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Muro contro muro

Muri fisici. Alti, imponenti. Di difesa o di offesa. A seconda del punto da cui li si guarda. Poi ci sono altri muri. Quelli che non si vedono. Perché non sono costruiti fuori. Ma dentro. Nelle anime, nelle coscienze e nei cuori di ognuno.

E quando arrivano i sondaggi c’è soltanto da mettersi le mani nei capelli. Gli esperti la chiamano la “generazione del muro contro muro”. Satura di conflitti. “Una combinazione di fondamentalismo …e razzismo”, si spinge a commentare qualcuno. Perché gli istinti anti-arabi sono presenti – secondo il sondaggio – in quasi la metà di un campione rappresentativo di studenti israeliani ebrei compresi fra i 15 e i 18 anni.

Per non parlare di quelli che esprimono uno schiacciante tasso di simpatie verso il mondo dei coloni. O di quelli che fanno emergere sacche di intolleranza contro gli stessi “nuovi immigrati” ebrei: russofoni dell’ex Urss o falascia del Corno d’Africa.

La ricerca, condotta dall’istituto Maagar Mochot, rivela come un 46% di ragazzi alla soglia della maggiore età sia contrario all’idea che gli arabo-israeliani possano godere dei medesimi diritti degli ebrei. Quota che sale all’82% fra coloro che si professano religiosi, ma tocca un significativo 36% anche fra i laici dichiarati.

Mentre il 16% degli intervistati (il 46% fra i religiosi) non si vergogna di definire legittimo lo slogan “morte agli arabi”. Dice il curatore Daniel Bar-Tal, dell’Università di Tel Aviv: “I giovani ebrei di questa generazione mostrano di non aver affatto interiorizzato quei valori democratici che lo Stato d’Israele incarna anche secondo un’ampia maggioranza di studenti arabo-israeliani”.

Contraddittorio, poi, anche il rapporto fra la convinta adesione patriottica al servizio militare (che ben il 91% di giovani ebrei giudica un dovere) e l’intenzione manifestata da una metà degli interpellati (l’81% fra i frequentatori di sinagoghe e scuole rabbiniche) di disobbedire agli ordini superiori laddove fosse loro chiesto di sgomberare insediamenti di coloni in Cisgiordania o altrove.

“E’ un segnale allarmante del rafforzamento di tendenze estremistiche fra i giovani”, dice sconsolato al quotidiano Haaretz un funzionario del ministero dell’Istruzione. “Sono tendenze – accusa il professor Bar-Tal – che minacciano di dilagare ulteriormente, sullo sfondo delle dinamiche demografiche favorevoli agli ambienti religiosi ultrà. E che potrebbero diventare fra 20 o 30 anni il volto nuovo del Paese: una combinazione di fondamentalismo, nazionalismo e razzismo”. (leonard berberi)

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reportage

Appunti di viaggio / 1

Scorcio di Beit Sahour. In fondo, le costruzioni dell'insediamento israeliano (foto L.B.)

BEIT SAHOUR (West Bank) – Nassar Ibrahim è un signore magro e con pochi capelli. Fuma tante sigarette al giorno. E sempre in modo nervoso. Nassar Ibrahim è tante cose insieme: giornalista, scrittore, studioso. E un attivista per la Palestina.

Incontro Nassar nel bel mezzo dell’estate di quest’anno, negli uffici dell’Alternative information center, agenzia stampa dell’area, a Beit Sahour. A pochi chilometri da Betlemme e dal muro che separa Israele dalla West Bank. L’altra redazione dell’Aic è a Gerusalemme.

La stanza di Nassar è semplice e ha tutto l’essenziale: due scrivanie, due pc, una grande libreria. Sui muri sono appese delle cartine. Negli scaffali, invece, centinaia di libri. Qualche romanzo. Ma soprattutto dossier sulla condizione dei palestinesi. Numeri, foto, testimonianze. “Abbiamo il materiale necessario per accusare Israele per crimini contro l’umanità”, dice Nassar. Un po’ ci scherza. Anche perché lui è il primo dei disillusi.

“Anni e anni di denunce non sono servite a niente”, ammette Nassar. E via, a fumare un’altra sigaretta. Nel frattempo arriva un esponente di Al Fatah. Viene liquidato in fretta. Prevedibile la domanda sul movimento palestinese. “Un ectoplasma – sentenzia il direttore -, un organo incapace di governare una città, figuriamoci una nazione”. E Hamas? “Il peggio che ci potesse capitare”, risponde secco. Ma poi fa capire di non volerne parlare più di tanto.

L’Aic si proclama indipendente. Anche se, a leggere il sito, la questione israelo-palestinese viene vista soltanto dal versante West Bank. Informazione poco obiettiva? “Ma se Israele viene e ti piazza un muro alto otto metri tra casa tua e il terreno che coltivi o, peggio, il pozzo dal quale estrai l’acqua per vivere, c’è bisogno di fare informazione obiettiva? Basta descrivere i fatti nella loro crudeltà”, si arrabbia. Poi però non spiega i morti nei bus di Tel Aviv e Gerusalemme. E gli attentati nei centri commerciali. O meglio, giustifica così: “Quando crei delle condizioni di restrizione di tutte le libertà personali, non puoi pensare di allevare un vicino di casa calmo e pacifico”.

Il fatto, paradossale, è che Nassar odia la violenza. Non ha mai fatto ricorso. Ma non riesce a condannare i gesti di chi s’è fatto esplodere. O di chi ha sparato agli israeliani. “Violenza genera violenza”. Accendino, sigaretta e ancora a fumare. Nassar si alza e mostra la cartina della West Bank. Indica una linea sottile. Poi una un po’ più spessa. “Quest’ultima traccia la posizione del muro. E’ proprio dentro la Palestina. Non solo hanno eretto un muro senza chiedercelo, ma l’hanno anche fatto prendendo il nostro terreno”.

Per non parlare degli insediamenti. Nassar si avvicina alla finestra e indica qualcosa. “Vede là in fondo? – chiede – Quel gruppo ordinato di case bianche? Ecco, quello è un insediamento israeliano. Sulla nostra terra. Hanno elettricità e acqua tutto il giorno. Mentre qui, a tre chilometri di distanza, abbiamo acqua per pochissime ore al giorno. Se va bene”. Vicino alle case dei coloni ci sono costruzioni ancora da finire. “Si stanno allargando – dice Nassar -. E tra pochi mesi avranno toccato le ultime costruzioni di Beit Sahour. E allora sarà il caos”.

Ma una soluzione c’è? “Sono anni che la sto cercando. La realtà è che quella soluzione non c’è. Bisogna soltanto vivere alla giornata. E aspettare il giorno decisivo”. Fuori dagli uffici, Beit Sahour sembra un villaggio bruciato dal sole e un po’ caotico. L’insediamento israeliano, invece, ordinato e pulito.

© Leonard Berberi

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