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ANALISI / I dubbi di Obama, i timori d’Israele, il nervosismo dei Paesi arabi: così l’Occidente si prepara ad attaccare Assad

«Stanno aspettando tutti che lui decida cosa fare: se intervenire o aggiornare il contatore delle vittime civili in Siria». «Lui» è Barack Obama, il presidente statunitense sulla cui testa pende la decisione finale: rovesciare Bashar al-Assad oppure attendere ancora. Magari un via libera delle Nazioni Unite. Via libera che, spiegano da Gerusalemme, non ci sarà mai. Non solo per l’opposizione della Russia. Ma anche per una certa resistenza della Cina. E d’Israele. Che vorrebbe sì dare il benservito ad Assad, ma teme di trovarsi un altro Libano, altri gruppi di miliziani. E, addirittura, Al Qaeda.

Dallo Stato ebraico però confermano: decine di Paesi sono pronti da giorni con i loro eserciti. Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Turchia, Canada, Qatar, Arabia Saudita, Giordania sarebbero in prima linea. E lo dimostra anche la riunione che i vertici militari di questi Paesi hanno iniziato ieri proprio in Giordania per una due giorni «per fare il punto sulle conseguenze del conflitto in Siria». Al tavolo c’è anche l’americano Martin Dempsey, capo di Stato maggiore congiunto. «Niente di eccezionale, si tratta di un incontro programmato da mesi», hanno spiegato i giordani.

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Programmato o no, sono i tempi a rendere l’appuntamento importante. Forse decisivo. Anche perché contemporaneamente a Washington i telefoni non hanno smesso di squillare tutto il giorno, ieri. E perché un altro incontro «programmato qualche settimana fa» non poteva capitare nel momento più «opportuno» per capire che succederà d’ora in avanti in Siria. Ieri a Washington è piombata una delegazione israeliana capeggiata da Yaakov Amidror, consigliere del premier Benjamin Netanyahu per la sicurezza nazionale. Al centro dei colloqui «la politica e la sicurezza». Netanyahu non può reggere un altro pezzo di confine gestito dall’altra parte da terroristi islamici. Già è dura tenere in sicurezza la frontiera con la Striscia di Gaza, il Sinai e il Libano. Se anche il Golan dovesse diventare instabile Gerusalemme potrebbe essere chiamato a uno stato d’allerta senza precedenti.

Le informazioni, in queste ore, convergono tutte in un’unica direzione: basta una parola e l’attacco ad Assad parte nel giro di pochi minuti. Ma Obama tergiversa. Anche troppo, secondo i sauditi. I quali, racconta un lungo resoconto del Wall Street Journal, il fine settimana hanno più volte contattato la Casa Bianca invitando l’inquilino numero uno a dare l’ok all’intervento militare «con o senza l’Onu». «Come presidente non puoi disegnare una linea rossa e poi non farla rispettare», raccontano fonti arabe al quotidiano americano.

«Proprio il prendere tempo da parte di Obama sta innervosendo i paesi del Golfo arabo», spiegano da Gerusalemme. «Ma non è una scelta facile, quella del presidente americano: se non esiste una strategia concreta per il dopo-Assad, la Siria rischia di diventare un protettorato di Al Qaeda».

«Lui», Obama, intanto ieri ha mandato in prima linea il segretario di Stato Usa John Kerry. «L’attacco con armi chimiche del 21 agosto in Siria ha sconvolto la coscienza del mondo perché è stato indiscriminato e su larga scala», ha detto ieri Kerry. «Il presidente Usa ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne. Per quel che mi riguarda il regime siriano ha qualcosa da nascondere», ha continuato Kerry. Seguito, poco dopo, dal portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «È innegabile che in Siria siano state usate armi chimiche – ha spiegato Carney –. Continuiamo a rivedere le opzioni con i consiglieri nazionali, i partner internazionali e il Congresso». Quando ai piani di Obama, però, lo stesso Carney ha chiarito che «il presidente non ha ancora deciso cosa fare».

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

La diplomazia mondiale guarda alla finestra. S’interroga. Si chiede, soprattutto in Europa, se bisogna per forza aspettare Obama o non convenga muoversi subito. Per poi avere il sostegno Usa. Il presidente americano, nell’incontro di tre ore di sabato con i vertici militari e dell’intelligence, ha chiesto non soltanto di avere un resoconto delle opzioni sul campo, ma anche di informarsi se sia per forza necessario passare attraverso una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per attaccare militarmente Assad oppure si può procedere senza un voto internazionale magari facendo appello alla Convenzione di Ginevra e a quella sulle armi chimiche. Intanto – racconta l’emittente americana Cbs News – Obama ha ordinato la pubblicazione di un dossier «entro uno o due giorni» con quello che sta succedendo in Siria «prima che venga avviata qualsiasi azione militare».

Intanto bisogna registrare i movimenti nel Mediterraneo. Secondo il Guardian i primi aerei da guerra e trasporti militari britannici (C-130) sarebbero stati avvistati nei cieli di Cipro e nei pressi della base di Akrotiri, a soli 170 chilometri in linea d’aria dalla costa siriana. Quattro navi dell’esercito Usa da qualche giorno si trovano al largo del Medio Oriente. Un sottomarino britannico sarebbe arrivato nelle ultime ore ad affiancare altri due battenti bandiera statunitense.

«Se Obama darà l’ok i primi missili partiranno non prima del tramonto», ragionano da Gerusalemme. «Anzi, molto probabilmente saranno sparati nel cuore della notte». Il motivo? «La gente dorme a quell’ora, le strade sono vuote». L’obiettivo primario dei missili: i depositi di armi chimiche. Poi le altre postazioni militari. Così da neutralizzare Assad nel giro di poche ore. «Esattamente com’è successo con Gheddafi».

© Leonard Berberi

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Siria, quella linea rossa che si sposta sempre più in là

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Fuoco, fiamme e distruzione ad Aleppo (foto Afp)

La sottile linea rossa, l’avevano chiamata. «Se abbiamo la minima certezza che Assad usa le armi chimiche contro i civili quello per noi sarà il segnale che bisogna intervenire», avevano detto in coro. Il premier israeliano Netanyahu, più pensando all’Iran che alla Siria. In seguito il presidente Usa, Barack Obama. Quindi un bel po’ di primi ministri europei.

Poi qualcosa è successo. E ora che ben quattro Paesi – Francia, Israele, Regno Unito e Stati Uniti – confermano l’uso di armi di distruzione di massa contro la popolazione siriana da parte dell’esercito del presidente Assad la «sottile» linea rossa diventa grossa, robusta, invalicabile (sotto un video che denuncia l’uso di gas nocivi). E nonostante le «prove satellitari e sulle vittime ci dicano che sono stati usati cloro e sarin contro gli innocenti», arrivano i distinguo. Le cautele. In alcuni casi giustificate. Chi può smentire, per esempio, che non siano i ribelli a usare armi chimiche per trascinare l’Occidente contro Assad? E chi può dire con certezza che le prove siano vere e non “taroccate” com’è successo qualche anno fa durante l’amministrazione Bush sui depositi pericolosi di Saddam Hussein in Iraq?

L’unica cosa certa, per ora, è che Israele è nervosa. A Gerusalemme sono convinti che parte delle munizioni chimiche di Damasco sia finita nelle mani dei miliziani di Hezbollah. Un timore noto da mesi. Ma ora, a sentire Binyamin Ben-Eliezer, ex ministro della Difesa, una realtà. Il politico ha anche chiesto l’intervento immediato della comunità internazionale per fermare il massacro di civili. Ma in questo caso, come nell’altro, manca la “pistola fumante”, la “prova regina”, la certezza assoluta che tutto questo stia succedendo. E lo Stato ebraico non ha nessuna intenzione di impiegare uomini e mezzi, di “scoprire” altri fronti per impegnarsi in Siria.

Una cautela estrema, consigliata soprattutto da Washington anche per non finire in un conflitto e fomentarne altri. Contro Hezbollah, appunto. Ma anche contro Hamas. Teheran. E la Russia. Mosca resta ancora al fianco di Assad. Anche se proprio ieri, un aereo di una compagnia moscovita (un Airbus A320) con 159 passeggeri a bordo ha segnalato di aver visto due missili terra-aria lanciati contro il velivolo. Velivolo che, in quel momento, stava passando sui cieli siriani. Nessuna vittima, per fortuna. Ma dalla capitale russa sono convinti che si sia trattato di un tentativo dei ribelli di trascinare dentro il pantano siriano anche loro, i russi.

© Leonard Berberi

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Israele, si allungano i tempi per il nuovo governo: stallo nei negoziati con Yair Lapid

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Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro), il secondo partito più votato alle elezioni israeliane del 22 gennaio scorso (foto Ariel Schalit / Ap)

«Ma Yair a che gioco sta giocando?». Dicono che Benjamin Netanyahu, premier uscente e prossimo alla conferma, stia perdendo la pazienza. Con una crisi – per ora contenuta – con Siria, Iran e Libano, lo Stato ebraico, a più di una settimana dal voto, non ha ancora un nuovo governo. E a bloccare la formazione del prossimo esecutivo sarebbe, secondo i fedelissimi di Netanyahu, Yair Lapid. Il leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro, in ebraico) pare abbia fatto un bel po’ di richieste. «Alcune del tutto inaccettabili», sussurrano dall’ufficio del premier, «il belloccio della tv dovrebbe scendere dal suo cavallo bianco e sporcarsi le mani».

Ed ecco quindi la proposta, estrema: «Fare a meno di Lapid e del suo partito». Formare un governo spostato più a destra. Imbarcare non solo Naftali Bennett con il suo “Jewish Home / National Union”, ma anche gli ultrareligiosi di “Shas”, “United Torah Judaism”. E superare la maggioranza con i centristi di “Kadima” e “Hatnuah”. Totale: 69 seggi su un totale di 120. «Bibi (Netanyahu, nda) non può lasciare il controllo della coalizione a Lapid», spiega un alto rappresentante del “Likud”, il partito del premier. Che aggiunge: «L’obiettivo del leader di “Yesh Atid” è quello di trovare il momento opportuno per far cadere Bibi. L’ha sempre detto prima e confermato in campagna elettorale».

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Un poster elettorale con il volto del premier uscente (e confermato) Benjamin Netanyahu (foto Ariel Schalit / Ap)

I colloqui per il nuovo esecutivo intanto vanno avanti. Mercoledì David Shimron, alto rappresentante del “Likud” ha incontrato Uri Ariel, deputato di “Jewish Home / National Union”, per mettere a punto gli accordi di governo. Il giorno dopo – giovedì – il numero uno di “Israel Beitenu” (il partito che si è presentato insieme al “Likud”), Avigdor Lieberman, ha incontrato direttamente Naftali Bennett. Ma gli analisti avvertono: «Senza i voti di Yair Lapid il premier Netanyahu difficilmente potrà mettere in piedi un governo stabile. Non solo per i partiti che dovrebbero comporlo, ma anche perché la volontà popolare è stata chiara e ha chiesto una tregua dalle politiche di estrema destra».

Sul fronte mediorientale, il settimanale americano Time ha confermato quanto raccontato in esclusiva da Falafel Cafè: il raid notturno israeliano sulla Siria, tra martedì e mercoledì scorso, ha colpito più di un obiettivo. Non soltanto un convoglio in viaggio verso il Libano e un laboratorio chimico alla periferia di Damasco, ma anche un laboratorio chimico. Time aggiunge – citando fonti d’intelligence occidentali – che gli Usa avrebbero dato luce verde allo Stato ebraico non solo a quelle incursioni aeree, ma anche alle prossime.

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Richiamati 30mila riservisti. Israele pronto a inviare uomini a Gaza

Parte l’offensiva via terra su Gaza? Il Ministero israeliano della Difesa ha dato il via libera alla mobilitazione di 30mila riservisti. A convincere il ministro Ehud Barak al passo successivo la caduta di due razzi iraniani sparati da Hamas a pochissimi chilometri dal centro cittadino di Tel Aviv. Non succedeva dal 1991.

I militanti palestinesi «pagheranno il prezzo per il lancio dei razzi contro Israele» (quasi 400 nelle ultime 24 ore) ha detto Ehud Barak, citato da Al Arabiya. Subito dopo la comunicazione ufficiale: 30mila riservisti da inviare al confine con la Striscia. (l.b.)

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L’ordine di Bibi dopo il no di Obama all’incontro: “Controllare tutti gli impegni di Barack”

«Controllare Obama, secondo per secondo». Per almeno due settimane. Le prossime due. L’ordine perentorio sarebbe partito direttamente dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. A scrutare sulle mosse – tutte le mosse – del presidente americano dovrebbero essere una decina di persone dello staff del governo dello Stato ebraico. L’obiettivo: «stanare Obama». «Capire se davvero il presidente Usa non può incontrare Netanyahu per i troppi impegni oppure perché non vuole».

Dicono, da Gerusalemme, che su questo punto «Bibi» vorrebbe insistere molto. «Quando verrà il momento di decidere cosa fare dell’Iran e delle posizioni americane», giurano in molti di aver sentito dire direttamente dal premier israeliano.

I fatti. Lo staff di Obama ha risposto picche alla richiesta di Netanyahu di un vertice a due, durante il meeting alle Nazioni Unite, nei prossimi giorni a New York. Al centro dell’incontro (che non avrà luogo): l’Iran e le fasi per risolvere la «grana Ahmadinejad». Le posizioni sono note: Israele vorrebbe attaccare i siti nucleari iraniani. Ma per farlo ha bisogno dell’ok americano.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama

Washington, invece, non è convinta dell’opzione militare. E vorrebbe insistere – con la mediazione dell’Ue, dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e, soprattutto, la Russia – nella via diplomatica. Soprattutto ora che Libia ed Egitto si sono infiammate contro le ambasciate americane. Di risposta, Netanyahu ha detto a Obama di aver perso la pazienza. E che il tempo d’attesa si sta esaurendo: o gli Usa decidono cosa fare oppure Israele attacca.

«Il presidente americano sarà a New York il 24 settembre e ripartirà il giorno dopo», ha detto ad Haaretz Tommy Vietor, portavoce del National Security Council della Casa Bianca. «Netanyahu, invece, non sarà a New York prima della settimana successiva. Non saranno in città negli stessi giorni», ha poi aggiunto. Traduzione: è impossibile che s’incontrino. Ufficialmente per, appunto, gl’impegni di Obama. Ufficiosamente – ne sono convinti a Gerusalemme – perché «Obama non vuole decidersi su Teheran». «Obama sa che Netanyahu vuole venire a New York soltanto per incontrare lui, perché l’obiettivo è capire cosa fare e come procedere sul dossier nucleare iraniano».

© Leonard Berberi

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Usa-Israele, ecco i quattro punti dell’accordo per spostare la guerra all’Iran in primavera

«Ora il lavoro più difficile sarà convincere i nostri». Gli uomini più vicini al premier israeliano Benjamin Netanyahu non nascondono un certo entusiasmo. In poche ore, da quando il 15 agosto è arrivata la prima, allarmata, telefonata dalla Casa Bianca, di cose ne sono cambiate. A partire da quella, più fondamentale: gli Usa promettono di appoggiare, logisticamente e militarmente, lo Stato ebraico nelle varie fasi di attacco all’Iran. In cambio, però, Israele deve far slittare di qualche mese la sua guerra ad Ahmadinejad. Fino alla primavera 2013. Da quel momento Gerusalemme può far partire i suoi razzi.

LA STRATEGIA AMERICANA – Nello Studio Ovale, tra il 13 e il 14 agosto, avrebbero deciso di darsi una mossa sul fronte mediorientale. Soprattutto ora che i sondaggi danno, alle elezioni presidenziali del 6 novembre prossimo, in netto vantaggio il capo dello Stato uscente, Barack Obama. Da Gerusalemme, il 13 agosto – racconta una fonte – gli uomini di «Bibi» avrebbero fatto chiaramente intendere a Washington di essere più che determinati ad annichilire il programma nucleare iraniano «con ogni mezzo possibile» e, soprattutto, «già quest’autunno».

Tom Donilon, Barack Obama e Hillary Clinton

I PREPARATIVI – A confermare i preparativi tattici a Obama sarebbe stato lo stesso Tom Donilon, consigliere americano per la Sicurezza nazionale. Donilon ha passato le ultime settimane a tentare di smussare le posizioni interventiste degl’israeliani. Il timore, a Washington, è che una guerra prima delle elezioni di novembre non farebbe altro che far schizzare il prezzo del greggio, sconquassando più di un’economica. E, quindi, costando a Obama la rielezione.

L’INTESA – Per questo, il giorno successivo – e siamo al 14 agosto – la decisione americana: raggiungere un vero e proprio accordo con gl’israeliani sulla «grana» Teheran. A Ferragosto i primi colloqui approfonditi. Due giorni dopo la bozza d’intesa.

L’accordo – non senza una contropartita radicale per Gerusalemme, a dire il vero – dovrebbe ora essere perfezionato dai vertici delle due diplomazie sul dossier iraniano: Tom Donilon, per la parte americana, Ron Dermer, consigliere del primo ministro Netanyahu, per quella israeliana. Un accordo che prevede quattro punti. Uno più determinante dell’altro. E che sarà ulteriormente approfondito il 18 settembre, durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, tra Obama e Netanyahu.

I QUATTRO PUNTI – Da Gerusalemme rivelano che le due amministrazioni si sarebbero messe d’accordo su «almeno quattro punti», «imposti peraltro dallo Stato ebraico». Il primo, rivela la fonte, «prevede che il presidente americano vada a dire ai due rami del Parlamento Usa, e metta anche per iscritto, che il suo Paese prevede di usare l’esercito per prevenire che l’Iran si doti dell’arma nucleare». In questo modo, secondo Gerusalemme, «Obama, una volta ottenuto l’ok, avrà mani libere per far intervenire gli Stati Uniti quando vuole».

Il presidente Usa insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu nello Studio Ovale della Casa Bianca

Il secondo punto parla di una visita ufficiale di Obama a Gerusalemme «nelle settimane precedenti le elezioni americane» e in cui sostiene, alla Knesset, «che gli Usa forniranno tutto l’aiuto possibile per frenare il programma nucleare di Teheran». Al punto numero tre del possibile accordo, gli Stati Uniti si impegnano ad «aggiornare fino a primavera l’infrastruttura militare e tecnologica dell’esercito israeliano». In questo modo, fanno sapere da Gerusalemme, a gennaio, quando si insedierà il nuovo presidente americano, che sia Obama o Romney, «la nostra rete militare sarà sofisticata abbastanza da reggere anche un attacco in solitaria».

L’ultimo punto, invece, riguarda direttamente la tornata elettorale del 6 novembre negli Usa: l’amministrazione Netanyahu s’impegnerebbe ad attuare una sorta di moral suasion «cercando di convincere gli ebrei d’America a votare di nuovo per Obama, anche se molti di loro sono delusi per questi quattro anni di presidenza».

Resta da capire – nell’orgia di voci, indiscrezioni e racconti dettagliati che piovono da Gerusalemme e Tel Aviv – ecco, resta da capire, cosa ci sia di vero e cosa no. Negli ultimi mesi si è detto tutto e il suo contrario, in un’escalation che più che chiarire le cose le offusca ogni giorno di più.

© Leonard Berberi

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Le guerra all’Iran e lo scenario degli israeliani: 30 giorni di conflitto, almeno 500 vittime civili e tre fronti pericolosi

Trenta giorni di conflitto. Più di un fronte sul quale combattere. Almeno 500 morti. Ma prima di tutto questo ci sono i tasselli burocratici da riempire. Nuove figure istituzionali da creare. E preparativi da ultimare. Ché alla fine, tra i falchi di governo, l’obiettivo è sempre quello: annichilire la potenza nucleare di Teheran. Magari già in autunno. Quest’autunno.

C’è un continuo rumoreggiare a Gerusalemme come a Tel Aviv. L’esecutivo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu sta arrivando a quello che gli esperti chiamano «punto di non ritorno». E a farlo intendere, sulle colonne del quotidiano ebraico Ma’ariv, è anche l’ex generale Matan Vilnai, prossimo ambasciatore in Cina. Vilnai ha spiegato che «il conflitto con l’Iran durerà probabilmente un mese, avrà più di un fronte caldo e nelle città israeliane la replica dell’artiglieria di Teheran potrebbe provocare almeno 500 vittime, qualcosa meno o qualcosa di più».

Non sono farneticazioni. Vilnai conosce bene le dinamiche che portano lo Stato ebraico a organizzare una guerra. Lui c’era quando s’è deciso, nel 2006, di annientare le basi di Hezbollah in Libano. C’era quando è stata pianificata l’operazione Piombo Fuso a Gaza. Per questo, pur raccontando cose gravissime e allarmanti, mantiene sempre una calma che rende ancora più preoccupante la realtà delle prossime settimane.

Dice, infatti, Vilnai che «non c’è spazio per l’isteria collettiva: Israele è preparata a ogni evenienza come non mai». Non replica alle parole di Leon Panetta, segretario della Difesa Usa, che ha bollato come illazioni le indiscrezioni su un bombardamento certo di Gerusalemme contro i siti nucleari della Repubblica islamica.

«Per noi stanno lavorando gli esperti migliori», rassicura. E nel farlo spiega anche i fronti del conflitto: uno è quello, ovviamente, iraniano. L’altro è quello libanese, dove i militanti sciiti di Hezbollah – da sempre filo-Teheran – potrebbero lanciare i loro razzi contro lo Stato ebraico. Il terzo fronte, non a sorpresa, è quello della Striscia di Gaza, dove il braccio armato di Hamas – in rotta con la parte diplomatica della fazione – non vede l’ora di sferrare un attacco ai confini israeliani.

Non spiega di più, Vilnai. Ma una cosa ci tiene a precisarla e a dirla alla popolazione: «Come i giapponesi sanno di dover convivere con i terremoti, così anche gl’israeliani devono capire e accettare di vivere con il rischio di venire bombardati».

Israele ha fretta. Israele ha paura. Israele è preoccupata. Entro novembre – secondo gli esperti dell’intelligence ebraica – l’Iran avrà arricchito grandi quantità di uranio al 20%, il minimo sindacale per costruire poi testate nucleari sporche. E a dare ragione ai timori israeliani c’è il blitz di una novantina di agenti federali tedeschi mercoledì 15 agosto in alcune case di Amburgo, Oldenburg e Weimar. Azione speciale nel quale sono stati arrestati un cittadino con passaporto della Germania e altri tre con doppia cittadinanza tedesca e iraniana perché sospettati di aver esportato in Iran valvole per la costruzione di un reattore nucleare, violando così l’embargo in vigore. I sospetti – Rudolf M., Kianzad Ka., Gholamali Ka. e Hamid Kh. – tra il 2010 e il 2011 avrebbero fornito le componenti a Teheran servendosi di compagnie di faccia in Turchia e Azerbaigian in cambio di milioni di euro.

Dagli Usa, intanto, arrivano voci che sanno di smentita delle capacità israeliane di affrontare una guerra. Interpellato sulla possibilità di un conflitto in Medio Oriente, il generale Martin Dempsey ha detto che, secondo le informazioni in suo possesso, «Israele può certamente ritardare il programma nucleare iraniano, ma non può fermare le sue capacità» di produrre la bomba atomica.

Giudizio non nuovo, per gl’israeliani. Che fanno intendere di non aver detto proprio tutto agli americano e, nel frattempo, vanno avanti per la loro strada. Martedì 14 agosto è stata ufficializzata la nomina a ministro del Fronte interno di Avi Dichter. Deputato ed ex capo dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno d’Israele), Dichter è membro di Kadima, partito ora all’opposizione e che dovrà lasciare. Da mesi ha assunto toni da «falco» sul dossier Iran e nel nuovo incarico – in caso di guerra a Teheran – avrà uno dei ruoli chiave: dipenderà sì dal ministro dell’Interno, Ehud Barak – altro «falco» – e dovrà gestire il coordinamento della difesa interna, punto debole dello Stato ebraico, vista l’esposizione proprio a più fronti pericolosi.

E l’Iran? Dalla capitale bollano le parole di guerra israeliane come un bluff, «l’ennesimo» bluff. «Non prendiamo sul serio le loro minacce», ha detto Ramin Mehmanparast, portavoce del ministero degli Esteri. «Da settimane e mesi assistiamo puntualmente a minacce di questo tipo che poi si rivelano senza fondamento».

© Leonard Berberi

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