attualità

Qui Israele. Tutti gli aggiornamenti in poche righe

Il presidente israeliano Simon Peres visita uno dei soldati feriti durante l'assalto alla nave dei pacifisti (foto YNET)

Voci da Israele. Raccolte dai quotidiani e dai siti d’informazione. Senza filtro.

Nome, cognome. Furkan Dogan, 19 anni. Nato in Turchia, cittadino americano. Sono queste le generalità di una delle nove vittime dell’assalto alla nave turca che portava a bordo viveri per gli abitanti di Gaza e pacifisti. Secondo i giornali turchi, il ragazzo sarebbe morto dopo “cinque colpi di arma da fuoco sparati a distanza ravvicinata”. Quattro l’avrebbero colpito alla testa. L’altro al petto.

Aplomb istituzionale. Il presidente d’Israele, Simon Peres, ha abbandonato il suo solito aplomb istituzionale, e ai parenti dei soldati feriti ha detto. “Il mondo è stato sempre contro di noi. E anche questa tragedia l’ha dimostrato”.

Closed. Il premier Benjamin Netanyahu ha ribadito la ferma decisione del suo governo: “Israele non consentirà a nessuna nave di avvicinarsi alla Striscia di Gaza. Faremo di tutto per fermare tutti gli accessi illegali”.

A volte ritornano. A Sderot e Ashqelon sono tornati i razzi Qassam. Nel pomeriggio ne sono piovuti quattro. Tutti lanciati dalla Striscia di Gaza gestita dall’organizzazione terroristica Hamas. Due ad Ashqelon. Uno a Sderot. L’altro è finito poco oltre il confine con Gaza. Nessuno è stato ferito.

Intrusi. Il presidente siriano Bashar Assad ha accolto come eroi i pacifisti siriani che si trovavano a bordo della nave turca Mavi Marmara quand’è stata assaltata. “L’attacco barbaro compiuto da Israele ha mostrato il vero volto degli ebrei. Un volto che non è mai cambiato da quando si sono insediati nella nostra regione”.

Manifestazione di fronte all'ambasciata turca a Tel Aviv per contestare le parole del premier turco Reçep Tayyip Erdogan (foto di Yoav Zitun)

Fascismi. A Tel Aviv, circa mille israeliani hanno manifestato di fronte all’ambasciata turca. Hanno condannato l’atteggiamento di Ankara, hanno mostrato foto ritoccate del premier turco. “Erdogan è un fascista”, hanno urlato. Lui, il primo ministro di Ankara, avverte: “Israele rischia di perdere il suo miglior amico in Medio Oriente”.

L’angelo della Morte. Ankara. Ai funerali degli otto turchi uccisi durante il blitz israeliano sulla Mavi Marmara, migliaia di persone hanno criticato Israele. “Quel paese è l’angelo della Morte”. Il tutto mentre centinaia di bandiere palestinesi sventolavano senza sosta e molti presenti si spingevano a dire “siamo tutti soldati di Hamas”.

Flipper politics. Il quotidiano Haaretz scrive che, sotto la pressione americana, il governo Netanyahu potrebbe pensare di alleggerire – anche si di poco – l’assedio su Gaza. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton: “Stiamo pensando di aumentare il flusso di aiuti umanitari in entrata sulla Striscia. Il tutto difendendo gli interessi d’Israele”.

A mali estremi… Il ministro dell’Interno israeliano, Eli Yishai, starebbe pensando a un gesto senza precedenti: togliere la cittadinanza al deputato della Knesset, il parlamento dello Stato ebraico, a Hanin Zuabi, politico che ha preso parte al tentativo di forzare il blocco sulla Striscia.

Questione di numeri. La guerra delle cifre. Stavolta non dei morti e dei feriti. Ma delle visite sul web. I media israeliani danno un certo rilievo alla notizia che tra i video più visti di questi giorni tre siano targati Idf, l’esercito israeliano. Più di tre milioni di persone hanno visto le immagini relative agli incidenti sul Mavi Marmara. “Il video di Al Jazeera, sullo stesso incidente, viene solo al quarto posto, dopo i video israeliani”, hanno scritto.

(a cura di Leonard Berberi)

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attualità, politica

La mossa di Netanyahu: pacifisti liberi in cambio delle sanzioni all’Iran

Prigionieri a bordo dei pullman israeliani diretti all'aeroporto di Tel Aviv

Comandamento numero uno: dare una priorità alle minacce. Prima c’è l’Iran. Poi tutto il resto. È sulla base di questo ragionamento che Israele avrebbe deciso di rilasciare i pacifisti arrestati a bordo della nave turca Mavi Marmara.

Dopo la fermezza della Turchia – “I nostri aerei militari che si trovano a Tel Aviv riporteranno a casa i nostri cittadini arrestati dall’esercito israeliano altrimenti rompiamo i rapporti” – e dopo la promessa americana sul voto negativo all’Onu per l’apertura di una commissione d’inchiesta, emergono nuovi particolare sul dietrofront israeliano circa la sorte dei pacifisti carcerati a Beersheva.

L’ultima rivelazione – riportata dal quotidiano on line Ynet – spiega che dietro a questa mossa di Gerusalemme si nasconde un calcolo geo-strategico. In sostanza, in cambio del rilascio dei detenuti, gli altri Paesi – Usa più Turchia – s’impegnano a votare al Palazzo di Vetro il pacchetto di sanzioni contro l’Iran per la questione atomica.

La decisione – presa lunedì notte in “una seduta drammatica del cabinetto del governo Netanyahu” – sarebbe arrivata dopo una lunga mediazione statunitense. Le linee riservate Ankara-Washington-Gerusalemme – hanno raccontato fonti interne – “erano surriscaldate”.

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attualità, politica

Israele discute sull’inchiesta. Ma l’esecutivo Netanyahu rischia l’implosione

Il primo ministro israeliano Netanyahu alla prima conferenza stampa dopo l'incidente alla nave dei pacifisti (foto di Amit Shabi)

L’inchiesta. È su questa parola che si stanno concentrando i media e i politici israeliani. Perché l’organizzazione dell’indagine, di chi dovrà accertare la verità e di chi dovrà entrare in possesso di report delicatissimi per la sicurezza dello Stato ebraico non sono aspetti di secondo piano.

Israele teme un Goldstone-bis, un altro dossier – dopo quello, della commissione Goldstone, appunto, sull’operazione “Piombo Fuso” su Gaza – dove si accusa Gerusalemme di aver violato le regole internazionali.

Su questo punto, gl’israeliani sono stati molto chiari con l’alleato americano: “non intendiamo dare l’ok al sequel del gruppo Goldstone”. Ed è qui che gli Usa, insieme a Italia e Olanda, hanno dato parere negativo all’Onu sull’avvio dei lavori d’inchiesta sotto la guida di osservatorio internazionali. Un no americano che, però, teneva conto della promessa: alla commissione d’inchiesta israeliana sarà affiancato un pool di esperti statunitensi.

Ma i problemi restano comunque sul tavolo. Perché l’Idf, l’esercito israeliano, esporrebbe malvolentieri la sua versione dei fatti sul blitz alla nave dei pacifisti. Il ricordo di una commissione simile, sui fatti di Jenin nel 2002, è ancora vivo: allora il corpo militare toccò il punto più basso di popolarità dopo che non era riuscita a giustificare le violenze in territorio palestinese.

Alcuni analisti fanno però notare che, a sorpresa, il governo Netanyahu potrebbe dare l’ok alla commissione internazionale. E la ragione sarebbe semplice: un dossier negativo del gruppo indipendente straniero non avrebbe conseguenze politiche immediate. Cosa che succederebbe con una commissione interna, forte a tal punto da chiedere le dimissioni dell’esecutivo.

Intanto Benjamin Netanyahu deve evitare che la sua coalizione imploda. Nelle ultime ore, è scoppiata una crisi seria tra il ministro della Difesa Ehud Barak (laburista) e il collega degli Esteri, Avigdor Lieberman (Israel Beitenu, ultradestra). Dopo le parole di un ministro del partito di Lieberman che chiedeva le dimissioni di Barak, oggi quest’ultimo ha pubblicamente denunciato che gli attacchi e le critiche della comunità internazionale a Israele sono il risultato di una politica di pubbliche relazioni fallimentare da parte del ministero degli Esteri.

I QUOTIDIANI. Il progressista Haaretz aumenta la pressione sul governo. Attraverso gli articoli e i commenti denuncia le violenze e l’incapacità dell’esecutivo Netanyahu di gestire situazioni delicate. Ha scritto Ari Shavit su Haaretz: «Invece di spingere palestinesi, siriani e turchi contro l’Iran, Netanyahu li sta portando dalla loro parte. Invece di portare europei e americane a sostenere le nostre ragioni, il primo ministro ce li sta mettendo contro». Un commento che segue quello ufficiale del quotidiano: «Il nostro esecutivo si sta comportando come un robot privo di giudizio e impostato su un percorso predeterminato».

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Crisi Israele-Turchia, salta l’accordo tra El Al e Atlasjet

Questo blog aveva salutato l’accordo come un gesto distensivo. E come un messaggio ai responsabili di governo: basta litigare. Ma le conseguenze del blitz sulla Mavi Marmara e la crisi diplomatica tra Israele e Turchia, hanno finito con il guastare anche un importante accordo economico in alta quota: quello tra la compagnia di bandiera israeliana El Al e la turca Atlasjet.

Entrambe le società hanno comunicato che l’accordo di code-sharing che doveva collegare Tel Aviv e Istanbul è stato annullato. Così il 20 giugno non ci sarà nessun volo inaugurale e le compagnie aeree israeliane continueranno a non avere nessuno scalo in Turchia. Pur essendo quest’ultimo uno dei paesi preferiti dagli ebrei per le vacanze.

«Speriamo di riprendere l’accordo nel prossimo futuro», si sono limitati a dire i due portavoce.

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Dopo il blitz, resta alta la tensione tra Israele e Turchia

Manifestazioni turche di fronte all'ambasciata israeliana di Ankara (foto AP)

MILANO / TEL AVIV – Altro che gesto distensivo di Gerusalemme. Se non fosse stato per la ferma decisione della Turchia, loro, gli attivisti, sarebbero ancora dentro.

Due giorni dopo il blitz, a tenere banco è ancora la Turchia. Sia lo Yedioth Ahronoth che Ma’ariv scrivono oggi che la decisione israeliana di rilasciare i pacifisti arrestati il 31 maggio è stata presa dopo che Ankara ha inviato tre aerei militari e avvertito – a muso duro – che quei velivoli si porteranno a casa a tutti i costi i cittadini turchi coinvolti nel blitz. Anche quelli feriti.

A dimostrare quanto sia tesa la situazione tra i due paesi si aggiunge la richiesta alle famiglie dei diplomatici dello Stato ebraico che si trovano in Turchia di tornare in patria per motivi di sicurezza.

Ankara, poi, avrebbe fatto sapere – ma la voce è da confermare – che in futuro le navi battenti bandiera turca che intendono arrivare nei pressi della Striscia di Gaza saranno scortate con i mezzi della marina militare.

Intanto il Nicaragua ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele, dopo l’attacco alla Mavi Marmara costato la vita ad almeno nove persone.

I quotidiani israeliani annotano che il vice-ministro degli Esteri israeliano, Danny Ayalon, avrebbe riunito centinaia di capi delle comunità ebraiche sparse per il mondo con lo scopo di studiare misure collegiali di risposta e di difesa in caso di attacco nelle vari sedi delle comunità. Ma, scrivono i cronisti, pare che la comunità ebraica statunitense si sarebbe mostrata insofferente di fronte all’attuale andazzo politico israeliano.

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attualità

Striscia di Gaza, ecco i video dell’assalto

La difesa – o il contrattacco – mediatica israliana passa attraverso YouTube. E’ sulla piattaforma di video più grande al mondo che l’Idf, l’esercito israeliano conta di giustificare le vittime a bordo della Mavi Marmara, la nave dei pacifisti battente bandiera turca assaltata lunedì mattina.

Due, in particolare, sono i video. Nel primo c’è l’abbordaggio dei soldati sulla Mavi Marmara. Nel secondo, quello che i soldati dell’Idf sono riusciti a recuperare dopo l’assalto.

L’assalto

L'”arsenale” dei “pacifisti”

Basterà a giustificare le violenze dei soldati israeliani? All’Idf ne sono convinti.

© Falafel Cafè

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La notte dei falchi e un Paese che ora rischia l’isolamento

La notte non ha portato consiglio. Né all’esercito israeliano. E nemmeno ai pacifisti delle navi che portavano aiuti alla Striscia di Gaza. Ora che ci sono 9 morti da una parte e 7 soldati feriti – di cui uno grave – dall’altra, è facile cadere nell’errore del dare giudizi. Troppo facile dare la colpa al governo Netanyahu e ai falchi – tanti falchi – che hanno potere all’interno dell’Idf, l’esercito di Gerusalemme. Perché c’è stato un divieto israeliano di attraccare a Gaza per le navi della Pace. Perché questo divieto non è stato rispettato. Anche se, a dirla tutta, la sensazione è che la reazione dei soldati sia stata eccessiva. Forse immotivata. Di sicuro controproducente. Nel breve, medio e lungo periodo.

Proteste a Istanbul, Turchia, contro l'attacco israeliano (Reuters)

Nel breve, perché isola ancora di più lo Stato ebraico. E crea un cordone territoriale ostile a Gerusalemme che parte dalla Turchia (sua la nave attaccata dall’Idf), passa attraverso Siria, Libano, Giordania, Arabia Saudito, Egitto. Per non parlare dell’Iran. O della reazione – che ci sarà – dell’amministrazione Obama.

Nel medio, perché oltre a costringere il governo Netanyahu a rivedere la sua politica estera e interna, obbligherà Israele a darsi da fare per risolvere la questione degli insediamenti in territorio palestinese. E l’unica strada percorribile – agli occhi dell’Occidente – sarà quella di abbattere le case costruite nella West Bank e obbligare i coloni a trasferirsi in territorio israeliano. Ma questo comporterà un prezzo altissimo in termini di sicurezza interna e stabilità sociale per lo Stato ebraico.

Nel lungo periodo, questo gesto impone una revisione delle relazioni diplomatiche di molti paesi con Israele. Perché se da un lato ci saranno sempre i governi filo-israeliani, dall’altro si allargherà sempre più il gruppo degli scettici e di quelli che decideranno il tipo di rapporti soltanto in base a quello che farà, di volta in volta, Gerusalemme. Ma questo vuol dire essere condannati a non avere una diplomazia stabile, ma a brevissima scadenza.

Comunque sia, la Comunità internazionale farebbe l’errore più grande della storia se dovesse risolvere la questione punendo Israele e promuovendo le politiche palestinesi. Perché punire Gerusalemme significherebbe dare linfa vitale a Hamas. E quindi dare il via alla tanto temuta Terza Intifada.

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