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Ancora razzi e raid tra Gaza e Israele: lo spettro di un’«Operazione Piombo fuso 2»

Paracadutisti dell’esercito israeliano in attesa di salire sull’aereo militare (foto di Boaz Guttman)

Tu chiamala, se vuoi, operazione «Piombo fuso 2». Mentre si «calmano» gli spiriti sul dossier iraniano, ai piani alti dell’esercito israeliano ora guardano alla Striscia di Gaza. Le voci si rincorrono da giorni. C’è chi giura di aver anche visto una bozza del piano d’intervento armato. E chi di aver sentito il premier (uscente) Benjamin Netanyahu dire a Tony Blair, inviato del Quartetto che «la situazione sta diventando intollerabile: dobbiamo fermare subito il lancio di razzi contro il mio popolo».

Non si tratterebbe soltanto di raid aerei. Che, tra l’altro, da giorni ormai caratterizzano i cieli palestinesi. Si parla di uomini da mandare faccia a faccia con i miliziani del braccio armato di Hamas. La voce è diventata qualcosa di più lunedì sera. Quando, durante l’edizione del tg più seguito nello Stato ebraico – quello di Canale 2 – il colonnello Amir Baram, numero uno della brigata dei paracadutisti, ha detto: «L’esercito potrebbe ricorrere a un’altra incursione via terra nella Striscia».

Vista la portata, Baram ha precisato subito dopo che stava parlando a titolo personale. «Si tratta soltanto di una mia opinione», ha aggiunto. Poi però ha anche detto qualcosa che a molti è sembrato una sorta di sintesi dell’intervento. «Penso che non ci sia molta scelta: dovremmo per forza entrare con i nostri uomini a Gaza. E dovremmo farlo anche presto. I miei uomini potrebbero anche dover ricorrere alla caccia all’uomo casa per casa per mantenere la calma nell’area e far smettere l’invio di razzi su Israele».

Paracadutisti dell’esercito israeliano all’interno di un velivolo militare (foto di Boaz Guttman)

L’obiettivo ufficiale: la deterrenza. «Hamas sa benissimo che a loro non conviene scatenare la nostra forza militare anche via terra», ha spiegato Baram. Che ha anche rivelato il tipo di esercitazioni che si stanno facendo in questi giorni: lo scenario principale prevede scontri armati in un contesto «densamente abitato». «Dobbiamo essere pronti a combattere anche in aree affollate», ha detto Baram.

Negli ultimi giorni decine di razzi – sparati dalla Striscia di Gaza – sono piovuti in territorio israeliano. L’esercito dello Stato ebraico per ora risponde a colpi di incursioni aeree uccidendo alcuni leader dei miliziani. Miliziani che sembrano fuori dal controllo di Hamas.

E mentre a molti tornano in mente i mesi invernali – a cavallo tra il 2008 e il 2009 – dell’Operazione Piombo fuso, più di qualcuno ha fatto notare che le ultime esercitazioni contro le grandi emergenze (dal terremoto alla bomba nucleare) hanno riguardato soprattutto gli ospedali di Haifa e Ashqelon. «Guarda caso le due città più vicine ai confini con il Libano degli Hezbollah e la Striscia di Gaza di Hamas».

© Leonard Berberi

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attualità, cultura

Esce la biografia “controversa” di Ariel Sharon

Non è ancora uscito in libreria, è stato visionato solo da un paio di giornalisti, ma fa già discutere. Tanto che qualcuno ha iniziato a mettere in dubbio gli anni al comando dell’esercito e del Paese. La biografia di Ariel Scheinermann (più famoso con il cognome successivo, Sharon), l’ex premier israeliano in coma da gennaio 2006, uscirà nelle librerie dello Stato ebraico tra qualche giorno. Ma al suo interno ci sono notizie che rischiano di mettere in difficoltà anche i massimi dirigenti palestinesi.

Il libro (“Sharon – La vita di un leader”), iniziato da Ariel quand’era ancora in forze, è stato ultimato dal figlio Gilad «dopo aver affondato le mani in scatoloni di cartone pieni di appunti» del padre. Ci sono anche interviste a dirigenti politici – come l’ex presidente Usa George W. Bush e l’ex premier britannico Tony Blair – che cercano di contestualizzare meglio ogni momento storico.

Ed è proprio la contestualizzazione a creare imbarazzi. Il principale quotidiano del Paese, lo Yedioth Ahronoth, è stato l’unico a visionare la biografia in anteprima. E ha scritto che ci sono alcune «sorprese». Come un documento – o meglio: uno stenogramma – relativo a un incontro segreto (verso gli inizi del Duemila) fra Simon Peres, allora ministro degli esteri (ora presidente del Paese), e Abu Mazen, il leader palestinese in corsa per il ruolo di primo ministro e stretto collaboratore di Yasser Arafat, presidente dell’Anp.

Ecco, c’è scritto nel documento, che «se si sapesse di questo incontro, sarei un uomo morto»: sono le parole dette da Abu Mazen a Peres. E ancora: Abu Mazen avrebbe anche aggiunto che «Arafat non è una persona realistica». Gilad Sharon scrive che Peres aveva parlato con il leader palestinese di un vero e proprio piano per estromettere politicamente Arafat. Aggiunge anche che il padre ne era stato informato.

Il libro ripercorre anche le polemiche dell’estate del 2005. Quando Sharon decise di sgomberare gli insediamenti ebraici dalla Striscia di Gaza. Gilad racconta di essere stato lui stesso – già nell’ottobre del 2003 –, a consigliare al padre di mettere al sicuro i circa ottomila coloni che vivevano nell’area «perché nella Striscia non avrebbero avuto nessun futuro circondati com’erano da un milione e mezzo di palestinesi ostili».

C’è spazio anche per il massacro dei libanesi nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila. Correva l’anno 1982 e in piena guerra del Libano, Ariel Sharon si sarebbe opposto alla costituzione della Commissione ufficiale di inchiesta sulle stragi. Lo stesso organismo che poi, alla fine, chiese e ottenne la sua rimozione dalla guida del ministero della Difesa per aver fatto entrare nei campi i falangisti e «per non aver previsto e impedito le stragi».

Dall’entourage di Abu Mazen hanno smentito le anticipazioni sul libro di Gilad Sharon. Ma da Gaza qualcuno ha iniziato a far notare che in quegli anni i rapporti tra l’attuale presidente dell’Anp e Gerusalemme erano fin troppo cordiali. Intanto sulla stampa israeliana sono comparse anche i primi commenti. «Se la versione di Gilad Sharon è vera, costituisce una macchia nella biografia di Sharon», è stato scritto in un editoriale pubblicato sul free press nazionalista “Israel ha-Yom” (Israele Oggi). «Viene fuori l’immagine di un premier populista flaccido, non di uno statista alla Ben Gurion, come invece amava presentarsi». Il diretto interessato non può ovviamente rispondere. Bloccato com’è da un letto d’ospedale e dai tubi che lo tengono in vita per non si sa ancora quanto.

Leonard Berberi

[Nella foto in alto, Ariel Sharon nel 1982 durante il conflitto con il Libano; più in basso la copertina del libro e il figlio Gilad, autore dell’ultima parte della biografia]

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