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Dopo gli artisti, anche i professori boicottano Ariel

Il centro universitario della Samaria di Ariel (foto di Meir Fartush)

«Noi, laggiù, non ci andremo mai». Primo, «perché non è territorio israeliano». Secondo, «perché non possiamo fare lezione in luoghi che hanno tutto l’interesse a far fallire il tavolo delle trattative con i palestinesi».

La lettera dei Centocinquanta, come l’hanno chiamata in tanti, sta tutta in poche righe. È stata scritta e firmata da centinaia di docenti israeliani per dire no alle lezioni accademiche al centro universitario della Samaria, nell’insediamento di Ariel. Alcune settimane dopo l’analoga iniziativa di attori e registi israeliani.

«Non prenderemo parte all’attività accademica per nessuna ragione», hanno scritto i firmatari. «Ariel non è sotto amministrazione israeliana e per questo nessuno ci obbliga ad andare lì», continua la lettera. E ancora: «La nostra coscienza e la nostra responsabilità nei confronti del pubblico ci obbligano a stare fermi, soprattutto in questo momento delicato per i colloqui di Pace che, gl’insediamenti, evidentemente vogliono far fallire».

Molto contrariato il professore Rivka Carmi, alla guida della conferenza dei rettori israeliani. «Il boicottaggio delle istituzioni accademiche avrà gravi ripercussioni sulla libertà d’insegnamento», ha replicato ai Centocinquanta. Anche perché, è il ragionamento del docente, «l’attività universitaria non dovrebbe avere nessun legame politico o ideologico».

Leonard Berberi

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Genova, il ragazzo palestinese nega l’accusa e controquerela lo studente israeliano

La pagina del quotidiano israeliano "Yedioth Ahronoth" rilancia la denuncia del ragazzo israeliano

E adesso è il tempo delle carte bollate. Ibrahim Abdelhadi, lo studente palestinese di 22 anni iscritto all’Università di Genova e accusato da Asaf Uzan, 26 anni, un ragazzo israeliano di averlo minacciato di morte con un coltello, ha deciso di controquerelare il giovane ebreo.

Ibrahim si è presentato alle sei del pomeriggio, e in via del tutto spontanea, negli uffici della Digos del capoluogo ligure per spiegare la sua versione dei fatti. Ma anche per rispondere alla denuncia presentata dal rivale. Stando a fonti interne, Ibrahim lo avrebbe a sua volte denunciato per diffamazione.

La versione dello studente in medicina di Gaza è profondamente diversa rispetto a quella dello studente israeliano. «È stata una lite tra due ragazzi normali non una guerra tra popoli», ha continuato a ripetere Ibrahim a chi chiedeva spiegazioni. La posizione dei due studenti è al vaglio della Digos che sta seguendo con grande attenzione l’evolversi della vicenda. Anche perché la questione è diventata tra le più seguite in Israele.

Leonard Berberi

Leggi anche: Genova, uno studente israeliano denuncia: “Gli arabi ci minacciano”

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Genova, uno studente israeliano denuncia: “Gli arabi ci minacciano”

Dice di aver visto «la morte in faccia». Dice di essere stato minacciato prima con una forchetta poi con un coltello da un palestinese che, nel frattempo, veniva incitato da altri islamici. Dice che la cassiera, quando le è stato chiesto di chiamare la polizia, avrebbe risposto «di mestiere non faccio quella che separa israeliani e palestinesi». Gerusalemme? Il Cairo? Istanbul? No, Genova. Italia.

La storia-denuncia è stata raccontata da Asaf, uno studente israeliano di 26 anni iscritto alla facoltà di Architettura. Ed è stata sparata in prima pagina dal quotidiano ebraico più diffuso in Israele, lo Yedioth Ahronoth, che si è chiesto preoccupato se gli studenti israeliani si trovino al sicuro o meno.

Il tutto sarebbe successo martedì scorso nella mensa universitaria. È qui che, dopo un diverbio, Asaf sarebbe stato minacciato con una forchetta e poi con un grande coltello da cucina da un ragazzo di Gaza, un certo Ibrahim. «Ha detto che mi avrebbe ucciso», ha raccontato spaventato il giovane. «Poi ha urlato “Allah è grande” e “Itbach el Yahud”, sgozziamo gli ebrei». Sullo sfondo, continua Asaf, decine di altri studenti musulmani incoraggiavano Ibrahim a gran voce.

L’israeliano sarebbe riuscito a fuggire, senza riportare un graffio. Ma il gesto è stato messo in risalto dal quotidiano perché, c’è scritto, i ragazzi ebrei iscritti all’Università di Genova, una quindicina in tutto, «vivono all’ombra di una minaccia permanente».

Il nome dell’assalitore, Ibrahim, appunto, compare per la seconda volta in un anno in vicende simili. Perché, ricostruisce il corrispondente israeliano, già nel 2009 un certo Ibrahim Abdel Haji aveva minacciato di uccidere un altro studente ebreo. Non è chiaro se si tratti dello stesso Ibrahim.

«Qui a Genova c’è un clima d’intimidazione nei nostri confronti», ha raccontato Asaf alla radio militare israeliana. «Gli studenti ebrei si spostano solo in coppie e le ragazze in particolare sono molto spaventate». L’ambasciata israeliana di Roma ha fatto sapere che i ragazzi ebrei saranno tutti contattati per capire quale sia la situazione a Genova.

Leonard Berberi

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A Gerusalemme gli studenti inaugurano l’anno accademico copiando il telefilm “Glee”

Al posto degl’incontri pomposi loro hanno preferito cantare (“Somebody to love”) nei corridoi, nel bar, per le scale. E, già che c’erano, hanno lanciato anche un bel po’ di messaggi al Paese: coinvolgendo un palestinese, persone con qualche chilo in più e un omosessuale. Il tutto è stato ripreso da una telecamera. Poi montato sul modello del serial “Glee”. Quindi caricato su YouTube. Dove ha ricevuto un mare di commenti positivi. Questa volta senza distinzioni.

E tutto per inaugurare in un modo alternativo (e seguendo il modello di alcuni college americani) il nuovo anno accademico alla Hebrew University di Gerusalemme il 10 ottobre 2010. Il video dura poco più di cinque minuti e tocca alcuni dei luoghi più frequentati dell’ateneo. I ragazzi – chi più, chi meno coordinato – cantano, ballano, sbeffeggiano. Mentre tutt’intorno i docenti raggiungono le aule universitarie, altri studenti ripassano una lezione oppure mangiano al bar interno. (l.b.)

Il video

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All’università di Gaza il velo per le ragazze diventa obbligatorio

Mentre a Sharm si discute, a Gaza si agisce. E nel più totale silenzio, i vertici dell’Università Al-Azhar di Gaza City, il cuore politico di Hamas, avrebbero deciso di obbligare tutte le studentesse ad indossare l’hijab, il velo che copre la testa. Obbligo che, per la prima volta, riguarderebbe anche le ragazze di religione diversa da quella musulmana. E’ quanto scrive il quotidiano arabo Elaph.

Lo stesso giornale ha anche scritto che l’amministrazione di ateneo avrebbe chiesto alle universitarie che si stavano avvicinando alla laurea di farsi fare le fototessere solo con indosso il velo.

Dall’università, però, è arrivata una smentita. «Quella del velo è una consolidata abitudine per le ragazze musulmane, e non solo, che va avanti da diciotto anni», ha replicato Musa Maruf, a capo dell’ufficio di accettazione e registrazione. «La nostra università non fa problemi a chi dovesse presentarsi senza hijab in testa, tant’è vero che qualche ragazza frequenta i corsi con il capo scoperto».

(foto Afp)

Ma Minas Abdel Be’eri, intervistata dal quotidiano on line con sede a Londra, ha rivelato il contrario. Musulmana di religione e una laurea in Commercio, Minas ha raccontato che «le studentesse che non indossano l’hijab sono perseguitate dai docenti». «Quando andavo in classe senza il velo – ha raccontato Minas – il docente mi cacciava dall’aula. I più cattivi erano i professori che davano lezioni sulla fede e sul Corano». Così, quando vi era costretta, indossava il velo. Oppure non si presentava a lezione. «I miei amici mi passavano le lezioni via Facebook o via mail».

Una scelta che non tutte le colleghe di Minas Abdel Be’eri condividono. «Chi entra in un luogo come l’università deve obbedire alle sue regole, a partire da quelle sull’abbigliamento», ha spiegato Islam Shema, una studentessa di matematica. «Chi volesse esercitare la sua libertà dovrebbe farlo fuori dall’ateneo. Eppoi non capisco questo odio nei confronti del velo: ci nasconde dai ragazzi molesti e ci evita problemi».

Leonard Berberi

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Israele, la metà dei giovani non vuole avere un arabo come compagno di classe

La notizia buona, l’unica in un mare di pessimi risultati, è che due giovani su tre (15-18 anni) pensano che gli arabo-israeliani non godono di tutti i diritti all’interno dello Stato ebraico. Poi il vuoto. O meglio: le cattive notizie. Che il sondaggio curato dal professor Camil Fuchs (dipartimento di Statistica, Università di Tel Aviv) e presentato ad Haifa al convegno “L’educazione nell’era digitale” non evita di rilanciare in ogni pagina del dossier.

Perché, al di là della consapevolezza che qualcosa non stia andando per il verso giusto dal punto di vista dei diritti civili, i risultati dell’inchiesta mostrano un quadro preoccupante e una generazione che cresce a colpi di divisioni. E di discriminazioni. Non solo nei confronti dei musulmani.

Nello specifico: il 59% dei ragazzi intervistati (campione di 500 persone) pensa che gli arabo-israeliani non dovrebbero avere gli stessi diritti degli ebrei, il 96% vuole che Israele sia uno stato ebraico e democratico. Di questi, il 27% pensa che chi si azzarda a mettere in dubbio questo binomio debba essere processato e il 41% pensa che la punizione migliore sia privare queste persone della cittadinanza.

Per quanto riguarda l’ambito scolastico, il 32% non vorrebbe avere nella sua classe nemmeno uno studente con bisogni speciali (intendi: portatori di handicap), il 23% preferirebbe non avere a che fare con compagni omosessuali e per quanto riguarda gli israeliani di origini arabe la risposta è ancora più preoccupante: esattamente la metà non li vuole proprio come vicini di banco.

Leonard Berberi

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E a Hebron s’inventano la macchina che si muove grazie ai pannelli solari

(foto Maan News Agency)

L’idea è molto semplice: far muovere una macchina attraverso l’energia solare. Ci sono solo due inconvenienti. Il primo: il veicolo è monoposto. Il secondo: l’impianto di pannelli che raccoglie i raggi del Sole occupa tre quarti del mezzo. Per il resto è una grande creazione. E l’ambiente – globale – non potrebbe che ringraziare.

Il progetto non arriva dagli Usa, né dall’India, né dalla Tech Valley di Tel Aviv. A inventare l’auto solare sono stati alcuni studenti di Ingegneria del Politecnico di Hebron, a sud della Cisgiordania.

(foto Maan News Agency)

Il veicolo, lungo 3,7 metri e largo 1,7 in realtà è un progetto che è stato presentato come tesi di laurea. Centinaia di celle fotovoltaiche sono state piazzate nel retro e raccolgono i raggi solari per convertirli poi in energia elettrica che è immagazzinata in 12 batterie. Il mezzo ha un’autonomia che va dalle 3 alle 5 ore. Se, invece, si viaggia alla massima velocità raggiungibile – 30 km/h – la macchina può viaggiare per non più di 100 minuti.

E d’inverno? Quando il Sole non basta a ricaricare le pile, ci pensa l’energie elettrica domestica. Si inserisce la presa, si aspetta il tempo di ricarica e poi ci si può muovere lungo le strade di Hebron.

«Questo è un grande progetto», ha detto Zuhdi Salhab, il supervisore del veicolo a energia solare. «Nel nostro piccolo, quest’idea può essere un grande contributo alla ricerca di energia alternativa per muoversi e per lo sviluppo mondiale».

Leonard Berberi

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