attualità

Israele, la sfida di un’organizzazione: “Chi è accusato di aver evaso il fisco non deve apparire in tv”

Il cantante israeliano Moshe Peretz, 30 anni, giudice di X Factor Israel (foto di Eitan Tal)

Il cantante israeliano Moshe Peretz, 30 anni, giudice di X Factor Israel (foto di Eitan Tal)

Divi sì. Giudici di talent show per di più. Ma restano comunque sospettati di aver evaso il fisco. Per questo bisogna toglierli dallo schermo. Perché, ecco, non sono proprio di buon esempio. Lo domanda a gran voce il «Movement for quality government», un’organizzazione israeliana che si batte per migliorare la qualità della democrazia del Paese.

La richiesta è stata ufficializzata giovedì con la consegna dei documenti all’Alta corte di giustizia. E chiede che quei due lì – i cantanti Eyal Golan e Moshe Peretz – vengano cacciati dai talent show di Canale 2, la più seguita nello Stato ebraico. Motivo? Entrambi hanno frodato il fisco. Golan per una cifra superiore ai 2,5 milioni di shekel (circa 500 mila euro). Peretz per non aver dichiarato guadagni pari a 1 milione di shekel (circa 200 mila euro).

Il cantante israeliano Eyal Golan, 42 anni, giudice a "E' nata una stella" (foto di Nati Shohat/Flash90)

Il cantante israeliano Eyal Golan, 42 anni, giudice a “E’ nata una stella” (foto di Nati Shohat/Flash90)

Dice l’organizzazione: «Pagare le tasse è uno degli elementi fondamentali di una democrazia, è un dovere per tutti i cittadini residenti nel nostro Paese. Chi viola questa cosa, viene punito». Quindi il punto: «Se però si dà esposizione mediatica, per di più in prima serata, a individui condannati per aver mentito al Fisco allora il rischio è che passino per eroi». E che, quindi, alla spicciolata tutti gli altri inizino a non pagare più le tasse. O a mentire per pagarne di meno. «Resta fermo il fatto che si è innocenti o colpevoli fino a sentenza definitiva – precisa l’organizzazione – però fino ad allora è meglio non dare esposizione mediatica a chi è coinvolto in vicende giudiziarie di questo tipo».

Il ragionamento, per molti, non fa una piega. Però poi c’è la realtà. Togliere Golan e Peretz non sarà facile. Perché la legge darà pur ragione ai giudici, ma i cantanti sono diventati i protagonisti dei programmi tv dove sono impegnati. Il primo, Eyal Golan, a «Rising star» (ex «È nata una stella»), iniziato a settembre. Il secondo, Moshe Peretz, a «X Factor Israel», inaugurato il mese scorso. Il primo ha 42 anni, è una delle star della musica “mizrahi”. Il secondo di anni ne ha 30, è l’idolo delle ragazze e se la batte con l’altro sullo stesso tipo di musica.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità, politica

Il bello, il padre, l’imprenditore: ecco i protagonisti delle prossime elezioni in Israele

Uno doveva scendere in campo (politico) anni fa. Poi, non si sa perché, quella discesa restava solo sulla carta (di giornale). E passava di bocca in bocca nei corridoi della Knesset, il parlamento israeliano. L’altro, invece, è uno storico tesserato del partito Laburista israeliano. Diventato famoso per essere il padre di un soldato rapito in terra d’Israele più che ragazzino e tenuto in gattabuia dai terroristi di Hamas per 5 lunghissimi anni. Uno si chiama Yair Lapid. L’altro Noam Shalit.

E stavolta è tutto vero. Tutto certo. Yair Lapid, il «bello della tv», 48 anni compiuti a novembre, uno dei giornalisti più famosi d’Israele, ha deciso: basta condurre il tg (su Canale 2), ora si va a fare politica. Seria. Serissima. Se è vero che alla Knesset – e prim’ancora: in campagna elettorale – troverà una donna (Tzipi Livni) e un partito (Kadima, “Avanti” in italiano) pronti a fargli le barricate. E le pulci. Ché da sempre si fa così, anche qui, in terra d’Israele, terra di latte e miele. E di veleni politici.

Yair Lapid

Kadima avrebbe più di un motivo di temere la discesa in campo di Lapid. Secondo alcuni sondaggi – gli stessi, a dire il vero, che circolarono anni fa – il partito del giornalista tv porterebbe via voti al partito della Livni avendo una piattaforma simile. Tra i 15 e i 20 seggi. Sarebbe una disfatta per Kadima, insomma. Anche se i voti – quelli veri – sono un’altra cosa. E bisogna guadagnarseli. Anche se Yair non è un giornalista qualsiasi, diventato famoso grazie al mezzo tv. È figlio dell’ex ministro della Giustizia Yosef “Tommy” Lapid, che anni fa guidò il partito centrista laico “Shinui”.

Il conduttore di tg è molto amato dai giovani laici di Israele, anche per il suo impegno contro il crescente potere degli ambienti religiosi. E c’è anche un po’ di curiosità a vedere all’opera non solo lui, Yair, ma anche lei, Shelly Yehimovich, ex volto di Canale 2, ex collega di Lapid, e da poche settimane numero uno dei laburisti israeliani. Rivali, insomma. Anche se c’è qualcuno che immagina coalizioni di centro-sinistra. Progetti di governo unitario. Tutto per mettere all’angolo le destre ultrareligiose che dettano ormai legge nell’esecutivo Netanyahu.

La febbre israeliana per le prossime elezioni non è del tutto immotivata. Ufficialmente si vota nel novembre del 2013. Ma si fanno sempre più insistenti le voci che vedono delle elezioni anticipate. E su iniziativa dello stesso Benjamin Netanyahu. I sondaggi commissionati dal premier, infatti, lo vedono in vantaggio.

Noam Shalit

Ma ora c’è la «grana» Lapid. Definito un uomo «pragmatico», «attento alle questioni sociali». Pericoloso, insomma. Così pericoloso che da qualche giorno s’è iniziato a discutere su una proposta di legge che – guarda caso – chiede ai giornalisti di passare attraverso sei mesi di stop dal lavoro giornalistico prima di fare politica. Legge – sempre guarda caso – nota alla Knesset come «Legge Lapid». Certo, poi Yair, ha anche un vantaggio: è considerato uno degli uomini più belli d’Israele. Così bello da contendere nel 2007 lo scettro a personaggi dello sport, dello spettacolo, della musica e del cinema.

Poi c’è Noam Shalit. Sul quale, almeno in Italia e in Europa, si sa quasi tutto. La notizia della candidatura alla Knesset del padre di Gilad Shalit è rimbalzata a margine dell’elezione odierna a nuovo presidente del gruppo parlamentare del Labour dell’ex ministro Yitzhak Herzog. Noam Shalit è, grazie al figlio, una figura pubblica di rilievo nel Paese e all’estero. Anche per quella ostinazione – lunga cinque anni – a chiedere a qualsiasi premier israeliano la liberazione del figlio.

Shlomo Yanai

Se confermata, la scelta di Noam Shalit si orienterebbe in ogni modo sul campo avverso rispetto alla destra guidata da Netanyahu. E rappresenterebbe un aiuto al tentativo di rilancio del partito laburista, guidato in passato dall’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, che ha pensato bene di farsi un suo di partito.

Sia Yair Lapid che Noam Shalit dovranno vedersela con le formazioni di destra. E con Shlomo Yanai: ennesimo colpo di scena degli ultimi giorni, ennesimo personaggio famoso nel Paese e ex amministratore delegato del colosso farmaceutico “Teva”. Insomma si annunciano elezioni lunghe, spettacolari e al cardiopalma. Ma per quest’ultimo il rimedio c’è: basta chiedere a Yanai, appunto.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Rischia la chiusura la tv che “disturba” il premier Netanyahu

La «tv che disturba» leva il disturbo. A meno che, certo, le cose non cambino. E sempre che la direzione (del Paese) non decida di dare una mano. Ma viste le premesse – e lo storico – se non interverranno fatti nuovi, il 27 gennaio la televisione commerciale israeliana Channel 10 cesserà le trasmissioni. E manderà a casa i suoi 500 dipendenti.

Emittente giovane e fresca, Channel 10 ha trasmesso molte inchieste video ritenute spregiudicate nel Paese: soprattutto perché al centro c’erano spesso – per non dire sempre – uomini politici, persone vicine al governo di Benjamin Netayahu e un malcostume che, per dirla con più di un analista, «sanno più di roba alla italiana, che alla israeliana».

Nata dieci anni fa su iniziativa di due uomini d’affari che hanno investito 260 milioni di euro, negli ultimi tempi l’emittente ha perso ascolti e pubblicità, soprattutto per la sua natura aggressiva nei confronti dei poteri forti (qui l’inchiesta contro il modus operandi dei servizi segreti). Fino a registrare così un rosso di circa 8 milioni di euro da versare al Fisco. Era già successo nel 2008. Ma ora è diverso. Perché il 12 dicembre la Commissione finanze della Knesset (il parlamento) ha stabilito che se la tv non farà fronte ai propri impegni, il mese prossimo la licenza sarà revocata e lo schermo sarà oscurato. Una decisione votata da tutti – tutti – i deputati della coalizione di governo.

Secondo molti giornalisti «la chiusura di Channel 10 è stata ispirata dallo stesso Netanyahu». «Si è voluto mettere a tacere una voce critica, preparata, che sosteneva la protesta sociale e conduceva inchieste approfondite», ha detto Oshrat Kotler, redattrice dell’emittente. A dire il vero la giornalista ha parlato addirittura di «un oscuramento fascista nel mondo delle trasmissioni».

A dare supporto alla Kotler ci hanno pensato anche molti intellettuali israeliani (fra cui lo scrittore Amos Oz): hanno sottoscritto un appello a Netanyahu, avvertendo che la democrazia israeliana è «sull’orlo di un baratro».

© Leonard Berberi
Twitter @leonard_berberi

Standard
attualità, cultura

Palestina, Fatah censura uno sketch tv su Gheddafi. I telespettatori si arrabbiano

Diplomazia? Paura di danneggiare i profughi ospiti nel Paese? Poca dimestichezza con la satira vera e propria? Chissà. Intanto resta il dubbio sulla decisione del Fatah, l’autorità palestinese della Cisgiordania, di bloccare uno sketch del programma più seguito e apprezzato nella regione, “Watan ala Watar” (Paese appeso ad un filo).

Nel filmato c’è un attore che, vestito ridicolmente da Muammar Gheddafi, arringa la folla, minaccia il mondo, agita lo spettro di Al Qaeda. Al suo fianco c’è una finta amazzone vergine, una di quelle che segue il leader libico nelle trasferte lungo il Paese e fuori.

«L’episodio di satira può danneggiare i nostri profughi ospitati nel Nord Africa», si sono giustificati i funzionari palestinesi. Una motivazione che non ha convinto nessuno. Il pubblico ha attaccato l’Anp sulla pagina Facebook ufficiale del programma. «La tv palestinese merita di essere distrutta», ha scritto uno.

Gli autori, poi, hanno minacciato di trasmettere lo sketch sul satellite, ricordando che l’audience potenziale è decine di volte più alta di quella strettamente palestinese. E nel frattempo hanno incrociato le braccia: «non gireremo nessun altro episodio fino a quando non andrà in onda quello bloccato», ha detto uno dei curatori, Imad Farajin.

Una scena dello sketch censurato

«All’inizio ci hanno dato carta bianca: potevamo prendere in giro chiunque e senza freni», ha raccontato Farajin. «Questo vuol dire che possiamo scherzare anche si quello che succede al resto del mondo pan-arabo». «Ora decidono di bloccare l’episodio nascondendosi dietro ai nostri profughi. È solo una scusa. Per questo non ci fermeranno».

In due anni di vita, il programma non ha mai avuto problemi. E di sketch velenosi e polemici contro i capi del Fatah e di Hamas ne ha trasmessi a dozzine. Stavolta qualcosa è cambiato. Sarà anche, per dirla con qualcuno, che si fanno sentire le elezioni all’orizzonte?

© Leonard Berberi

Standard
attualità, cultura

Ramzor, il semaforo israeliano conquista Murdoch (e la Fox)

I protagonisti di "Ramzor", sit-com israeliana, la cui storia è stata acquistata dalla Fox di Murdoch per realizzare un telefilm negli Usa

Campagna acquisti del colosso Fox Usa (di Rupert Murdoch) in Israele. Il magnate australiano ha acquistato i diritti di “Ramzor” (semaforo, in ebraico), una sit-com di una ventina di minuti di durata – a puntata – trasmesso con successo su Canale 2, del gruppo mediatico Keshet. Una decisione che segue quella della HBO, sempre americana, di acquistare i diritti del telefilm israeliano che ha ispirato “In treatment”.

La Fox Broadcasting Company intende adattare le storie e i personaggi israeliani al pubblico statunitense, realizzando una versione Usa da esportare poi nel mondo. La prima puntata dovrebbe andare in onda in autunno sulla Fox.

“Ramzor” gira attorno a tre personaggi: Hefer (la luce verde del semaforo), single, amante incallito, sempre al centro dell’attenzione e consigliere – autonominato – sulle questioni sentimentali degli altri protagonisti. Amir (la luce gialla), fidanzato con Tali, con la quale convive in una relazione pacifica. Peccato per Yardena, un cane, che Tali adora, ma Amir odia. Poi c’è Eyal Itzkovich, detto Itzko (la luce rossa): sposato e padre di una bambina di 7 anni.

Quanto successo avrà questa sit-com israeliana negli Usa e quindi anche nel mondo? Si vedrà. Intanto in Israele esultano per “l’ennesimo prodotto televisivo creato da noi”.

Standard
attualità

Hitler nella pubblicità, polemiche contro il portale Nana10

Il logo di Nana10

Quando c’è Hitler di mezzo, in Israele gli animi si surriscaldano. Che dire allora del gruppo mediatico israeliano che, per lanciare una sorta di piattaforma comune a metà tra Msn e Facebook, ha creato un videoclip dove si vede Hitler? (qui il video incriminato) Non quello vero, ma la copia recitata da Bruno Ganz nel film “La caduta – gli ultimi giorni di Hitler”.

Yossi Meiman, tycoon israeliano e maggiore azionista del gruppo mediatico che gestisce l’emittente tv Canale 10, il portale web Nana10 e altri siti, ecco Meiman non ha proprio digerito la pubblicità. E ha attaccato duramente il Ceo di Nana10, Guy Eliav. “Questa pubblicità va oltre il cattivo gusto”, ha scritto Meiman in una lettera di fuoco.

“Voglio credere che dopo questa mia considerazione – continua Meiman nella missiva – lei (Eliav, ndr) bloccherà questa campagna promozionale immediatamente e, nel frattempo, le chiedo di riconsiderare il codice etico sul quale ha basato questa pubblicità”.

Standard
attualità, politica

Netanyahu assume il controllo della tv di Stato

Gli uffici della tv di Stato israeliana, Iba, a Romema, quartiere di Gerusalemme

C’è chi teme che tra poco assisteremo alla nascita di Tele-Netanyahu. Al di là delle battute, la polemica resta alta. Perché se all’apparenza è solo un passaggio di consegne tecnico, per alcuni columnist israeliani dietro c’è il tentativo del premier Netanyahu di mettere le mani sull’Autorità per le trasmissioni (Reshut ha-Shidur), che include la tv e la radio di Stato.

I fatti. Oggi, il governo prenderà atto della rinuncia del ministro per l’Informazione Yuli Edelstein (Likud, stesso partito di Netanyahu) alla supervisione sull’Autorità e affiderà questa competenza al primo ministro. Il quale, viene assicurato, manterrà questa funzione solo «ad interim».

Sulla stampa qualcuno ipotizza che la cederà a Kadima, se il partito di Tzipi Livni decidesse di entrare nel governo. «Ma l’esperienza ci insegna che proprio le cose più temporanee in questo paese sono quelle che più durano», dice Haim Yavin, per decenni autorevole anchorman della televisione di Stato, da un anno in pensione.

«Forse Netanyahu invidia Berlusconi? – si chiede Carmit Gay, ex stella della radio statale -. Forse vedremo in tv programmi come quelli proposti dalle televisioni del suo amico Silvio?». Mentre la radio statale gode di buona salute e di un elevato indice di ascolti, la televisione ha perso quota e rischia la chiusura.

Standard