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Quei blocchi di cemento armato e la fine della «normalità»

Un ebreo ultraortodosso camminate di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti dei palestinesi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Un ebreo ultraortodosso cammina di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti degli arabi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Che poi la storia ormai ha iniziato a ripiegarsi. A ripetersi. Non importa se in grande o in piccolo. Perché la certezza da quelle parti, in Medio Oriente, è che prima o poi tutto torna. Tutto si replica. In un copione ormai stanco, fatto di strappi in avanti, di balzi all’indietro, di speranze che s’infiammano e di pessimismo che soffia subito dopo, non appena s’è girato l’angolo. Non appena all’orizzonte un proiettile s’infila in un corpo o una granata piomba in casa nel bel mezzo della cena.

E così vedere i social network riempirsi di foto di blocchi di cemento che vengono posizionati alle fermate del tram di Gerusalemme o dei bus che portano qua e là in Cisgiordania, tra gl’insediamenti, ecco, vedere queste istantanee – scattate con telefonini e tablet e macchine fotografiche – non fanno altro che aumentare la fila, già lunga, degli scoraggiati. Di chi per anni ha creduto, ha combattuto, ha sacrificato la vita in nome della Pace tra i due popoli, della concordia – o almeno del minimo esistenziale che prende il nome di tranquillità – e che ora deve fermarsi, trattenere il respiro, aspettare che il polverone emotivo e informativo si disperda, per cercare di capire se è ancora rimasto qualcosa a cui aggrapparsi, un briciolo di speranza oppure mollare tutto. Dedicarsi ad altro. Magari a convincere i simili che non c’è proprio nulla da fare.

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Dopo le auto e i furgoni guidati da arabi o palestinesi e lanciati a folle velocità questi giorni contro le fermate dei mezzi pubblici dove si trovano soprattutto ebrei e israeliani, con quei blocchi di cemento le pensiline sono diventate presìdi militari. Degli arroccamenti che ricordano quelli usati nelle linee di confine lungo il Golan e la frontiera con il Libano per difendersi al meglio. Piccoli muri che corrono di fianco al Muro. E proprio mentre di qua, in Europa, celebriamo la caduta della nostra barriera, crollata un quarto di secolo fa.

Ma quei blocchi di cemento segnano anche il ritorno di un incubo, quello che per anni – a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila – ha fatto versare fiumi di sangue e lacrime, costretto migliaia di genitori dello Stato ebraico a mandare i figli a scuola, la stessa scuola, in bus separati perché se un kamikaze dovesse farsi esplodere in uno dei mezzi dove si trova uno dei pargoli, almeno si salva l’altro.

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l'attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l’attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Una soluzione ingombrante, questi blocchi di oggi. Un pugno in faccia. Una mazzata all’ottimismo. In fondo in fondo un’idea provvisoria, in attesa che s’inventino la fermata a prova di auto e di bomba. Perché quelle pensiline arriveranno prima o poi. Nel frattempo ci sono questi ammassi di cemento. Quadrati. Parallelepipedi. Grandi. Medi. Posizionati in modo da non far passare alcun tipo di veicolo. Anche se, ne sono convinti molti israeliani, gli arabi s’inventeranno le moto-kamikaze. E allora bisognerà rendere gli accessi ancora più stretti. E la ferita ancora più evidente. E la divisione ancora più profonda.

La verità è che da qualche anno – nonostante qualche incidente – molti abitanti dello Stato ebraico s’erano convinti che un po’ di normalità fosse entrata nella loro vita. I controlli s’erano allentati. Accedere ai centri commerciali era sì vincolato al passaggio veloce di un metal detector, però era diventato quasi un residuato del (recente) passato. E i militari – israeliani e palestinesi – s’erano fatti via via più distesi, più rassicuranti.

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Poi è successo qualcosa negli ultimi mesi. L’area è ritornata a un clima da seconda intifada. I giovani – tutti i giovani – sono diventati all’improvviso delle vittime da sacrificare all’altare dell’estremismo. Non più il futuro, ma semplici oggetti da rapire, da bruciare. Simboli degli agguati e delle vendette agli agguati. Argomenti per risposte militari. Proiettili e razzi con cui far fuori altri adolescenti ancora, altri adulti, altri innocenti trascinati nel vortice della violenza da classi dirigenti non sempre all’altezza dei loro popoli.

E ora eccoci qui. Con la polizia israeliana che da qualche ora chiede ai suoi connazionali di stare alla larga dai villaggi arabi. Non dai paesini della Cisgiordania. Ma dai centri abitati che si trovano all’interno dello Stato ebraico: al Nord (vicino Haifa e verso il Golan), al Centro (tra Tel Aviv e Gerusalemme), al Sud. Con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che – pressato dalla destra del suo partito, messo in discussione dalle formazioni estremiste e criticato dai connazionali – invita gli arabo-israeliani, il 20% della popolazione, a fare le valigie e ad andare a trasferirsi in Cisgiordania, dai palestinesi, se non gli piace la vita nello Stato ebraico. E intanto accusa Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, gli chiede di smetterla di incendiare l’area e di diffondere bugie.

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

E Abbas che – ormai tolte le spoglie della colomba – replica su tutto. Accusa Netanyahu di terrorismo e genocidio. Minaccia fuoco e fiamme. Invita i palestinesi a difendere la Spianata delle Moschee, nel cuore di Gerusalemme (vedi il video sotto con il discorso di ieri, 11 novembre). A non permettere – parole testuali – che «gl’israeliani la contamino» e che gli ebrei preghino «altrimenti si rischia una guerra religiosa globale». Poi annuncia che il mausoleo di Yasser Arafat sarà spostato proprio a Gerusalemme.

Soffiano venti di guerra in Medio Oriente. Ancora una volta. E la sensazione – almeno a registrare il silenzio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea – ecco, la sensazione è che stavolta anche i più ottimisti abbiano perso la voce. Le speranze. E, forse, anche la voglia.

© Leonard Berberi

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Quelle pietre che spezzano il sogno del tram di Gerusalemme

La fermata del tram completamente distrutta a Gerusalemme Est (foto Haaretz)

La fermata del tram completamente distrutta a Gerusalemme Est (foto Haaretz)

Il sogno s’è infranto. Come le pensiline. Come i vetri del trenino. Nonostante l’idea, utopica per alcuni, che questo bastasse a calmare la situazione. A facilitare la vita. A far viaggiare tutti insieme, ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi. Ma ora che è tutto cambiato i vertici di quel «sogno» ammettono: «Se la situazione va avanti così ci fermiamo: la sicurezza dei nostri dipendenti e dei nostri passeggeri prima di tutto».

Tre anni dopo la sua inaugurazione, CityPass, la rete tramviaria che in 13,8 chilometri collega Gerusalemme Ovest a quella Est, deve fare i conti con la realtà. Ferita dai continui attacchi e lanci di pietre da parte araba che, ad oggi, hanno danneggiato nove tram su un totale di 23. Il quaranta per cento della flotta – spiega l’azienda – «è fuori uso». Una replica di quanto successo ad agosto: due mesi fa i tram colpiti furono 15 su 23.

Una donna palestinese con i suoi figli aspetta di salire sul tram a Shuafat, area a Gerusalemme Est (foto di Sliman Khader/Flash90)

Una donna palestinese con i suoi figli aspetta di salire sul tram a Shuafat, area a Gerusalemme Est (foto di Sliman Khader/Flash90)

La nuova area «calda» della crisi israelo-palestinese è qui, a Gerusalemme Est, soprattutto nelle fermate di Shuafat e Beit Hanina. Da luglio a oggi ci sono stati più di cento attacchi contro i bolidi color alluminio. Soltanto sabato sera se ne sono contati cinque. Vetri in frantumi, per fortuna nessun ferito e la necessità per CityPass di riorganizzare gli orari di passaggio sulla base dei mezzi ancora operativi. Ci saranno rallentamenti e, fa sapere l’azienda, non si potranno fare i biglietti alla fermata di Es-Sahl Shuafat, l’epicentro delle violenze.

Violenze che secondo l’amministratore delegato di CityPass, Yaron Ravid, dovevano restare nascoste. «La polizia ci ha chiesto di non divulgare informazioni sui lanci di pietre contro i nostri tram – ha spiegato qualche giorno fa – perché questo avrebbe danneggiato la reputazione delle forze dell’ordine e avrebbe incoraggiato i violenti». «Ho piena fiducia nella polizia, ma anche la giustizia deve fare la sua parte: basta con la scarcerazione veloce di chi è stato arrestato per violenze contro la linea tramviaria», ha aggiunto Nir Barkat, sindaco di Gerusalemme.

Passeggeri musulmani e ultraortodossi all'interno del tram di Gerusalemme (foto di Miriam Alster/Flash90)

Passeggeri musulmani e ultraortodossi all’interno del tram di Gerusalemme (foto di Miriam Alster/Flash90)

Costata 300 milioni di euro e dopo aver richiesto dodici anni di lavori e disagi nella città contestata, la linea tramviaria ora rischia di essere ridimensionata escludendo le stazioni di Gerusalemme Est. Che Shuafat sarebbe stata un’area problematica per il tram lo si era intuito già prima dell’inaugurazione. «La metropolitana leggera comprende tre stazioni in Shuafat, nella parte araba. Questo costituisce un disagio per lei?», chiedeva una delle domande di un sondaggio distribuito tra i futuri passeggeri israeliani.

Prendere il tram da Gerusalemme Ovest e Gerusalemme Est era diventato un appuntamento da non mancare per molti turisti. Non solo per vedere come cambia la città. Ma anche come si modificano i costumi e i suoni in così pochi metri quadrati viaggianti. In tutto questo non c’è stato alcun incidente di rilievo. Tanto che molti analisti avevano iniziato a parlare di «silenziosa riunificazione di Gerusalemme». Una riunificazione che s’è infranta alla prima crisi.

© Leonard Berberi

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Gerusalemme, un ragazzo batte il tram in velocità

Non son bastati gli anni (travagliati) di lavoro: 12. Non son bastati nemmeno i soldi (tanti, troppi) spesi per costruire l’intera rete: 300 milioni di euro. E non son bastate nemmeno le polemiche e le paure di attentati. Per non parlare del fastidio e dei disagi nel dover ogni giorno aver a che fare con la polvere, con i reticolati, con il cemento sparso un po’ ovunque, con la ferraglia mollata ai lati delle strade e i blocchi stradali.

Il tram dei desideri, quel CityPass che in 13,8 chilometri collega Gerusalemme Ovest a quella Est, continua a far parlare. Per carità: per ora di incidenti – tra arabi ed ebrei – non ce ne sono stati. Le pietre sono ancora al loro posto. La polizia ogni tanto controlla, ma non è che sia dovuta intervenire granchè.

Il problema, per ora, è un altro: la velocità. «Va così lento questo tram che facciamo prima a fare il percorso a piedi», è il lamento di molti. Frase fatta, certo. Lo si dice anche di certi mezzi pubblici di Milano e Roma.

Poi però qualcuno ci ha pensato su e quel percorso l’ha davvero fatto a piedi. Michael Spivak (foto in alto), 28 anni, studente alla Hebrew University, s’è messo un paio di giorni fa a camminare a passo di jogging di fianco al tram. Alla fine dei 13,8 chilometri di binari e ferraglia la conferma: quel treno è davvero lento. Spivak è arrivato per primo al capolinea di Pisgat Ze’ev staccando il bolide di quattro minuti.

La notizia non è irrilevante. Appena s’è sparsa la voce che un ragazzo aveva battuto il tram in velocità il Comune di Gerusalemme ha detto subito che il mezzo pubblico sarà impostato per aumentare i chilometri orari. «Quando l’ho visto per la prima volta – ricorda Spivak – mi sono chiesto se sono io o davvero questo tram procede come una tartaruga». Dopo una veloce verifica sul campo, la conferma: il «problema» è nel CityPass.

Leonard Berberi

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Gerusalemme, parte ad agosto il tram delle polemiche

Il tram dei desideri – e della discordia – è pronto. O quasi. Mancano solo le ultime rifiniture e qualche smussatura. Più politica, a dire il vero, che tecnica. Anche se sono passati anni dal primo progetto.

E allora. Da agosto tutti sul trenino elettrico che taglia in due Gerusalemme. Il primo mezzo di questo tipo in una città che ormai non ci sperava più. Anche se i lavori continuavano, i blocchi stradali pure e i cubi di pietra erano lì a molestar cittadini e turisti.

La storia, ecco quella è un po’ travagliata. Come tutto a Gerusalemme. Il tram avrebbe dovuto essere operativo già nel 2006. Ma poi, vuoi per polemiche politiche, vuoi per una gestione problematica dei lavori (dati ai privati), ecco quel tram non è mai partito. Per non parlare dei gruppi di attivisti filo-palestinesi: i più contrari alla realizzazione dell’opera perché – secondo loro – il percorso attraversava la Linea verde del 1967 e quindi collegava la parte Ovest con quella Est, a maggioranza araba e piena d’insediamenti ebraici. Ecco, secondo i contestatori, l’itinerario non era stato pensato in quel modo per facilitare la mobilità, ma per l’indivisibilità di Gerusalemme.

A dire il vero, il tram ha avuto tutto il tempo di far arrabbiare anche la comunità ebraica ultra-ortodossa. Nel progetto non erano previsti vagoni “kosher”, convogli dove uomini e donne avrebbero dovuto viaggiare in spazi separati. «Polemiche marginali», secondo il Jerusalem transportation master team, l’ente pubblico che ha il compito di risolvere i problemi di traffico di Gerusalemme. Polemiche che «eccitano molto la stampa, ma poco la popolazione».

«La linea soddisfa i bisogni di tutti gli abitanti e ne migliora la qualità della vita, a prescindere dalla loro fede o gruppo di appartenenza», ha detto Nir Barkat, primo cittadino della città contesa. «Prevediamo che 100mila persone al giorno utilizzeranno questo nuovo sistema di trasporto che annuncia le fermate in inglese, ebraico e arabo».

I ritardi hanno fatto lievitare il costo finale del progetto a 1.4 miliardi di nuovi shekel (quasi 300 milioni di euro). E i problemi, a dire il vero, non sono tutti risolti. Tanto che persino durante la conferenza di presentazione del servizio alla stampa uno dei veicoli si è guastato, obbligando tutti gli invitati ad andare a piedi.

«Dobbiamo sistemare alcuni dettagli – ha ammesso Barkat, molto imbarazzato –, ma intendiamo rispettare la scadenza di agosto. Magari non potremo attivare tutta la linea. Una parte sarà sicuramente aperta». Ecco, son cinque anni che Gerusalemme aspetta il suo tram. Mese più, mese meno non fa tanta differenza. Solo che, annuncio dopo annuncio, intoppo dopo intoppo, questo più che tram dei desideri è diventato un tram che si fa desiderare.

© Leonard Berberi

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Gerusalemme, la nuova linea dei tram spaventa gli israeliani

Uno dei tram nuovi di zecca che tra poche settimane entrerà in funzione nella linea tramviaria che collega gli estremi di Gerusalemme

Le domande erano buttate là, proprio in fondo e mischiate alle altre. «La metropolitana leggera comprende tre stazioni in Shoafat, nella parte araba. Questo costituisce un disagio per lei?». E ancora: «Tutti i passeggeri, siano essi ebrei e musulmani, entreranno nel treno liberamente e senza il controllo del conducente. Per lei è un problema?».

A poche settimane dall’avvio ufficiale del CityPass (il servizio di metrotranvia che taglia tutta Gerusalemme a metà), un sondaggio distribuito tra i futuri passeggeri israeliani cerca di capire le reazioni della componente ebraica. E riporta a galla le preoccupazioni espresse già ai tempi della presentazione del progetto. Uno dei capolinea, infatti, si trova nella parte est della città contesa, quella a maggioranza musulmana. Le ultime fermate saranno in pieno territorio arabo: Shoafat, Sheikh Jarrah e la Città vecchia. Zone che, durante la settimana, sono spesso teatro di scontri tra palestinesi e l’esercito israeliano.

Ma qualcuno non ha reagito bene a questo tipo di domande. Ofra Ben-Artzi, attivista di sinistra (e cognata della moglie del premier Netanyahu), non è andata troppo per il sottile: «Questo tipo di test – ha detto al quotidiano Haaretz – la dice lunga sul livello di razzismo che abbiamo raggiunto nella società israeliana».

Il video di presentazione della linea tramviaria di Gerusalemme

Il fatto è che, al di là delle dichiarazioni semi-politiche, il tram dei desideri secondo molti ebrei rischia di diventare quello degli incubi. Uno dei problemi più urgenti riguarda la sicurezza e la capacità di resistere agli attacchi terroristici. Se un bus contiene qualche decina di passeggeri, il Citypass ne trasporta centinaia. E questo renderebbe i treni cittadini obiettivi di valore più elevato per i terroristi.

Ma fonti vicine al progetto – realizzato da un consorzio di società francesi capitanate dall’Alstom – rassicurano. E lo fanno con un ragionamento: la rete ferroviaria collega gli estremi della città, passa senza creare problemi e discriminazioni dai quartieri ebrei a quelli musulmani e viceversa. Quanto basta – basterebbe – per ridurre al minimo il rischio di attacchi terroristici. La spiegazione però non ha convinto tutti. Servizi di sicurezza compresi. Che, proprio per questo, vigileranno i vari tragitti per qualche settimana.

Leonard Berberi

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