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Gaza, il raid israeliano provoca 4 morti. L’Idf attacca Hamas: “Sparano da aree abitate”

Erano giorni che si respirava aria di guerra. Da una parte Hamas a sparar razzi sul suolo israeliano. Dall’altra l’esercito ebraico e rispondere per le rime. Fino ad ora erano morti solo dei miliziani. Ma martedì mattina alle vittime si sono aggiunti quattro civili – tra cui due adolescenti di 11 e 16 anni – mentre stavano giocando a pallone nel quartiere Tufah, vicino Gaza City.

I quattro sono stati uccisi da un colpo sparato dal carro armato israeliano. Almeno questo è quello che hanno reso noto fonti mediche palestinesi. Secondo testimoni oculari, i ragazzi sono stati colpiti dalle schegge quando il tank ha sparato contro una casa vicina.

Le conseguenze del blitz israeliano su Gaza (foto Epa)

Stanotte è stata come quelle precedenti. Per l’ennesima volta Israele ha dovuto rispondere con un raid contro obiettivi della Striscia al lancio di missili di Hamas contro lo Stato ebraico. Nei cinque raid notturni sono state ferite 19 persone, fra cui sette bambini e due donne, mentre due militanti sono stati colpiti in mattinata.

Dopo aver fatto le proprie verifiche, l’Idf ha espresso rammarico per l’uccisione delle vittime. «L’esercito israeliano ha sparato con mortai in reazione a tiri di razzi sulla località di Shaar HaNeghev (dove non ci sono state vittime o danni, nda)», ha detto un portavoce dei militari.

«Le forze armate israeliane si rammaricano per le vittime civili dell’incidente, ma al tempo stesso sottolineano che Hamas opera deliberatamente da aree densamente abitate da civili. L’inchiesta prosegue». Quindi la rassicurazione: «Le forze armate non sono interessate a un’accentuazione della tensione militare e degli scontri».

Finito qui? A sentire gli umori di Gaza e dintorni pare proprio di no. Tanto che Hamas ha già avvertito: «Israele non sarà sicura fino a quando non si sentiranno sicuri i palestinesi», hanno minacciato i miliziani estremisti.

© Leonard Berberi

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attualità, economia, politica

Carenza di fosforo

Il mercato del pesce di Khan Younis, nella Striscia di Gaza (foto Reuters)

C’è chi si avventura oltre il limite marittimo consentito mettendo nel conto di non tornare mai più sulla terraferma. Chi rischia di rimanere intrappolato in uno dei tanti tunnel che portano all’Egitto. E chi usa delle piccole vasche. Si fa di tutto pur di portare sulle tavole palestinesi un po’ di pesce.

Nella Striscia di Gaza isolata dal mondo – a nord e a est da Israele, a sud dal governo di Mubarak – anche il mercato ittico risente del blocco. Così, se i pescatori della Striscia non possono avventurarsi oltre le 12 miglia (se hanno il permesso) e quando lo fanno rischiano di prendersi le pallottole delle pattuglie israeliane (che teme siano terroristi di Hamas), le uniche due possibilità sono anche vecchi metodi dalle parti di Gaza.

La prima: ricorrere ai tunnel clandestini che collegano la Striscia all’Egitto. “Ma spesso, quasi un terzo del carico – conservato in impacchi di ghiaccio – arriva già avariato”, racconta Suleyman Itta, un rivenditore.

La seconda: ricorrere all’itticoltura. Anche se, si lamenta il ristoratore Ahmed Abu Haseera, “i clienti chiedono sempre il pesce cresciuto in mare perché ha più sapore. Ma i tempi sono difficili e bisogna arrangiarsi”.

L’agenzia britannica Reuters, in un suo reportage rilanciato dall’edizione on line dello Yedioth Ahronoth, è andata a vedere come funziona il mercato del pesce a Gaza.

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Valvola di sfogo?

Picchiato. Minacciato con un coltello. Rinchiuso per ore in un carro armato in disuso. Costretto a prelevare soldi dal suo bancomat. Per darli agli aguzzini. Esercito israeliano nel ciclone, dopo che un soldato ha denunciato due suoi colleghi per aver subito abusi. Non una volta. Non due. Ma per tre settimane di fila.

“Dicevano che se lo spifferavo a qualcuno mi avrebbero massacrato di botte”, racconta ora il ragazzo. Sul fronte militare c’è il più assoluto riserbo. Quello che s’è saputo è che i due autori staranno in cella fino al 30 gennaio. Mentre tra pochi giorni dovrebbe partire il processo a loro carico.

In un caso, quando la vittima s’era rifiutata di dare la chiave della sua stanza, i due aguzzini gli hanno lussato un braccio. In un altro, l’hanno svegliato nel cuore della notte e l’hanno costretto a giocare con i videogiochi. Non contenti, quando il ragazzo ha perso è stato picchiato.

“E’ stato soltanto un gioco tra amici, nulla di violento”, si sono giustificati gli imputati. Che hanno poi negato gran parte delle accuse.

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