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Gli addetti Onu rapiti, la minaccia di Al Qaeda, l’esercito di Assad in fuga. L’allerta di Israele per il Golan

Un miliziano del Free Syrian Army di fronte a 17 soldati lealisti di Assad (fermo immagine da YouTube / Falafel Cafè)

Un miliziano del Free Syrian Army di fronte a 17 soldati lealisti di Assad fermati nel Golan (fermo immagine da YouTube / Falafel Cafè)

«Ma cosa s’aspettavano di diverso? Sono giorni che diciamo di fare attenzione al fronte siriano del Golan perché l’esercito lealista ha abbandonato tutte le postazioni lasciandole in mano ai ribelli». C’è tanta amarezza nei vertici dell’esercito israeliano. E anche un po’ di rabbia. «Solo ora che hanno rapito venti dipendenti Onu (tutti di nazionalità filippina) si accorgono che qui c’è un problema», sostiene un portavoce dell’Idf che chiede l’anonimato. «Un problema – continua – che oggi riguarda noi, domani tutto l’Occidente: subito dopo il reticolato abbiamo notato diversi affiliati di Al Qaeda».

Dopo anni di sostanziale tranquillità Israele ritrova un nuovo fronte caldo. Caldissimo. Che, per ora, è sorvegliata con droni e postazioni militari. Senza escludere, un giorno, interventi più mirati. Come gli attacchi circoscritti con caccia o aggeggi radiocomandati. O, addirittura, incursioni via terra della durata di poche ore. Tutti scenari soltanto immaginati fino a pochi mesi fa. Ma diventati veri e propri piani d’intervento dallo scorso dicembre. Da quando qualcosa, sul fronte siriano del Golan, ha iniziato a muoversi.

Dalla fine di gennaio l’esercito lealista di Bashar Assad ha iniziato ad abbandonare le postazioni sull’altura contesa tra Damasco e Gerusalemme. Cosa mai successa da quando le Nazioni Unite, per evitare nuovi scontri tra i due Paesi, crearono una zona-cuscinetto e piazzarono i loro caschi blu. I ribelli hanno preso possesso della maggior parte dell’area. Villaggi come Jubata al-Khashab, Bir Ajam, Khan Arnabeh e Hader sono stati conquistati in pochi giorni. Tanto da spingere Assad a bombardare quelle zone nella speranza, per ora vana, di riprendersi l’area abbandonata definitivamente dai lealisti tra il 18 e il 24 febbraio scorso. L’unica unità di Assad, da allora, si trova alle porte d’ingresso del Paese nella frontiera di Quneitra. I miliziani, per ora, non vogliono gestire quella zona per evitare eventuali frizioni con l’esercito israeliano.

L’allarme ufficiale viene lanciato da Gerusalemme il 24 febbraio. Anche perché, nel frattempo, Carl Campeau – funzionario canadese delle Nazioni Unite – sparisce nel nulla dalla base United Nations Disengagement Observer Force. E perché i soldati israeliani, impegnati nel servizio di pattugliamento, iniziano a raccontare di aver visto uomini armati che sembravano interessati più a spiare le mosse dell’altra parte della frontiera che gli uomini di Assad. Voci confermate anche da alcuni video pubblicati su YouTube (video sopra). E che fanno temere a molti si tratti di affiliati ad Al Qaeda.

«Il periodo di tranquillità lungo il confine con la Siria sta finendo pian piano», hanno spiegato in un servizio tv gli analisti di Canale 10. «Israele potrebbe essere chiamata presto a usare le armi per fermare le minacce degli estremisti islamici che si sono fatti largo in un Paese devastato dalla guerra civile».

© Leonard Berberi

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L’ordine di Bibi dopo il no di Obama all’incontro: “Controllare tutti gli impegni di Barack”

«Controllare Obama, secondo per secondo». Per almeno due settimane. Le prossime due. L’ordine perentorio sarebbe partito direttamente dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. A scrutare sulle mosse – tutte le mosse – del presidente americano dovrebbero essere una decina di persone dello staff del governo dello Stato ebraico. L’obiettivo: «stanare Obama». «Capire se davvero il presidente Usa non può incontrare Netanyahu per i troppi impegni oppure perché non vuole».

Dicono, da Gerusalemme, che su questo punto «Bibi» vorrebbe insistere molto. «Quando verrà il momento di decidere cosa fare dell’Iran e delle posizioni americane», giurano in molti di aver sentito dire direttamente dal premier israeliano.

I fatti. Lo staff di Obama ha risposto picche alla richiesta di Netanyahu di un vertice a due, durante il meeting alle Nazioni Unite, nei prossimi giorni a New York. Al centro dell’incontro (che non avrà luogo): l’Iran e le fasi per risolvere la «grana Ahmadinejad». Le posizioni sono note: Israele vorrebbe attaccare i siti nucleari iraniani. Ma per farlo ha bisogno dell’ok americano.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama

Washington, invece, non è convinta dell’opzione militare. E vorrebbe insistere – con la mediazione dell’Ue, dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e, soprattutto, la Russia – nella via diplomatica. Soprattutto ora che Libia ed Egitto si sono infiammate contro le ambasciate americane. Di risposta, Netanyahu ha detto a Obama di aver perso la pazienza. E che il tempo d’attesa si sta esaurendo: o gli Usa decidono cosa fare oppure Israele attacca.

«Il presidente americano sarà a New York il 24 settembre e ripartirà il giorno dopo», ha detto ad Haaretz Tommy Vietor, portavoce del National Security Council della Casa Bianca. «Netanyahu, invece, non sarà a New York prima della settimana successiva. Non saranno in città negli stessi giorni», ha poi aggiunto. Traduzione: è impossibile che s’incontrino. Ufficialmente per, appunto, gl’impegni di Obama. Ufficiosamente – ne sono convinti a Gerusalemme – perché «Obama non vuole decidersi su Teheran». «Obama sa che Netanyahu vuole venire a New York soltanto per incontrare lui, perché l’obiettivo è capire cosa fare e come procedere sul dossier nucleare iraniano».

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La Siria e quel “patto col diavolo” con l’Iran: ecco il documento

Il «patto col diavolo» sarebbe stato firmato lo scorso dicembre. È un documento-bomba. Lungo nove pagine, fitte fitte, scritte in arabo e con tanto di tabelle e cifre dettagliate. A siglarlo a Damasco, nel bel mezzo della rivolta civile per ora repressa nel sangue, la Siria del presidente Assad e i più alti funzionari iraniani. Il «patto col diavolo» è stato reso pubblico dal gruppo di hacker Anonymous – gli stessi che hanno mostrato il “carteggio” di mail tra il regime siriano e lo staff della tv americana Abc – e ha già messo in allarme l’intelligence israeliana e americana. Il perché è molto semplice: l’accordo Siria-Iran è un impegno, da parte di entrambi i Paesi, ad aiutarsi a vicenda: Teheran dà una mano a Assad nella repressione delle richieste di maggiore democrazia nel Paese, Damasco si impegna a mettersi a fianco alla Repubblica islamica quando ce ne sarà bisogno.

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È lo scenario che gl’israeliani più temono. La possibilità di essere attaccati da nord (dagli Hezbollah in Libano e dal regime siriano) e da sud (da Hamas a Gaza e da gruppi paramilitari egiziani) nel bel mezzo di una guerra con l’Iran. Un dispiegamento di forze che Gerusalemme – per stessa ammissione dei vertici militare israeliani – non sarebbe in grado di reggere. Uno scenario che avrebbe prodotto già due effetti: l’utilizzo più intensivo degli agenti del Mossad presenti in Iran da alcuni mesi e la possibilità di distruggere – nel modo meno spettacolare possibile – il deposito di armi nucleari più pericoloso nella Repubblica Islamica: quello di Fardu (di cui abbiamo parlato ieri), nei pressi di Qom.

Il carteggio che allarma le cancellerie di mezzo mondo arriva direttamente dalla casella di posta di Mansour Azzam, il ministro per gli Affari presidenziali, il braccio destro del dittatore Assad. Nel documento d’intesa tra Siria e Iran – titolato «Memorandum sulla visita della delegazione iraniana in Siria» – si viene a sapere che il regime di Teheran stanzia almeno 1 miliardo di dollari di aiuti a Damasco. Soldi in grado di attenuare gli effetti dell’embargo imposto dall’Occidente (sul petrolio, sui voli e sulle transazioni finanziarie) alla Siria.

Nell’incontro tra i vertici dei due Paesi – avvenuto alle ore 13 di giovedì 8 dicembre 2011 – ci sono, da un lato, 10 consiglieri «anziani» del presidente Ahmadinejad, rappresentanti della Banca centrale iraniana, di alcuni ministeri e «specialisti in questioni commerciali, industriali, bancari, edilizi e d’ingegneria». C’è anche Ahmed Waheed, il ministro della Difesa. Dall’altra parte del tavolo si trovano il premier siriano Adel Safar, il numero uno della Banca centrale del Paese e i ministri delle Finanze, del Commercio e del Petrolio.

Le prime due pagine del documento di accordo tra Siria e Iran

La Repubblica islamica si impegna ad aiutare il regime di Damasco non solo economicamente, ma anche acquistando dal mercato siriano beni di prima necessità come il grano, la frutta, l’olio di oliva, la carne rossa («di pecora», per almeno 10mila tonnellate), il pollame (altre 10mila tonnellate), le uova, la verdura e gli agrumi. In cambio, gl’iraniani si impegnano a portare in Siria fertilizzanti, prodotti chimici e materie prime per l’industria petrolchimica. Nel dettaglio: 100 mila tonnellate di nitrato di ammonio e 25 mila tonnellate di solfato di potassio. Un capitolo, questo, che preoccupa gl’israeliani, se è vero che molte delle bombe fabbricate attorno a Israele contenevano un’alta percentuale di fertilizzante arrivato dall’Iran.

Nel documento d’intesa, due sono i blocchi di accordo: quello che riguarda le «questioni urgenti (a breve termine)» e quello alle «questioni relative alla cooperazione (a lungo termine)». Rientrano, nel primo gruppo, per esempio, i beni alimentari che dovranno essere esportati verso l’Iran. Nel secondo blocco, invece, rientrano i piani «per lo sviluppo industriale, delle infrastrutture, del settore elettrico ed energetico, in particolare la creazione di centrali elettriche e delle raffinerie». Si accenna anche alla costruzione di migliaia di abitazioni «civili», senza scendere più di tanto nel dettaglio.

C’è anche un accordo che viene confermato per la prima volta: la costruzione di condutture di gas sull’asse Iran-Iraq-Siria e che arriva dritta al Mediterraneo. Non solo. Tra gli accordi con Baghdad, emerge anche la creazione di una vera e propria autostrada per il trasporto su gomma delle merci dall’Iran verso Damasco e la nascita di «uno spazio aereo comune con l’Iraq dopo il ritiro delle truppe statunitensi». Trattative avanzate Iran-Iraq ci sarebbero anche nel campo ferroviario dove, «entro il 2012 saranno completate le costruzioni di alcune tratte». Nel documento si parla esplicitamente anche della realizzazione di «un passaggio sicuro per il trasferimento dei beni dall’Iran alla Siria attraverso l’Iraq e viceversa».

Il presidente siriano Assad e quello iraniano Ahmadinejad

E ancora. A dimostrazione di quanto gl’iraniani siano determinati ad andare in guerra con Israele e gli Usa, nell’accordo c’è anche la richiesta alla Siria di 40mila tonnellate di filo di cotone per – com’è scritto esplicitamente – «la realizzazione dell’abbigliamento per le forze armate iraniane».

Rientra, in tutto questo, anche una specifica richiesta di Teheran al regime di Damasco: «La parte iraniana chiede alla Siria ulteriori impianti per la ricezione delle navi iraniane». La Repubblica islamica vuole una volta per tutte metter piede nel Mediterraneo? Il progetto è ormai pubblico da un anno, ma solo ora diventa una richiesta-obbligo. Certo, a un prezzo: 150mila barili di petrolio siriano che saranno comprati dall’Iran ogni giorno, anche se Teheran non ne ha proprio bisogno.

Quindi gli equilibri mondiali alle Nazioni Unite. Sul perché Cina e Russia abbiano votato contro a una risoluzione Onu anti-Assad lo spiega il documento-accordo: «le transazioni finanziarie di Siria e Iran, dopo l’avvio dell’embargo contro i due paesi, passano attraverso gli istituti bancari della Russia e della Cina». Non è la prima volta che, almeno la Cina, compare in queste triangolazioni finanziarie tra i «paesi canaglia». Un dossier corposo è presente alla sede della Cia e del Mossad con tanto di elenco delle transazioni di denaro effettuate tra Hamas, Hezbollah e le banche cinesi.

E allora ecco che gl’israeliani accelerano. Dando l’ordine di intensificare le operazioni. Decine di agenti, arrivati dalla base presente in Azerbaigian, si troverebbero in Iran operativi da mesi. Sarebbero proprio loro i killer di alcuni membri del progetto nucleare uccisi per le vie di Teheran e non solo. Una base di partenza, quella di Baku, la capitale azera, che da qualche giorno è in stato di massima allerta dopo aver sventato una serie di attentati alla sede dell’ambasciata israeliana. «L’Iran è un paese decisamente poroso», ha detto un agente israeliano al giornale britannico “The Times”. «Il 16% della popolazione azera ha origini iraniane e gode della facilità nei trasporti, alla dogana non ha bisogno di un visto d’ingresso». Un trattamento di favore che, proprio da qualche giorno, non sarebbe più tale, se è vero che sempre più spesso la cancelleria di Baku a Teheran si è lamentata dei maltrattamenti nei confronti dei propri cittadini. Per questo, lo Stato ebraico ha deciso di rafforzare i legami con un gruppo paramilitare iraniano attivo nel Paese.

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attualità

Venti di guerra

Un'immagine della seconda guerra del Libano (2006)

Due notizie. Una arriva da Be’ersheba, nel deserto del Negev, Israele. L’altra dal Washington Post, Stati Uniti. Il dato particolare è che dicono la stessa cosa. I governo di Gerusalemme e le milizie di Beirut si starebbero preparando alla terza guerra del Libano.

“Un altro conflitto con il paese dei cedri è inevitabile. Non so quando, ma ci sarà”. Parola del ministro senza portafoglio di Gerusalemme, Yossi Peled (Likud). “Il Libano è l’unica realtà al mondo ad avere un’organizzazione militare che non risponde al suo governo e la comunità internazionale ha fallito con Hezbollah”, ha proseguito.

Non bastasse questa dichiarazione, a Gerusalemme fa rabbrividire un articolo del Washington Post di oggi. Dove c’è scritto che militanti dell’organizzazione terroristica Hezbollah stanno trasportanto missili a lunga gittata nel sud del Libano, nella valle di Bekaa. Un’area controllata dalla missione Unifil (dove si trovano anche gli italiani) che – scrive il giornale – può fare davvero poco per fermarli. I missili – secondo gli analisti interpellati dal Post – sarebbero in grado di raggiungere le grandi città come Haifa. Non è chiaro se così potenti da toccare anche Tel Aviv o Gerusalemme.

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reportage

Appunti di viaggio / 4

Il campo profughi di Dheisheh (foto L.B.)

DHEISHEH (West Bank) – Uno si aspetta centinaia di tende. Separate da viuzze di terra battuta che diventano melma quando piove. E bambini che giocano nella polvere. E uomini che bivaccano da una parte all’altra. E bagni all’aperto.

Invece. Invece Dheisheh – a sud di Betlemme – non sembra proprio un campo profughi. Così come compare sui report internazionali e sulle mappe stradali. E’ sì recintato da mura alte 3 metri, ma ha più le caratteristiche di un grande quartiere. Con tanto di case in mattoni, palazzine, strade asfaltate, attività commerciali. Ma è soltanto apparenza. Perché questo centro per rifugiati sta scoppiando. Di persone. E di rabbia.

“Sei un amico o un nemico?”, chiede un bambino prima in arabo poi in inglese stentato. Mentre i coetanei – e qualche adulto – aspettano la risposta. “Sei americano, israeliano o un nostro amico?”, chiede di nuovo. E questa volta è tirato in volto. “Amico”, rispondiamo. Così quest’esserino di non più di 5-6 anni si sposta e ci libera la strada. Se chiedi ai piccoli da dove vengono non risponderanno mai “Dheisheh”, ma indicheranno la città o il villaggio dal quale bisnonni, nonni e padri sono stati “cacciati” dopo le incursioni israeliane.

Troppo vicini (foto L.B.)

I numeri. Cinque generazioni di rifugiati (il campo esiste dal 1949), 14mila persone che vivono in 1,5 chilometri quadrati. Quattromila anime in più in tre anni (+40%). “Qui è un inferno”, dice un volontario palestinese. Che snocciola altri dati buoni per le statistiche. “A disposizione dei rifugiati ci sono un medico e due infermiere che lavorano sei ore al giorno per sei giorni che possono curare i pazienti per non più di 6,5 secondi ciascuno”.

Le Nazioni Unite cosa fanno qui? “Poco, a dire il vero – continua il volontario -. Provvedono al cibo, all’istruzione e a fornirci i medicinali”. Le classi sono così affollate che tra la primavera e l’estate molte lezioni si fanno all’aperto. “Con 65 studenti per volta è difficile insegnare”. E sulla sicurezza cala il silenzio. “L’Onu su questo fronte non ci aiuta più, troppo rischioso. Così dobbiamo autoregolarci”. Intendi: diritto di famiglia. “Quando poi vengono i soldati israeliani a fare rastrellamenti è tutta un’altra musica”, dice un anziano seduti sui gradini di casa sua.

Il vero problema di questo angolo di mondo, però, è un altro: l’acqua. “Se siamo fortunati una volta al mese vengono a riempire i nostri depositi”, dice Shaadi, proprietario di un bar all’ultimo piano del centro direzionale del campo. Guarda verso occidente Shaadi e fa un cenno con la testa. “Quei palazzi sono di un insediamento ebraico in terra nostra. Hanno tutto: elettricità, metano e soprattutto acqua. Tutto il giorno, tutti i giorni. Tanto che si possono permettere anche le piscine. Quei rettangoli blu, li vedi?”.

Nel campo hanno dato una mano molti volontari italiani. E italiana è anche l’unica maglia di calcio appesa come un trofeo in una stanza piena di coppe: è quella del Livorno e porta il nome (e il numero) di Cristiano Lucarelli.

La maglia di Cristiano Lucarelli del Livorno come un trofeo (foto L.B.)

Fuori fa un caldo che nemmeno l’ombra riesce a dar sollievo. Non c’è un filo di vento. A rompere il silenzio ci pensa una comitiva di liceali americani dalla faccia stanca e annoiata. “Ci hanno costretti a venire qui”, confessa Mark, uno degli studenti, mentre scatta foto goliardiche con i suoi amici.

La maggior parte delle costruzioni del Dheisheh Refugee Camp sono state intonacate da poco. Dominano il grigio, il bianco slavato e le scritte anti-israeliane. Tante. Qua e là residutati della campagna elettorale. Qua e là megaposter e dipinti dei “martiri” che si sono “sacrificati per la causa palestinese”.

In ricordo dei "martiri" (foto L.B.)

I bambini palestinesi guardano incuriositi. Alcuni sono completamente nudi. Qualcuno osserva gli “intrusi” appoggiandosi al portone. I vecchi arrancano sotto al sole a picco e sotto al turbante. Ogni tanto passa qualche camioncino che raccoglie i rifiuti. In lontananza si sentono i versi di una capra e di un asino. I cavi dell’elettricità, dalle dimensioni più varie, svolazzano da un pilone all’altro. Le case e le palazzine, poi, sono costruite così vicine che quasi si toccano.

“Non c’è per niente privacy”, continua Shaadi. “Ogni litigio, ogni discussione, ogni problema famigliare in questo campo diventano un affare sulla bocca di tutti”. Ride Shaadi. Racconta di quando quella moglie aveva scoperto il marito a letto con un’altra. Descrive i gesti, riporta le frasi. Ma lo sa bene che non è una situazione sopportabile. Come non lo è il fatto che nessuno dei 14mila abitanti può spostarsi più di tanto. “Sono nato e vivo a due passi da Gerusalemme – racconta -. Ho visto 26 paesi del mondo e non sono mai stato a Gerusalemme. Mai. Perché non posso andarci? Che male ho fatto?”.

Passato e presente (foto L.B.)

Passato e presente (foto L.B.)

Le frustrazioni del passato e del presente. La mancanza di una prospettiva. L’idea che ci sarà una sesta e una settima e un’ottava generazione di rifugiati. La rassegnazione nei confronti di una vita “che non è vita”. La resistenza di certe tradizioni che considerano la donna “alla pari di un bambino”. Tutto questo è il Dheisheh Refugee Camp. Chiosa Shaadi: “E’ il modellino fedele della Palestina di oggi. Un modellino che sta per esplodere”.

© Leonard Berberi

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