resto le sue dichiarazioni spesso vengono relegate nell’angolino delle provocazioni. O delle boutade. Però stavolta ha toccato un tema sensibile per gl’israeliani: l’immigrazione africana.

«Entro pochi anni nel nostro Stato ebraico ci saranno più di centomila immigrati africani», ha avvertito Katz. E per rendere ancora più chiaro il suo pensiero ha aggiunto: «Il numero degl’infiltrati continuerà a crescere e per ospitarli tutti ci vorranno migliaia di appartamenti che, a questo punto, faranno salire i prezzi nel mercato immobiliare».

A parte l’appellativo – «infiltrati» – il deputato Katz, davanti a una platea tutta telavivina, ha finito con il tirare in ballo proprio Tel Aviv e i suoi residenti. «Non ci sono dubbi che voi sarete costretti a trasferirvi in massa in Giudea e Samaria quando la vostra città diventerà a tutti gli effetti un avamposto africano».

È la prima volta che un esponente politico si spinge così a fondo sull’immigrazione africana. E a molti è sembrata una benedizione – politica – di quanto hanno fatto alcuni rabbini della periferia di Tel Aviv alcune settimane fa: e cioè chiedere ai residente ebrei di non affittare gli appartamenti agli immigrati.

Leonard Berberi

Leggi anche: L’estate della cattiveria e la linea dura contro gli immigrati (del 3 agosto 2010)

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Lavori forzati 2.0

“Troppi africani”. Per di più, “sono quasi tutti illegali”. E “danno fastidio”, “tolgono lavoro”,”creano problemi”. Tempi duri in Israele. Per tutti, anche per gli immigrati di colore. Perché, dopo le lamentele di molti dalle parti di Gerusalemme, un deputato della Knesset – definita qualche giorno fa “la più razzista di sempre” – ha deciso bene di avanzare la sua proposta per risolvere il “problema”.

“Mandiamoli nel deserto e creiamo per loro una città, là in mezzo alla sabbia, vicino all’Egitto”. Parola di Yaakov Katz.. Estrema destra, s’intende. Ma tra i banchi parlamentari qualcuno lo sta prendendo sul serio. Perché, propone Katz, “gli immigrati dovrebbero essere impegnati in lavori fisici di pubblicità utilità: ad esempio, dovrebbero partecipare alla costruzione di reticolati di confine e alla costruzione di strade, a beneficio degli abitanti del Negev”.

Katz non è un Borghezio qualsiasi. O un Calderoli della prim’ora. E’ il capo della Commissione parlamentare per la soluzione della questione dei lavoratori stranieri. “Già oggi, dalle parti di Tel Aviv vivono 23mila infiltrati africani – ha tuonato Katz – e ogni mese se ne aggiungo altri 2mila”.

C’è chi l’accusa di voler ghettizzare gli stranieri. A partire dalle associazioni che lottano per aiutare i lavoratori stranieri e i profughi. “Niente affatto – replica il parlamentare -. Propongo soltanto di raccoglierli in una città dove possano sostenersi lavorando”.

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