tecnologia

Ecco Ghost, l’elicotterino (silenzioso) contro il terrorismo

È silenzioso. Piccolo. Leggero. Soprattutto: è un occhio elettronico contro possibili minacce alla sicurezza nazionale. Si chiama “Ghost”, fantasma, l’ultima diavoleria elettronica dell’Industria aerospaziale israeliana. È un elicotterino a doppia elica lungo poco meno di un metro e pesante appena due chili.

Dotato di telecamera super-sofisticata, un’autonomia di volo di mezz’ora, possibilità di movimento anche tra i vicoli stretti di certe strade di città palestinesi, “Ghost” trasmette le immagini in diretta ed è stato realizzato per scovare terroristi o plichi esplosivi. La sua presentazione ufficiale è avvenuta questa settimana al “Latrun Conference”, vicino Gerusalemme. Per tutto il resto, qui sotto il video di presentazione. (l.b.)

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Ecco “If I die”, l’applicazione per Facebook dove registrare l’ultimo saluto al mondo

Rischia senz’altro di aprire un fronte legale senza precedenti. E di sembrare una cosa macabra. Ma intanto va presa per quel che è: una semplice applicazione per Facebook. Non è un gioco, nemmeno uno di quei test d’intelligenza. È una creazione che serve dopo la morte. Per salutare famigliari, parenti, amici. Per evitare di lasciare il mondo terreno senza spendere una parola. E per diventare mortali anche nel web, dove a regnare è l’immortalità.

Si chiama “If I die” (Se dovessi morire) ed è un’applicazione creata per Facebook dalla startup israeliana Willook che consente agli utenti di registrare un messaggio video d’addio o scrivere una lettera di congedo dal mondo. Per dire e scrivere cosa? Dipende. Dalla persona e dalle circostanze. C’è chi può creare un filmato strappalacrime e chi, invece, chiudere con l’ironia. Chi può dire addio rivelando un segreto e chi, invece, lasciare un testamento.

Una volta fatto tutto questo, la pubblicazione sul profilo del deceduto avverrà solo quando la persona sarà davvero morta. È per questo che per dare l’ok alla pubblicazione servirà l’intervento delle tre persone di fiducia – anche loro iscritte a Facebook – che saranno indicate dall’utente che intende lasciare un messaggio dopo il decesso. A queste verrà affidato il compito di comunicare la notizia a tutti gli amici virtuali. Solo quando tutti e tre avranno notificato la morte, comparirà sul wall del profilo il messaggio di congedo.

L’applicazione è nata da una vicenda vera. E da un discorso che l’amministratore delegato della startup israeliana, Eran Alfonta, ha fatto con un suo amico. «“Se mi succede qualcosa, chi penserà ai miei figli?”, mi ha chiesto a un certo punto il mio amico», racconta Alfonta. «È a quel punto che mi ha chiesto di creare qualcosa che poteva valere sia come testamento che come ultimo messaggio alla famiglia». Qualche settimana dopo l’amico è morto insieme alla moglie in un incidente stradale in Italia. In Israele, hanno lasciato orfani tre figli.

L’applicazione – che prevede un costo, anche se sostenibile – sta cercando anche di ricevere, almeno nello Stato ebraico, un codice di validità, così da far risultare l’ultimo messaggio, che sia video o testo, valido legalmente di fronte alla Giustizia.

A proposito di Facebook: il social network ha fatto il suo primo acquisto tra le startup israeliane. In questi giorni sta perfezionando la compravendita di “Snaptu“, la società che si occupa di applicazioni per gli smartphone. Prezzo? Quasi 70 milioni di dollari.

© Leonard Berberi

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INCHIESTA / Vendita di armi e sicurezza degli impianti: la Global Cst in America Latina

Ma di cosa si occupa la Global Cst? Un po’ di tutto. Basta andare sul sito della società per avere un’idea. Più che sito web, sarebbe meglio dire pagina unica di presentazione. Perché di questo si tratta. E comunque. La Global Cst si occupa di «lobbying», di «pianificazione delle politiche pubbliche», di «rafforzamento delle strutture statali», di «infrastrutture», di «sistemi d’intelligence (dalla creazione all’installazione)», di «analisi dei dati», di «addestramento del personale militare e dei servizi segreti», della «creazione di unità speciali d’intervento», di «sicurezza interna e internazionale per Stati e imprese private». Infine, un po’ di “filantropia”: dalla depurazione delle acque inquinate alla bonifica dei terreni pieni di mine antiuomo.

L'unica pagina del sito Internet della Global Cst

In realtà alla Global Cst interessa lavorare su tre fronti soprattutto: il controllo degli snodi energetici, la creazione di eserciti di paramilitari al soldo di qualcuno, il servizio di sicurezza delle multinazionali e dei governi poco democratici. Tutta la breve storia della società israeliana verte su questi tre fattori. Le operazioni svolte per salvare la candidata alle presidenziali colombiane Ingrid Betancourt sono funzionali a tutto questo. Così come le missioni in Guinea per la pulizia dell’acqua e lo sminamento.

Il salvataggio di Ingrid. La Betancourt viene liberata il 2 luglio 2008. La Global Cst ha solo un anno di vita, ma è già affermata nell’America Centrale e Latina. Tanto da essere coinvolta nella macchina di salvataggio della donna, rapita dalle Farc. Gl’israeliani sfruttano l’occasione per farsi conoscere ancora di più. I loro veri interlocutori sudamericani sono i governi. Instabili per natura, tendenti al dispotismo e circondati da forze armate ribelli e oppositori che non esitano a ricorrere alla violenza.

Ingrid Betancourt, dopo la liberazione

Il lavoro in comune con i servizi nazionali d’intelligence è così radicato che quando il governo colombiano chiede a Gerusalemme consigli per gli acquisti di materiali per gli 007 del Paese, bombe, caccia militari, Israele non esita a fornire il contatto della Global Cst. Detto fatto. Nel 2008 viene siglato un contratto di dieci milioni di dollari tra Bogotà e la società di Petah Tikva.

Subito dopo è il governo peruviano a bussare alla porta di Ziv. Entrambi firmano un contratto da 3 milioni di dollari per la sola fornitura di materiale militare per la visione notturna. Poche settimane prima anche l’Honduras aveva raggiunto un accordo milionario sulla fornitura di materiale per l’intelligence e addestramento militare.

Non sono solo i soldi ad attirare la Global Cst in territorio latinoamericano. Come rivela anche la fonte «i pagamenti per la vendita di materiale sofisticato o personale in grado di analizzare la situazione comportano investimenti per brevi periodi e poco redditizi». Quello che più interessa alla Global Cst è il petrolio. O meglio: riuscire ad aggiudicarsi il sistema di sorveglianza e sicurezza dei pozzi petroliferi e degli snodi principali dell’infrastruttura energetica. Per dirla con la fonte, in questo settore «i costi di gestione per la Global Cst sono diluiti nel tempo, ma le entrate annuali sono enormi». (fine seconda parte)

© Leonard Berberi

Leggi la prima parte: Fatti (e misfatti) dell’israeliana Global Cst: dalla Betancourt all’Ossezia

Leggi la terza parte: Controllo degli snodi energetici e delle miniere di bauxite: la Global Cst nel Caucaso e in Guinea

Leggi la quarta parte: Gheddafi, la Russia e la Global Cst: l’accordo miliardario e la punizione all’Italia

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E Israele decide se dare l’ok o meno a Google Street View

Può un Paese iper-tecnologico avere paura della tecnologia? Sì, se quel Paese si chiama Israele. E se ai confini premono nemici, finti amici, nuove minacce e incognite grandi quanto l’Egitto.

Che sarebbe venuto il momento fatidico, quello dell’incontro tra ragioni di sicurezza e di progresso, questo gl’israeliani lo sapevano. Soprattutto ai ministeri della Difesa e dell’Interno. Ma la macchinina di Google Street View, quella con un complesso sistema di macchine fotografiche a trecentosessanta gradi, fa paura.

In settimana una speciale task force governativa si è riunita una prima volta e presto dovrà dare una risposta al colosso americano Google per quanto riguarda le autorizzazioni ad andare in giro e portare in tutto il mondo le strade lussuose di Tel Aviv, le lunghe discese – o salite – di Haifa, le vie piene di storia di Gerusalemme.

Uno scorcio di Tel Aviv (foto di Tom Iahat)

La commissione è chiamata a valutare i possibili rischi che tale servizio può arrecare al Paese. Vedi alla voce “attentati”. In questo senso esiste un precedente: Google Earth, quello che utilizza le immagini satellitari, è parzialmente schermato. In pratica Israele dall’alto si vede, ma non al massimo della risoluzione possibile, così da evitare di dare il massimo numero di informazioni a possibili nemici dello Stato ebraico.

Ma Street Viev è diverso. Stavolta le foto non si possono pecettare. Le strade, gl’incroci, gli edifici, l’affollamento, le vie di fuga non si possono nascondere. Ed è su questo che dovranno produrre una documentazione rigorosa  i vari ministri: Dan Meridor (Intelligence), Limor Livnat (Cultura e Sport), Moshe Kahlon (Comunicazioni e Welfare), Michale Eitan (Scienza e tecnologia), Stas Misezhnikov (Turismo) e Yossi Peled (senza portafoglio).

Il sì non è scontato. Anzi, per ora prevarrebbe il parere negativo. Ma il Paese dovrebbe poi fare i conti con tutta una serie di considerazioni e controffensive di Google. Si porrebbe un problema di coerenza con la sua immagine di Stato che incentiva l’uso della tecnologia e investe miliardi di dollari nel settore (si pensi al distretto di Tel Aviv e a quello di Be’er Sheva).

L’altra questione è puramente economica: le big del settore a livello mondiale negli ultimi anni hanno investito molti soldi nel Paese. Un parere negativo al servizio Street View potrebbe spaventare eventuali nuove società. Nel 2011, per esempio, la sola Intel ha stanziato 2,7 miliardi di dollari per il micro-chip di ultima generazione che sarà elaborato nel complesso di Kiryat Gap.

Google non è stata da meno. Oltre a comprare decine di start up (nate grazie ai fondi del governo e dei privati), ha acquistato anche l’israeliana Quiksee. Non una società qualsiasi, ma quella – unica al mondo – che ha sviluppato la tecnologia che consente agli utenti di costruire aree in realtà virtuali, in tridimensione, proprio là dove il servizio di Street View non può arrivare.

Entro poche settimane la commissione dovrebbe dare il suo responso. E a quel punto si scoprirà se lo Stato ebraico ha optato per la sua sicurezza interna – a tutti i costi – o per l’apertura alla tecnologia, e quindi anche agl’investimenti.

© Leonard Berberi

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Israele, per i soldati religiosi arriva la “tecnologia kosher”

All’apparenza è un mouse normale. Nella realtà pure. Se non fosse che sopra ai due tasti sono stati piazzati dei cilindretti metà rossi e metà argentati. La funzione resta la stessa – quella di lavorare sullo schermo di un pc – ma il destinatario è solo uno: il soldato ultraortodosso.

Sì perché al rabbinato militare israeliano era stato posto un problema non da poco: come fanno a lavorare i soldati religiosi durante lo Shabbat? La risposta è semplice: non lavorano.

Questo mouse kosher potrà essere usato anche durante lo Shabbat senza violare il precetto religioso del riposo assoluto

Però poi è successo in più d’una occasione che durante il giorno del riposo assoluto qualcuno dal Libano o da Gaza abbia sparato qualche razzo e nessuno abbia dato l’allarme. Perché chi doveva farlo non poteva lavorare, essendo religioso. O meglio: non avrebbe potuto toccare quella tecnologia perché glielo vietavano i precetti religiosi.

È così che quelli del rabbinato militare hanno creato una serie di oggetti che potranno essere utilizzati durante lo Shabbat senza commettere peccato. Qualcuno l’ha chiamata l’“informatica kosher”. Per questo ci sono il mouse kosher, il touch screen kosher, le lampadine e le torce kosher, l’aria condizionata kosher.

Tutti strumenti che non saranno forniti dall’esercito israeliano – per evitare le accuse di favoritismo a una particolare categoria –, ma dovranno essere acquistati dal soldato stesso. Il prezzo, giurano, è contenuto. Mentre più di qualcuno ha fatto notare che in questo modo si spendono soldi inutilmente. Del resto – hanno suggerito – «basterebbe mettere nei turni di guardia durante lo Shabbat soldati non religiosi».

L.B.

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Un ragazzo israeliano s’inventa la più piccola proposta di matrimonio al mondo

La proposta di matrimonio sta tutta in un centimetro quadrato. È fatta con un chip di titanio e oro. E all’interno è incisa la domanda – “Mi vuoi sposare?” – sia in ebraico che in tedesco. Come sfondo, poi, c’è la riproduzione fotografica della coppia. Altro che anello. Qui, per capire di cosa si trattava, la fidanzata ha dovuto usare una lente d’ingrandimento. Anzi: un microscopio.

È in questo modo che Elad Dekel – 25 anni, studente di Fisica all’Istituto israeliano di tecnologia – ha deciso di chiedere la mano alla sua ragazza, Chen Medelowitz. La quale, dopo qualche secondo di esitazione, ha detto di sì. Coronando in questo modo sette anni di fidanzamento.

In alto, Elad e Chen. In basso il chip con la proposta di matrimonio e la foto della coppia (foto di Elad Dekel)

L’idea a Elad è venuta nei laboratori di Dresda, in Germania, dov’era stato mandato ad agosto nell’ambito di un programma di scambio universitario. Ci ha pensato qualche settimana, ha fatto alcune prove. Infine ha stampato – in una sola copia – il chip. Prezzo finale: 46 mila euro.

Quando la ragazza è andata a trovarlo, lui ha colto l’occasione: l’ha accompagnato nel laboratorio, le ha fatto vedere la tecnologia che ha usato per lo studio e poi l’ha fatta sedere di fronte a un microscopio. Le ha chiesto di poggiare la testa sullo strumento e di vedere cosa c’era in quel chip.

«Ho dovuto maneggiare un po’ con le lenti del microscopio, non vedevo quasi nulla», ha raccontato la ragazza al quotidiano online Ynet. «Dopo qualche secondo ho capito che c’era scritto qualcosa. Ho messo a fuoco ancora di più e ho letto la proposta: “Chen, mi vuoi sposare? Elad”». La proposta era contenuta tutta in 0,00001 centimetri. E la fidanza a quel punto ha risposto sicura: «Certo».

Ora la coppia è tornata in Israele. Si sta preparando per il matrimonio. E, già che c’era, ha anche inviato la richiesta al libro del “Guinness dei primati” per inserire quel chip nella classifica come la più piccola proposta matrimoniale del mondo.

© Leonard Berberi

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Israele, presto Internet gratis su tutti i pullman

Andrà più o meno così: che tu sei lì, nel mezzo del deserto del Negev, con il cellulare che prende così così e poca possibilità di fare telefonate. Ma con un laptop collegato al mondo. Grazie alla connessione Internet. Gratis. È quello che hanno intenzione di fare sui bus della Egged, la più grande e importante compagnia di trasporti su strada in Israele.

L’iniziativa, che dovrebbe partire tra qualche settimana, prevede la connessione wi-fi all’interno dei pullman che collegano le città israeliane. Che sia per lavoro, per divertimento o per passare il tempo, il segnale collegherà alla rete sia i pc portatili che gli smartphone.

«Il progetto costa circa 2 milioni di dollari», dice Eyal Yechiel, numero uno del dipartimento promozionale della Egged Lines. «I sistemi di trasmissione wi-fi saranno installati nel giro di pochi mesi su tutti i 1.500 bus che collegano i centri urbani del nostro paese».

La Egged non è la prima compagnia israeliana di trasporti pubblici che offre questa possibilità. La prima è stata, qualche mese fa, la Metropoline, più piccola e con base nella città di Be’er Sheva. Non a caso una città che, in mezzo al deserto del Negev, in fatto di tecnologia non ha eguali.

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