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Il mancato invito di Parigi, le insistenze di Netanyahu: cos’è successo alla marcia di Parigi

La prima fila della marci di domenica a Parigi. Da sinistra: Benjamin Netanyahu (primo ministro d'Israele), Ibrahim Boubakar Keita (presidente del Mali), François Hollande (presidente della Francia), Angela Merkel (cancelliera tedesca), Donald Tusk (presidente del Consiglio Ue), Mahmoud Abbas (presidente dell’Autorità nazionale palestinese) e il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto di Patrick Kovarik / Afp)

La prima fila della marci di domenica a Parigi. Da sinistra: Benjamin Netanyahu (primo ministro d’Israele), Ibrahim Boubakar Keita (presidente del Mali), François Hollande (presidente della Francia), Angela Merkel (cancelliera tedesca), Donald Tusk (presidente del Consiglio Ue), Mahmoud Abbas (presidente dell’Autorità nazionale palestinese) e il nostro presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto di Patrick Kovarik / Afp)

Nella foto – storica – ci è finito pure lui. Protetto, abbastanza visibilmente, da due guardie del corpo. Meglio: accompagnato dai due bodyguard che non hanno mai perso il contatto fisico con il loro capo. Lì, in prima fila. Il volto tipico dei grandi eventi.

E però, alla sera, ci hanno pensato le radio e le tv a rovinargli la giornata. Raccontando agl’israeliani che Benjamin Netanyahu, il loro primo ministro uscente, a Parigi non lo volevano. Che François Hollande, il padrone di casa e il presidente francese, aveva più volte detto agli organizzatori che il leader d’Israele avrebbe costituito un elemento di divisione. E di critiche.

«La Francia non ha ufficialmente spiegato perché non voleva Netanyahu», spiega una fonte del governo alla Radio militare israeliana. «L’Eliseo in realtà cercava di fare in modo che il conflitto israelo-palestinese piombasse nella marcia organizzata contro il terrore e per ricordare le vittime degli attacchi nella capitale francese», aggiunge più tardi Canale 2.

Le misure di sicurezza per Netanyahu: due guardie del corpo accompagnano il premier israeliano dall'inizio alla fine della marcia (fermo immagine dalla tv francese iTele / Falafel Cafè)

Le misure di sicurezza per Netanyahu: due guardie del corpo accompagnano il premier israeliano dall’inizio alla fine della marcia (fermo immagine dalla tv francese iTele / Falafel Cafè)

Ma lui, Netanyahu, nonostante il mancato invito e le obiezioni a Parigi, fa capire che ci vuole andare a tutti i costi. E così sabato, verso l’ora di pranzo, Hollande viene quasi «costretto» dal protocollo a chiamare «Bibi» e dirgli di raggiungerlo nella capitale francese il giorno dopo. «Grazie, presidente, ma è meglio se sto a Gerusalemme, anche per ragioni di sicurezza», gli risponde a sorpresa Netanyahu. Sembra tutto risolto. Hollande può tirare un sospiro di sollievo.

Gli uffici stampa di Parigi e Gerusalemme dicono che il primo ministro israeliano non si muove. E così è per diverse ore. Poi sui social monta la critica. «Ma come, il nostro leader non va a mostrare la nostra vicinanza? Nemmeno con quattro ebrei uccisi?». I ministri degli Esteri e dell’Economia, Avigdor Lieberman e Naftali Bennett – leader di partiti in grado di togliergli voti alle elezioni di marzo prossimo – confermano che voleranno nella capitale francese.

È quasi all’ora di cena che Netanyahu decide di cambiare idea. Si va – si vola – a Parigi. L’ufficio di «Bibi» chiama l’Eliseo e comunica la novità. Che, per evitare imbarazzi, replica: «Ok, allora dobbiamo anche invitare il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas». E così sarà.

Domenica, verso le tre e mezza di pomeriggio, Netanyahu è lì, in mondovisione. E in seconda fila. Poi si avvicina sempre di più alla prima. Infine si piazza in testa. Alla sua sinistra Ibrahim Boubakar Keita, il presidente del Mali. E ancora più in là Hollande, la cancelliera Angela Merkel, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk. Subito dopo ecco lui, Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese.

Netanyahu alla Grande sinagoga di Parigi, domenica sera (foto di Haim Zch / Ufficio stampa governo israeliano)

Netanyahu alla Grande sinagoga di Parigi, domenica sera (foto di Haim Zch / Ufficio stampa governo israeliano)

I due leader mediorientali non si guardano. Non si sfiorano. Non si stringono la mano. Dopo alcuni minuti sono già ognuno per fatti suoi, lontani da quel luogo che – domenica 11 gennaio 2015 – è stato il centro, il cuore del mondo.

Nel tardo pomeriggio Netanyahu si presenta alla sinagoga principale di Parigi. Accolto come un eroe. Dietro di lui i suoi due ministri. Per «Bibi» è un trionfo, almeno politico. «Israele è casa vostra», dice il primo ministro ai fedeli. Facendo arrabbiare Hollande. E bollando la Francia come un Paese in cui gli ebrei non possono vivere.

© Leonard Berberi

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Quei blocchi di cemento armato e la fine della «normalità»

Un ebreo ultraortodosso camminate di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti dei palestinesi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Un ebreo ultraortodosso cammina di fianco a uno dei blocchi di cemento messi alle fermate del tram di Gerusalemme per evitare altri assalti degli arabi a bordo delle auto (foto Flash 90)

Che poi la storia ormai ha iniziato a ripiegarsi. A ripetersi. Non importa se in grande o in piccolo. Perché la certezza da quelle parti, in Medio Oriente, è che prima o poi tutto torna. Tutto si replica. In un copione ormai stanco, fatto di strappi in avanti, di balzi all’indietro, di speranze che s’infiammano e di pessimismo che soffia subito dopo, non appena s’è girato l’angolo. Non appena all’orizzonte un proiettile s’infila in un corpo o una granata piomba in casa nel bel mezzo della cena.

E così vedere i social network riempirsi di foto di blocchi di cemento che vengono posizionati alle fermate del tram di Gerusalemme o dei bus che portano qua e là in Cisgiordania, tra gl’insediamenti, ecco, vedere queste istantanee – scattate con telefonini e tablet e macchine fotografiche – non fanno altro che aumentare la fila, già lunga, degli scoraggiati. Di chi per anni ha creduto, ha combattuto, ha sacrificato la vita in nome della Pace tra i due popoli, della concordia – o almeno del minimo esistenziale che prende il nome di tranquillità – e che ora deve fermarsi, trattenere il respiro, aspettare che il polverone emotivo e informativo si disperda, per cercare di capire se è ancora rimasto qualcosa a cui aggrapparsi, un briciolo di speranza oppure mollare tutto. Dedicarsi ad altro. Magari a convincere i simili che non c’è proprio nulla da fare.

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Altri blocchi di cemento a una fermata del tram a Gerusalemme (foto di Alessandro Di Maio)

Dopo le auto e i furgoni guidati da arabi o palestinesi e lanciati a folle velocità questi giorni contro le fermate dei mezzi pubblici dove si trovano soprattutto ebrei e israeliani, con quei blocchi di cemento le pensiline sono diventate presìdi militari. Degli arroccamenti che ricordano quelli usati nelle linee di confine lungo il Golan e la frontiera con il Libano per difendersi al meglio. Piccoli muri che corrono di fianco al Muro. E proprio mentre di qua, in Europa, celebriamo la caduta della nostra barriera, crollata un quarto di secolo fa.

Ma quei blocchi di cemento segnano anche il ritorno di un incubo, quello che per anni – a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila – ha fatto versare fiumi di sangue e lacrime, costretto migliaia di genitori dello Stato ebraico a mandare i figli a scuola, la stessa scuola, in bus separati perché se un kamikaze dovesse farsi esplodere in uno dei mezzi dove si trova uno dei pargoli, almeno si salva l’altro.

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l'attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Come si presenta ora una fermata dei bus che collega gli insediamenti in Cisgiordania dopo l’attacco dei giorni scorsi (via Mordi Siegel)

Una soluzione ingombrante, questi blocchi di oggi. Un pugno in faccia. Una mazzata all’ottimismo. In fondo in fondo un’idea provvisoria, in attesa che s’inventino la fermata a prova di auto e di bomba. Perché quelle pensiline arriveranno prima o poi. Nel frattempo ci sono questi ammassi di cemento. Quadrati. Parallelepipedi. Grandi. Medi. Posizionati in modo da non far passare alcun tipo di veicolo. Anche se, ne sono convinti molti israeliani, gli arabi s’inventeranno le moto-kamikaze. E allora bisognerà rendere gli accessi ancora più stretti. E la ferita ancora più evidente. E la divisione ancora più profonda.

La verità è che da qualche anno – nonostante qualche incidente – molti abitanti dello Stato ebraico s’erano convinti che un po’ di normalità fosse entrata nella loro vita. I controlli s’erano allentati. Accedere ai centri commerciali era sì vincolato al passaggio veloce di un metal detector, però era diventato quasi un residuato del (recente) passato. E i militari – israeliani e palestinesi – s’erano fatti via via più distesi, più rassicuranti.

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Lungo la tramvia di Gerusalemme (foto Flash 90)

Poi è successo qualcosa negli ultimi mesi. L’area è ritornata a un clima da seconda intifada. I giovani – tutti i giovani – sono diventati all’improvviso delle vittime da sacrificare all’altare dell’estremismo. Non più il futuro, ma semplici oggetti da rapire, da bruciare. Simboli degli agguati e delle vendette agli agguati. Argomenti per risposte militari. Proiettili e razzi con cui far fuori altri adolescenti ancora, altri adulti, altri innocenti trascinati nel vortice della violenza da classi dirigenti non sempre all’altezza dei loro popoli.

E ora eccoci qui. Con la polizia israeliana che da qualche ora chiede ai suoi connazionali di stare alla larga dai villaggi arabi. Non dai paesini della Cisgiordania. Ma dai centri abitati che si trovano all’interno dello Stato ebraico: al Nord (vicino Haifa e verso il Golan), al Centro (tra Tel Aviv e Gerusalemme), al Sud. Con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che – pressato dalla destra del suo partito, messo in discussione dalle formazioni estremiste e criticato dai connazionali – invita gli arabo-israeliani, il 20% della popolazione, a fare le valigie e ad andare a trasferirsi in Cisgiordania, dai palestinesi, se non gli piace la vita nello Stato ebraico. E intanto accusa Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, gli chiede di smetterla di incendiare l’area e di diffondere bugie.

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

Le forze di sicurezza israeliane camminano sulla Spianata delle Moschee dopo gli incidenti dei giorni scorsi (foto di Ahmad Gharabli/Afp)

E Abbas che – ormai tolte le spoglie della colomba – replica su tutto. Accusa Netanyahu di terrorismo e genocidio. Minaccia fuoco e fiamme. Invita i palestinesi a difendere la Spianata delle Moschee, nel cuore di Gerusalemme (vedi il video sotto con il discorso di ieri, 11 novembre). A non permettere – parole testuali – che «gl’israeliani la contamino» e che gli ebrei preghino «altrimenti si rischia una guerra religiosa globale». Poi annuncia che il mausoleo di Yasser Arafat sarà spostato proprio a Gerusalemme.

Soffiano venti di guerra in Medio Oriente. Ancora una volta. E la sensazione – almeno a registrare il silenzio degli Stati Uniti e dell’Unione Europea – ecco, la sensazione è che stavolta anche i più ottimisti abbiano perso la voce. Le speranze. E, forse, anche la voglia.

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Othman, l’aspirante medico passato dagli ospedali d’Israele agli estremisti dell’Isis

Miliziani del gruppo estremista islamico Isis in una via irachena (foto di Yaser Al-Khodor/Reuters)

Miliziani del gruppo estremista islamico Isis in una via irachena (foto di Yaser Al-Khodor/Reuters)

Lo aspettavano al Soroka Hospital di Beersheva, nel cuore d’Israele, lo scorso maggio. Aveva deciso di continuare lì il suo praticantato in medicina. Ma lui, Othman Abed Elkian, non s’è fatto mai vedere. Sparito nel nulla. Fino a quando, pochi giorni fa, non è riapparso. Morto. Negli ultimi cinque mesi era stato in Siria. Si era arruolato con gli estremisti dell’Isis.

Dalle corsie degli ospedali ai campi di battaglia. In mezzo una vita a Hura, un villaggio beduino nel deserto del Negev, studi in Medicina in Giordania, una licenza ottenuta anche in Israele, tre mesi – sempre come praticante – al Barzilai Hospital di Ashkelon, a due passi dalla Striscia di Gaza, una famiglia tranquilla e un fratello ora arrestato perché avrebbe aiutato Othman e un altro a metter piede in Siria attraverso la Turchia.

Othman Abed Elkian, l'aspirante medico, passato dalle corsie degli ospedali israeliani all'Isis in Siria

Othman Abed Elkian, l’aspirante medico, passato dalle corsie degli ospedali israeliani all’Isis in Siria

Gli investigatori cercano di capire cosa sia successo a questo aspirante medico in quei pochi giorni tra gli ospedali di Ashkelon e Beersheva. Chi l’ha convinto a cambiare vita? C’è qualcuno che ha controllato i suoi movimenti all’interno delle strutture di ricovero? Esiste una rete di reclutamento nello Stato ebraico che ha portato dall’altra parte del confine almeno una trentina di arabo-israeliani?

«Quello che possiamo dirvi è che la sicurezza israeliana ci ha contattati e ha fatto domande su Othman Abed Elkian. È a quel punto che abbiamo scoperto che era morto combattendo per l’Isis», spiegano dal Barzilai Hospital di Ashkelon. I genitori, intervistati dai giornali israeliani, hanno confermato che il figlio aveva deciso di cambiare vita. «Evidentemente salvare vite umane non gli interessava», hanno commentato sui social network diversi israeliani. «Voleva proprio uccidere».

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La Procura generale: “Gli agenti dell’aeroporto Ben Gurion possono controllare le email dei turisti”

Tu chiamala, se vuoi, violazione della corrispondenza privata. E della privacy. Perché poi, alla fine, il discorso non cambia. Ai controlli del Ben Gurion di Tel Aviv possono fare anche questo: controllarti la casella di posta elettronica. Per motivi di sicurezza, ovvio. Ma più di qualcuno si chiede se questo, alla lunga, non finisca per scoraggiare soprattutto i giovani turisti. E se non porti a un’ulteriore risentimento nei confronti dello Stato ebraico.

E allora. Dopo ripetuti casi di turisti a cui è stato chiesto di scandagliare anche l’indirizzo email, l’ufficio della Procura generale d’Israele ha detto la sua sulla questione. E ha deciso – scrive il free press Israel haYom – che «ai cittadini stranieri che decidono di visitare Io Stato ebraico i nostri agenti possono chiedere di controllare la posta elettronica una volta atterrati in aeroporto». «Crescono sempre di più le minacce nei nostri confronti da parte degli stranieri».

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La decisione arriva dopo la denuncia dell’Association for civil rights in Israel (Acri) e la richiesta di smetterla con questa pratica «invasiva». «Il controllo dell’account email deve essere soltanto una cosa eccezionale e soltanto dopo che gli agenti dello Shin Bet hanno dei chiari sospetti contro quella persona», hanno replicato gli attivisti per le liberà civili. «Entrare nel pc e nella posta di qualcun altro costituisce una grave violazione della privacy e della dignità umana», ha aggiunto Lila Margalit, legale dell’Acri. Giudizi che fanno seguito alla vicenda di Sandra Tamari, 42 anni, cittadina americana, attivista e con nonni palestinesi. Alla Tamari, al Ben Gurion di Tel Aviv è stato chiesto lo scorso giugno di aprire la sua casella di posta elettronica. Dopo alcune ore di controlli, le autorità di frontiera hanno detto no: la donna non è stata fatta entrare.

«Ma la sicurezza israeliana può chiedere soltanto di controllare la posta, non la password per entrare», chiarisce la Procura generale. «È il titolare dell’account che apre la casella e a quel punto gli agenti possono cercare eventuali parole o contenuti minacciosi per l’incolumità del Paese». Il visitatore può rifiutarsi di far vedere le mail agli uomini dello Shin Bet? «Certo – sostiene la Procura generale –, ma la sicurezza del Ben Gurion Airport può a quel punto negare l’ingresso nel Paese. E’ lei che decide chi può entrare e chi no. E in certi casi, quando sospetta qualcosa, può anche chiedere di leggere la posta del visitatore». I legali presso la presidenza del Consiglio dei ministri di Gerusalemme ricordano che questa decisione è supportata dalla legge d’ingresso del 1952 che stabilisce la mancanza di esplicito diritto dello straniero ad entrare in Israele.

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Gli addetti Onu rapiti, la minaccia di Al Qaeda, l’esercito di Assad in fuga. L’allerta di Israele per il Golan

Un miliziano del Free Syrian Army di fronte a 17 soldati lealisti di Assad (fermo immagine da YouTube / Falafel Cafè)

Un miliziano del Free Syrian Army di fronte a 17 soldati lealisti di Assad fermati nel Golan (fermo immagine da YouTube / Falafel Cafè)

«Ma cosa s’aspettavano di diverso? Sono giorni che diciamo di fare attenzione al fronte siriano del Golan perché l’esercito lealista ha abbandonato tutte le postazioni lasciandole in mano ai ribelli». C’è tanta amarezza nei vertici dell’esercito israeliano. E anche un po’ di rabbia. «Solo ora che hanno rapito venti dipendenti Onu (tutti di nazionalità filippina) si accorgono che qui c’è un problema», sostiene un portavoce dell’Idf che chiede l’anonimato. «Un problema – continua – che oggi riguarda noi, domani tutto l’Occidente: subito dopo il reticolato abbiamo notato diversi affiliati di Al Qaeda».

Dopo anni di sostanziale tranquillità Israele ritrova un nuovo fronte caldo. Caldissimo. Che, per ora, è sorvegliata con droni e postazioni militari. Senza escludere, un giorno, interventi più mirati. Come gli attacchi circoscritti con caccia o aggeggi radiocomandati. O, addirittura, incursioni via terra della durata di poche ore. Tutti scenari soltanto immaginati fino a pochi mesi fa. Ma diventati veri e propri piani d’intervento dallo scorso dicembre. Da quando qualcosa, sul fronte siriano del Golan, ha iniziato a muoversi.

Dalla fine di gennaio l’esercito lealista di Bashar Assad ha iniziato ad abbandonare le postazioni sull’altura contesa tra Damasco e Gerusalemme. Cosa mai successa da quando le Nazioni Unite, per evitare nuovi scontri tra i due Paesi, crearono una zona-cuscinetto e piazzarono i loro caschi blu. I ribelli hanno preso possesso della maggior parte dell’area. Villaggi come Jubata al-Khashab, Bir Ajam, Khan Arnabeh e Hader sono stati conquistati in pochi giorni. Tanto da spingere Assad a bombardare quelle zone nella speranza, per ora vana, di riprendersi l’area abbandonata definitivamente dai lealisti tra il 18 e il 24 febbraio scorso. L’unica unità di Assad, da allora, si trova alle porte d’ingresso del Paese nella frontiera di Quneitra. I miliziani, per ora, non vogliono gestire quella zona per evitare eventuali frizioni con l’esercito israeliano.

L’allarme ufficiale viene lanciato da Gerusalemme il 24 febbraio. Anche perché, nel frattempo, Carl Campeau – funzionario canadese delle Nazioni Unite – sparisce nel nulla dalla base United Nations Disengagement Observer Force. E perché i soldati israeliani, impegnati nel servizio di pattugliamento, iniziano a raccontare di aver visto uomini armati che sembravano interessati più a spiare le mosse dell’altra parte della frontiera che gli uomini di Assad. Voci confermate anche da alcuni video pubblicati su YouTube (video sopra). E che fanno temere a molti si tratti di affiliati ad Al Qaeda.

«Il periodo di tranquillità lungo il confine con la Siria sta finendo pian piano», hanno spiegato in un servizio tv gli analisti di Canale 10. «Israele potrebbe essere chiamata presto a usare le armi per fermare le minacce degli estremisti islamici che si sono fatti largo in un Paese devastato dalla guerra civile».

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Il premier Netanyahu: il futuro d’Israele è dietro le barriere. “Oltre c’è il terrorismo”

Muri. E barriere. E reti. A nord. A est. A sud. Tranne a ovest, ché la protezione c’è già: si chiama mar Mediterraneo. «Ma che razza di Paese lasceremo in eredità ai nostri figli?», si stanno chiedendo in molti ora. A due settimane dalle elezioni. A quindici giorni da un appuntamento decisamente più importante di quanto non si voglia far credere.

Perché, almeno a sentire il probabile vincitore del 22 gennaio prossimo, il futuro non è poi così roseo. Ma, anzi, fatto di cemento, reticolati, divise e congegni elettronici in grado di intercettare oggetti volanti indesiderati e – soprattutto – esplosivi.

Dice il premier uscente Benjamin Netanyahu – candidato con un listone di destra formato dal suo partito (Likud) e da quegli oltranzisti di Yisrael Beitenu (dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman) – ecco, dice Netanyahu che il futuro dello Stato ebraico è ormai segnato: il Paese si deve difendere, si deve isolare dal resto del Medio oriente, deve prevenire le instabilità politiche dei vicini arabi e dei vuoti di potere, del Jihad islamico e dei razzi di Hamas, Hezbollah, Teheran e – chissà – del Cairo, nel caso a quegli inaffidabili dei Fratelli musulmani venisse voglia di incendiare l’area.

Un soldato israeliano di pattuglia lungo il confine con la Siria nelle Alture del Golan, nei pressi del villaggio di Majdal Shams (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Un soldato israeliano di pattuglia lungo il confine con la Siria nelle Alture del Golan, nei pressi del villaggio di Majdal Shams (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

E, proprio per evitare tutto questo, c’è una sola opzione, secondo il primo ministro dello Stato ebraico: circondare il Paese di barriere. Perché è il futuro degl’israeliani. Dal Golan al Sinai. Da Rosh HaNikra, al confine con il Libano, a Tsofar, ultimo avamposto prima della Giordania. Tirare su tutto: barriere, blocchi di cemento, torri di controllo, pattugliamenti 24 ore su 24, dispositivi dell’Iron Dome – la cupola d’acciaio – per difendere i cieli israeliani da razzi sparati per errore o per dolo.

«Ma Netanyahu è in preda a visioni messianiche?», s’è chiesto Yuval Diskin. Non un politico. Nemmeno un candidato. Ma l’ex numero uno dello Shin Bet, l’agenzia che si occupa della sicurezza interna. «Sono semplicemente una persona che mantiene i piedi saldamente a terra», gli ha replicato il primo ministro. «E lo dimostra il fatto che due anni fa, quando tutti erano entusiasti, ero tra i pochi a dire che la “Primavera araba” sarebbe stata anche una fonte di problemi per lo Stato ebraico».

Al netto delle dichiarazioni politiche, restano le operazioni sul campo. Pochi giorni fa Netanyahu ha visitato il confine che corre lungo il Sinai egiziano. S’è complimentato per aver trasformato l’area da «deserto aperto e pieno d’insidie» a terra moderna «con una solida barriera di 230 chilometri di lunghezza e 5 d’altezza». La barriera, a dire il vero, era stata progettata per bloccare i migranti in arrivo dall’Africa. Ma ora, dopo la caduta di Mubarak, serve anche a ostacolare eventuali infiltrazioni di terroristi islamici.

La rete alta 5 metri che separa il Sinai egiziano dal territorio israeliano (foto di Moshe Milner  /GPO / FLASH90)

La rete alta 5 metri che separa il Sinai egiziano dal territorio israeliano (foto di Moshe Milner /GPO / FLASH90)

Una realtà tanto consolidata da spingere lo stesso Netanyahu a spiegare che il prossimo passo è quello del Golan. E non solo. «L’obiettivo del nuovo governo – ha detto il premier – sarà quello di proteggere l’intero territorio nazionale con ”Cupole di ferro”, oltre a completare la costruzione della Barriera di sicurezza anche sul Golan». Il perché è presto spiegato. Assad sta perdendo pezzi. Ampie zone della Siria non sono più controllate da Damasco. E il rischio di infiltrazioni e di attacchi terroristici è così cresciuto. Da qui la necessità di sostituire i vecchi reticolati di confine con una nuova e moderna barriera.

Secondo i giornali locali sarebbero stati completati già i primi quattro chilometri. Sarebbero visibili attorno alla città drusa di Majdal Shams, da dove si può chiaramente vedere il confine con la Siria. Se i calcoli della stampa sono giusti, vuol dire che restano da costruire altri 54 chilometri. E poi l’isolamento – volontario o imposto – sarà completato.

© Leonard Berberi

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Netanyahu rinuncia (per ora) alla risposta militare. Ma l’asse Beirut-Damasco-Teheran spaventa anche gli Usa

Tutto il supporto logistico americano in cambio della rinuncia a qualsiasi operazione militare. Almeno fino a novembre. Sull’asse Gerusalemme-Washington, dopo una serie di telefonate tra il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Obama, si sarebbe arrivati a un «accordo» di massima: lo Stato ebraico non sceglie lo scontro armato contro quelli che ritiene i responsabili dell’attentato di mercoledì a Burgas, in Bulgaria. In contemporanea gli Stati Uniti mettono a disposizione le migliori tecnologie per scovare gli autori dell’esplosione. E, in caso di prove sicure contro Hezbollah e Iran, tutto l’aiuto militare possibile per la guerra al terrore. Ma solo dopo le elezioni presidenziali oltre oceano.

Nelle stesse ore in cui compaiono i video e le immagini del presunto kamikaze (trovato in possesso di una patente falsa del Michigan) che si sarebbe fatto esplodere fuori dallo scalo bulgaro, uccidendo sette persone (cinque israeliani) e ferendone una trentina, i servizi di sicurezza israeliani cercano di fare il punto. L’attacco, per come si è configurato, ha spiazzato tutti. Anche se le avvisaglie c’erano state. Netanyahu chiede di fare luce il prima possibile.

Il falso documento identificativo del Michigan del presunto kamikaze ripreso dalle telecamere di sorveglianza dello scalo di Burgas, in Bulgaria, prima di farsi esplodere (da Abc News)

Le tv israeliane parlano di un ricorso all’opzione militare già tra agosto e settembre. Ma chi conosce il linguaggio del premier israeliano sa benissimo che dietro alle parole minacciose pronunciate subito dopo l’attentato in Bulgaria si nasconde, per ora, una tattica attendista. «Con la situazione che precipita ora dopo ora in Siria, Israele non può ancora permettersi di impiegare le forze militari su altri due fronti», è il ragionamento degli analisti.

E proprio sulla Siria si concentrano gli sforzi maggiori. L’attacco ai bus con turisti israeliani è avvenuto poco dopo l’attentato contro esponenti importanti del clan del presidente Bashar al-Assad. Per la prima volta un atto ostile al dittatore siriano riesce a penetrare all’interno delle mura fortificate del regime. E dietro, pensano a Gerusalemme, potrebbero nascondersi uomini e mezzi «made in Iran» o di Hezbollah. Gli unici di cui Assad si fidi per ora. Ma anche gli unici che potrebbero convincerlo della matrice «israeliana» dei due omicidi eccellenti a Damasco.

Sull’asse Beirut-Damasco-Teheran l’intelligence israeliana cerca di trovare riscontri. Netanyahu, in una delle telefonate fatte ieri a Obama, avrebbe sintetizzato i dati dell’analisi dello Shin Bet e del Mossad: uomini vicini a Hezbollah, agli Assad e a Ahmadinejad si troverebbero da mesi negli Usa, in alcuni paesi dell’Europa (Gran Bretagna, Francia e Germania, in primis). Insieme a loro, decine di milioni di euro e dollari a disposizione per l’acquisto di tutto quel che serve per compiere attentati con esplosivo. In caso di attacco alla Siria o all’Iran, nel cuore del Vecchio Continente e in America potrebbero verificarsi «incidenti spiacevoli».

È anche per questo motivo che a Londra, dove tra poco partiranno i giochi olimpici, il Mossad ha deciso di rafforzare la presenza di agenti in difesa degli interessi israeliani: dagli atleti – per evitare un’altra Monaco 1972 – fino ai negozi.

«La situazione si è complicata», fanno filtrare da Gerusalemme. Lo scenario, prima chiarissimo, ora è diventato abbastanza difficile da decifrare. C’è persino chi ipotizza un ruolo russo negli attacchi – sventati e riusciti – contro gl’israeliani negli ultimi mesi. A dimostrazione che, ora come ora, può succedere tutto e il contrario di tutto.

© Leonard Berberi

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