attualità

Quei giovani europei che combattono in Siria. E ora sono sotto la lente dell’antiterrorismo

Due ribelli del gruppo jihadista Jabhat al-Nusra ad Aleppo in uno scatto del 24 dicembre scorso (foto di Ahmed Jadallah / Reuters)

Due ribelli del gruppo jihadista Jabhat al-Nusra ad Aleppo in uno scatto del 24 dicembre scorso (foto di Ahmed Jadallah / Reuters)

I numeri, a dire il vero, sono un po’ ballerini. Si va da un minimo di 135 a un massimo di 590. Però sono cifre prudenti. Il che la dice lunga su come, alla fin fine, il fenomeno sia davvero difficile da quantificare. E con il quale, prima o poi, bisognerà fare i conti. Anche da noi. Alcuni di loro torneranno a casa. «Molto più motivati e ispirati dal radicalismo islamico», per dirla con il capo dell’anti-terrorismo dell’Ue. Perché la maggior parte è fatta di giovani. Quasi tutti sono musulmani. E in tanti hanno già esperienze belliche. In Iraq o Afghanistan.

I conti, allora. Scrive un dossier dell’International centre for the study of radicalization (Icsr) che «centinaia di cittadini europei sono andati in Siria» negli ultimi mesi «per dare una mano ai ribelli a sconfiggere le forze del presidente Bashar Assad». Chi per ragioni religiose. Chi per spirito d’avventura. Chi per liberare un Paese.

Arrivano soprattutto da Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Belgio. Nessuno, per ora, arriva dall’Italia. Sono almeno 135 e potrebbero toccare quota 590. Di questi, come minimo 70 (e al massimo 441) sono ancora nel Paese. E potrebbero andare ad aumentare il numero delle vittime europee che per ora è fermo a 8 (su 249 stranieri uccisi in totale). Dall’inizio della guerra civile – correva l’anno 2011 – l’Icsr stima che tra i 2.000 e i 5.000 cittadini con un passaporto non siriano abbiano combattuto o lo stiano facendo tutt’ora nel Paese di fianco alle forze di opposizione.

Ecco, gli europei. Arrivano da Albania, Austria, Belgio, Regno Unito, Bulgaria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Kosovo, Olanda, Spagna e Svezia. E su quasi tutti loro le agenzie d’intelligence investigheranno, ragioneranno. Perché in Siria da mesi è attiva Jabhat al-Nusra, gruppo jihadista legata ad al Qaeda. Perché gli europei possono trasformarsi in cellule dormienti a casa loro. E perché gli 007 temono possano tornare in patria sapendo costruire una bomba o, in generale, come far male a decine, centinaia di persone.

L'ex soldato americano Eric Harroun (a destra) insieme a un miliziano anti-Assad del gruppo Jabhat al-Nusra (foto da Facebook)

L’ex soldato americano Eric Harroun (a destra) insieme a un miliziano anti-Assad del gruppo Jabhat al-Nusra (foto da Facebook)

«Non sarebbe la prima volta. È successo che giovani europei siano andati a combattere in Afghanistan e in Iraq e poi siano tornati a casa dove hanno colpito interessi occidentali», spiega Peter Neumann, direttore dell’Icsr. «Non è detto che si tratti di terroristi. Ma non si può nemmeno evitare che, una volta arrivati in Siria, non vengano attratti da uomini legati ad Al Qaeda interessati a usarli più quando torneranno a casa che nel campo di battaglia mediorientale».

Neumann non è uno che si nasconde. Precisa che i numeri non sono definitivi e che va fatto ancora molto per quantificare il fenomeno. Ma di una cosa è convinto. «La Siria è diventato il fronte principale di mobilitazione e reclutamento dei jihadisti. E ora nel Paese sono stati mobilitati più europei di quanto non sia stato fatto nelle guerre degli ultimi vent’anni messe insieme».

Basterebbe, del resto, il nome di Eric Harroun. Nato a Phoenix, in Arizona, ex soldato a stelle e strisce nella base di Fort Riley, Harroun è stato arrestato appena atterrato negli Usa per aver combattuto in Siria a fianco al gruppo Jabhat al-Nusra. Rischia 30 anni di prigione. O la pena di morte, se il giudice dovesse considerare tutte le aggravanti.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

La vita è bella (in Israele) per nove abitanti su dieci

Malgrado il senso di isolamento e di accerchiamento. Malgrado le rivoluzioni arabe alle porte. Malgrado la minaccia iraniana. E malgrado le crisi con Egitto e Turchia. Ecco, malgrado tutto questo, lo Stato ebraico è «un posto dove è bello vivere». Parola d’israeliano. Anzi: d’israeliani. In cifre: l’88 per cento, secondo un sondaggio commissionato dallo Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto nel Paese.

Il 67% dello stesso campione d’intervistati aggiunge anche di essere di buon umore, in questo momento. Il 74%, poi, si dice soddisfatto della propria situazione economica. Insomma, «indignados» o meno, in Israele si vive che è una meraviglia.

Per carità, non tutto è rose e fiori. Ci sono anche dichiarazioni negative. O meglio: avvisaglie di pessimismo. Tanto che lo stesso giornale ha evidenziato come le risposte date, prese nel loro complesso, siano un po’ schizofreniche. Quasi polarizzate.

Un esempio? Quasi la metà degl’intervistati (il 45%) teme che Israele, in quanto Stato ebraico, sia esposto a rischi esistenziali. Tradotto: rischia da un momento all’altro di essere cancellato dalla faccia della Terra. Per non parlare dei negoziati di Pace, ormai diventati «la telenovela politica e mediatica più lunga di sempre»: in questo caso, quasi due terzi degl’israeliani pensano che non si raggiungerà mai un accordo con i palestinesi.

Ecco, a proposito del tavolo di negoziati. Oggi lo Stato israeliano, per bocca del suo primo ministro Benjamin Netanyahu, ha accettato la richiesta del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia) di riprendere al più presto le trattative con i palestinesi. E senza precondizioni. «Ora ci aspettiamo da Ramallah la nostra stessa disponibilità», ha aggiunto il premier. Anche se, a leggere tra le righe del comunicato poi letto su tutte le radio e le tv, qualche intoppo c’è già: «Israele ha alcune riserve che saranno avanzate nel corso delle trattative», scrive il documento. Certo, visti i tempi e gli uomini, tornare su uno stesso tavolo – un anno dopo i colloqui di Washington – sarebbe un bel passo in avanti.

Leonard Berberi

Standard
attualità, commenti, politica

La solitudine di Israele

Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivato il chiarimento di Ankara: con Israele tagliamo i cordoni sì, ma solo quelli militari e diplomatici. Gli altri, quelli economici, restano così come sono. Del resto, chi è quel pazzo disposto di questi tempi a buttare al vento almeno quattro miliardi di interscambi commerciali all’anno?

E allora. Turchia e Israele ai ferri corti. Ormai è ufficiale. Del resto l’andazzo di Erdogan (foto sopra, a destra Netanyahu), sempre più leader islamico indiscutibile del Medio Oriente, è questo da mesi. A prescindere dagli incidente a bordo della nave Mavi Marmara dell’anno scorso al largo di Gaza. La nuova linea diplomatica di Ankara – stando ai bene informati – sarebbe stata decisa già nel 2009. Quando in un colloquio riservato il premier turco avrebbe fatto capire che gli equilibri dell’area sarebbero cambiati presto e che bisognava riposizionarsi nello scacchiere. «Israele non potrà godere più di tanto dell’appoggio americano, visto il declino della potenza», avrebbe detto Erdogan ad alcuni dei suoi. «L’Iran sarà sempre più debole a livello internazionale e le pressioni palestinesi per il riconoscimento di un vero e proprio Stato sui confini del 1967 usciranno dai confini locali». Certo non avrebbe previsto il crollo dell’Egitto, Erdogan. Ma avrebbe dato per certo una rivolta contro Assad in Siria.

Un premier turco lungimirante? Forse. Anche se i primi passi concreti sono arrivati solo in queste settimane. Recapitando un messaggio devastante per Israele: attenti, ora siete soli. E infatti a Tel Aviv come a Gerusalemme si parla soprattutto di questo: dell’isolamento. Politico, sì. Militare, soprattutto. Perché la Turchia non era solo un partner strategico. Era una pedina importante che permetteva di stare sicuri sia dal Libano (intendi: Hezbollah) che dalla Siria e dalla Striscia di Gaza (leggi: Hamas).

Gli analisti israeliani ritengono esagerate le reazioni di Tayyip Recep Erdogan dopo le mancate scuse dello Stato ebraico dolo il blitz sulla Freedom Flottiglia. «A meno che – è il ragionamento di alcuni di loro – questa delle scuse ufficiali non sia soltanto una… scusa». Un motivo per staccarsi da un alleato che, nell’area, è sempre più scomodo per i turchi. C’è poi chi, come Dan Margalit – ormai l’unico portavoce del premier israeliano sulla stampa – scrive sul quotidiano nazionalista free press “Israle ha-Yom” (Israele Oggi) che «Erdogan soffre della malattia mentale dell’antisemitismo». E ancora: «Il premier turco coltiva ambizioni neo-imperiali islamico-ottomane con lo scopo di conquistare il primato nel mondo arabo a spese di noi ebrei».

A livello ufficiale, dalle parti di Gerusalemme, la linea è solo una: «A Erdogan non si risponde». Poi, come sempre è successo in questo governo Netanyahu un po’ allo sbando in fatto di politica estera, ecco poi è successo che un ministro, Yisrael Katz (Trasporti), abbia detto – «a titolo personale» – che «le scuse per la questione della Flottiglia restano fuori discussione: la Turchia le lega a una revoca del blocco navale di Gaza che aprirebbe la porta ai traffici di armi di Hamas».

Certo, sostengono gli stessi analisti, Gerusalemme ha fatto la sua parte. La diplomazia «a trazione nazionalista» del premiere Benjamin Netanyahu «ha fallito in lungo e in largo», dice chi queste cose le segue da tempo. E alla fine il nome al centro, oltre a quello del premier, è sempre il solito: Avigdor Lieberman (dietro al premier, nella foto poco sopra). Il ministro degli Esteri, il responsabile delle relazioni con il resto del mondo, non ha mai nascosto il suo volto nazionalista. Che fosse con i musulmani o con gli ebrei. Gl’imbarazzi, ecco, non sono mancati nemmeno quelli. Il fatto è che dopo un po’ le cancellerie di stanza a Tel Aviv hanno smesso di chiamare lui, «Yvette» Lieberman. Qualche ambasciatore occidentale non ha più alzato la cornetta. Qualcun altro ha preferito parlarne direttamente con il premier.

Ora arriva la prova decisiva, quella del 20 settembre. Quando i vertici palestinesi si dovrebbero rivolgere all’Onu per chiedere il riconoscimento dei diritti di sovranità di uno Stato di Palestinese indipendente, con Gerusalemme Est capitale e con i confini esistenti prima della Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’Anp dice che avrà il sì di almeno 140 Paesi. Difficilmente il voto porterà subito alla creazione dell’autorità indipendente, ma è anche vero che sono numeri che ormai pesano. E che l’amministrazione Usa non è più in grado di ignorare. Soprattutto alla luce della crisi tra Israele e Turchia.

Non che il resto non conti nulla. Nel nuovo scenario – quello dell’isolamento politico-diplomatico israeliano – fanno ancora più paura i confini per nulla sicuri con l’Egitto lungo il Sinai, Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e quelle fazioni radicali che premono lungo il confine con la Siria, nell’Altura del Golan, in un Paese ormai allo sbando. La sindrome dell’accerchiamento – temuta, prospettata, studiata ed evitata per decenni – rischia di diventare qualcosa di più concreto. E i venti di guerra qualcosa di più di uno scenario da guerrafondai. Basta leggere le reazioni ufficiali del governo di Cipro (membro Ue): «Il nostro Paese farà di tutto per fermare la guerrafondaia Turchia». Li han chiamati proprio così, i turchi: «guerrafondai». Certo, la scusa ufficiale era la minaccia di Ankara di rivedere certi progetti di ricerca di risorse di gas naturale dopo la rottura con Israele. Ma il messaggio di fondo puntava chiaramente ad altro: a salvaguardare il fragile equilibrio dell’isola. E dell’area. Anche a costo di una spedizione militare. Trascinando così l’intera Europa. Che, a dire il vero, sembra dormire.

Leonard Berberi

Standard
attualità

La minaccia del “Quartetto”: “Se Netanyahu non si muove, ok allo Stato palestinese”

I mediatori internazionali del processo di pace mediorientale riuniti nel Quartetto (Usa, Russia, Ue, Onu) potrebbero riconoscere autonomamente i diritti di uno Stato palestinese indipendente entro i confini precedenti alla guerra del 1967, con Gerusalemme Est capitale, se il governo israeliano del premier Benyamin Netanyahu non dovesse proporre di qui a breve un’iniziativa diplomatica credibile di rilancio dei negoziati con l’Anp.

Lo sostengono fonti occidentali concordanti citate dalla stampa internazionale e riprese con enfasi dai media online d’Israele malgrado la bassa intensità informativa del primo giorno della Pasqua ebraica. Secondo le fonti, i componenti del Quartetto ritengono l’attuale fase di stallo incompatibile con i sommovimenti in atto nella regione e stanno «accentuando le pressioni su Israele».

L’ipotesi di un riconoscimento d’autorità della Palestina – che l’Anp, in mancanza di negoziati, prevede di chiedere a settembre all’Assemblea generale dell’Onu entro quei confini del ’67 che includono tutta la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme est – sarebbe ormai anche sul tavolo del Quartetto, sostengono le fonti.

Esse aggiungono che solo il rinvio di una recente riunione, imposto dagli Usa per concedere un po’ di tempo in più a Netanyahu, ha impedito che l’argomento fosse già messo in discussione su proposta europea. Nei prossimi giorni, il dossier sarà al centro di una visita del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen (Mahmud Abbas), in Francia e in Germania.

Mentre si attende che l’amministrazione Obama presenti l’ennesimo piano di rilancio del negoziato – annunciato di recente nello scetticismo generale dal segretario di Stato, Hillary Clinton – e che lo stesso premier Netanyahu, in arrivo a Washington a maggio, renda note a sua volta dinanzi al Congresso le nuove proposte israeliane promesse da tempo.

Standard
attualità

Accordo Iran-Siria, così l’esercito della Repubblica Islamica mette piede nel Mediterraneo

L’accordo, passato in silenzio in Europa, è di quelli che cambiano la geopolitica mediterranea. Perché, nave dopo nave, l’Iran costruirà la sua prima base navale nel Mediterraneo. Non è più un timore dei servizi di sicurezza israeliani. E non è nemmeno l’ennesimo allarme di Gerusalemme.

Dal 25 febbraio c’è un patto formale, in cui i due paesi, Iran e Siria, si impegnano a lavorare nei prossimi mesi alla costruzione di un porto di appoggio per la marina – militare – di Teheran. A pochi metri di distanza da quello di Latakia.

La base, stando a quanto previsto dall’accordo, avrà anche un deposito di armi che sarà gestito dalla tecnologia usata dalla guardia rivoluzionaria iraniana. Si partirà dall’allargamento del porto di Latakia, per passare poi all’abbassamento del fondo marino dell’area e all’installazione di tutta la strumentazione necessaria a trasformare la zona in area militare. In questo modo potranno attraccare non solo le navi della marina, ma anche i sottomarini.

La notizia è importante per almeno due ragioni. La prima: in questo modo l’Iran mette piede in modo stabile nel Mediterraneo (così come anticipato, sempre su Falafel Cafè, il 16 febbraio scorso). La seconda: la Repubblica islamica, con una postazione fissa in Siria, sarà in grado di gestire da nord e da est un eventuale conflitto in Medio Oriente. Ahmadinejad, ora, è a soli 287 chilometri da Israele.

A tutto questo si aggiunge anche dell’altro. Per esempio, l’accordo russo-siriano che prevede la vendita a Damasco di missili da crociera (cruise) “Yakhont” che non sono rintracciabili dai radar militari e con un raggio d’azione di trecento chilometri. Quanti ne basterebbero, in una eventuale guerra contro Israele, per colpire il porto più settentrionale del Paese, Nahariya. Che si trova, appunto, a 287 chilometri. E ancora: all’esercito siriano saranno consegnati anche i “Bastion”, le piattaforme di lancio, capaci di tenere 36 missili ciascuna.

I movimenti degli ultimi giorni hanno un loro senso, nello scacchiere mediorientale. Il punto d’appoggio siriano dell’Iran e la vendita di missili russi a Damasco chiudono un giro di accordi, nascosti e non, in cui Russia, Siria e Iran si alleano contro l’asse Usa-Israele per depotenziare – come prima cosa – la Sesta flotta della marina americana che si trova in pianta stabile nei pressi dell’area.

Così, mentre Europa e Usa guardano al Nord Africa, e mentre Israele alza la voce (ma resta inascoltata), a poche centinaia di chilometri dell’Ue si apre un nuovo fronte diplomatico e militare per la comunità internazionale.

© Leonard Berberi

Standard
economia

Uno studio: il 60% del Pil palestinese è costituito dalle donazioni degli stranieri

(foto di David Silverman / Getty Images)

Come farà il futuro Stato a pagare tutte le spese per il suo funzionamento? La domanda, che supera la fase della creazione di una nuova entità territoriale, preoccupa più di qualche autorità. Perché quando nascerà – per davvero – lo Stato palestinese i problemi saranno tanti. A partire dall’economia.

L’analista israeliano Eyal Ofer, insieme a Adam Roiter, ha calcolato che il 60% del Prodotto interno lordo palestinese – negli anni 2009 e 2010 – era costituito da donazioni esteri di Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e Banca mondiale. Presi i valori reali, le donazioni sono più che raddoppiate dal 2006 a oggi.

Tradotto: l’autorità palestinese riesce a vivere solo grazie all’aiuto estero. E la popolazione – sia essa della Cisgiordania che della Striscia – è quella che, al mondo, riesce a ricevere più aiuti di tutti. Più delle popolazioni colpite dalle calamità naturali o dalle crisi politiche. In numeri, secondo lo studioso Ofer, l’Anp ha ricevuto per ogni suo cittadino una media di mille dollari all’anno. «In queste condizioni, non si può parlare di un’economia palestinese», sottolinea il dossier.

Un dipendente dell'Autorità nazionale palestinese mostra il suo stipendio mensile, finanziato in gran parte dalle donazioni straniere (Mohammed Ballas / Ap Photo)

«Un’economia può funzionare anche con le donazioni», spiega Ofer, «ma a patto che questi soldi vengano investiti nello rafforzamento delle istituzioni, nello sviluppo, nella produzione e nell’infrastruttura. Ma non sembra il caso dell’Autorità nazionale palestinese».

Nel 2000, secondo i calcoli, il peso delle donazioni estere costituivano il 10,47% del Pil. Un decennio dopo quel valore è arrivato al 60%. L’anno della svolta è stato il 2007. Quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza e quel che restava dell’Autorità palestinese aveva bisogno urgente di rafforzarsi agli occhi della Cisgiordania per non lasciarlo in mano agli estremisti islamici.

Gli autori, infine, danno una stoccata al premier palestinese Salam Fayyad. «Mentre il primo ministro si vanta degli alti tassi di riscossione dei tributi, dimentica di dire che l’operazione è svolta non da un’organizzazione palestinese, ma dal ministero israeliane delle Finanze». È quest’ultimo che, una volta raccolto il denaro – circa 1,4 miliardi di dollari all’anno – si preoccupa di trasferirlo alle casse dell’Autorità nazionale palestinese.

© Leonard Berberi

Standard
economia

A Gaza si inizia a esportare: partiti i primi due camion carichi di fragole palestinesi

L’unico dubbio è sull’etichetta. Come le classificheranno? «Made in Gaza Strip» o «Made in Palestine»? Perché sul nome i giochi sono fatti: si chiameranno, semplicemente, «Strawberries. Fraises. Erdbeeren». Senza marca. Solo la traduzione del frutto in inglese, francese e tedesco.

Diciamocelo: un non problema, in fondo, quello dell’origine. Perché la questione è un’altra. E più alta. L’allentamento del blocco israeliano ha aperto le porte, da qualche giorno, alle esportazioni di fragole della Striscia. Con il risultato che – almeno è quello che sperano i coltivatori musulmani – mille tonnellate di frutta imbocchino la strada verso l’Europa in piccole confezioni da 250 grammi.

C’è entusiasmo e voglia di lavorare tra gli agricoltori palestinesi di Gaza secondo i cronisti dell’agenzia Reuters. I primi due camion sono partiti dalla Striscia domenica 28 novembre. Erano anni che non succedeva. O almeno non con queste quantità. «Nelle prossime settimane speriamo di far partire almeno dieci tir al giorno stracolmi di fragole palestinesi», ha detto Raed Fattouh, coordinatore dell’approvvigionamento da Israele a Gaza.

«I due camion finiranno il viaggio in Olanda», fa sapere Ahmed Al-Shafai, uno dei più grandi imprenditori agricoli di Gaza. Da lì, le fragole finiranno prima nei mercatini del Belgio, poi in quelli della Francia. In parallelo, lo Stato ebraico ha allargato il valico di Kerem Shalom per permettere ai prodotti palestinesi di uscire dalla Striscia per essere venduti fuori dal Medio Oriente. A sorvegliare non c’è soltanto l’esercito israeliano, ma anche una delegazione dell’Unione europea e dell’Autorità palestinese. Hamas – scrive la Reuters – è stata tenuta fuori. Ma, almeno in queste prime battute, non crea problemi.

Leonard Berberi

Standard