politica

Israele, il ministro Lieberman: nessuna pace con i palestinesi nei prossimi dieci anni

E poi arriva lui. «Yvette». Un leader di partito (nazionalista). Un componente di governo (di destra). Un ministro (degli Esteri). Arriva con la sua parlantina e la sua particolare dottrina delle relazioni internazionali. Istruisce gli ambasciatori. E distrugge quel poco ch’è stato costruito sulla via traballante del processo di Pace.

La soluzione del conflitto con i palestinesi? «Impossibile nel prossimo decennio», dice Avigdor Lieberman, leader di “Israel Beitenu”, ministro degli Esteri e capo degli attaché israeliani sparsi per il mondo riuniti domenica 25 dicembre a Gerusalemme. E quindi, visto che di Pace non se ne parla nemmeno, «la parola chiave da usare deve piuttosto essere “gestione” del conflitto».

Dice Lieberman che «gli sforzi dei palestinesi non hanno lo scopo di giungere a un accordo di pace con Israele, ma di internazionalizzare il conflitto». Per questo motivo, ribadisce, «bisogna adattare la riflessione diplomatica a questa realtà e comprendere che la parola chiave nei nostri rapporti con i palestinesi deve essere “gestione” e non soluzione del conflitto. Chi pensa che sia possibile arrivare a un accordo di pace nei prossimi anni sbaglia di grosso e induce in errore gli altri».

A proposito del conflitto con i palestinesi, «Yvette» sostiene che «le condizioni per un accordo di pace matureranno quando nella società palestinese si formerà una vasta e prospera classe media in grado di influenzare l’Autorità palestinese e non prima che cambi la concezione generale (dal punto di vista palestinese) per un accordo con noi».

E siccome il capo della diplomazia dello Stato ebraico ne ha un po’ per tutti, lancia i suoi strali contro l’Europa «colpevole» di aver condannato la politica degl’insediamenti e la violenza dei coloni. «La nostra democrazia – si è infervorato il ministro – non ha nulla da imparare da quella europea. Israele non ha bisogno di lezioni e sa come comportarsi con chi viola le leggi in Giudea e Samaria (Cisgiordania)».

© Leonard Berberi

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attualità, economia

Dall’Ue dieci milioni di euro per pagare gli assegni sociali dei palestinesi

Pioggia di contanti su Ramallah e Gaza. E anche questa volta – come nelle precedenti – ad aprire il portafogli è stata l’Unione europea.

Giovedì Bruxelles ha comunicato che è stato dato il via all’ultimo contributo – in ordine di tempo – all’Autorità palestinese (Anp). Poco meno di dieci milioni di euro che dovranno pagare gli assegni di mantenimento di 49.700 famiglie in difficoltà economica sparse tra la Cisgiordania e la Strisca di Gaza. Secondo l’agenzia Maan News, più della metà dei beneficiari abita nella Striscia. Ogni famiglia riceverà circa 220 euro.

Il pagamento, effettuato ieri, consentirà all’Anp di aiutare i nuclei famigliari palestinesi con quasi un mese di anticipo e prima della festa dell’Eid Al-Fitr che celebra la fine del mese del Ramadan. (l.b.)

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attualità, politica

Gilad Shalit, tre volte prigioniero: di Hamas, degli Usa e dell’Unione Europea

Che c’entrano gli americani con il caso Gilad Shalit? A prima vista nulla. Ma a sentire le voci di alcuni diplomatici di stanza a Tel Aviv gli Usa c’entrano eccome. E, sempre a sentire i diplomatici, costituirebbero il primo ostacolo per il rilascio.

Perché – dicono le fonti – George Mitchell, l’inviato speciale per il Medio Oriente, gli occhi e le orecchie del presidente Obama, continua a opporsi allo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas. La posizione di Mitchell si poggerebbe sul fatto che tutti quei terroristi palestinesi liberi in cambio di un solo soldato costituiscono una situazione pericolosa per gli interessi americani.

George Mitchell, inviato speciale Usa per il Medio Oriente

Non solo. Le stesse fonti riferiscono che lo stesso Mitchell si oppone con tutta la forza alla pacificazione tra le due parti politiche palestinesi: Fatah e Hamas. Anche qui, il ragionamento è in chiave “preventiva”: una eventuale fusione porterebbe Hamas non solo a legittimarsi agli occhi del mondo, ma potrebbe anche divorare – stavolta dall’interno – l’ala moderata del Fatah, il movimento che guida la Cisgiordania (ma non la Striscia di Gaza).

E ancora: nei prossimi giorni dovrebbe uscire un report della Banca Mondiale sull’area. Nel dossier, corredato di numeri e analisi, verrà reso noto che Gaza se la passa meglio della Cisgiordania. Non solo da un punto di vista numerico – economia dei tunnel da un lato, sussidi europei dall’altro –, ma soprattutto dell’immagine: l’emergere di una classe di ricchi sulla Striscia (questo blog ne ha parlato proprio ieri, nda) potrebbe spingere molti palestinesi della West Bank ad avvicinarsi alle posizioni di Hamas.

E per concludere: il ricatto europeo su Gaza. Le stesse fonti diplomatiche fanno sapere che l’Unione Europea continua a pagare gli stipendi dei dipendenti dell’Autorità nazionale palestinese nella Striscia ma a patto che questi non vadano a lavorare per Hamas. Qualora dovessero farlo, il loro salario verrebbe automaticamente tagliato da Bruxelles.

Leonard Berberi

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attualità, economia

L’Ue stacca l’assegno per la Palestina. Dal 2007 Bruxelles ha dato oltre un miliardo

Tempo di entrate economiche per l’Autorità Nazionale Palestinese. Un altro assegno è stato appena emesso dall’Unione Europea. Il sesto, da quando è iniziato il nuovo anno. In tutto il 2010, l’Ue darà un contributo di 158 milioni di euro attraverso il meccanismo comunitario Pegase. Il denaro servirà a pagare gli stipendi pubblici e le pensioni sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza.

«Vorrei ribadire che continuiamo a mantenere gli impegni nei confronti del popolo palestinese e della sua Autorità politica con l’auspicio che questo getti le basi del futuro Stato Palestinese», ha dichiarato il rappresentante dell’Unione europea, Christian Berger.

Dal 2007 a oggi, l’Ue ha contribuito con una media di 500 milioni di euro ogni anno per consentire all’Anp di fare fronte all’assistenza dei rifugiati, dei civili e alla gestione della pubblicazione amministrazione. Resta il dubbio su dove vadano a finire i soldi destinati a Gaza. C’è chi teme – come Israele – che finiscano direttamente nelle mani di Hamas, il gruppo terroristico che controlla la Striscia.

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