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Israele e Iran alla sfida degli Oscar

Mentre i vertici politici e militari decidono cosa fare, la sfida tra Israele e Iran per ora è al cinema. Alla notte degli Oscar, per la precisione. Dove, nella nomination per la statuetta per il miglior film straniero, concorrono due pellicole particolari: una dello Stato ebraico (“Footnote”), l’altra di quello Islamico (“A separation”). Film, e qui sta la cosa divertente, entrambi in pole position. Entrambi hanno già vinto qualcosa. Il primo a Cannes (premio per la miglio sceneggiatura). Il secondo ai Golden Globes (miglior film straniero).

“A separation” – per chi non l’avesse visto – racconta la storia di una coppia iraniana di fronte al dilemma di lasciare il Paese per offrire al loro figlio una vita migliore oppure restare per accudire un genitore che ha gravi problemi fisici.

“Footnote”, dell’israeliano Joseph Cedar (lo stesso di “Beaufort”) è, invece, la storia di una grande rivalità fra padre e figlio, entrambi studiosi del Talmud in una prestigiosa università. A maggio ha vinto al Festival di Cannes (intendi: più vicino ai palati cinefili europei) il premio per la miglior sceneggiatura.

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Israele, la siccità continua. E i rabbini invocano l’aiuto di Dio

E ora non resta che invocare Dio. Perché sono mesi che su Israele non cade una goccia d’acqua. E gli acquazzoni, ormai, sono solo un ricordo. Anche a novembre inoltrato in alcune aree continua a fare caldo. Così caldo che il terreno si sta spaccando per l’arsura.

È per questo motivo che il Rabbinato ha disposto che tutte le sinagoghe del Paese inseriscano tre invocazioni speciali tra le preghiere quotidiane. E ha proclamato ieri una giornata di «digiuno, preghiera e pentimento».

Una decisione che in realtà è già prevista dal Talmud. In questo testo sacro, infatti, è prescritto che quando la pioggia si fa attendere troppo, allora si può invocare l’aiuto di Dio.

Le preghiere speciali – hanno deciso i rabbini – «devono essere recitate in tutte le sinagoghe» e, in quelle in cui ci sono almeno dieci fedeli di sesso maschile che digiunano, «deve essere effettuata una lettura straordinaria della Torah, supplicando l’Altissimo di mandare pioggia».

Leonard Berberi

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Israele, un villaggio ultraortodosso dà la caccia agli arabi

Si nascondeva negli angoli meno battuti di un seminario di religiosi ultraortodossi. Non sapeva, il povero palestinese, di essere finito in una trappola. Una trappola che poi ha dato il via a una vera e propria caccia all’arabo. Non solo all’interno della struttura. Ma in tutta la città.

Ebrei ultraortodossi passeggiano per le vie di Bnei Brak

Bnei Brak, vicino a Tel Aviv, è un cumulo simpatico di basse casette e alta considerazione per la Torah. Ma da qualche giorno Bnei Brak ha deciso di fare pulizia. Di immigrati. Di palestinesi. Di musulmani. «Com’è noto, per molti anni abbiamo sofferto la presenza di lavoratori stranieri – c’è scritto nella comunicazione inviata a tutti gli abitanti –. Una parte di questi appartiene alla minoranza araba che crea terrore nel cuore della città, che vaga senza meta nelle trombe delle scale e nei portici dei nostri palazzi, che provoca i nostri figli, che fa cose che non si possono scrivere».

Ma non è solo questo. «Con nostro grande rammarico i proprietari delle attività commerciali della zona hanno iniziato a impiegare lavoratori arabi, in particolar modo le donne musulmane. Questa cosa noi non possiamo e non dobbiamo accettarla».

E via, a ricordare quello che dice la Halacha, il complesso di norme codificate della legge ebraica: «Secondo quello che prescrive il nostro Talmud – continua la lettera aperta – è vietato l’impiego di arabi perché con loro siamo in pericolo. Dopo tutto siamo in guerra con loro…». Quindi la conclusione: «Se diamo lavoro agli arabi lo obblighiamo a rimanere sul nostro territorio e potremmo renderci complici del controllo islamico sulla Terra Santa».

Benzina sociale pura. A due passi da Tel Aviv.

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Ex contro ex

Ex contro ex. Il primo ex è un rabbino. Che è stato anche un criminale. E per questo ha fondato un collegio religioso riservato alle pecorelle smarrite transitate – come lui – nelle galere israeliane. Un ex che però non è più ex visto che nei giorni scorsi è stato arrestato con l’accusa d’aver affrontato alla vecchia maniera un adepto (il secondo ex) che si stava allontanando di nuovo dalla retta via. Come? Sparandogli alle gambe.

L’episodio risalirebbe a tre settimane fa, ma finora era rimasto coperto dal segreto istruttorio. Il rabbino in questione, scrivono i giornali israeliani, svolgeva la sua missione a Gerusalemme, dove si era stabilito dopo aver scontato una condanna per tentativo di omicidio ed essersi votato alla vita religiosa.

Qui aveva aperto una scuola talmudica diversa dalle numerosissime altre perché si trattava di un collegio rivolto a pregiudicati ed ex malfattori in odore di pentimento. Procedeva tutto bene. Le sbarre erano soltanto un lontano – e cattivo – ricordo. Fino a quando uno degli studenti non ha pensato bene di mostrarsi – secondo il rabbino ex galeotto – “poco saldo nel cammino di conversione” e sarebbe tornato a delinquere.

Un tradimento. Peggio. Un affronto. Talmente tanto grave che – stando alla ricostruzione della polizia – il rabbino avrebbe provveduto a punire come ai vecchi tempi. O meglio: come si faceva nella precedente vita. Così il rabbino ex galeotto avrebbe preso una pistola e sparato al peccatore recidivo da una motocicletta in corsa. Un agguato in piena regola. Che gli è costato il ritorno in prigione.

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