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E il turismo gay arriva nelle basi militari israeliane

Soffriranno pure di crisi di popolarità. Saranno pure accusati di commettere atti criminali contro i palestinesi. Ma i soldati israeliani dell’Idf sono entrati a far parte – secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth – dell’immaginario collettivo omosessuale mondiale. Ed è per questo che il turismo verso Israele, da qualche settimana deve tenere conto anche delle comitive di gay che arrivano nel Paese, sì per vedere le bellezze naturali, ma anche per entrare nelle basi militari israeliane a vedere i militari all’opera. Quando si dice: il fascino della divisa.

Sono così nati bouquet di viaggi che prevedono passaggi in luoghi insoliti per il turismo. Per non parlare di partnership. Come quella – scrive Yaniv Halily -, tutta americana, tra la Steele Travel e la Lucas Entertainment. La prima è un’agenzia turistica dedicata ai gay. La seconda è una società di produzione cinematografica porno.

Proprio quest’ultima, d’accordo con i vertici militari, avrebbe iniziato a portare i turisti omosessuali in giro per le basi militari. In ricordo di quella visita, agli stranieri viene data una foto ricordo di un soldato israeliano. “Il prossimo tour durerà nove giorni – racconta Michael Lucas, attore porno, titolare della Lucas Entertainment, nato in Russia da una famiglia ebrea ed emigrato negli Usa a 25 anni -. Porteremo i ragazzi a vedere anche i bellissimi soldati dell’Idf”. Costo del viaggio? Al netto delle spese di volo, il tutto costerà 2.800 dollari.

E gl’israeliani cosa ne pensano? “Tutto questo è disgustoso, spero che li blocchino in aeroporto”, scrive sul sito Ynet, Hadassah, di Gerusalemme. “Non sono contro i gay – continua – ma l’idea di mettere anche i militari nel mercato della carne non mi piace proprio”. Anche Brod, che scrive dagli Usa, non è per niente d’accordo: “Spero che Israele cacci fuori il produttore cinematografico perché così tenta di indebolire l’Arma”. “Sono disgustato, se tutto questo è vero”, scrive Jl. Ma c’è anche chi, come Marc Feldman di Haifa, ringrazia Lucas “per tutti i turisti che porta in Israele. Abbiamo bisogno di ogni dollaro e di dimostrare che il nostro è un Paese aperto e tollerante”.

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Le dimensioni non contano

L'home page della campagna promozionale su Israele

Scena numero uno: due giovani a letto con la ragazza che guarda verso le parti intime del ragazzo. Inizia a fare delle facce e a dire: “E’ troppo piccolo!”. Scena numero due: il ragazzo non la prende bene e replica. “Sarà pure piccolo, ma te l’assicuro che è un piccolo angolo di Paradiso”, dice. Scena numero tre: stacco sulla cartina d’Israele e una scritta. “Size doesn’t matter”, le dimensioni non contano, appunto.

In cinquanta secondi di promo, le comunità ebraiche canadesi hanno deciso di sponsorizzare così il turismo verso Israele. Mettendo su una vera campagna che ha come titolo principale proprio “Size doesn’t matter”.

Ma non sono mancate le polemiche. Richard Silverstein, blogger ebreo: “La pubblicità non tiene conto della complessità e della ricchezza d’Israele”. Neal Ungerleider, scrittore statunitense: “Promo che fa ridere, ma manca completamente l’obiettivo principale che è quello di incentivare a visitare il Paese. Eppoi – rincara – in ogni studio pubblicitario ti dicono che accostare uno stato ai genitali non è che sia proprio il massimo”.

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Turisti e pr

La hall dell'aeroporto internazionale "Ben Gurion" di Tel Aviv

Consiglio numero uno: “Esprimersi sempre in maniera chiara e stringata”. Consiglio numero due: “Ascoltare con attenzione le tesi altrui”. Consiglio numero tre: “Evocare esperienze di carattere personale”. Consiglio numero quattro: “Non rinunciare mai ad una dose di umorismo”.

Prove tecniche di promozione del proprio Paese. I cittadini israeliani che escono fuori dai confini avranno da oggi un compito importante: diffondere la buona novella sullo stato israeliano. Insomma, turisti-pr.

Per difendere l’immagine del Paese dagli attacchi dei suoi avversari politici, il governo di Gerusalemme ha pubblicato un apposito libretto informativo che da oggi sarà offerto ai suoi cittadini in partenza per l’estero (il suo contenuto viene diffuso anche su internet).

L’obiettivo, ha spiegato il ministro per l’Informazione Yuli Edelstein, è di mettere gli israeliani nelle condizioni di sostenere discussioni argomentate con i loro interlocutori all’estero, e fornire loro informazioni aggiornate per migliorare la immagine dello Stato ebraico e di combattere una serie di “miti” che secondo il governo hanno preso piede. Quali? Che Israele sia una teocrazia. Che gli israeliani non vogliano la pace. Che in passato ci sia stata un Palestina araba. Che il conflitto israelo-palestinese sia all’origine del terrorismo nel mondo.

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attualità, economia

In Israele, boom dei turisti cattolici

Colonne secolari a Cesarea

Sarà pure un Paese per ebrei, ma i cattolici non scherzano. O meglio, i turisti seguaci di Cristo. Nonostante la crisi. Nonostante la tensione interreligiosa sempre presente. Nonostante tutto. Perché nel primo mese del 2010, i pellegrini cattolici hanno trainato il turismo in Israele.

A registrare gli aumenti più consistenti – secondo il ministero israeliano del Turismo – sono stati i brasiliani e gli italiani. Paesi prevalentemente cattolici, appunto. In cifra assoluta, la Francia resta prima, con 11.500 ingressi – nel gennaio scorso -, seguita da Italia (6.700), Polonia (6.000) e Brasile (3.700).

Se si va a guardare il tasso di crescita, notevole il +171% dal Brasile, il +81% dall’Italia e il +60% dalla Polonia rispetto al gennaio 2009 (mese che ha visto l’offensiva militare di Israele proprio contro la Striscia di Gaza).

Secondo il ministro Stas Misezhnikov – stando a quello che scrive l’Ansa – si tratta di un successo legato anche a quelle operazioni “di marketing”. Oltre che ai 10 milioni di shekel (due milioni di euro circa) investiti dal dicastero per una campagna pubblicitaria ad hoc riservata proprio ai Paesi cattolici. “Il turismo cattolico ha ancora un ampio potenziale di crescita e il ministero continuerà a investire, facendo leva sul patrimonio religioso, storico e archeologico di Israele”, ha detto Misezhnikov.

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attualità

Il turismo dell'”occupazione”

Dieci ragazzi di una scuola di fotografia di Roma. Uno studente giapponese con gli occhiali Gucci. Un pastore protestante di nazionalità francese. Tra di loro non si conoscono. Non sono “amici” su Facebook. Ma si trovano tutti nello stesso posto. E nello stesso istante. Bil’in. Palestina.

Cosa ci facciano in questo pezzo di terra che è sempre attraversata da manifestazioni imponenti e da scontri tra soldati israeliani e palestinesi non è chiaro. O meglio. Una cosa sola è certa: sono a Bil’in come turisti. Ma dell'”occupazione”.

E’ la nuova frontiera del turismo. Andare in un posto perché c’è qualcosa da vedere. Che non è un monumento o un museo o un fiume o una costruzione. Ma perché c’è lo scontro armato.

E, come ogni normale posto visitato, c’è un continuo scattare di foto. Con macchine professionali, digitali o – più semplicemente – con il cellulare. Un’istantanea alle madri che urlano. Un’altra ai giovani che lanciano pietre. Un’altra ancora alle divise dei soldati israeliani. Qualche primo piano di un bossolo rimasto per terra o del volto di un bambino e via, tutti a casa (in Italia, Giappone o Francia che sia) a pubblicare le foto su Facebook, su Flickr. A inserire i video su YouTube. E, soprattutto, a far vedere quel pezzo di realtà agli amici, ai genitori, ai colleghi di lavoro. Così, come se si trattasse delle Maldive o delle meraviglie di Sydney. E per dire a tutti i conoscenti “io ci sono stato”. A far cosa non si sa. Se non per vanto personale.

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attualità

Questione di immagine

Un Paese con più di 4 milioni di pr. Su 7.509.000 abitanti. Questo diventerà presto Israele. Non pr qualsiasi, ma al servizio della nazione. Perché lo Stato ha un problema. D’immagine.

I dati del sondaggio dell’Istituto Kelim Shluvim non lasciano scampo: il 91% del campione intervistato pensa che Israele abbia un problema “molto grave” e “grave” per quanto riguarda l’opinione che il mondo ha dello Stato ebraico. Un altro 90% pensa che il mondo ritiene Israele un territorio che soffre il terrore e la guerra. E, infine, otto su dieci sono convinti che il resto del pianeta ritenga il loro Paese “aggressivo e violento”.

Così il ministro dell’Informazione e della Diaspora, Yuli Edelstein, ha pensato di ingaggiare i 4,2 milioni di israeliani che ogni anno viaggiano nel mondo come turisti per affidare loro il compito di “promuovere l’immagine del Paese”.

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economia

Meno undici

Il salone d'attesa dell'aeroporto internazionale "Ben Gurion" di Tel Aviv

Meno undici. In undici mesi. Crolla il numero dei turisti stranieri che decidono di visitare Israele. Un po’ per la crisi economica. Un po’ per l’instabilità dovuta all’operazione “Piombo fuso” nella Striscia di Gaza.

Nel periodo gennaio-novembre, hanno varcato i – controllatissimi – confini israeliani 2.486.000 stranieri. Oltre un decimo in meno – secondo l’Istituto nazionale di statistica – rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Analizzando gli ingressi, poi, l’Istituto ha contato che tra gennaio e febbraio 2009 s’è verificato il crollo maggiore: -25%. Un po’ meglio tra marzo e giugno (-18) e stabile nel periodo luglio-novembre (-2).

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