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Il rabbino: “I giovani sono violenti perché le mamme vogliono far carriera”

Ragazzini ultra-ortodossi in una delle vie del quartiere religioso Mea Shearim di Gerusalemme

E ora sarebbe colpa delle donne. Meglio: delle madri. Colpevoli di voler uscire di casa per lavorare e di non fare per tutta la vita le casalinghe. Così se i giovani di oggi sono molto più violenti che in passato è solo (de)merito loro: delle mamme. Quelle che preferiscono la carriera alla famiglia. E per questo non hanno motivo di lamentarsi se poi il figlio si macchia di reati.

Il rabbino Elyakim Levanon fa proseliti. Non tra i suoi fedeli. Ma tra i colleghi religiosi. Perché dopo la frase del capo spirituale dell’insediamento di Elon Moreh, quella che diceva che le donne sono incapaci di gestire una comunità di persone, ci si mette pure un altro rabbino, Dov Lior, guida religiosa di Kiryat Arba (Hebron), a intervenire sulla questione femminile.

“La gente dice che i giovani hanno un problema perché sono molto violenti”, ha esordito il rabbino. “Ma la verità è che questi comportamenti adolescenziali sono conseguenza dell’assenza delle madri che, ai figli e alla famiglia, preferiscono il lavoro”. “Una donna che persegue la sua carriera – ha rincarato Dov Lior – non sta facendo la cosa ideale, visto che il suo lavoro, quello che Dio le ha assegnato, è quello di fare la casalinga”.

Tutte queste dichiarazioni sono state messe nero su bianco su un volantino poi distribuito nella sinagoga di Kiryat Arba per sostenere le parole del rabbino Levanon criticato dalle associazioni femminili israeliane per le parole pronunciate.

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attualità, economia

La Banca d’Israele: i lavoratori palestinesi mettono a rischio quelli israeliani

Gli stipendi ridotti dei lavoratori palestinesi rischiano di abbassare ulteriormente la busta paga dei dipendenti israeliani non qualificati. Con il timore che questo scateni una lotta all’interno di quella che viene definita la “manodopera povera”.

L’allarme lanciato dalla Banca d’Israele cade in un momento di forte ripresa economica per lo Stato ebraico. I palestinesi che lavorano in Israele – scrive il dossier della Banca nazionale – sono aumentati del 20% nel periodo 2002-2008.

“Questo aumento – continua il rapporto – contribuisce a dare una mano all’economia palestinese soprattutto dalle parti della Giudea e Samari e ha raccolto rimesse per circa 649 milioni di dollari nel 2008, il 10% della produzione palestinese”.

44mila palestinesi della contea in questione – quella di Giudea e Samaria – hanno lavorato in Israele in tutto il 2008, considerando i 25mila con permesso di lavoro e i 16mila che hanno prestato manodopera in modo illegale. Quasi tutti i lavoratori palestinesi che hanno lavorato da noi – scrive la Banca d’Israele – sono uomini.

Il dossier poi tocca il cuore del problema: le retribuzioni. Un lavoratore palestinese – secondo i calcoli – guadagna circa 55 dollari per ogni giorno di lavoro in Israele contro i 35 dollari di un dipendente in nero. Stipendi che sono circa il 20% in meno di quelli percepiti dai lavoratori israeliani.

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Padroni

Badanti trasformate in oggetti sessuali. Colf scambiate per beni materiali. Donne delle pulizie violentate. Con l’aggravante che la maggior parte non denuncia. Perché immigrate. A lanciare l’allarme è l’associazione israeliana Kav che, attraverso il quotidiano Ma’ariv, ha tolto il velo a un fenomeno che in tanti conoscono, ma che in pochi evidenziano: la violenza contro i lavoratori domestici, soprattutto stranieri.

In un solo giorno, al quartier generale di Kav in Nahalat Binyamin Street (dalle parti di Jaffa, sud di Tel Aviv), si sono presentate tre donne. E tutte e tre hanno detto di essere state costrette ad avere rapporti sessuali completi con i famigliari dell’anziano che accudivano.

In un caso, poi, erano gli anziani stessi a costringere la colf a fare sesso il dieci di ogni mese come condizione per prendere poi lo stipendio. E quando la donna ha provato a ribellarsi, gli aguzzini l’hanno minacciata di denunciarla alla polizia e di farla espellere dal Paese.

Pacche sul sedere, toccata di seni, baci imposti e altro ancora sono ormai diventati un fenomeno preoccupante, secondo l’associazione non profit. “E’ incredibile come queste donne arrivino ad accettare umiliazioni sessuali e molestie, anche quando sanno che è sbagliato, solo per ottenere uno stipendio che è comunque garantito loro per legge”, concludono, sconsolati, gli esperti del Kav.

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attualità, economia

Double step

Il presidente israeliano Simon Peres in tour (in bus) con gli imprenditori del Paese (Moshe Milner / Gpo)

Non basta avere il passaporto israeliano. Bisogna anche essere ebrei. Per lavorare. “Non è disciminazione intenzionale, ma la realtà dei fatti ci dice che nel mondo del lavoro gli arabo-israeliani sono svantaggiati”. Parola di Simon Peres, presidente d’Israele.

In un giro a Nazareth con le teste dell’imprenditoria del Paese, il capo dello Stato non ha usato mezzi termini. E ha detto quello che anche gli studi più recenti hanno dimostrato (e questo blog aveva raccontato con un reportage). A fronte di una popolazione che vede il 20% del totale composto da arabo-israeliani, nel mondo del lavoro solo 4 su 100 di questi che hanno un impiego nell’alta tecnologia e anche meno degli altri settori.

“Stiamo coltivando una generazione educata e talentuosa. Ma, allo stesso tempo, anche frustrata e amareggiata per la situazione”, ha detto Irit Tamir, portavoce dell’associazione Kav Mashve. E ha riportato alla memoria, in un solo colpo, il terrore del kamikaze fatto in casa.

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