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“Niente case ai non ebrei”, altri 250 rabbini dicono sì all’appello incriminato

La lettera dei 50 rabbini nella quale si chiede agli ebrei di non affittare le case agli arabi e agli stranieri

Circa 250 rabbini si sono associati al proclama emesso alcuni giorni fa da una cinquantina di rabbini che hanno condannato la vendita o l’affitto di case e terre a non ebrei. Secondo il quotidiano Yedioth Ahronoth tra i nuovi firmatari ci sono dozzine di rabbini stipendiati da municipi dove hanno il compito di assicurare l’erogazione dei servizi religiosi.

I rabbini giustificano la loro presa di posizione sostenendo che è conforme a un preciso divieto della Torah di vendere beni immobiliari a non ebrei. L’iniziativa ha suscitato già nei giorni scorsi numerose reazioni di severa condanna del presidente, del primo ministro e del presidente della Knesset, oltre a quelle di numerose altre personalità del mondo politico e culturale e di rabbini che hanno affermato posizioni opposte.

A loro si sono ora aggiunti lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, secondo il quale i firmatari del proclama «hanno inferto un duro colpo ai valori fondamentali della nostra vita come ebrei e come essere umani in uno stato democratico».

Anche il presidente dell’Associazione Internazionale dei Sopravvissuti all’Olocausto, Noah Flug, si è associato alla condanna, chiedendo ai rabbini di ritrattare un proclama che gli ha rammentato la sua esperienza di vita durante il nazismo, quando era vietato vendere o affittare appartamenti agli ebrei. «Mai avrei pensato – ha detto – che nel nostro paese potesse succedere una cosa simile». (Ansa)

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Israele, la siccità continua. E i rabbini invocano l’aiuto di Dio

E ora non resta che invocare Dio. Perché sono mesi che su Israele non cade una goccia d’acqua. E gli acquazzoni, ormai, sono solo un ricordo. Anche a novembre inoltrato in alcune aree continua a fare caldo. Così caldo che il terreno si sta spaccando per l’arsura.

È per questo motivo che il Rabbinato ha disposto che tutte le sinagoghe del Paese inseriscano tre invocazioni speciali tra le preghiere quotidiane. E ha proclamato ieri una giornata di «digiuno, preghiera e pentimento».

Una decisione che in realtà è già prevista dal Talmud. In questo testo sacro, infatti, è prescritto che quando la pioggia si fa attendere troppo, allora si può invocare l’aiuto di Dio.

Le preghiere speciali – hanno deciso i rabbini – «devono essere recitate in tutte le sinagoghe» e, in quelle in cui ci sono almeno dieci fedeli di sesso maschile che digiunano, «deve essere effettuata una lettura straordinaria della Torah, supplicando l’Altissimo di mandare pioggia».

Leonard Berberi

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Nel cuore di Hebron ebrei e musulmani si mettono a giocare a calcio. E si divertono

La partita di pallone tra israeliani e palestinesi nel cuore di Hebron, la città divisa e tormentata dalle violenze (foto di Yair Altman)

La partita di calcio – e di Pace – quando e dove meno te l’aspetti. Yair Altman, giornalista del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth è a Hebron. Il cuore, tormentato, della Palestina. Il cronista sta seguendo i diecimila ebrei arrivati in città per visitare il pezzo di Torah alla Tomba dei Patriarchi. Un edificio religioso per gli ebrei, ma anche per i musulmani. Perché la Tomba dei Patriarchi è anche la Moschea di Abramo/Ibrahim.

E comunque. Alla fine della cerimonia religiosa, Altman assiste a un evento che non si registrava da anni: una partita di calcio, appunto. Ma giocata tra ebrei e musulmani. Soprattutto: senza forze di polizia a proteggere gli uni o gli altri. È successo tutto sabato pomeriggio. E per capire quanto la giornata sia stata storica bastava guardare anche ai negozi palestinesi: erano rimasti aperti per i clienti ebrei.

Tutto è iniziato – racconta Altman – quando alcuni giovani israeliani, visitando la città, hanno visto alcuni coetanei musulmani giocare con un pallone da calcio. A quel punto gli ebrei si sono uniti e hanno formato delle formazioni miste. Si sono messi a giocare. A guardare la scena, poliziotti dell’Anp e i soldati dell’esercito di Gerusalemme. Che, per la prima volta, non hanno premuto grilletti, ma si son divertiti a fare il tifo.

«C’è stato un tempo in cui israeliano e palestinesi avevano un ottimo rapporto», ricorda Noam Arnon, portavoce della Comunità ebraica di Hebron. «Dopo quello che abbiamo visto sabato la nostra intenzione è tornare a quegli anni». Basterà una partita di pallone?

Leonard Berberi

Leggi anche: Cartolina da Hebron, il cuore tormentato della Cisgiordania

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Baruch Goldstein il “mite” e il massacro di Hebron

Baruch Goldstein

Con quella faccia così sorridente non spaventava nessuno Baruch Kappel Goldstein. Sempre gentile. Sempre devoto. Sempre al servizio di tutti. Lui, un fisico ebreo di Brooklyn, New York. Proprio come Albert Einstein. E all’Albert Einstein College of Medicine aveva finito gli studi. Davanti: un futuro da stimato professionista.

Solo che a un certo punto Baruch incontra il rabbino Meir Kahane. Studia la Torah. S’iscrive alla Jewish Defense League. Che dalle parti degli States non è niente. Se non una rivendicazione di appartenenza. E una richiesta di salvaguardia della cultura ebraica. Ma a 8.970 chilometri di distanza, a Hebron, tutto questo diventa minaccia di vita, rabbia. Follia. Ed è proprio a Kiryat Arba, una manciata di passi da Hebron, città dei Patriarchi, che Baruch si trasferisce. Inizia a servire nell’esercito israeliano come medico. Si sente finalmente a casa. Aiuta tutti. Tranne i musulmani. Tranne i palestinesi. Quelli no, ché sono degl’invasori. Degli uomini malvagi. Degli usurpatori della terra dei padri dell’Ebraismo.

A Hebron Baruch diventa un uomo sempre più tormentato. Assalito dalla rabbia. Da un tarlo che non lo lascia in pace. Proprio lui, ch’era nato in pace. E che, più di tutti, aveva assaporato l’ebbrezza della libertà di movimento, di studio, di pensiero, di parola. Di vita.

Ma la vita per Baruch inizia a perdere peso. E senso. Si guarda intorno. Minaccia le persone a parole. Forte della divisa verde. E della fede in Dio. Fino a quando, nel bel mezzo del Purim, una delle feste ebraiche più felici, non si mette in testa che Hebron debba essere liberata. Purificata. Riportata alla luce. Così, il 25 febbraio 1994, saluta la moglie Miriam, tutto infagottato nella divisa militare. La bacia. Le concede un sorriso. Poi s’allontana. Con la scusa di prestare servizio. Di salvare vite umane. Vite ebraiche. Le uniche che contano.

Intorno è la solita vita. Litigi quotidiani tra ebrei e musulmani. Bambini che schiamazzano. Ragazzini che lanciano pietre da una parte all’altra. Preghiere arabe. Canti ebraici. Un carrettino trainato da un cavallo in cerca disperata di improbabili turisti. Un suk pieno di cianfrusaglia. E un bar che non è un bar, ma una composizione spoglia di quattro antichissime mura. Ché quella è la città vecchia. Secolare. Tormentata.

Baruch fa pochi passi. Quelli che gli servono – secondo lui – per mettere le cose a posto. Entra nella Tomba dei Patriarchi. Che, per quegli scherzi del Destino, è anche una moschea. La moschea di Ibrahimi. Dentro, almeno duecento persone. Duecento fedeli musulmani. A piedi nudi. Chini verso la Mecca. Adoranti verso Dio. Allah. Un Signore che in quel momento non passava di là. Perché Baruch inizia a sparare. All’impazzata. Decine di colpi. Da destra a sinistra. Da sinistra a destra. Colpi verso qualsiasi cosa si muova. E intanto urla. Canta. Prega. Adora Dio. Il suo Dio. Che non è un nemico di quello dei musulmani. Ma questo Baruch non lo sa. O meglio, lo rifiuta.

Il deserto della Hebron ebraica (foto L.B.)

E intanto cadono proiettili. Così tanti che bisogna sommare le gocce di pioggia cadute negli ultimi mesi su Hebron per pareggiare il conto. Gli uomini palestinesi urlano. Sprizzano sangue che sembra un grande sacrificio. Peggio, l’Apocalisse. Un’Apocalisse senza fine. Minuti interi di colpi d’arma da fuoco. Che fermano Hebron. Gelano il sangue. E chiudono una volta per tutte il libro della possibile convivenza tra ebrei e musulmani. Almeno da quelle parti.

Poi qualcuno prende un estintore. Lo sbatte contro la testa di Baruch. Lo tramortisce. Gli toglie il fiato. Gli spegne il tipico sorriso. Accanto a Baruch Kappel Goldstein ci sono 29 corpi. Tutti senza vita. E 125 altri corpi. Che respirano a malapena. Feriti. Una carneficina. Nella casa del Signore.

Da lì è iniziato tutto. E non è mai finito. Sassaiole, spari, urla, spintoni. E morti. Altri ancora. 25 palestinesi. 5 coloni israeliani. E la decisione finale: dividere in due la città.

Sedici anni dopo, a Hebron non è cambiato nulla. Le pietre continuano a volare da una parte all’altra. L’odio continua a governare la città. La rabbia continua ad allevare generazioni di ebrei e musulmani. La morte a vincere sulla vita. Solo che ora a Hebron c’è un muro. A tratti visibile. A tratti no. Poi ci sono tante reti. E segni di sparatorie. E famiglie spezzate.

Per vedere il più grande fallimento di cui l’uomo è capace bisogna venire qui. A Hebron. Nel bel mezzo del vuoto. Un vuoto fisico. E mentale.

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cartoline

Postcards from Middle East / 36

Un giovane ultraortodosso legge la Bibbia alla scuola Nahardea, vicino Tel Aviv. In una delle regioni dove la tecnologia è fiore all'occhiello non soltanto di Israele, ma anche dell'intero Medio oriente, queste scuole religiose iniziano - secondo molti residenti della città - a creare dei problemi e a frenare il progresso dell'area (Darren Whiteside / Reuters)

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cultura

Non ora (et labora)

Sguardo di disapprovazione di un ebreo ultraortodosso nei confronti di una donna in preghiera (Afp)

Gerusalemme non è una città per religiosi. Di sesso femminile. Chiedere a Nofrat Frankel, che rischia fino a 6 mesi di reclusione e 3.000 dollari di multa per aver pregato davanti al Muro del Pianto indossando il talit (uno scialle) e aver letto la Torah. “Sono oggetti che possono usare soltanto gli uomini”, urlano i rabbini di Gerusalemme. Con il rabbino capo del Muro ovest, Shmuel Rabinovich, che ha parlato di “provocazione inaccettabile”.

La battaglia degli ultraortodossi, partita dal quartiere Mea Shearim, ormai è a tutto campo. Contro Internet. Contro i trasporti pubblici che ospitano entrambi i sessi. Contro i residenti stranieri colpevoli – ai loro occhi – di comportamenti blasfemi. E contro le donne che vogliono pregare come gli uomini.

L’associazione che riunisce queste religiose si chiama “Women of the Wall” (WoW). Un venerdì, il giorno d’inizio dello Shabbat, in 200 si sono presentate di fronte al Muro e si sono messe a pregare. Incuranti della pioggia leggera. E, soprattutto, del cumulo di ebrei maschi che, col tipico abbigliamento degli ultraortodossi, urlavano “naziste”, “andate via da qui”.

Lo spazio di preghiera di fronte al Muro è diviso in due: un pezzettino è riservato alle donne. Che, però, possono soltanto cantare e non pregare. A pochi metri da loro, gli uomini intonano preghiere, leggono la Torah, indossano il talit. “Ma i nostri libri sacri non prevedono la discriminazione”, dice Anat Hoffman, leader del Wow, a Yedioth Ahronoth. Anche se una sentenza del 2003 della Corte ha stabilito che le donne del WoW non potranno pregare sul Muro per ragione di ordine pubblico.

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attualità, politica

Idf (made in Torah)

(foto: Rachel Papo)

Sono in duecento. Stanno per entrare nelle forze armate. E promettono l’insubordinazione. Tutto in nome della Torah. E guai a chi li contesta.

La petizione che impegna le future leve dell’Idf a rifiutare gli ordini che dovessero violare la legge di Mosè ha avuto poco successo. A livello numerico. Perché, sul piano politico, mette ancora più all’angolo il ministro della Difesa, Ehud Barak (Labour). Reo, quest’ultimo, di voler penalizzare i coloni. E di aver punito una Yeshiva (collegio rabbinico) che, in pratica, ordinava ai soldati di disubbidire ai comandi e di spalleggiare gli insediamenti.

“Ci rifiuteremo di ubbidire a ogni ordine che, a giudizio dei nostri rabbini, violi la Torah – hanno minacciato i ragazzi nella petizione -. La fedeltà alla Torah supera quella a cui siamo tenuti alle forze armate”. In particolare, precisano, lo sgombero di insediamenti ebraici “é contrario all’obbligo religioso di insediarsi ovunque nella Terra di Israele”.

Grattacapi per Barak. Per Netanyahu. E per Obama.

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