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“Due ore per portare le armi chimiche a Hezbollah”. Quattro Paesi pronti a intervenire per mettere al sicuro l’arsenale

La conferma definitiva su quel che succederà nei prossimi giorni in Siria gl’israeliani l’hanno avuta nel pomeriggio di lunedì: Aeroflot, la più grande compagnia aerea russa, ha comunicato che volerà verso Damasco per altre due settimane, poi più nulla. Voli sospesi. Ufficialmente per motivi economici. «Troppi pochi passeggeri sui voli».

A Gerusalemme, invece, l’hanno interpretata in modo diverso. E anche a Washington concordano con l’analisi israeliana. Anche la Russia – è stato il ragionamento dell’intelligence dello Stato ebraico – dà ormai per scontata la fine del regime del presidente Bashar al-Assad. Una fine «imminente». «Questione di settimane», dicono a Gerusalemme. E ne sono convinti a tal punto che ormai la loro preoccupazione non è sul cosa succederà dopo in Siria, ma che fine faranno le armi chimiche di cui sono pieni i depositi. In mano a chi finiranno? Chi se le prenderà in carico? Soprattutto: dove saranno spostate?

La situazione è talmente tanto convulsa e preoccupante che quattro capitali, anche quelle che da mesi non si parlano, sono in contatto continuo da tre giorni. La sorte dell’arsenale chimico di Assad ha creato un filo diretto tra Gerusalemme, Washington, Ankara e Amman. Gli analisti dei quattro Paesi sono arrivati tutti alle stesse conclusioni: tutto il deposito letale in mano ai siriani arriverebbe in Libano, dagli Hezbollah, in soltanto due ore.

È questa la finestra in cui possono intervenire americani e israeliani, turchi e giordani. «Anche meno», precisano da Gerusalemme. Per questo motivo gli eserciti dei quattro Paesi hanno messo a punto un’operazione dettagliata e «chirurgica» che ha come unico scopo quello di mettere al sicuro l’arsenale. «Non ci sono segnali precisi che Assad voglia spostare le armi in Libano», sostengono gl’israeliani, «e non abbiamo conferme sul fatto che sia Hezbollah a chiederle, ma dobbiamo evitare lo scenario peggior».

Due ore per intervenire. «Due ore per mettere al sicuro tutto il Medio Oriente», ne sono convinti nello Stato ebraico e anche in Turchia. Per evitare che il tutto arrivi nella Valle della Beqa’, nel nord-est del Libano, al confine con la Siria. Nel momento in cui le armi chimiche dovessero toccare terra comandata da Hezbollah per Israele vorrebbe dire guerra sicura contro i fondamentalisti islamici.

Per questo la zona più monitorata – con satelliti e agenti sul terreno – è l’area attorno ad al-Safira, nord di Damasco, dove si trova una base militare con un vasto deposito sotterraneo. Qui comandano gli uomini più vicini ad Assad. «Se dovessero sentire puzza di un crollo del regime», sostengono gl’israeliani, «è probabile che qualcuno di questi generali decida di spostare le armi verso il più sicuro Libano».

A preoccupare Gerusalemme e Washington sono anche i report sul «magazzino» della base di al-Safira. Dentro si troverebbero anche armi di distruzione di massa e i mezzi per trasportarli: dagli Scud-C e Scud-D, in grado di arrivare rispettivamente a 550 e 300 chilometri dal punti di lancio. Per Israele vorrebbe dire essere costantemente sotto tiro dei miliziani sciiti di Hezbollah. Una situazione talmente inaccettabile da spingere il ministro della Difesa, Ehud Barak, a dire ai giornalisti: «Ho ordinato all’esercito israeliano di prepararsi a valutare la possibilità di effettuare un attacco mirato alla Siria».

© Leonard Berberi

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Pronto il piano di intervento militare in Siria di cinque Paesi. C’è anche l’Italia

«Procedere come in Libia». Da un lato armando i ribelli. Dall’altro bombardando i centri militari nevralgici del regime. Perché – è questo il ragionamento che viene fatto – la misura è colma. Non si può più aspettare. Soprattutto dopo che i soldati lealisti di Assad hanno deliberatamente ucciso i due giornalisti, Marie Colvin e il fotografo Remi Ochik, decidendo di bombardare l’albergo che ospitava i reporter stranieri. Altri tre colleghi sono rimasti feriti.

La crisi siriana sembra quindi giunta a una svolta. In molti ambienti diplomatici sull’asse Tel Aviv-Gerusalemme è circolata per tutto il giorno di ieri la notizia – non smentita – che almeno cinque grandi Paesi si starebbero preparando militarmente per intervenire contro Assad. Si tratta – o meglio: si tratterebbe – di Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Turchia e Italia.

Negli ultimi giorni – rivelano alcune fonti – ci sarebbero state telefonate delicatissime tra Washington e Londra, tra Parigi, Roma e Ankara. Ma la cabina di regia delle operazioni sarebbe il ministero degli Affari esteri di Londra, dove i più acuti osservatori avrebbero notato un gran via vai di diplomatici e capi militari. Al centro delle discussioni: cosa fare per risolvere la situazione nel Paese e come muoversi in seguito. Dicono, le stesse fonti, che sul fronte americano, il Pentagono starebbe aspettando soltanto il via libera del presidente Barack Obama, il comandante in capo.

Sarebbe tutto pronto: i piani di attacco militare, quelli di protezione della popolazione. L’unico impedimento sarebbe costituito dal ruolo dell’intervento dei cinque Paesi e da una sua eventuale contraddizione con il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, dove c’è il veto della Russia a qualsiasi attacco. Intanto già da qualche giorno sarebbe iniziato il rifornimento – con armi e denaro – dei ribelli. Le munizioni sarebbero stati trasportati attraverso i confini con la Turchia e la Giordania.

I cinque governi di «volenterosi» starebbero vagliando la possibilità di sfruttare l’incontro degli «Amici della Siria» che ci sarà oggi – 24 febbraio – a Tunisi e dove un’ottantina di Paesi si riuniranno per decidere cosa farne del regime di Assad e come fermare le violenze. Ecco, l’occasione potrebbe essere quella giusta per dare il via definitivo al piano per fermare il bagno di sangue che dura ormai da mesi. Qui un ruolo cruciale lo giocherà il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton: inviata nel Paese nordafricano non solo per tastare gli umori, ma anche per allargare il gruppo di nazioni che decidono di intervenire. Cercando, nello scenario migliore, di convincere Arabi Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Qatar di abbandonare Assad al suo destino.

«I governi di tutto il mondo devono raddoppiare gli sforzi per fermare la campagna di terrore del regime di Assad», ha detto il ministro degli Esteri britannico William Hague. Non ha precisato come. Un modo, a sentire certi vertici militari israeliani, «per lasciare aperta qualsiasi opzione». Certo, resta da capire cosa stanno facendo russi e cinesi. Secondo l’intelligence francese e quella britannica il presidente siriano Assad resta ancora al comando grazie all’aiuto dei satelliti dei due colossi che gli forniscono in tempo reale i movimenti dei ribelli, la loro posizione, le «criticità» del regime. Sembra che anche il palazzo che ospitava i giornalisti stranieri a Homs sarebbe stato individuato grazie ai satelliti russi e cinesi.

Intanto l’ultimo bilancio – aggiornato al 23 febbraio – parla di 8.557 civili uccisi dall’inizio degli scontri (di cui 3.051 soltanto a Homs). I detenuti arrestati perché accusati di attività anti-regime sono 20.065.

© Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: ore 01.50 del 24 febbraio 2012)

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La nave, l’assalto e il bambino

C’è Ekrem Çetin, il capo macchina della Mavi Marmara, che posa rilassato con un bambino di pochi mesi (suo figlio?). Ci sono musulmani che – dalla nave – pregano in direzione della Mecca. Ci sono bandiere palestinesi svolazzanti. E imam che arringano la folla. E donne con il velo. E immagini di persone che sembrano compagni di viaggio. Anzi, di vacanza.

Poi ci sono le istantanee della notte tra il 30 e il 31 maggio. Si vedono i soldati israeliani che arrivano sulla barca. Due corpi senza vita coperti da bandiere. Volti smarriti. Buio pesto che diventa prima luce dell’alba poi giorno pieno.

Tutte queste sono le foto pubblicate sulla pagina Flickr dell’Ihh, l’organizzazione turca che ha organizzato i viaggi pro-Gaza. Ognuno dei lettori si può fare un’idea. Mi permetto di fare soltanto una considerazione: in tutto questo, quel povero bambino – in braccio a Çetin – che c’entra?

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Striscia di Gaza, Erdogan diventa il nome più gettonato per i neonati

Torna di moda dare ai neonati i nomi dei politici famosi. In Israele se la ricordano ancora la storica decisione di un palestinese – Ibrahim Kidasa – di dare ai tre gemelli i nomi di Menachem Begin (ex premier di Gerusalemme), Jimmy Carter (ex presidente Usa) e Anwar Sadat (ex raìs egiziano). L’aveva fatto in onore degli accordi di Camp David del 1978. Accordi che dovevano risolvere la situazione mediorientale.

Poi s’è visto com’è andata a finire. Per loro, i paesi, ancora in crisi. E per i gemellini. Uno, Begin, ucciso a colpi di pistola a metà marzo di quest’anno. L’altro, Sadat, frequentatore abituale delle galere. L’ultimo, Carter, che continua a vivere una vita di stenti e qualche notte in cella per ubriachezza molesta.

Il neonato di Gaza chiamato Reçep Erdogan avvolto in bianco e rosso, i colori della Turchia (foto Ap)

Ora c’è questa famiglia di Khan Younis, sud di Gaza, che ha deciso di chiamare il terzo figlio appena nato come il premier turco, Reçep Erdogan, per ringraziarlo. A renderlo noto – con toni trionfalistici – è il ministro degli Affari interni palestinese.

«Abbiamo iniziato ad ammirare Erdogan ancora prima della sua presa di posizione sulla flottiglia della pace», dicono i neo-genitori. «Il premier turco è una guida preziosa e ha preso decisioni in favore della nazione palestinese e della legittimazione dell’autorità sulla Striscia di Gaza», ha dichiarato il papà, Saleh Abu Shamala.

Da Gaza fanno sapere che Erdogan Jr. non sarà l’unico a chiamarsi così. Anzi. Membri di Hamas ritengono che il nome del primo ministro turco diventerà uno dei nomi più gettonati su tutta la Striscia. Con la speranza – questo va detto – che agli Erdogan palestinesi vada meglio che ai gemelli Begin-Sadat-Carter.

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L’intelligence turca accusa: c’è Israele dietro all’attacco curdo contro i nostri soldati

Un militare curdo del Pkk

Per l’intelligence turca è un chiaro messaggio dei colleghi israeliani. Scrive il quotidiano di Ankara, Zaman, che poche ore dopo il blitz dell’esercito dello Stato ebraico sulla flottiglia pro-Gaza, qualche centinaio di chilometri più in là, membri del Pkk, il partito separatista curdo, assaltavano una nave della marina turca al porto di Iskenderun. Alla fine, sette soldati sono rimasti uccisi dal blitz.

Secondo il giornale turco, il servizio segreto di Ankara sta vagliando la possibilità che dietro all’assalto curdo si nasconda la mano israeliana. Il tutto per lanciare un chiaro messaggio a Erdogan: attenzione che sappiamo come scombussolare gli equilibri del Paese.

Il capo dell’Istituto turco per gli studi strategici ha spiegato al quotidiano che alcune organizzazioni israeliane sono sospettate di aver cooperato con i ribelli curdi che si trovano in Iran. «La paura di questa connessione tra israeliani e curdi non è frutto di una teoria cospirazionista», ha detto l’analista. «Numerosi ex agenti del Mossad – il servizio segreto israeliano – ed ex soldati dell’Idf hanno fatto esercitazioni con combattenti curdi nel nord dell’Iraq».

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Hurriyet pubblica le immagini del blitz. Ma l’esclusiva si trasforma in boomerang

"Le lacrime del commando". E' questa la prima pagine del quotidiano turco Hurriyet che pubblica in esclusiva le immagini dei soldati dell'Idf picchiati dai pacifisti

Le foto, Israele voleva distruggerle. Perché si vedono soldati dell’Idf sanguinanti. E l’immagine di uno dei corpi dell’esercito tra i più forti al mondo non poteva essere macchiata così. Ma quando un quotidiano turco ne è venuto in possesso – recuperandoli dalla memory card di una macchina digitale che si trovava a bordo della nave assaltata, Mavi Marmara – quel tentativo di censura s’è trasformato in un aiuto inaspettato.

In copertina e nelle pagine a seguire, Hurriyet, il giornale più venduto in Turchia, pubblica una decina di foto di quella tragica alba (qui la galleria). Si vedono soldati soccombere. “Pacifisti” usare bastoni. Altri “pacifisti” dare calci o picchiare i militari dello Stato ebraico.

“Aĝlayan Komando”, “Le lacrime del commando”. Questo il titolo di prima pagina. Ma mentre l’intenzione turca era quella di ridicolizzare le truppe israeliane, la pubblicazione ha finito con il confermare la versione dell’Idf sul raid del 31 maggio.

Perché le foto mostrano un soldato sdraiato a terra che tenta di difendere il volto. È circondato da almeno sei persone. Poi c’è un altro soldato che, sanguinante, viene trascinato giù per le scale. In un’altra foto ancora si vedono due attivisti-pacifisti che aspettano gl’israeliani dietro a una porta armati di sbarre di ferro.

«Questa è una chiara prova delle ripetute affermazioni israeliane che la nave trasportava mercenari, il cui solo scopo era uccidere i soldati», ha detto un portavoce dell’esercito dello Stato ebraico. «Le immagini sarebbero state diverse se i soldati avessero scelto di sparare ad ogni civile che si avvicinava. Grazie alla loro forza e alla loro profonda comprensione degli eventi i membri del commando della marina hanno saputo distinguere fra attivisti per la pace e terroristi».

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Erdogan riconosce l’autorità politica di Hamas. Gorillaz e The Klaxons boicottano Israele

Erdogan vs. Netanyahu. Chi vincerà?

Giravolte. «Hamas non è un gruppo terroristico». Parola di Reçep Tayyip Erdogan, primo ministro turco. Che oltre ad allontanare Ankara da Gerusalemme, isola la Turchia dall’Europa. «Hamas ha vinto democraticamente un’elezione». Il governo, poi, ha annunciato di aver avviato la sospensione di tutti i progetti di collaborazione con lo Stato ebraico.

Copia conforme. Dublino è d’accordo con Israele: gli aiuti della nave irlandese “Rachel Corrie”, un’altra flottiglia della Pace che si sta avvicinando a Gaza, saranno trasportati sulla terraferma attraverso il porto israeliano di Ashdod. Da lì proseguiranno con i tir verso la Striscia di Gaza. Ma dalla nave hanno detto «no, grazie, ce la caviamo da soli: dobbiamo rompere l’assedio su Gaza». L’equipaggio ha detto di non essere per nulla spaventato da eventuali blitz dell’esercito israeliano.

Il ritorno. «Tornate ad Auschwitz». E ancora: «Non dimenticatevi cos’è l’11 Settembre». L’Idf ha rilasciato un file audio in cui si sentono chiaramente i pacifisti urlare queste parole ai militari dello Stato ebraico.

Boicottaggi/1. I Gorillaz Sound System e i The Klaxons hanno annunciato di aver cancellato i loro concerti di questa settimana in Israele. Una decisione presa per condannare l’attacco di Gerusalemme alla nave della pace. Entrambi i gruppi dovevano arrivare per suonare all’interno del Festival Pic.Nic., nell’area esposizioni di Tel Aviv. Gli organizzatori dell’evento hanno fatto sapere che i biglietti saranno rimborsati.

Boicottaggi/2. Un sondaggio condotto in Norvegia due giorni dopo l’incidente alla Mavi Marmara ha valutato gli effetti del blitz sui prodotti israeliani: il 9,5% dei norvegesi ha detto di aver già iniziato il boicottaggio dei prodotti dello Stato ebraico mentre il 33,5% si appresterebbe a farlo. Il 29,4% degl’intervistati ha detto, invece, che continuerà a comprare il made in Israel.

Vietato ai minori. Michael Machlof Shma Zeda, 33 anni, docente alla scuola elementare dell’insediamento di Elad (West Bank) è stato arrestato per presunti abusi sui minori.

The Rock. Nonostante lo sconquasso del blitz. Nonostante i morti. Nonostante la pressione internazionale. Nonostante l’assedio che è aumentato di intensità. Nonostante tutto questo, la Borsa delle azioni di Tel Aviv ha registrato performance in linea con le altre settimane. L’indice TA-25 ha lasciato sul terreno solo lo 0,6% nell’ultima settimana. Va meglio il TA-100: negli ultimi giorni ha guadagnato lo 0,2%.

Quarantatre. Palestinesi e israeliani hanno raggiunto quota 43 anni dall’inizio dell’occupazione nella West Bank e a Gerusalemme Est. Una grande manifestazione – palestinese – ha ricordato l’evento nei pressi della strada numero 443, la tangenziale di Gerusalemme che attraversa tutta la Cisgiordania. I manifestanti hanno indossato magliette che inneggiavano alla flottiglia di Gaza. L’esercito israeliano ha sparato gas lacrimogeno per disperdere la folla.

Promesse. I paesi donatori e investitori hanno promesso all’Autorità nazionale palestinese un pacchetto di aiuti per le infrastrutture dell’area e la ricostruzione della West Bank per un totale di un miliardo di dollari.

Cambio di programma. A causa delle vicende al largo d’Israele, la nave da crociera “Pacific Princess” non s’è fermata al porto di Ashdod per fare vedere ai passeggeri le bellezze d’Israele. A bordo c’erano 670 passeggeri e 370 membri dell’equipaggio.

Confronti. Voci raccontano che le organizzazioni della sinistra israeliana scenderanno per le strade di Tel Aviv sabato 5 giugno mettendo in scena una sorta di marcia dell’anti-occupazione. Le stesse voci dicono che gli attivisti della destra si stiano preparando per contrastare con tutte le forze questa possibile protesta.

(a cura di Leonard Berberi)

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